Il Sole dei Soli

È in uscita in questi giorni Il Sole dei Soli, romanzo di fantascienza di Karl Schroeder che ho tradotto insieme a mia moglie Silvia Castoldi. Viene pubblicato da Zona 42, la nuova e coraggiosa casa editrice specializzata in fantascienza di cui è socio l’amico Iguana Jo.

Primo di un ciclo di sei cinque tre romanzi (seguito da un dittico con la stessa ambientazione), è ambientato a Virga, un bizzarro universo artificiale: lo spazio non è vuoto ma è pieno d’aria, e non esistono pianeti, ma soltanto un unico Sole e pochi sparsi frammenti di roccia. Gli esseri umani vivono in edifici che galleggiano nel nulla, si spostano su navi spinte da eliche, e possono sperimentare la gravità solo all’interno di città a forma di ruota che sfruttano la forza centrifuga.

Traducendolo mi sono divertito, e mi è parso un romanzo che può piacere a molti generi di lettore. La trama avventurosa, con pirati, arrembaggi, tesori nascosti e vendette da portare a termine, piacerà sicuramente ai nostalgici della fantascienza di una volta, e l’atmosfera “a bassa tecnologia” sarà gradita ai seguaci dello steampunk. Tuttavia la rigorosità con cui viene descritta la fisica di un universo completamente diverso dal nostro, oltre ad alcuni accenni a questioni di intelligenza artificiale e realtà virtuale, desteranno l’interesse anche di chi ama la fantascienza più “hard”.

Il romanzo è acquistabile, sia in versione cartacea (15,90 €) sia in versione ebook EPUB o MOBI (6,99 €), presso il sito della casa editrice. Le prime copie cartacee sono in spedizione in questi giorni, e dovrebbero essere disponibili anche in alcune librerie selezionate.

UPDATE: Pare che la consegna delle copie cartacee sia stata rimandata di un paio di settimane. Abbiate pazienza! :)

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Naviglio Roll – Sushi con cotechino, robiola e mostarda

Non so se mi posso considerare un food blogger: di cibo in questo blog ho parlato molto di rado, e l’ultima volta che ho pubblicato una ricetta è stato diversi anni fa. Nel frattempo sono diventato più bravo (credo), ma anche più esigente, e non ho più pensato a pubblicare altre creazioni culinarie, fino all’anno scorso, quando ho ideato alcune ricette che trovo piuttosto riuscite Era un po’ che pensavo di renderle pubbliche, e l’occasione mi viene offerta dal concorso Risate e Risotti, che per concorrere richiede di pubblicare sul blog una ricetta qualunque a base di riso. Guarda caso la ricetta più particolare che avevo a disposizione è proprio a base di riso: si tratta infatti di un sushi “occidentalizzato”.


Mi è capitato spesso di leggere ricette di sushi “all’italiana”, ma utilizzavano per lo più ingredienti mediterranei, come mozzarella o pomodori. Mi sono chiesto oziosamente come sarebbe stato un sushi creato con ingredienti lombardi. L’equivalente milanese di un California Roll, insomma. E l’idea mi è venuta in un attimo: sostituire il surimi… con del cotechino. Il resto è venuto spontaneo: al posto della maionese: robiola. E al posto dell’avocado, un accompagnamento classico del cotechino: mostarda.
L’ho realizzato per la prima volta quasi per scherzo, e sono rimasto sorpreso di quanto fosse buono. Perlomeno, a me piaceva. Ho trovato il coraggio di presentarlo a cene con amici, e ho ricevuto commenti sempre positivi. Mi ha particolarmente incoraggiato l’amica Cristina, chef del Bistrò At Home di Chieri (TO) e, il cui parere di cuoca eccezionale mi ha convinto della validità della ricetta.
Col tempo ho fatto alcune modifiche. Ho colorato di giallo il riso con lo zafferano per renderlo più milanese. Ho sostituito l’alga nori dei classici uramaki giapponesi con una guaina di porro. E ho aggiunto del pepe come decorazione esterna.
La cosa più difficile è stata trovargli un nome. L’amico Stefano Massaron aveva scherzosamente proposto il nome Calderoli Roll, ironizzando sulla lombardità della pietanza. Non volendo però fare pubblicità alla Lega, per il momento ho adottato un più neutro Naviglio Roll. Ma fatemi sapere se vi viene in mente un nome più carino.
Le foto probabilmente sarebbero potute essere migliori… ma ho avuto poco tempo: sto pubblicando questo post e la ricetta a pochi minuti dallo scadere del termine del concorso (“Che sorpresa!”, dirà chi mi conosce).
Potete leggere la ricetta completa cliccando qui.

