Ghostbusters

Ghostbusters

Come si fa un remake perché sia soddisfacente? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa a questa domanda (e ho sentito più di una persona sostenere che un remake non è mai soddisfacente). Da parte mia, penso che un remake riuscito sia quello sufficientemente fedele al vecchio film da conservarne in qualche modo lo spirito e l’identità, e sufficientemente infedele perché vedendolo si abbia l’impressione che ci sia qualcosa di valido in più. Purtroppo il remake di Ghostbusters si ferma a metà strada, riproponendo in modo simpatico gli stilemi dell’originale ma senza riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e diverso che sia anche interessante.

Negli USA il film è stato preceduto da una vergognosa campagna d’odio sessista in opposizione alla scelta di un cast tutto al femminile, considerata un tradimento del film originale. Ma in realtà quella di invertire il genere dei personaggi (peraltro rimasti caratterialmente molto vicini a quelli del 1984) non era affatto una cattiva idea, così come potenzialmente buoni sono gli altri cambiamenti apportati alla trama del film. Per esempio l’aggiunta del segretario tutto muscoli e niente cervello Kevin, interpretato da un Chris Hemsworth tanto a suo agio nell’autoparodia da rubare la scena alle protagoniste. O anche l’avere attribuito l’origine dell’invasione di fantasmi ai rancori di un povero frustrato in cerca di vendetta sul mondo, un tema che, in quest’epoca di attentati, avrebbe anche potuto donare al film una certa profondità.

Il problema è però nella sceneggiatura del regista Paul Feig, che sembra assumere come pubblico di riferimento lo spettatore che fa zapping casuale, e perciò costruisce il film come una sequenza di sketch, passando da uno spunto all’altro senza averne sviluppato a dovere alcuno e, quel che è peggio, senza mai prendere una direzione precisa.

Il film del 1984 ha avuto tanto successo perché rappresenta la perfetta fantasia nerd: un gruppo di maschi che parlano un gergo astruso e sono appassionati di strane tecnologie cerca di farsi notare, inizialmente non viene preso sul serio, ma poi salva il mondo e ottiene la gloria e le ragazze. Nel volgerlo al femminile si poteva scegliere se raccontare esattamente la stessa storia a ruoli invertiti, o se invece sottolineare le differenze che il cambio di genere comporta. Il film però non fa né l’una né l’altra cosa. Non mi viene in mente neppure una scena in cui l’essere donne delle protagoniste crei loro qualche difficoltà. Tuttavia svanisce la questione dei rapporti con l’altro sesso: tre delle quattro protagoniste sembrano asessuate, e l’interesse per gli uomini si riduce alle smanie di Erin per il segretario Kevin, annunciate a gran voce ma mai messe in pratica. Insomma, il potenziale dell’idea va sostanzialmente sprecato, probabilmente in omaggio all’etica del “film per famiglie” (dove invece l’originale voleva proprio stuzzicare la sessualità nerd, con scene come quella in cui Sigourney Weaver posseduta dal demone chiede a Bill Murray “Vuoi tu questo corpo?”).

Anche il rapporto con il sindaco, il cui segretario nel film originale era l’avversario principale e il bersaglio di un’esplicita aggressività (“Sì, è vero, sì: quest’uomo non ha le palle!”), qui è ambiguo e inconcludente. Forse nell’America post 11 settembre non è più concesso farsi beffe dell’autorità e sottintendere che non sia in grado di proteggere i cittadini. Sta di fatto che Feig tenta di dipingere il sindaco Andy Garcia contemporaneamente come un avversario e un alleato, col risultato di annoiare. Quanto al nuovo avversario introdotto, lo sfigato che cerca vendetta ponendosi a capo di un’orda di fantasmi, avrebbe avuto un potenziale enorme se il regista avesse sfruttato la misoginia del personaggio per creare un contrasto vero con le eroine. Ma anche qui tutto si risolve con una battutina (“Sparate come ragazze”).

Servite così male dalla sceneggiatura, le pur brave protagoniste (Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, quasi tutte veterane del Saturday Night Live, proprio come gli attori originali) si ritrovano ad annaspare, strappando talvolta il sorriso ma senza le battute fulminanti che ci sarebbero volute. Con questo non voglio dire che il film sia un disastro. Al contrario, la sua notevole durata (116 minuti, parecchio per una commedia) è trascorsa piacevolmente. Merito in parte degli effetti speciali, davvero spettacolari (io li ho trovati persino troppo realistici, e ho pensato che il me stesso bambino si sarebbe spaventato; ma accanto a me c’era Aurora, di quattro anni, che ha continuato imperterrita a sgranocchiare i suoi popcorn, quindi forse i bambini di oggi sono più difficili da terrorizzare). E merito soprattutto della sceneggiatura originale di Ivan Reitman, Dan Aykroyd e Harold Ramis, che anche così rimaneggiata resta comunque esemplare nel mescolare fantascienza, horror e commedia. Alla fine, se lo si prende per quello che è, e cioè un tentativo senza grandi ambizioni di riciclare una storia di successo, il nuovo Ghostbusters si lascia vedere, ed è sicuramente meglio del pessimo seguito girato nel 1989, Ghostbusters II. Se vi può bastare…

