La Rete bussa alla porta dell’infanzia

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Una scena del film “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze

 

Di fronte all’incontro tra i bambini e la Rete, l’atteggiamento dei genitori oggi è di solito ambiguo. Da un lato, manifestano un malcelato orgoglio se il pupo riesce a destreggiarsi tra le icone di un tablet e magari a scaricare e installare da solo il giochino che gli interessa. Dall’altro, però, sono terrorizzati all’idea che il pargolo possa, attraverso Internet, venire a contatto con il vasto mondo senza il filtro genitoriale. Da cui il proliferare dei software di parental control, farraginosi e inefficaci tentativi di porre un freno alla curiosità degli infanti senza bloccare del tutto l’agognato accesso alla Rete. Questo perché oggi Internet è vista come un territorio selvaggio in cui si annidano mostri in agguato (mentre al contrario il televisore viene considerato innocuo, e si trova normale lasciarlo acceso a tutte le ore del giorno di fronte ai bambini a mostrare contenuti spesso inadatti).

Le cose, però, potrebbero cambiare presto: la Rete sta per arrivare ai bambini assumendo un aspetto del tutto rassicurante, quello di giocattoli parlanti connessi a un’intelligenza artificiale in cloud. Ne ho parlato su Nòva qualche tempo fa: i CogniToys sfrutteranno le risorse di Watson di IBM, una delle IA più potenti e versatili in circolazione, per conversare in modo intelligente coi bambini. Qualcosa mi dice che, di fronte a un dinosauro parlante dall’aria innocua che risponde pazientemente e correttamente a tutte le domande del figlio, i genitori saranno felicissimi di delegargli almeno una parte dei compiti educativi e godersi un po’ di tranquillità.

Non è difficile immaginare scenari in cui qualcosa può andare storto. A cominciare dalla possibilità che qualcuno possa, per divertimento o, peggio, con cattive intenzioni, hackerare i giocattoli e arrivare a molestare i bambini proprio nel cuore delle loro casa, dove i genitori li ritengono al sicuro. A mio avviso però è molto più grave il rischio che siano i gestori del sistema a comportarsi scorrettamente. Avrebbero in mano un enorme patrimonio di dati sulla personalità dei bambini nel periodo più delicato dello sviluppo. Senza controlli molto stretti, cosa gli impedirebbe di sfruttarli molti anni dopo, usandoli per manipolare le persone? Per esempio cercando di venderti un prodotto con annunci pubblicitari mirati, collegati alla tua filastrocca preferita, che neppure ricordi più ma è sepolta nel tuo inconscio? Addirittura: cosa gli impedirebbe di sfruttare la situazione per precondizionare i bambini, associando situazioni piacevoli con determinati suoni, melodie o parole che vent’anni dopo verrebbero inclusi in prodotti o slogan politici? E poi, al di là di questo, non si correrà il rischio che i genitori si affidino troppo a queste macchine, non fornendo ai bambini il contatto umano di cui hanno bisogno? È una situazione che la fantascienza ha già preso in considerazione: l’esempio migliore è il terrorizzante racconto Il veldt di Ray Bradbury, in cui bambini abituati a vivere nella realtà virtuale di una nursery reagiscono con violenza quando i genitori pentiti decidono di farli uscire.

Lo scenario che più mi inquieta però, paradossalmente è quello opposto, in cui tutto funziona a meraviglia. Sì, perché non si può negare che l’idea abbia anche delle potenzialità davvero interessanti. Sappiamo bene che i bambini crescono tanto più intelligenti quanto più stimoli ricevono nella prima infanzia. Se questi giocattoli manterranno le promesse, potrebbero diventare molto più stimolanti di qualunque babysitter umano: instancabili, sempre attenti, infinitamente pazienti, in grado di accedere a tutta la conoscenza del mondo, e per giunta con la possibilità di attingere a un database crescente di esperienze fatte con migliaia o milioni di infanti di ogni luogo. Potenzialmente potrebbe essere una rivoluzione nel campo dell’educazione. Quanto potrebbero imparare i bambini, avendo un simile maestro sempre a disposizione giorno e notte, in grado di insegnare sfruttando la loro curiosità e non in maniera coercitiva? È da vedere, forse moltissimo. Potrebbe essere un passo avanti di proporzioni inattese nel progresso dell’umanità.