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Dal mitragliatore di David al baffo della Gioconda

Dopo che L’Espresso ha portato a conoscenza degli italiani la campagna pubblicitaria di ArmaLite, in cui il David di Michelangelo imbraccia un fucile mitragliatore definito “un’opera d’arte”, si sono moltiplicate le reazioni negative. Dalla soprintendenza di Firenze fino al neoministro dei Beni Culturali, tutti a dire che la campagna è un illecito, deve cessare immediatamente, è un insulto all’opera, richiederebbe un colossale risarcimento.

Premetto che sono contrario alla vendita di armi ai privati e al culto del fucile, e quindi non provo simpatia per l’azienda in questione (anche se devo dire che l’immagine pubblicitaria è indubbiamente efficace). Trovo però fastidiosamente velleitarie certe prese di posizione. La legge Ronchey, che impone la richiesta di una concessione a pagamento per la riproduzione di beni culturali, è una legge puramente italiana che non ha alcun corrispettivo internazionale. Si può quindi escludere di poterla fare applicare sul territorio statunitense. Tante roboanti dichiarazioni ottengono quindi il solo risultato di dare ulteriore risonanza alla campagna, magari col rischio di incitare altre aziende a fare la stessa cosa.

Al di là delle questioni legali, tuttavia, io mi chiedo se tale scandalo sia realmente giustificato. Quando l’assessore fiorentino alla cultura Givone dichiara: “Quella pubblicità rappresenta un oltraggio forte. È un atto di violenza nei confronti della scultura: come prenderla a martellate e forse, anzi, persino peggio.”, io mi chiedo se abbia la stessa opinione anche dell’opera L.H.O.O.Q., in cui Marcel Duchamp sbeffeggiava la Gioconda di Leonardo disegnandole i baffi. Il David e la Gioconda sono due opere coeve, e Michelangelo e Leonardo due tra i massimi artisti mai vissuti. I casi sono due: o riprodurre l’opera d’arte di un maestro modificandola per cambiarle il senso è un crimine, e allora Duchamp andrebbe tolto dai musei e considerato un criminale; oppure Duchamp resta un grande artista, e allora scandalizzarsi se un pubblicitario ripercorre le sue orme un secolo dopo ha ben poco senso.

Io penso in primo luogo che questo modo di tutelare le opere d’arte, sia pure benintenzionato, sia fuori dal tempo. Viviamo in un mondo in cui chiunque può. in casa propria, procurarsi una copia digitale di qualità di un’opera d’arte, modificarla e diffonderla in rete rendendola disponibile a tutto il mondo. In una situazione in cui persino l’agenzia Getty Images rinuncia a tutelare con il copyright la sua collezione di scatti, pensare di poter sottoporre la riproduzione dei beni culturali a burocratiche autorizzazioni è semplicemente irrealistico. Se l’obiettivo è quello di procurare introiti da destinare alla tutela delle opere, sarà meglio trovare un altro metodo più consono alla modernità.

Se invece il punto è quello di tutelare la sacralità delle opere d’arte, io penso senza mezzi termini che sia un’intenzione sbagliata. Dopo cinquecento anni, credo che il David sia patrimonio di tutta l’umanità. E con questo intendo che ogni persona ha il diritto di farne l’uso che preferisce, incluso quello di sbeffeggiarlo, travisarlo e usarlo per scopi triviali. L’idea che un gruppo di studiosi e/o burocrati abbia il potere di stabilire quale sia il “giusto” uso dell’immagine di un’opera mi pare decrepita e reazionaria, e non credo faccia un buon servizio all’arte, che non ha bisogno di paternalismi per affermarsi.