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Una sedia vuota

180001_1888058484459_4061087_nCi ha lasciato la settimana scorsa Tecla Dozio, che tutti i milanesi conoscono come “la libraia della Libreria del Giallo”, anche se la libreria l’aveva chiusa ormai da diversi anni. Ebbi la fortuna di conoscerla pochi giorni dopo il mio arrivo a Milano: ero finito in un pensionato universitario a pochi passi dalla sua sede, che allora stava in piazza San Nazaro in Brolo. La incontrai subito esplorando i dintorni, e divenne una tappa fissa dei miei giri, anche se il me stesso ventenne era un po’ intimidito da Tecla e dall’occhiataccia che mi aveva lanciato quando incautamente le avevo fatto ordinare una rivista dall’estero e poi, sentito il prezzo, avevo fatto marcia indietro. Ma continuai a frequentarla, anche dopo che fu costretta a spostarsi altrove.

Non mi dilungherò sull’importanza grandissima e innegabile che Tecla ha avuto per la narrativa gialla in Italia: su questo si sono già espresse persone ben più qualificate di me. Vorrei però aggiungere che la sua attività di patronaggio si è estesa anche alla fantascienza: un genere che sicuramente non amava quanto il giallo, ma che ha comunque molto aiutato, ospitando nella sua libreria numerose presentazioni ed eventi, che erano sempre occasioni di scambi e conoscenze. Grazie a Tecla ho avuto la possibilità non solo di incontrare di persona uno dei miti della mia adolescenza, il grande Robert Sheckley, ma addirittura di mangiare una pizza insieme a lui. Al nostro tavolo sedeva anche un altro personaggio appassionatissimo di fantascienza. Chiacchierammo a lungo, alla fine della serata saltò fuori che era Giuseppe Lippi, già allora curatore di Urania. Mi disse di mandargli un curriculum, e così iniziò la mia collaborazione con la testata, che dura ormai da una ventina d’anni.

Insomma, a Tecla devo molto, e penso proprio di non essere il solo. Purtroppo fu costretta a chiudere la sua attività. Quando le chiesi perché, mi disse che era stanca di dover chiedere periodicamente contributi agli amici, dato che la libreria non si reggeva da sola, e tutto l’aiuto che era riuscita a ottenere dal Comune era una sede in affitto in una viuzza decentrata dove non passava mai nessuno se non i clienti abituali. Ma anche dopo aver chiuso ed essersi trasferita in Lunigiana continuava a venire a Milano per presentare i libri. E tra noi si diceva: “Andiamo da Tecla?”. E ci si andava, senza neanche sapere quale fosse il titolo. Perché sapevamo che ne sarebbe valsa la pena, persino se libro e autore non erano un gran che: ci avrebbe pensato lei, con la sua verve, a renderli interessanti. E alla fine della presentazione lei avrebbe avuto un sorriso o una battutaccia per ciascuno dei presenti.

Ci era mancata la tua libreria, tu ci mancherai di più.

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Sotto il sole di mezzanotte

sotto-il-sole-di-mezzanotte-corto-maltese-rcsUn paio di mesi fa è stata pubblicata la prima storia di Corto Maltese non firmata da Hugo Pratt, intitolata Sotto il sole di mezzanotte. È firmata da due autori spagnoli: lo sceneggiatore Juan Díaz Canales (noto per Blacksad, un bel fumetto noir interpretato da animali antropomorfi) e Rubén Pellejero (autore di Dieter Lumpen, fumetto che già costituiva un esplicito omaggio a Pratt).

Ha senso un’operazione del genere, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autore originale? Sicuramente non c’è nulla di sacrilego: lo stesso Pratt aveva dichiarato in tempi non sospetti di non essere contrario al fatto che altri riprendessero il suo personaggio, una volta che lui lo avesse abbandonato. Tuttavia non si trattava di un’operazione facile. Corto Maltese non è uno di quei personaggi seriali che vivono in un universo proprio sostanzialmente avulso dal mondo reale: la sua biografia è complessa e intrecciata a vari eventi storici, e non è banale ampliarla con nuove storie. Ma soprattutto, si tratta di un personaggio molto personale, vero e proprio alter ego di un autore che per più di vent’anni ne ha curato le storie. Difficile, quindi, darlo in mano a qualcun altro mantenendone intatto lo spirito.

Una vignetta della prima tavola in cui appare Corto Maltese, nella storia "Una ballata del mare salato", 1967.

Una vignetta della prima tavola in cui appare Corto Maltese, nella storia “Una ballata del mare salato”, 1967.