Mi chiedo però come sarebbe la transizione. Già oggi i genitori guardano con sospetto e preoccupazione i loro figli nativi digitali perennemente attaccati a uno smartphone. Come reagirebbero a bambini che, educati da un’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni ne saprebbero più di loro su tantissimi argomenti? Anche in questo caso mi viene in mente uno scenario da fantascienza, questa volta quello di un romanzo di Arthur Clarke in cui i figli degli uomini, stimolati da una razza aliena, sviluppano potenzialità enormi, diventando qualcosa di diverso dagli esseri umani e staccandosi dai genitori. L’opera, che quest’anno diventerà anche una serie televisiva di SyFy Channel, si intitola appunto Childhood’s End, la fine dell’infanzia (ma curiosamente il titolo italiano vede le cose dal lato opposto, ed è Le guide del tramonto).

Non mi piace fare l’apocalittico, e in realtà credo che se avessi dei figli sarei già in lista per comprargli un CogniToy. Ma credo anche che farei in modo di tenerlo spento quando non sono presente. Non si sa mai…

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Omeopatia e falsa imparzialità

In una delle tante citazioni che gli vengono attribuite, il celebre scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico Isaac Asimov ammonisce contro l’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza. È un avvertimento che oggi suona particolarmente valido. Purtroppo, sempre più spesso quando si parla di un argomento scientifico o tecnico in grado di generare controversie nell’opinione pubblica, i giornalisti scelgono l’atteggiamento “salomonico” di presentare due opinioni opposte con identico risalto e senza commentare. In questo modo ottengono l’apparenza dell’assoluta imparzialità: sono state presentate tutte le tesi e non si è preso le parti di nessuna. Tuttavia solo di apparenza si tratta. Se una delle due tesi è largamente maggioritaria nella comunità scientifica e l’altra è sostenuta solo da poche persone isolate; oppure se una è sostenuta da prove scientifiche e l’altra solo da speculazioni prive di sostanza, mettendole sullo stesso piano non si fa informazione imparziale, bensì si distorce la realtà.

Un esempio lampante ci arriva in questi giorni dalla pubblicazione delle conclusioni di un corposo studio di meta-analisi sulla medicina omeopatica, condotto dal NHMRC, un’importante istituzione statale australiana di ricerca medica. Lo studio conclude che l’omeopatia non è più efficace di un placebo nella cura di qualunque forma di malattia, e pertanto non dovrebbe essere prescritta dai medici.

Non si tratta certamente di un risultato sorprendente, essendo arcinote le ragioni per cui l’omeopatia ha lo stesso valore scientifico della stregoneria (eviterò quindi di ripeterle). Tuttavia lo studio ha una discreta importanza, in quanto per l’ennesima volta smentisce la pretesa secondo cui ricerche recenti dimostrerebbero l’efficacia dei metodi omeopatici. Analizzando con criteri adeguati i dati disponibili, le prove svaniscono.

Ebbene, come ha dato questa notizia la stampa italiana? Alcuni dei più importanti quotidiani che ne hanno parlato hanno dato uno spazio pari se non maggiore alle tesi della dottoressa Simonetta Bernardini, responsabile dell’ospedale di Pitigliano (se non sapete dov’è Pitigliano, sappiate che è un comune di meno di 4.000 abitanti in provincia di Grosseto, che ospita un ospedale che applica la “medicina integrata”, cioè mescola la medicina scientifica con l’omeopatia e altre pratiche “alternative”).

La dottoressa sostiene in primo luogo che “questo rapporto australiano di cui si sta tanto parlando non è in nessun modo uno studio scientifico: la scientificità di una ricerca si misura in prima battuta dal fatto che viene pubblicata su riviste scientifiche indicizzate peer-reviewed. Su quale rivista sarebbe stato pubblicato? Nessuna”. Si tratta di una sciocchezza. La scientificità dell’istituzione che ha prodotto il rapporto è fuori discussione, e i criteri di ricerca applicati sono stati sottoposti ad analisi da parte di un’azienda indipendente che ne ha certificato l’imparzialità. Non è la pubblicazione su rivista a dare la patente di scientificità a uno studio, ma il metodo del peer-reviewing, che è stato correttamente applicato.