Mi piacerebbe che questo episodio fosse l’occasione per ripensare alla politica dei diritti di riproduciblità. E per chiedersi se all’Europa convenga seguire gli Stati Uniti nella politica secondo cui anche dopo decenni o secoli la riproduzione di opere di ingegno deve essere sottoposta a infiniti vincoli, autorizzazioni e pagamenti. O se non sarebbe culturalmente molto più sano lasciare che, passato un tempo ragionevole, le opere potessero diffondersi liberamente tra la gente, e fecondarsi a vicenda senza controllo e in modo imprevedibile. Mi piacerebbe, ma ho idea che non succederà.

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Come travisare completamente una notizia

Corriere e Repubblica (e praticamente ogni altro quotidiano italiano) titolano parlando di “scandalo” e “choc” riguardo a un’indagine commissionata da Save the Children a IPSOS, secondo la quale quasi metà degli italiani riterrebbe accettabile il sesso tra adulti e minori.

Trovando la cosa molto strana, sono andato a cercarmi l’indagine originale (sono bastati 5 minuti su Google). E ho potuto constatare che dice una cosa completamente diversa.

In primo luogo, l’indagine non parla genericamente di minori, ma di adolescenti, e c’è una bella differenza. Vale la pena di ricordare che in Italia il sesso tra un adulto e un minore di 14 anni e praticamente sempre un reato, mentre tra adulti e ragazzi di 14-18 anni è considerato accettabile dalla legge, salvo nei casi in cui l’adulto sia un genitore, un insegnante o un’altra figura con potestà sull’adolescente stesso.

In secondo luogo, dall’indagine risulta che ben il 62% degli adulti considera il sesso con adolescenti inaccettabile in ogni caso, il 18% lo considera accettabile sono in alcune circostanze, e solo il 20% lo approva incondizionatamente. Parlare di “quasi metà degli italiani” è perciò una grossolana forzatura.

Non ne sono sicuro, ma credo che il problema sia partito dall’agenzia ADN Kronos, che riporta correttamente il contenuto dell’indagine, ma nel titolo parla di “sesso con minori”, e per buona misura illustra l’articolo con il manifesto del film Lolita (il cui personaggio, ricordiamolo, nel romanzo ha 12 anni). Ma potrebbe essere invece colpa dell’ANSA, che addirittura riporta la notizia con un link che menziona la “pedofilia”.

Di tutti i principali quotidiani, nessuno che si sia preso la briga di spendere pochi minuti per verificare la notizia. Meglio pubblicare una boiata priva di fondamento che rischiare il “buco. Lascio a voi le conclusioni.

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Titlesquatting

Un paio di mesi fa, sul suo blog, Loredana Lipperini dedicava un post indignato all’uscita di un libro Mondadori: un’opera di Jane Nickerson ispirata alla fiaba di Barbablù che ruba il titolo (solo nella versione italiana) alla celebre raccolta di racconti di Angela Carter, La camera di sangue.

L’ira di Lipperini è del tutto giustificata, e me ne sono reso conto tempo dopo, quando mi è venuta l’idea di regalare il libro di Carter a una persona. Ho scoperto che oggi è impossibile in Italia acquistare il vero La camera di sangue, se non sulle bancarelle o su eBay a caro prezzo. Si tratta di un libro importante, che ha ispirato saggi, da un cui racconto è stato tratto un film, un riconosciuto capolavoro che ha influenzato molti autori, ma non viene ristampato da tempo. Ho provato a chiedere in una libreria Feltrinelli (l’editore del libro originale!) e il commesso, del tutto ignaro dell’esistenza di Carter, mi ha proposto il libro di Nickerson. Non bastava che l’originale fosse morto e sepolto, ora tentano pure di farne sparire il ricordo usurpandone il nome.

Questa questione mi è tornata in mente oggi in libreria quando ho visto spuntare da uno scaffale un libro intitolato Cadavere squisito. Era da molto che speravo fosse ristampato in Italia il libro di Poppy Z. Brite, un agghiacciante capolavoro noir che è tuttora il più bel romanzo che abbia mai letto sul tema del serial killer. Un altro libro da tempo introvabile in libreria, edito in origine da Frassinelli. Ho afferrato subito la copia, ma poi ho visto che non c’entrava nulla col romanzo che pensavo: era invece un thriller italiano di Luigi Carletti.Tra l’altro con una copertina che ha pure qualche somiglianza con il libro di Brite.