A mio avviso c’erano due modi possibili per affrontare una rinascita di Corto Maltese. Adottare un approccio di rottura, reinventando il personaggio sia nel disegno, sia nel ritmo delle sceneggiature, marcando in modo inequivocabile la diversità rispetto alle vecchie storie. O invece cercare di essere filologici, imitando il più possibile lo stile di Pratt. Il primo metodo sarebbe stato molto più rischioso, ma anche quello potenzialmente più fertile. Il secondo, che non sorprendentemente è quello scelto dagli autori (e dagli editori), va sul sicuro nel proporre ai lettori qualcosa che già ben conoscono, ma corre il rischio di essere una mera celebrazione che poco aggiunge al personaggio.

Dal punto di vista del disegno, Sotto il sole di mezzanotte ricalca davvero da vicino lo stile di Pratt. Ammetto di non essere un esperto di sottigliezze grafiche, ma credo che se mi avessero raccontato che si trattava di un inedito di Pratt ci avrei senz’altro creduto: le differenze rispetto all’originale non mi sembrano maggiori rispetto a quelle che si riscontrano tra una storia e l’altra dello stesso Pratt. Pellejero è riuscito a rendere bene non solo l’aspetto dei personaggi, ma anche lo stile delle inquadrature e soprattutto la scansione delle vignette, con quelle sequenze di azione silenziose che costituiscono una parte importante delle atmosfere delle storie di Corto.

Il modello della sceneggiatura sembra essere Corte Sconta detta Arcana: una storia lunga che, dopo un inizio magico-onirico, si mantiene sostanzialmente ancorata alla realtà e va a includere numerosi luoghi, personaggi ed eventi storici, in un intrico di vicende in cui quella di Corto è solo una delle tante, e forse nemmeno la più importante. Non sembra invece esserci nullla in comune con l’ultimo periodo di Pratt, quello di storie bizzarre e sognanti come Mu o Le elvetiche.

Lo spunto di partenza è preso invece da La giovinezza, ed è probabilmente la scelta più ovvia: è una storia che Pratt ha ambientato molto indietro nel tempo, nel 1905, ed è seguita da uno spazio “vuoto” della biografia di Corto in cui è possibile ambientare nuove storie, mentre tutto il resto delle sue avventure, ambientate tra il 1913 e il 1924, costituisce un corpo piuttosto compatto in cui sarebbe stato difficile inserire altro.

Indubbiamente nello sceneggiare la storia Díaz Canales ha compiuto un notevole sforzo di documentazione e ideazione, riuscendo a ricreare molto bene il fascino che emanano le storie di Corto: luoghi e personaggi che sembrano inventati e invece sono storicamente esistiti, insieme ad altri del tutto immaginari ma perfettamente credibili. Ed ha anche allestito una vicenda parecchio intricata che mantiene una sua coerenza, giustificando le peregrinazioni di Corto senza sbavature.

Quello che purtroppo non mi ha convinto del tutto è proprio l’elemento centrale, e cioè la rappresentazione di Corto Maltese in persona. Quello che vediamo è un corto notevolmente più giovane rispetto a quello che abbiamo conosciuto in tutte le storie di Pratt, esclusa La giovinezza. È perciò naturale attendersi che sia un po’ più impulsivo ed irruento. Al contrario, il Corto dei due autori spagnoli mi è parso leggermente troppo distaccato. A parte un paio di scene in cui è costretto ad agire dalle circostanze, sembra fare da testimone alle varie vicende senza esserne veramente coinvolto. E mi sembra difficile, per fare un esempio, che il Corto Maltese amico dei rivoluzionari irlandesi di Concerto in O’minore per arpa e nitroglicerina avrebbe accettato con tanto fatalismo la fucilazione di un amico irlandese per mano dell’esercito canadese, come vediamo qui.

Insomma, tutti i dettagli al posto giusto, ma manca qualcosa. Questa storia mi ha dato sensazioni simili a quelle provate leggendo i fumetti di Don Rosa, il fumettista statunitense che ha ricostruito una dettagliata biografia di Paperon de Paperoni basandosi sulle storie originali di Carl Barks, scrivendo poi nuove storie perfettamente integrate con gli originali. Tanta ammirazione per la cura filologica, gran piacere nel poter immaginare nuovi dettagli della storia di personaggi amati, ma anche la sensazione che, costretti in binari così rigidi, finiscano per non avere gran che di nuovo da dire, perdendo parte di quella vitalità e follia che costituiva la loro essenza.

In conclusione: ho letto la storia con piacere, e leggerò anche la prossima, se ci sarà. Ma, come forse era scontato, il vero Corto rimane inafferrabile.

Corto e Ras

Corto e Rasputin in una vignetta tratta da “Sotto il sole di mezzanotte”.

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Regina del Sole (autopromozione)

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Sta per arrivare nelle librerie (e negli e-book store) Regina del sole, secondo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi.