La dottoressa prosegue dicendo che “è incredibile che siano stati presi, non so con quale criterio, 225 studi su migliaia di lavori scientifici che documentano quanto siano efficaci i medicinali omeopatici per diverse patologie. Certo che se si scelgono accuratamente i lavori di ricerca che non documentano l’efficacia dell’omeopatia, questa risulterà per forza di cose inefficace”. Qui Bernardini mostra di non capire quale sia il senso di una metaanalisi comparativa come questa. Non si tratta semplicemente di fare una media di tutti i risultati ottenuti in tutte le ricerche del mondo: così facendo, se avessimo 10 studi fatti male che dicono una cosa e uno studio fatto bene che ne dice un’altra, quelli fatti male stravincerebbero. L’essenza dei lavori di questo tipo sta proprio nello stabilire dei criteri univoci per “pesare” i risultati, eliminando del tutto quelli che non danno sufficienti garanzie, e dando un peso maggiore a quelli più affidabili. Per esempio, il rapporto australiano ha escluso del tutto i lavori basati su meno di 150 pazienti, ritenendo che fossero troppo suscettibili di fluttuazioni statistiche capaci di falsare il risultato. Di conseguenza, è del tutto sensato che le ricerche prese in considerazione siano “solo” 225 (che in realtà è un numero molto grande).
Chi volesse discutere il rapporto australiano, perciò, non dovrebbe farlo perché determinate ricerche non sono state prese in considerazione, ma dovrebbe semmai criticare i criteri adottati per la selezione. Invece la dottoressa Bernardini, come abbiamo visto, dice di non sapere di quali criteri si tratta. In pratica ammette di non avere neppure letto il rapporto!

Riassumendo: su alcuni dei maggiori quotidiani italiani un rapporto scientifico regolare e prodotto da un ente autorevole è stato messo sullo stesso piano di una persona che lo accusa neppure tanto velatamente di essere una frode, nonostante sia evidente che costei non ne conosce neppure il contenuto, e non è in grado di criticarlo nel merito. È buona informazione scientifica questa? Inutile che ve lo dica: no.

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È il caso di farci riconoscere dagli alieni?

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

È il caso di inviare messaggi agli alieni per fargli sapere che siamo qui? Può sembrare una questione confinata ai romanzi di fantascienza, ma invece in questo momento ci sono persone serissime che la stano dibattendo animatamente.

Messaggi agli alieni in realtà ne abbiamo già mandati, però le probabilità che qualcuno possa riceverli sono piuttosto scarse. Abbiamo incluso messaggi sulle sonde spaziali destinate a lasciare il Sistema Solare: delle targhe sui Pioneer, dei dischi con codifica digitale sui Voyager. Tuttavia il loro viaggio è lentissimo: è ancora oggetto di discussione se siano uscite o meno dalla sfera di influenza del Sole, e passeranno decine di migliaia d’anni prima che transitino vicino a un’altra stella. Anche ammesso che esistano altri sistemi stellari abitati, potrebbero passare milioni di anni prima che ne incontrino uno, e anche in quel caso non è affatto detto che qualcuno si accorga del loro passaggio.

Quarant’anni fa, utilizzando il radiotelescopio di Arecibo in modalità trasmittente, abbiamo anche trasmesso un messaggio radio in direzione dell’ammasso globulare di Ercole M13, codificando alcune basilari informazioni sulla natura della vita sulla Terra. A prima vista potrebbe sembrare che questo messaggio abbia maggiori possibilità di essere ricevuto, dato che M13 contiene circa 350.000 stelle, e quindi  si potrebbe sperare che almeno una di esse abbia un pianeta abitato. A ben guardare, però, le cose stanno diversamente. Per cominciare, gli ammassi globulari sono un ambiente molto poco favorevole alla formazione di pianeti. Ma soprattutto, il messaggio impiegherà 25.000 anni ad arrivare fin laggiù,e  nel frattempo M13 si sarà spostato da tutt’altra parte. Salvo l’evento altamente improbabile che un alieno passi proprio sulla sua traiettoria al momento giusto, il messaggio si perderà nel nulla.

Ora però si sta pensando di cominciare a fare sul serio, a causa della frustrazione dei partecipanti a SETI. La sigla sta per Search of Extra Terrestrial Intelligence (ricerca di intelligenza extraterrestre), e indica un programma di ricerca privato che da più di 40 anni scandaglia in vari modi le frequenze radio per trovare i segni della presenza di alieni da qualche parte nell’Universo. Personalmente ho sempre pensato che l’approccio di SETI abbia dei limiti, dato che si basa sulla presenza di radiazioni elettromagnetiche per individuare le civiltà aliene. Non è detto che questo sia un buon metodo: la civiltà umana ha scoperto l’elettromagnetismo da meno di un secolo e mezzo. Magari tra cinquant’anni scoprirà qualcosa che renderà obsolete le comunicazioni basate sulle onde radio, che ci sembreranno antiquate come usare un eliografo invece che spedire una e-mail.