Ora, manca ancora un indizio per fare una prova, ma due esempi di questo genere a così breve distanza fanno pensare che ci sia del dolo, e che qualcuno in Mondadori abbia pensato che fosse una buona idea appropriarsi di titoli di romanzi di altre case, letterariamente importanti ma assenti dalle librerie, applicandoli su mediocri novità. Non so se si tratti semplicemente della sciatteria di chi non vuole arrischiarsi a inventare un titolo nuovo, o se ci sia dietro il cinismo di chi spera di approfittarsi dei lettori in cerca dei titoli originali, fuorviandoli e inducendoli a comprare un libro che nulla ha a che fare. Ma, se la tendenza dovesse continuare, non ho parole per dire quanto sia culturalmente deleteria.

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Civati ed io

Credo che il politico Pippo Civati si possa descrivere raccontando della prima volta in cui l’ho visto di persona. Era il 6 marzo 2010, Berlusconi aveva appena presentato un decreto che sanava una serie di irregolarità, consentendo di presentarsi alle elezioni regionali anche a liste che palesemente non ne avevano titolo. Dilagò la consueta indignazione, ma a Milano furono indette due manifestazioni distinte, una dal PD e l’altra dal Popolo Viola.
La manifestazione del Popolo Viola cominciava prima, di fronte al Palazzo di Giustizia, quindi raggiunsi lì alcuni amici, con l’intenzione però di spostarmi dopo alla manifestazione del PD, in largo Cairoli. Solo che poi arrivò Civati. Che parlò con gli organizzatori e disse: “Ha senso che facciamo due manifestazioni separate contro la stessa cosa? Perché non raggiungiamo tutti l’altra manifestazione?”
Non so come, ma convinse tutti: ci mettemmo in marcia, e raggiungemmo la manifestazione del PD. In testa al corteo, come si vede nella foto, sentii Civati ridacchiare come un bambino che ha commesso una marachella, e bisbigliare a Carlo Monguzzi: “Sai la faccia di Penati quando gli portiamo le bandiere del Popolo Viola sotto il palco!”
Ecco, questo è Pippo Civati: una persona di buon senso, che guarda alle idee e non alle appartenenze politiche, e riesce a ottenere risultati inaspettati, anche e soprattutto a dispetto dei dirigenti del suo stesso partito.

Da allora ho seguito Pippo da vicino, e non mi ha mai deluso. Ogni volta che ho avuto la tentazione di pensare che in Italia non esistono politici decenti, c’è stato lui a dimostrarmi il contrario, sostenendo  coerentemente le posizioni che avrei voluto che il PD sostenesse, su qualunque argomento (i referendum sull’acqua, gli F-35, i matrimoni omosessuali, la politica economica, quello che preferite). Io penso che, se Civati fosse stato segretario in questi ultimi anni, il boom del M5S non ci sarebbe stato, e quei voti li avrebbe legittimamente presi il PD.

Ma quello che mi piace di più di Pippo è la sua coerenza. Che ha fatto sì che in questi tre anni non lo abbia mai sentito affermare qualcosa per poi fare marcia indietro, a differenza di tanti altri suoi colleghi. Non va avanti a sparate che poi è costretto a rettificare, non va a cercare i titoli dei giornali a ogni costo, non lancia frasi ad effetto per avere l’apertura del TG (anche se è capace di grandissima ironia, come quando si è costruito da solo l’intervista che Fazio non gli ha voluto fare). Ha fatto una campagna elettorale senza l’appoggio di alcun giornale (vergognoso come Repubblica lo ignora) e senza grandi finanziatori alle spalle, eppure ha convinto molta gente, e tutti hanno detto che ha vinto il confronto TV su Sky.

Vi ricordate di tutte le volte che avete detto che avreste voluto dei politici seri, coerenti, capaci, moderni, che portassero avanti delle idee invece di difendere solo la poltrona? Adesso avete la possibilità di votarne uno, e non dovete lasciarvela sfuggire. Il vostro voto conta, ed è tanto più importante in quanto Civati non ha giornali che lo danno da mesi come il sicuro vincitore. Le cose si possono cambiare, a patto di crederci: è questo il senso dello slogan “le cose cambiano, cambiandole”. Io proverò a cambiarle domani, votando per Pippo.