Quella di Schroeder è una fantascienza visionaria: Virga è un universo artificiale, in cui non ci sono pianeti e lo spazio non è vuoto ma pieno d’aria, il che comporta una fisica piuttosto diversa da quella cui siamo abituati. Questi concetti insoliti vengono però bilanciati da trame molto avventurose e pirotecniche.

Rispetto al suo predecessore (che vi consiglio comunque di leggere per primo), ho trovato Regina del Sole ancora più divertente. Merito del fatto che questa volta la protagonista assoluta è Venera Fanning, l’avventuriera che abbiamo imparato ad amare nel primo volume e che è sicuramente il più riuscito personaggio del ciclo.

Se siete vicini a Milano e volete saperne di più, vi ricordo che domenica 11 ottobre alle ore 11.30, nel corso della convention StraniMondi dedicata alla letteratura fantastica, ci sarà la presentazione ufficiale del romanzo. Sarò presente anch’io, insieme agli editori, a Silvia e ad altri collaboratori di Zona 42.

Il libro è già acquistabile in versione cartacea o ebook.

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La cattiva strada (autopromozione)

Nel riprendere la pubblicazione di questo blog (che spero d’ora in poi riuscirò a mantenere più regolare), vorrei cominciare segnalando un libro di cui sono parzialmente autore.

cover-cattiva-2La cattiva strada è un’antologia curata da Gian Filippo Pizzo che raccoglie 18 racconti di “crudeltà assortite”. Come il curatore ammette candidamente nell’introduzione, l’antologia è nata in modo piuttosto casuale, dall’accumularsi di racconti rimasti esclusi dalle numerose altre antologie tematiche da lui assemblate, e che casualmente erano tutti accomunati da una certa crudeltà di fondo.

Questo potrebbe far pensare a un libro raffazzonato, ma la realtà a mio avviso è ben diversa: la dote che fa di Pizzo un ottimo antologista è la capacità di tirare fuori il meglio dai suoi autori, e questo caso non fa eccezione. Ogni racconto è stato editato con cura (a me, per esempio, è stata chiesta una riscrittura) e a mio avviso raggiunge un buon livello qualitativo. E il fatto che i racconti siano di diversi generi e varia ispirazione contribuisce a rendere interessante la lettura.

Io sono presente con il racconto Il sondaggio. È un horror, il primo che scrivo. Se qualcuno vorrà farmi sapere il suo parere, mi farà piacere.

Domani, sabato 19 settembre, alle 17.30, sarò presente insieme ad alcuni altri autori alla presentazione del libro presso la libreria Feltrinelli di Brescia.

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#OccupayISBN: la mia esperienza

In questi giorni sta facendo molto discutere il caso di ISBN Edizioni. Come è noto, l’editore Massimo Coppola, ora tornato alla direzione di Rolling Stone, è stato violentemente attaccato su Twitter da vari traduttori e autori che non sono stati pagati per il loro lavoro, e dai loro simpatizzanti. Coppola si è difeso con un’accorata lettera aperta sul sito della casa editrice descrivendosi come vittima di un attacco ingiusto, e sostenendo di avere fatto tutto il possibile per pagare i creditori. Lettera che gli è fruttata espressioni di solidarietà da parte di persone che lo ritengono un capro espiatorio per una crisi editoriale inevitabile. Il testo dice tra l’altro:

Dal Giugno 2014 abbiamo cominciato a interrompere i rapporti con dipendenti e collaboratori fissi. Siamo passati da 9 a 7, poi a 5 a settembre, a Ottobre 2014 erano 3, infine a 1. […] Dal Giugno del 2014 abbiamo usato il denaro con questo metodo: innanzitutto pagare dipendenti e collaboratori fissi, che ad oggi hanno tutti avuto quel gli spettava. Subito dopo abbiamo pagato, a volte a rate, autori e traduttori, fino al Gennaio 2015, quando le risorse si sono completamente esaurite. Abbiamo quindi dato la precedenza proprio a autori e traduttori, senza riuscire tuttavia a soddisfarli tutti. Il criterio utilizzato è stato il seguente: precedenza ai debiti più vecchi.

A questo punto credo che sia illuminante raccontare la mia esperienza personale con ISBN. Nel luglio 2014 mia moglie ed io, ignari di quanto stava avvenendo (nonché, bisogna dirlo, confidando nella buona reputazione che l’editore si era guadagnato fino a poco prima) ci siamo proposti alla casa editrice come collaboratori. Di solito quando ci si fa avanti passano diversi mesi prima che ci sia un’opportunità di collaborare, e non è raro che prima di cominciare vengano richieste prove di traduzione. ISBN, invece, ci propose un libro nel giro di un paio di giorni, e da tradurre con estrema urgenza: doveva uscire a ottobre, e perciò il lavoro andava consegnato ai primi di settembre!