In ogni caso SETI non ha finora cavato un ragno dal buco, e perciò molti dei suoi adepti stanno pensando di passare a qualcosa che chiamano Active SETI (ricerca attiva di intelligenza extraterrestre) o METI (invio di messaggi verso l’intelligenza extraterrestre). Si tratterebbe in pratica di sistematizzare l’invio di messaggi verso l’esterno, nella speranza di farci sentire sul serio da qualcuno. Tuttavia c’è chi obietta fortemente a questo sviluppo. Farci notare da alieni di cui non sappiamo assolutamente nulla, dicono, è un salto nel buio. Guardando alla storia umana, dove spesso intere civiltà sono state completamente annichilite dall’incontro con un’altra tecnologicamente più avanzata, il contatto con gli extraterrestri comporterebbe grossi rischi. Soprattutto, si tratta di un’iniziativa che non dovrebbe essere presa per iniziativa di un singolo gruppo, ma andrebbe decisa dall’umanità nel suo insieme.

Su questo temo si è tenuta in questi giorni una serissima discussione presso l’AAAS (l’associazione americana per il progresso della scienza). A difendere la tesi per cui da un contatto con gli extraterrestri può venire solo del bene c’era l’attuale direttore della composizione dei messaggi interstellari di SETI, Douglas A. Vakoch. Curiosamente, a sostenere la tesi opposta c’era uno scrittore di fantascienza, cioè il tipo di persona che ci aspetteremmo più incline a voler incontrare gli alieni. In effetti David Brin è un bravissimo autore (il suo Thor Meets Captain America è uno dei miei racconti preferiti di sempre), ma è anche un astrofisico, ed è uno dei più convinti oppositori della ricerca attiva di intelligenze aliene.

Difficile dire di primo acchito chi abbia ragione. Da un lato, potremmo pensare che la nostra paura degli alieni sia solo un fatto culturale, un mero riflesso della nostra natura aggressiva e diffidente. Tuttavia è vero che non sappiamo assolutamente nulla di loro, nemmeno se esistano o no. Chi può dire se andando incontro agli extraterrestri non ci comporteremmo come i dodo che accoglievano fiduciosi gli spagnoli pronti a metterli in pentola? Proveremo a parlarne più in dettaglio in futuro.

 

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L’ultima colonia

Cover_UltimacoloniaBROSSURA.qxp:Layout 1Dopo gli eventi visti in Morire per Vivere e Le Brigate Fantasma, John e Jane si sono sposati, hanno avuto nuovi corpi più adatti alla vita civile, e vivono una pacifica vita da agricoltori insieme alla figlia Zoe. Ma l’Esercito ha ancora qualcosa in serbo per loro, e li convince a guidare una spedizione per colonizzare il pianeta Roanoke. Presto si renderanno conto che le cose non stanno esattamente come gli è stato detto, e che i civili loro affidati vengono usati come pedine in una partita diplomatica dove potrebbero tranquillamente essere sacrificati…

Questo è il terzo volume della serie Old Man’s War, per ora l’ultimo pubblicato in Italia, mentre negli USA sono già usciti anche Zoe’s Tale, che racconta gli stessi eventi di questo romanzo ma dal punto di vista di Zoe, e il successivo The Human Division, e sta per uscire The End of All Things.

Recensendo i due volumi precedenti avevo espresso le mie forti riserve verso l’impostazione politica dei romanzi di Scalzi, totalmente orientata verso un acritico militarismo. Tuttavia, nel corso di un’intervista che mi aveva rilasciato per Players, lo stesso autore mi aveva ammonito a non scambiare le posizioni dei personaggi per le sue, e a prendere in considerazione l’intera serie prima di giudicare. Devo riconoscere che in questo terzo episodio l’Esercito perde la sua immagine di istituzione totalmente positiva e viene descritto come fallibile, accentratore e manipolatore. Una brusca correzione di rotta (che peraltro non inficia le mie critiche agli episodi precedenti). Questa apertura progressista non è però bastata a farmi piacere il romanzo, che a mio avviso fa fare alla serie un passo indietro.

Attenzione: parlo seguendo i miei gusti personali. Dal punto di vista tecnico, L’Ultima Colonia è scritto piuttosto bene, con una trama piena di ritmo e di colpi di scena, personaggi ben caratterizzati, e continue variazioni di atmosfera che permettono di arrivare fino in fondo senza annoiarsi. E l’intreccio politico-diplomatico-militare è ben studiato.