Detto questo, siccome immagino che questo post susciterà prevedibili obiezioni, mi sono preparato anche qualche risposta preventiva:

Ancora il PD? Basta, non lo voterò mai più.
Sono piuttosto solidale con questa posizione, dato che anche per me votare PD in questo momento sarebbe molto difficile, se non impossibile. Il PD ha tradito i suoi elettori, facendo esattamente il contrario di ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Per questo motivo, dopo cinque anni nel partito quest’anno non ho rinnovato la tessera. E tuttavia, non credo che felicitarsi della rovina del PD sia la soluzione. A noi elettori delusi servirebbe un PD che funzionasse e portasse avanti le idee per cui lo abbiamo inutilmente votato in passato. Quindi mi sembra sensato votare l’unico candidato che vuole fare sul serio quello che il PD non ha mai fatto. Secondo me vale la pena di scommetterci due euro. Poi non si è obbligati a votare il PD, se Civati non dovesse essere eletto, o se fosse eletto ma non risultasse convincente.

Non voto per Civati, parla tanto ma poi vota come gli altri.
Questa è l’obiezione che mi sento rivolgere più spesso, e sinceramente mi rattrista, perché la trovo totalmente ingenerosa e fuori dalla realtà. Civati non ha votato la fiducia al governo Letta, un atto di ribellione che poteva costargli l’espulsione. Da allora si è battuto ogni volta in assemblea per portare allo scoperto le contraddizioni del PD, a differenza di suoi colleghi che rilasciano dichiarazioni ai giornali ma in assemblea si guardano bene dal sostenere le stesse posizioni. Prendersela con lui perché alla fine vota con i suoi significa non capire quello che sta facendo, e cioè mostrare agli elettori che esiste un’alternativa e che il PD può essere diverso. Se votasse ogni volta in dissenso, sarebbe messo fuori dal PD, e l’alternativa non ci sarebbe più.
Non ci si rende conto che è molto più difficile cercare di convincere i propri compagni di partito rispetto a rompere i ponti. Lo so per esperienza: dopo le scorse elezioni ho partecipato a una riunione di un circolo PD, mi sono alzato e ho detto che il PD appoggiando la TAV aveva sbagliato tutto. Ho proseguito il mio discorso tra grida, fischi e mormorii, consapevole che in sala c’era probabilmente solo una mezza dozzina di persone che la pensava come me. Non credo di aver convinto nessuno. Ma credo di essere stato più utile allora che ero dentro, piuttosto che ora, che per esasperazione e stanchezza sono fuori. Rispetto Civati perché ha la forza di rimanere dentro e lottare, in un partito in cui per ora è come un corpo estraneo.

Che senso ha votare Civati? Tanto vince Renzi!
Per cominciare, questo è un discorso che si morde la coda. Ovvio che Civati non può vincere se la gente non lo vota, quindi per farlo vincere bisogna in primo luogo votarlo. Ma poi, anche se non dovesse arrivare primo, più voti prenderà, più sarà difficile al futuro segretario del PD ignorare le sue posizioni. Non ci si può lamentare che le cose non cambiano, se poi non si colgono le opportunità per cambiarle.