Il testo era davvero molto bello e interessante. Il tempo era poco, ma ci accordarono senza problemi un aumento di tariffa, per cui accettammo, lavorando anche durante le vacanze per rispettare la data di consegna. La traduzione fu consegnata regolarmente, fu corretta a tempo di record da redattori molto competenti, e finì effettivamente sugli scaffali delle librerie a fine ottobre. Il primo segnale che qualcosa non andava fu il mancato arrivo delle copie di spettanza. Quando le sollecitammo, si scusarono dicendo che la persona che doveva occuparsene non lavorava più lì. A febbraio il pagamento pattuito non arrivò. Alle nostre interrogazioni fu risposto che la casa editrice era in crisi, ma stava tentando di pagare tutti i collaboratori e ci avrebbe fatto avere al più presto un piano rateale di rimborso. Il piano non arrivò mai. Alle nostre ulteriori sollecitazioni, una gentile impiegata rispondeva che attendeva una risposta dal signor Coppola, che però al momento non era reperibile.

Ora, io capisco che il mercato editoriale sia in crisi. Riconosco che quando la crisi colpisce sia possibile essere in buona fede e ritrovarsi impossibilitati a pagare i creditori pur volendolo fare. Tuttavia faccio notare al signor Coppola, che si ritiene vittima di un attacco “ingiusto e disinformato”, e ai suoi elogiatori, che ISBN ha commissionato un lavoro a dei nuovi collaboratori in un momento in cui, per sua stessa ammissione, aveva già cominciato a licenziare i dipendenti ed era in difficoltà a pagare i debiti pregressi. Credo che la cosa si commenti da sé.

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Perché si legge?

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Oggi è la giornata in cui si sarebbe tenuti a spiegare agli altri perché si legge. A me risulta un po’ difficile. Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, spinto non da insegnanti ma dalla semplice curiosità infantile, volevo sapere cosa dicevano le scritte che vedevo ovunque, e tampinavo mia madre perché le me leggesse, finché ho appreso la lettura prima che chiunque se ne rendesse conto. Da allora ho sempre letto tutto quello che mi capitava sottomano, tanto che i miei genitori mi ammonivano a non leggere troppo, mi imponevano dei limiti alla lettura come oggi si farebbe con la televisione, preoccupati della mia incipiente miopia. Leggo ancora oggi, e vorrei avere più tempo a disposizione per leggere di più. Quindi dover spiegare perché leggo mi fa un’impressione simile a dover spiegare perché respiro, o perché mi piace il sesso. È un bisogno primario, e qualunque spiegazione sembra creata a posteriori.

Ricordo uno dei periodi meno felici della mia vita, quello delle scuole medie. Allora ero una sorta di reietto sociale, non trovavo un modo di rapportarmi con i miei compagni, e andare a scuola era un peso. Finché un giorno scoprii che all’ultimo piano, ignorata da tutti, esisteva una biblioteca scolastica, e che mi era permesso visitarla, sfogliare i libri e persino portarmeli a casa. C’erano testi che nelle librerie non si trovavano, in particolare un bellissimo libro di esperimenti chimici, che presi in prestito innumerevoli volte e fu la mia guida all’uso del “Piccolo Chimico” ricevuto a Natale, molto più dello striminzito libretto incluso nella confezione. Da allora questo è diventato un archetipo del mio inconscio: ogni tanto sogno ancora di vagare per una scuola affollata, fredda e ostile, e di incontrare finalmente tra le sue mura una biblioteca che ne è l’opposto, in cui mi sento finalmente a mio agio.

Ecco: forse un libro da solo non può cambiarti la vita, però puoi trovarci dentro quello che ti manca e che la vita non ti sta dando. Può darti il gusto di qualcosa che nemmeno immaginavi, e che una volta immaginata può diventare reale. Mica poco!

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La Rete bussa alla porta dell’infanzia

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Una scena del film “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze

 

Di fronte all’incontro tra i bambini e la Rete, l’atteggiamento dei genitori oggi è di solito ambiguo. Da un lato, manifestano un malcelato orgoglio se il pupo riesce a destreggiarsi tra le icone di un tablet e magari a scaricare e installare da solo il giochino che gli interessa. Dall’altro, però, sono terrorizzati all’idea che il pargolo possa, attraverso Internet, venire a contatto con il vasto mondo senza il filtro genitoriale. Da cui il proliferare dei software di parental control, farraginosi e inefficaci tentativi di porre un freno alla curiosità degli infanti senza bloccare del tutto l’agognato accesso alla Rete. Questo perché oggi Internet è vista come un territorio selvaggio in cui si annidano mostri in agguato (mentre al contrario il televisore viene considerato innocuo, e si trova normale lasciarlo acceso a tutte le ore del giorno di fronte ai bambini a mostrare contenuti spesso inadatti).