Tuttavia io non riesco proprio ad appassionarmi alla visione retrò della fantascienza di Scalzi. Perlomeno nei due volumi precedenti c’era una tecnologia militare interessante, originale e moderna. Ma quando si esce dall’ambito strettamente guerresco l’autore perde tutta la sua inventiva. La società che descrive non solo non è futuribile, ma nemmeno contemporanea, e sembra essere stata concepita negli anni Cinquanta. Si direbbe che l’unico motivo per cui i personaggi colonizzano pianeti è trovare nuovi territori dove piantare patate e allevare maiali, e che il principale obiettivo strategico sia quello di moltiplicare la consistenza della propria popolazione. Concezioni decisamente fuori dal tempo.

Il punto più debole di tutta l’opera è però quello che sarebbe dovuto essere il suo centro, e cioè il pianeta Roanoke. Data la sua importanza nell’economia del romanzo mi sarei aspettato un buon livello di dettaglio e di originalità. Invece, tutto quello Scalzi ci dice di Roanoke si può riassumere in due righe: ci sono roditori simili a topi con quattro occhi, predatori simili a lupi con quattro occhi, abitanti primitivi ma intelligenti che somigliano a lupi mannari, e bellissimi tramonti, ma l’atmosfera puzza di ascelle. Stop. Un fondale di cartapesta sarebbe stato più interessante.

Mi sono reso conto che una fascia importante, e forse addirittura maggioritaria del pubblico della fantascienza ama molto i romanzi avventurosi, senza eccessive complicazioni scientifiche e ispirati a opere del passato. Per costoro L’Ultima Colonia contiene tutto quello che serve, confezionato in modo professionalmente valido. A me però è sembrato affrettato e privo di vero interesse.

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Distopie

DistopieCome dicevo qualche tempo fa, ultimamente ho preso l’abitudine di leggere anche testi di narrativa autopubblicati, che in precedenza ignoravo. Questo dopo aver constatato che la crisi spinge a ricorrere all’autopubblicazione anche autori validissimi che però non trovano spazio in un mercato librario nazionale sempre più asfittico e, di conseguenza, pavido e miope.

Tra questi autori c’è anche Stefano Massaron, scrittore pubblicato da Einaudi e dal cui ultimo libro è stato tratto anche un film, ma che ha scelto, a titolo di esperimento, di pubblicare in proprio una serie di ebook intitolata I racconti dell’Ernesto.

Confesso di non sentirmi imparziale nel giudicare la raccolta in questione. Non solo Stefano è un amico, ma è stato proprio a casa mia, durante una cena, che il comune amico Ernesto gli ha estorto la promessa di non limitarsi a scrivere romanzi, ma anche qualche racconto. Questo secondo volume della serie si intitola Distopie ed è dedicato alla fantascienza, anzi, alla particolare branca della fantascienza nota come distopia. Impossibile perciò evitare di parlarne qui (colpevolmente, a un anno dalla sua uscita).

Il pezzo forte di Distopie è il romanzo breve Lo schianto delle caramelle. Ambientato nella più classica delle distopie, uno stato di polizia con fortissime differenze sociali, parla di due sorelle clandestine che affrontano un pericoloso pellegrinaggio per consultare un oracolo, che per divinare il futuro usa uno strumento antichissimo: una copia del videogioco Candy Crush.
Sulla carta Lo schianto delle caramelle non sembra avere molti elementi che lo rendano interessante; ed ha pure l’aggravante di utilizzare come principale motore della trama i poteri mentali, un cliché che ha ancora cittadinanza nel cinema e nel fumetto, ma che dalla fantascienza scritta è quasi scomparso. E tuttavia basta iniziare a leggere per ricredersi completamente ed essere trascinati nella storia. Perché la buona fantascienza è fatta di dettagli, e qui sono tutti al posto giusto: personaggi credibili e che è impossibile non amare o odiare, tecnologie sorprendenti ma plausibili, e soprattutto una realistica ambientazione in un suk in cui si parla un bizzarro linguaggio italo turco. Alla fine spiace soltanto che l’avventura finisca troppo presto. Stefano nella postfazione promette di espanderla in un romanzo vero e proprio. Io, se fossi un editore, correrei a prenotarlo. Ma si sa, siamo in Italia.

Completano l’ebook due racconti inquietanti e dai temi fortemente simbolici. Mi è piaciuto molto Il vetro, tutto condotto sul filo della canzone di Lou Reed Magic and Loss, in cui Milano è cinta da una soffocante barriera trasparente che allude alle barriere meno tangibili, ma altrettanto difficili da valicare, tra le persone. Un po’ più convenzionale Fallen Feather, in cui Stefano accentua il suo lato più romantico contrastandolo con un’ambientazione violenta e sanguinosa.