Io voto Renzi! Solo Renzi può cambiare l’Italia!
Mah, cosa vuoi che ti dica, non sono d’accordo. Per cominciare, Civati ha idee molto più chiare e nette su quasi tutto, mentre Renzi spara grandi frasi, ma poi nel concreto non si capisce cosa vuole fare (esempio principe: dice di essere contrario alle larghe intese, però dice anche che vuol lasciare proseguire Letta fino al 2015; come stanno insieme queste due cose?).
Gli argomenti che usano i renziani, poi, non mi convincono per nulla. “Renzi è un vincente, Renzi ha carisma”, mi dicono, e a me cadono le braccia. A sentirli sembrerebbe che per un politico la dote principale sia essere telegenico, piacere per la propria immagine invece che per quello che dice. Secondo me chi la pensa così è avvelenato dal berlusconismo. Ed è tipico, ahimè, di una sinistra succube cercare di riprodurre le ricette della destra quando sono ormai scadute. Come Renzi che dice di ispirarsi a Blair, che nel mondo ormai è schifato da chiunque. E comunque vorrei far notare che il vincente Renzi nelle scorse primarie ha perso, e contro Bersani.
Mi dicono: “Renzi è l’unico che può prendere il voto degli elettori di destra”, e a me cadono le braccia due volte. Sono più di vent’anni che si segue questa teoria per cui in Italia la sinistra è minoritaria e non può vincere, e perciò è necessario compiacere i cosiddetti “moderati”. Risultato: la sinistra ha continuato a perdere voti, si è dissanguata inseguendo alleati che non contavano nulla (Casini, Fini, Monti, adesso Alfano), mentre il M5S dal nulla si prendeva il 25% dei voti. Ora vorreste farmi credere che con Renzi sarà diverso? Non vedo perché. La sinistra non vincerà mai inseguendo i voti della destra. Vincerà quando saprà convincere i suoi, che ora in gran parte si astengono, a votarla.
Inseguire gli elettori era l’idea di partito di Veltroni, quello del “ma anche”, che voleva essere il partito di tutti e non era il partito di nessuno. Si è visto come è andata. Un partito che vuole cambiare le cose non deve inseguire gli elettori. Deve prendere una posizione, e convincere gli elettori che è giusta. È più difficile, ma è l’unico metodo che funziona davvero.


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L’uomo a un grado Kelvin

2060. Dopo essersi assentato misteriosamente, il professor De Ruiters, direttore di un importante centro di ricerca europeo, viene ritrovato congelato a bassissima temperatura all’interno di un macchinario, durante un esperimento pubblico di teletrasporto al Palazzo delle Stelline di Milano. Contemporaneamente, altri tre suoi colleghi si rendono irreperibili. Il detective Dick Watson della Polizia Europea viene inviato a indagare sul caso, scontrandosi subito con la Polizia Lombarda che preferirebbe non averlo tra i piedi. Il caso si rivelerà molto più complicato del previsto, coinvolgendo spie, criminali, hacker, e i segretissimi computer quantistici nel sottosuolo di Parigi…

Da molti anni ormai collaboro alle selezioni per il premio Urania. Di solito evito di parlarne pubblicamente, sapendo come il premio sia una macchina generatrice di polemiche per cui meno si dice e meglio è. Quest’anno però sono molto più coinvolto del solito: non solo la prima lettura dell’opera vincitrice è stata assegnata a me, ma mi sono occupato anche dell’editing e ho realizzato l’intervista all’autore inclusa in appendice. Non riesco perciò a trattenermi dall’esprimere un giudizio, ovviamente del tutto parziale, visto che questo romanzo lo sento anche un po’ “mio”.

E allora vi dico che questo libro, senza nulla togliere ai suoi predecessori, mi è piaciuto in modo particolare. Per tanti motivi. Per esempio:

  • È un ottimo giallo: ha una trama intricatissima e solida, che procede in modo consequenziale senza affidarsi a coincidenze e colpi di fortuna. Niente a che vedere con certi libri in cui la trama investigativa è solo un pretesto per parlar d’altro.
  • Tuttavia gli appassionati di fantascienza non devono storcere il naso: non si tratta di un giallo tradizionale cucinato in salsa futuribile. Tutt’altro: l’ambientazione fantascientifica è originale, coerente e saldamente ancorata alla trama investigativa.
  • Ma il motivo per cui L’uomo a un grado Kelvin mi ha colpito particolarmente è un altro: la competenza scientifica con cui è scritto. Oserei dire che questo è il singolo libro di fantascienza italiana in cui il lato scientifico è trattato meglio, senza alcuna pedanteria ma con mano sicura e senza rifarsi a modelli anglosassoni.

Insomma, senza voler esagerare con gli elogi, è il tipo di romanzo di fantascienza italiana che mi piacerebbe leggere molto più spesso: avvincente, professionale, interessante senza rinunciare a essere divertente. Fatemi sapere se siete d’accordo con me.