Le cose, però, potrebbero cambiare presto: la Rete sta per arrivare ai bambini assumendo un aspetto del tutto rassicurante, quello di giocattoli parlanti connessi a un’intelligenza artificiale in cloud. Ne ho parlato su Nòva qualche tempo fa: i CogniToys sfrutteranno le risorse di Watson di IBM, una delle IA più potenti e versatili in circolazione, per conversare in modo intelligente coi bambini. Qualcosa mi dice che, di fronte a un dinosauro parlante dall’aria innocua che risponde pazientemente e correttamente a tutte le domande del figlio, i genitori saranno felicissimi di delegargli almeno una parte dei compiti educativi e godersi un po’ di tranquillità.

Non è difficile immaginare scenari in cui qualcosa può andare storto. A cominciare dalla possibilità che qualcuno possa, per divertimento o, peggio, con cattive intenzioni, hackerare i giocattoli e arrivare a molestare i bambini proprio nel cuore delle loro casa, dove i genitori li ritengono al sicuro. A mio avviso però è molto più grave il rischio che siano i gestori del sistema a comportarsi scorrettamente. Avrebbero in mano un enorme patrimonio di dati sulla personalità dei bambini nel periodo più delicato dello sviluppo. Senza controlli molto stretti, cosa gli impedirebbe di sfruttarli molti anni dopo, usandoli per manipolare le persone? Per esempio cercando di venderti un prodotto con annunci pubblicitari mirati, collegati alla tua filastrocca preferita, che neppure ricordi più ma è sepolta nel tuo inconscio? Addirittura: cosa gli impedirebbe di sfruttare la situazione per precondizionare i bambini, associando situazioni piacevoli con determinati suoni, melodie o parole che vent’anni dopo verrebbero inclusi in prodotti o slogan politici? E poi, al di là di questo, non si correrà il rischio che i genitori si affidino troppo a queste macchine, non fornendo ai bambini il contatto umano di cui hanno bisogno? È una situazione che la fantascienza ha già preso in considerazione: l’esempio migliore è il terrorizzante racconto Il veldt di Ray Bradbury, in cui bambini abituati a vivere nella realtà virtuale di una nursery reagiscono con violenza quando i genitori pentiti decidono di farli uscire.

Lo scenario che più mi inquieta però, paradossalmente è quello opposto, in cui tutto funziona a meraviglia. Sì, perché non si può negare che l’idea abbia anche delle potenzialità davvero interessanti. Sappiamo bene che i bambini crescono tanto più intelligenti quanto più stimoli ricevono nella prima infanzia. Se questi giocattoli manterranno le promesse, potrebbero diventare molto più stimolanti di qualunque babysitter umano: instancabili, sempre attenti, infinitamente pazienti, in grado di accedere a tutta la conoscenza del mondo, e per giunta con la possibilità di attingere a un database crescente di esperienze fatte con migliaia o milioni di infanti di ogni luogo. Potenzialmente potrebbe essere una rivoluzione nel campo dell’educazione. Quanto potrebbero imparare i bambini, avendo un simile maestro sempre a disposizione giorno e notte, in grado di insegnare sfruttando la loro curiosità e non in maniera coercitiva? È da vedere, forse moltissimo. Potrebbe essere un passo avanti di proporzioni inattese nel progresso dell’umanità.

Mi chiedo però come sarebbe la transizione. Già oggi i genitori guardano con sospetto e preoccupazione i loro figli nativi digitali perennemente attaccati a uno smartphone. Come reagirebbero a bambini che, educati da un’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni ne saprebbero più di loro su tantissimi argomenti? Anche in questo caso mi viene in mente uno scenario da fantascienza, questa volta quello di un romanzo di Arthur Clarke in cui i figli degli uomini, stimolati da una razza aliena, sviluppano potenzialità enormi, diventando qualcosa di diverso dagli esseri umani e staccandosi dai genitori. L’opera, che quest’anno diventerà anche una serie televisiva di SyFy Channel, si intitola appunto Childhood’s End, la fine dell’infanzia (ma curiosamente il titolo italiano vede le cose dal lato opposto, ed è Le guide del tramonto).

Non mi piace fare l’apocalittico, e in realtà credo che se avessi dei figli sarei già in lista per comprargli un CogniToy. Ma credo anche che farei in modo di tenerlo spento quando non sono presente. Non si sa mai…

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Omeopatia e falsa imparzialità

In una delle tante citazioni che gli vengono attribuite, il celebre scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico Isaac Asimov ammonisce contro l’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza. È un avvertimento che oggi suona particolarmente valido. Purtroppo, sempre più spesso quando si parla di un argomento scientifico o tecnico in grado di generare controversie nell’opinione pubblica, i giornalisti scelgono l’atteggiamento “salomonico” di presentare due opinioni opposte con identico risalto e senza commentare. In questo modo ottengono l’apparenza dell’assoluta imparzialità: sono state presentate tutte le tesi e non si è preso le parti di nessuna. Tuttavia solo di apparenza si tratta. Se una delle due tesi è largamente maggioritaria nella comunità scientifica e l’altra è sostenuta solo da poche persone isolate; oppure se una è sostenuta da prove scientifiche e l’altra solo da speculazioni prive di sostanza, mettendole sullo stesso piano non si fa informazione imparziale, bensì si distorce la realtà.