Nel complesso, ottima fantascienza, più riuscita e originale di molta di quella che si trova in giro. La mia speranza è che Stefano continui a battere queste strade.

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Sonetti spaziali

Pulsar

Qualche mese fa, in occasione dell’approdo sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko del lander Philae sganciatosi dalla sonda Rosetta, fu molto sbeffeggiato in rete il relativo servizio del TG4 a firma Mauro Buffa. In esso l’autore deprecava la spesa “francamente eccessiva” della missione, dando voce a un sordo antiscientismo purtroppo molto diffuso nel nostro paese.

Non è però per questo che lo cito, bensì per il fatto che il servizio accusava la sonda non solo di essere inutile, qualcosa che eccita “solo gli scienziati” (evidentemente gente strana e da non prendere a esempio), ma anche di danneggiare le persone comuni, rovinando per sempre l’immagine dell’astro natalizio e sostituendola con quella di un “grosso sasso polveroso”, del tutto privo di mistero e di interesse.

Se fosse solo il TG4 a sostenere che l’esplorazione spaziale distrugge la poesia, non darei molto peso a questa tesi. Tuttavia lo stesso concetto è stato espresso anche altrove con maggiore autorevolezza. Per esempio su Il Sole -24 Ore, poco prima dell’episodio che ho citato, è apparso un interessante articolo di Massimo Bucciantini che, prendendo a prestito le parole di Primo Levi, esprime un dubbio simile.

All’indomani dello sbarco sulla Luna, Levi si chiedeva se l’impresa sarebbe stata ancora in grado di farci meravigliare. “Il volo di Collins, Armstrong e Aldrin è troppo programmato, troppo poco ‘folle’, perché un poeta vi trovi alimento”, scriveva su La Stampa. Da qui prende le mosse il professor Bucciantini, che traccia un’interessante storia del rapporto degli uomini con la Luna mano a mano che la conoscenza è progredita, concludendo però con il dubbio che con le missioni lunari “quella continuità si sia spezzata”.

Sono rimasto sorpreso scoprendo che Levi avesse questo dubbio, lui che riusciva a rendere poetica la tavola periodica di Mendeleev, o a scrivere un racconto struggente intorno a dei barattoli di vernice che fa grumi quando non dovrebbe. Ma sarà poi un dubbio fondato? Io ho la sensazione che l’esplorazione dello spazio apra tanti varchi all’immaginazione quanti sono quelli che chiude. Forse è un po’ presto perché appaia un Grande Poeta a cantare il mistero dello spazio come lo vede la scienza moderna (in fondo è da poco più di mezzo secolo che l’uomo è in grado di lasciare il pianeta, e tuttora con forti difficoltà). Ma non vedo perché non dovrebbe prima o poi apparire.

Facendo queste considerazioni, mi ha confortato scoprire che l’ultima poesia di Edoardo Sanguineti, ancora una volta riportata da La Stampa, riguardava quasar, pulsar e altre entità misteriose che sono recentissime scoperte della scienza moderna. Ve la trascrivo qui:

 

Sonetto astrale

 

pulsano pulsar con forti pulsioni:

ecco a voi quasar, quasi stelle vive:

collassano assai dense, per pressioni

che imbucano per sempre, in nere rive:

 

così  forse è: facelle in evezioni,

sciami di nebulose fuggitive,

supergiganti, code in librazioni,

variabili cefeidi recidive:

 

protuberanze, e getti, e radiazioni

corpuscolari, eclissi comprensive

di pieni pianetini e pianetoni,

aurore ipercompresse in somme stive:

 

oh, chiare notti gravitazionali,

mie fragili scintille zodiacali!

 

Se conoscete altre poesie dedicate allo spazio visto con occhi moderni, vi prego di segnalarmele al mio account Twitter (@Vanamonde65). Se le segnalazioni saranno abbastanza, potremmo fare della poesia spaziale un appuntamento fisso di questo blog. Alla prossima!

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La lingua della scienza

Politecnico british
Da quando il Politecnico di Milano ha deciso che terrà i propri corsi esclusivamente in lingua inglese, è sorta una polemica infinita tra i sostenitori e gli oppositori di questa decisione, sfociata anche in una battaglia legale approdata addirittura alla Corte Costituzionale.
Le motivazioni che hanno spinto il Politecnico a fare questa scelta sono sicuramente ragionevoli. È vero che oggi l’inglese è la lingua della scienza e della tecnologia, e pertanto non si può pensare che qualcuno si laurei in ingegneria senza conoscerla bene. Ed è probabilmente vero che l’insegnamento in inglese aiuterebbe ad attirare studenti stranieri, il che sarebbe positivo non solo per l’ateneo ma per tutto il Paese.