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Dodici

Un’epidemia ha trasformato in zombie quasi tutti gli abitanti di Rebibbia. Mentre i pochi superstiti si organizzano per tentare la fuga, Calcare è stato misteriosamente ridotto in fin di vita. Tocca ai suoi amici, Secco e Cinghiale, e a Katja, una ragazza rimasta bloccata con loro nel quartiere, trovare il modo di portarlo via prima che sia troppo tardi.

Non sono potuto andare alla presentazione milanese di Dodici, ma probabilmente è stata una fortuna: pare che fossero necessarie ore di coda per poterne ottenere una copia. Nel giro di un paio d’anni Zerocalcare (pseudonimo di Michele Rech) è passato da figura di culto a fumettista più ricercato di Italia, con spazi fissi su Internazionale e Wired e i suoi libri che si vendono come il pane. Tanto di cappello: per una volta il successo tocca a qualcuno che se lo merita.

Se già in Un polpo alla gola Zerocalcare si era allontanato in parte dallo stile delle storie che pubblica sul proprio blog, proponendo una trama articolata che prevale sulle pur numerose gag, qui fa un passo ulteriore mettendo in disparte il proprio alter ego e lasciando la scena ai comprimari Secco e Cinghiale e alla nuova arrivata Katja. Questi diventano protagonisti di una trama fantastica che  sembra quasi un crossover con Safe Inside, il fumetto incompiuto di zombie che aveva realizzato per la DC Comics.

Mi riesce un po’ difficile dare un giudizio netto sul risultato. Da un lato, è evidente che l’autore non si è seduto sugli allori ed è in continua evoluzione: dal punto di vista grafico questa è una delle sue storie migliori. Riesce ad avere il ritmo di un fumetto d’azione senza perdere per strada il consueto umorismo, ed è particolarmente azzeccato il modo in cui le varie linee narrative sono rese con stili differenti e riconoscibili.

Sulla storia, però, sono più dubbioso: pur essendoci gag esilaranti e trovate geniali, e pur avendo apprezzato molto il personaggio di Katja (spero che in futuro riappaia!), trovo che in qualche punto il respiro sia un po’ affannoso, e che gli spunti proposti non siano sempre approfonditi come meriterebbero. Soprattutto, mi pare che la struttura narrativa completamente frammentata sia un virtuosismo un po’ fine a se stesso, che finisce per rendere la trama difficoltosa da seguire invece che moltiplicare la tensione.

Tirando le somme, non è probabilmente la miglior storia di Zerocalcare, come mi aspettavo che fosse. Ma restano comunque soldi ottimamente spesi.

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In memoria: Luigi Bernardi

Luigi BernardiNon posso dire di avere conosciuto bene Luigi Bernardi. Ci siamo sempre visti di sfuggita. Ma quel poco mi è stato sufficiente per capire che persona stimabile fosse.

L’ho incontrato per la prima volta negli anno ’90, sulla mailing list letteraria di Fabula. Si comportava come un utente come tanti, addirittura scrisse un raccontino per la nostra piccola antologia di testi brevissimi (di cui parlo nella pagina dedicata ai miei racconti). Allora non sapevo che era già un editore all’avanguardia, che con la sua Granata Press aveva portato per primo i manga in Italia, e stava facendo esordire scrittori come Giuseppe Ferrandino, Stefano Massaron, Nicoletta Vallorani, Paolo Aresi…

Devo dire la verità: un po’ mi intimidiva. Credo fosse per quel suo umorismo caustico, che ti sapeva demolire con una parola (peraltro con me è sempre stato molto gentile). Il tipo di umorismo che solo le persone che la sanno lunga possono permettersi. E lui la sapeva lunga: aveva fiuto. Sapeva riconoscere a prima vista le potenzialità di uno scritto, di un autore. Quasi una maledizione, visto che arrivava sempre prima, e poi altri coglievano i frutti.

Qualche anno fa gli proposi alcune idee per un romanzo breve da pubblicare nella collana che dirigeva, Perdisa Pop. Nonostante fossi meno di un conoscente, si prese la briga di valutare attentamente le mie proposte e mi disse di portarne avanti una. Ovviamente la più difficile, quella che mi lasciava più incerto, ma anche quella che mi avrebbe probabilmente portato a dare il meglio. Ci lottai per più di un anno senza portarla a termine, poi lui annunciò che avrebbe lasciato la direzione della collana per dedicarsi solo a scrivere.