Un esempio lampante ci arriva in questi giorni dalla pubblicazione delle conclusioni di un corposo studio di meta-analisi sulla medicina omeopatica, condotto dal NHMRC, un’importante istituzione statale australiana di ricerca medica. Lo studio conclude che l’omeopatia non è più efficace di un placebo nella cura di qualunque forma di malattia, e pertanto non dovrebbe essere prescritta dai medici.

Non si tratta certamente di un risultato sorprendente, essendo arcinote le ragioni per cui l’omeopatia ha lo stesso valore scientifico della stregoneria (eviterò quindi di ripeterle). Tuttavia lo studio ha una discreta importanza, in quanto per l’ennesima volta smentisce la pretesa secondo cui ricerche recenti dimostrerebbero l’efficacia dei metodi omeopatici. Analizzando con criteri adeguati i dati disponibili, le prove svaniscono.

Ebbene, come ha dato questa notizia la stampa italiana? Alcuni dei più importanti quotidiani che ne hanno parlato hanno dato uno spazio pari se non maggiore alle tesi della dottoressa Simonetta Bernardini, responsabile dell’ospedale di Pitigliano (se non sapete dov’è Pitigliano, sappiate che è un comune di meno di 4.000 abitanti in provincia di Grosseto, che ospita un ospedale che applica la “medicina integrata”, cioè mescola la medicina scientifica con l’omeopatia e altre pratiche “alternative”).

La dottoressa sostiene in primo luogo che “questo rapporto australiano di cui si sta tanto parlando non è in nessun modo uno studio scientifico: la scientificità di una ricerca si misura in prima battuta dal fatto che viene pubblicata su riviste scientifiche indicizzate peer-reviewed. Su quale rivista sarebbe stato pubblicato? Nessuna”. Si tratta di una sciocchezza. La scientificità dell’istituzione che ha prodotto il rapporto è fuori discussione, e i criteri di ricerca applicati sono stati sottoposti ad analisi da parte di un’azienda indipendente che ne ha certificato l’imparzialità. Non è la pubblicazione su rivista a dare la patente di scientificità a uno studio, ma il metodo del peer-reviewing, che è stato correttamente applicato.

La dottoressa prosegue dicendo che “è incredibile che siano stati presi, non so con quale criterio, 225 studi su migliaia di lavori scientifici che documentano quanto siano efficaci i medicinali omeopatici per diverse patologie. Certo che se si scelgono accuratamente i lavori di ricerca che non documentano l’efficacia dell’omeopatia, questa risulterà per forza di cose inefficace”. Qui Bernardini mostra di non capire quale sia il senso di una metaanalisi comparativa come questa. Non si tratta semplicemente di fare una media di tutti i risultati ottenuti in tutte le ricerche del mondo: così facendo, se avessimo 10 studi fatti male che dicono una cosa e uno studio fatto bene che ne dice un’altra, quelli fatti male stravincerebbero. L’essenza dei lavori di questo tipo sta proprio nello stabilire dei criteri univoci per “pesare” i risultati, eliminando del tutto quelli che non danno sufficienti garanzie, e dando un peso maggiore a quelli più affidabili. Per esempio, il rapporto australiano ha escluso del tutto i lavori basati su meno di 150 pazienti, ritenendo che fossero troppo suscettibili di fluttuazioni statistiche capaci di falsare il risultato. Di conseguenza, è del tutto sensato che le ricerche prese in considerazione siano “solo” 225 (che in realtà è un numero molto grande).
Chi volesse discutere il rapporto australiano, perciò, non dovrebbe farlo perché determinate ricerche non sono state prese in considerazione, ma dovrebbe semmai criticare i criteri adottati per la selezione. Invece la dottoressa Bernardini, come abbiamo visto, dice di non sapere di quali criteri si tratta. In pratica ammette di non avere neppure letto il rapporto!

Riassumendo: su alcuni dei maggiori quotidiani italiani un rapporto scientifico regolare e prodotto da un ente autorevole è stato messo sullo stesso piano di una persona che lo accusa neppure tanto velatamente di essere una frode, nonostante sia evidente che costei non ne conosce neppure il contenuto, e non è in grado di criticarlo nel merito. È buona informazione scientifica questa? Inutile che ve lo dica: no.

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È il caso di farci riconoscere dagli alieni?

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

È il caso di inviare messaggi agli alieni per fargli sapere che siamo qui? Può sembrare una questione confinata ai romanzi di fantascienza, ma invece in questo momento ci sono persone serissime che la stano dibattendo animatamente.