Ho sentito alcuni paventare che costringere i professori a esprimersi in inglese farebbe scadere la qualità dell’insegnamento. Ammetto che, pensando ad alcuni professori che ho avuto io, mi è venuto lo stesso dubbio. Ma credo che sia un problema superabile. Di recente mi è capitato di assistere a un convegno scientifico a Verona in cui la lingua ufficiale era l’inglese. Uno dei partecipanti espose una slide con la scritta “si ricorda che la lingua ufficiale di questo convegno è il Bad English!”. Però, battute a parte, la qualità dell’inglese parlato risultò accettabile, forse sconsigliabile a chi volesse prenderla come base per lo studio della grammatica, ma più che comprensibile.

Nonostante tutto questo, però, io continuo a considerare con un po’ di apprensione l’idea di un’Università in Italia dove si studi solo in inglese, anche se si tratta di una facoltà scientifica o tecnologica. Io mi sono laureato in ingegneria aeronautica proprio al Politecnico di Milano. Pur non avendolo studiato a scuola, quando ero matricola conoscevo già discretamente l’inglese, avendolo appreso da canzoni, videogiochi, giochi di ruolo, qualche lezione privata e un mese di soggiorno all’estero. Ma durante la mia permanenza all’università la mia conoscenza della lingua migliorò molto, in buona parte per la necessità continua di utilizzarlo. Dopo il biennio non c’era praticamente corso i cui testi principali non fossero in inglese, per non parlare degli gli articoli che mi servirono per la tesi di laurea. Quindi a mio avviso, anche senza lezioni in lingua straniera, l’inglese lo si impara comunque.

D’altra parte, al Politecnico ho imparato anche un bel po’ di gergo specialistico italiano. Ho appreso, per esempio, che la componente della forza aerodinamica perpendicolare al vento relativo, e che perciò tiene l’aereo in volo (in inglese lift), in italiano si chiama portanza. Ho imparato che un veicolo che sfrutta la portanza per volare viene detto velivolo, un termine che in inglese neppure ha il corrispondente, e che è stato inventato nientemeno che da Gabriele D’Annunzio. Ho scoperto che l’azione di un corpo che gira su se stesso poggiando su un unico punto, come fa una trottola, si chiama prillare (in inglese to spin), una parola che al di fuori dei testi tecnici ho trovato solo nel Pasticciaccio di Gadda (che non a caso al Politecnico aveva studiato).

Potrei andare avanti a lungo. Certo, bisogna notare che si tratta di un gergo ottocentesco o del primo Novecento. Oggi l’evoluzione di scienza e tecnologia è talmente rapida, e le comunicazioni talmente immediate, che quasi mai la traduzione italiana di un neologismo inglese riesce ad imporsi. Oggi usiamo il computer, nonostante sia sempre esistito l’analogo italiano calcolatore. Nessuno ha mai pensato di usare un topo al posto del mouse, e anche nei rarissimi casi in cui si adotta una parola italiana, diventa subito obsoleta: chi mai oggigiorno usa più un masterizzatore? E tuttavia quel gergo scientifico di base della lingua italiana non è inutile: permette di parlare di scienza e di tecnologia in una lingua che è ancora la nostra. È quello che permette a me, che di mestiere scrivo di tecnologia e di scienza, di farmi capire. Ed è evidente che, se lo studio della scienza avverrà solo in inglese, nel giro di un paio di generazioni quel gergo sparirà del tutto.

Non voglio fare il catastrofista. Sono convinto che le modifiche della lingua siano ineluttabili, e che dove qualcosa va perso qualcos’altro viene guadagnato. La lingua italiana che oggi tanto amiamo è il risultato di una corruzione del latino da parte di barbari e ignoranti. Se una parola sparisce vuol dire che ha perduto la sua funzione, ed è inutile piangerci sopra. E tuttavia la prospettiva non mi rallegra. Ho sempre pensato che uno dei grossi problemi del nostro Paese risiedesse nel fatto che le persone cosiddette di cultura considerano spesso la scienza come una cosa estranea o superflua. È una frattura che tuttora si fa molta fatica a colmare. E sarà ancora più difficile colmarla se per parlare di scienza occorrerà abbandonare l’italiano.