Allora mi sembrò quasi una defezione: c’era bisogno di uno come lui nell’editoria. Uno per cui mestiere e passione formavano un’unità inscindibile. Immagino che in realtà già sapesse di avere poco tempo: ci ha lasciato l’altro ieri, a soli 60 anni. Mancherà a tantissimi.

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Lise Meitner

Oggi è l’Ada Lovelace Day. Si tratta di una ricorrenza simpatica, anche se non gestita benissimo (la data ha fluttuato di anno in anno). La sua funzione è quella di sensibilizzare il pubblico riguardo al ruolo delle donne nella scienza. La si festeggia scrivendo sul proprio blog un post per ricordare una figura di scienziata donna. Prende il nome da Ada Lovelace, figlia di Lord Byron, matematica e considerata da molti la prima programmatrice della storia.

Ho sempre voluto partecipare a questa iniziativa, ma ogni anno o me ne sono dimenticato, o avevo tanta roba da fare che non sono riuscito a trovare il tempo di scrivere un post. Quest’anno però mi sono preparato in anticipo, e vi parlerò di una scienziata austriaca di nome Lise Meitner.

Il motivo per cui l’ho scelta deriva dai miei ricordi d’infanzia. Quand’ero ragazzino la mia passione per lo spazio, non essendoci Internet, si nutriva soprattutto di libri. C’era per esempio Verso lo spazio, un testo fatto benissimo che ripercorreva la storia dei viaggi spaziali attraverso i francobolli. C’era l’Atlante dell’Universo della DeAgostini. E altri che non ricordo. Passavo ore a sfogliarli, a guardare le illustrazioni e a immaginare storie ambientate sui pianeti.

In uno di questi libri (non ricordo quale) c’era una mappa della Luna con indicati i principali crateri e il motivo per cui si chiamavano così. In mezzo a una serie di luoghi chiamati con nomi di divinità greche e romane, ce n’era uno chiamato Lise Meitner, accanto al quale uno spiritoso redattore aveva scritto “fisica austriaca, priva di attributi divini”. Questo ricordo mi è tornato fuori dagli abissi della memoria in occasione dello scorso Ada Lovelace Day, e sono andato a indagare su chi fosse stata veramente questa donna.

Ho così scoperto che fu veramente un personaggio notevole, davvero perfetto per questa ricorrenza. Non starò a raccontarvi nei dettagli la sua biografia (se siete interessati, andate su Wikipedia). Vi dirò solo che:

  • Nacque a Vienna nel 1878, e nel 1906 fu la seconda donna a laurearsi in fisica presso l’università di Vienna, studiando con Ludwig Boltzmann.
  • L’anno successivo si trasferì a Berlino per proseguire gli studi. Lavorò con Max Planck, fu in contatto con Albert Einstein e Marie Curie, stabilì un sodalizio di ricerca col chimico Otto Hahn. Ma per molti anni la sua attività scientifica rimase non ufficiale, a causa di leggi, regolamenti e tradizioni che non permettevano alle donne di lavorare nei laboratori scientifici.
  • Dalle sue ricerche derivò la scoperta del protoattinio.
  • Nel 1926 divenne professoressa di fisica nucleare sperimentale.
  • Essendo ebrea, nel 1933 le fu revocato il permesso di insegnamento, e nel 1938 fu costretta a fuggire in Svezia, Paese di cui divenne cittadina.
  • Nel 1939 pubblicò un articolo in cui per la prima volta veniva descritto il meccanismo della fissione nucleare, che Otto Hahn aveva realizzato l’anno prima ma senza comprenderne la dinamica.
  • Pacifista convinta, si rifiutò di partecipare alle ricerche per la costruzione della bomba atomica.
  • Nel 1945 Otto Hahn vinse il premio Nobel per la chimica per la scoperta della fissione nucleare. Il lavoro di Meitner, che era stato interrotto dalla fuga in Svezia, venne ignorato, ma i più ritengono che il premio sarebbe dovuto toccare anche a lei.
  • Morì nel 1968. Sulla sua lapide c’è scritto: “Lise Meitner, fisica che non perse mai la propria umanità”.
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