Messaggi agli alieni in realtà ne abbiamo già mandati, però le probabilità che qualcuno possa riceverli sono piuttosto scarse. Abbiamo incluso messaggi sulle sonde spaziali destinate a lasciare il Sistema Solare: delle targhe sui Pioneer, dei dischi con codifica digitale sui Voyager. Tuttavia il loro viaggio è lentissimo: è ancora oggetto di discussione se siano uscite o meno dalla sfera di influenza del Sole, e passeranno decine di migliaia d’anni prima che transitino vicino a un’altra stella. Anche ammesso che esistano altri sistemi stellari abitati, potrebbero passare milioni di anni prima che ne incontrino uno, e anche in quel caso non è affatto detto che qualcuno si accorga del loro passaggio.

Quarant’anni fa, utilizzando il radiotelescopio di Arecibo in modalità trasmittente, abbiamo anche trasmesso un messaggio radio in direzione dell’ammasso globulare di Ercole M13, codificando alcune basilari informazioni sulla natura della vita sulla Terra. A prima vista potrebbe sembrare che questo messaggio abbia maggiori possibilità di essere ricevuto, dato che M13 contiene circa 350.000 stelle, e quindi  si potrebbe sperare che almeno una di esse abbia un pianeta abitato. A ben guardare, però, le cose stanno diversamente. Per cominciare, gli ammassi globulari sono un ambiente molto poco favorevole alla formazione di pianeti. Ma soprattutto, il messaggio impiegherà 25.000 anni ad arrivare fin laggiù,e  nel frattempo M13 si sarà spostato da tutt’altra parte. Salvo l’evento altamente improbabile che un alieno passi proprio sulla sua traiettoria al momento giusto, il messaggio si perderà nel nulla.

Ora però si sta pensando di cominciare a fare sul serio, a causa della frustrazione dei partecipanti a SETI. La sigla sta per Search of Extra Terrestrial Intelligence (ricerca di intelligenza extraterrestre), e indica un programma di ricerca privato che da più di 40 anni scandaglia in vari modi le frequenze radio per trovare i segni della presenza di alieni da qualche parte nell’Universo. Personalmente ho sempre pensato che l’approccio di SETI abbia dei limiti, dato che si basa sulla presenza di radiazioni elettromagnetiche per individuare le civiltà aliene. Non è detto che questo sia un buon metodo: la civiltà umana ha scoperto l’elettromagnetismo da meno di un secolo e mezzo. Magari tra cinquant’anni scoprirà qualcosa che renderà obsolete le comunicazioni basate sulle onde radio, che ci sembreranno antiquate come usare un eliografo invece che spedire una e-mail.

In ogni caso SETI non ha finora cavato un ragno dal buco, e perciò molti dei suoi adepti stanno pensando di passare a qualcosa che chiamano Active SETI (ricerca attiva di intelligenza extraterrestre) o METI (invio di messaggi verso l’intelligenza extraterrestre). Si tratterebbe in pratica di sistematizzare l’invio di messaggi verso l’esterno, nella speranza di farci sentire sul serio da qualcuno. Tuttavia c’è chi obietta fortemente a questo sviluppo. Farci notare da alieni di cui non sappiamo assolutamente nulla, dicono, è un salto nel buio. Guardando alla storia umana, dove spesso intere civiltà sono state completamente annichilite dall’incontro con un’altra tecnologicamente più avanzata, il contatto con gli extraterrestri comporterebbe grossi rischi. Soprattutto, si tratta di un’iniziativa che non dovrebbe essere presa per iniziativa di un singolo gruppo, ma andrebbe decisa dall’umanità nel suo insieme.

Su questo temo si è tenuta in questi giorni una serissima discussione presso l’AAAS (l’associazione americana per il progresso della scienza). A difendere la tesi per cui da un contatto con gli extraterrestri può venire solo del bene c’era l’attuale direttore della composizione dei messaggi interstellari di SETI, Douglas A. Vakoch. Curiosamente, a sostenere la tesi opposta c’era uno scrittore di fantascienza, cioè il tipo di persona che ci aspetteremmo più incline a voler incontrare gli alieni. In effetti David Brin è un bravissimo autore (il suo Thor Meets Captain America è uno dei miei racconti preferiti di sempre), ma è anche un astrofisico, ed è uno dei più convinti oppositori della ricerca attiva di intelligenze aliene.

Difficile dire di primo acchito chi abbia ragione. Da un lato, potremmo pensare che la nostra paura degli alieni sia solo un fatto culturale, un mero riflesso della nostra natura aggressiva e diffidente. Tuttavia è vero che non sappiamo assolutamente nulla di loro, nemmeno se esistano o no. Chi può dire se andando incontro agli extraterrestri non ci comporteremmo come i dodo che accoglievano fiduciosi gli spagnoli pronti a metterli in pentola? Proveremo a parlarne più in dettaglio in futuro.

 

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