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Di aspirapolvere e tostapane

Aspirapolvere

Lo scorso settembre è entrata in vigore in tutta Europa, Italia compresa, una nuova normativa sugli aspirapolvere che pone un tetto alla potenza dei motori. Gli aspirapolvere casalinghi non possono più superare i 1.600 W di potenza, ed entro tre anni questa soglia verrà ulteriormente abbassata a 900 W. Questo comporta che gli aspirapolvere acquistati oggi sono meno efficaci di quelli che erano in vendita l’anno scorso? Tutt’altro. L’uso di motori di elevata potenza era un modo pigro di ottenere risultati che si possono ottenere anche con un miglior design degli apparecchi, e il cui costo energetico andava a gravare sugli acquirenti. Obbligati a diminuire la potenza, i produttori si sono dovuti ingegnare per migliorare il design e mantenere inalterate, o persino far crescere, le prestazioni. Anche perché contestualmente ai nuovi limiti è entrato in vigore anche un nuovo sistema di etichettatura che classifica in modo molto chiaro gli aspirapolvere in base alla loro efficienza. Non migliorare il prodotto avrebbe significato finire fuori mercato.
Quanto è importante tutto questo? Probabilmente più di quanto pensiate. Perché la quantità di energia che consumiamo per gli elettrodomestici è enorme, eccessiva e in crescita. Ed è in gran parte dovuta a sprechi evitabili. Per esempio, un rapporto dell’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) rivela nel 2013 abbiamo consumato più di 600 TWh di energia solo per il funzionamento di dispositivi che per l’80% del tempo rimangono in stand-by ad aspettare che qualcuno li usi. Immaginate quante centrali elettriche lavorano solo perché noi si possa avere un piccolo LED acceso sul televisore, e quanto risparmieremmo se le aziende fossero obbligate a trovare modi per ridurre il consumo a zero quando l’apparecchio non è in uso. Nel caso degli aspirapolvere, la crescita continua della potenza impiegata stava portando verso un raddoppio dei consumi. Con questo provvedimento la UE conta di ottenere entro il 2020 un risparmio di circa 19 TWh. Se vi sembra poco, tenete conto che è pari al fabbisogno energetico dell’intera Slovenia! Servono diverse centrali elettriche per produrre tanta energia.
Perché vi parlo di questo proprio ora? Perché il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ha pensato bene qualche giorno fa di attaccare l’UE perche starebbe pensando di proibire i tostapane doppi, cosa che a lui pare intollerabile.

Tanto per essere chiari: al momento non esiste ancora alcuna normativa sull’argomento. E, anche quando esisterà, nessuno verrà in casa vostra a sequestrarvi il tostapane fuorilegge. Quello che è successo è che i tostapane sono stati inclusi in una lista di prodotti eccessivamente energivori, che vanno migliorati. Migliorati, non eliminati. Non ha senso avere un tostapane che scalda due griglie quando si inserisce una sola fetta di pane. Oggigiorno è piuttosto semplice inserire un sensore che spenga la griglia quando il pane non è presente. Con piccoli accorgimenti come questi si può evitare di dover costruire qualche nuova centrale, con tutto quello che comporto in termini di danni all’ambiente.
Non voglio certamente sostenere che le normative UE siano sempre utili e sensate, e non mi sarebbe difficile citare casi in cui si è ecceduto con gli sforzi prescrittivi. Ma questo è un campo in cui nuove norme possono portare benefici enormi senza mettere in pericolo il modo di vita di alcuno. Pensiamoci due volte, prima di affezionarci ai tostapane obsoleti.

Tostapane

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Pistole nello spazio

astronautaTra i giocattoli che da bambino ho usato più spesso c’era un gruppo di astronauti di plastica pressoché indistruttibili, in pose improbabili e dipinti in modo approssimativo, cui feci vivere mille avventure. Non avevo dubbi che il capo fosse quello dall’aria più decisa, che a differenza degli altri teneva in mano un pistolone (che allora, ispirato da qualche fumetto, chiamavo “disintegratore”). Ricordo che la cosa mi lasciava dubbioso, dato che gli astronauti veri (che si vedevano spesso in televisione, dato che era l’epoca delle missioni Apollo) non sembravano essere dotati di armi. Tuttavia mi sembrava logico che, ancor più di un cowboy o di un tigrotto della Malesia, un astronauta dovesse essere armato: sicuramente nello spazio si nascondevano pericoli che non era prudente affrontare senz’armi. Soltanto adesso, più di 40 anni dopo, scopro che le cose stavano proprio così, e che fino a poco tempo fa persino l’equipaggiamento ufficiale dei cosmonauti sovietici (e poi russi) comprendeva uno speciale modello di pistola!

L’uso militare dello spazio è regolato in modo molto vago dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico, entrato in vigore nel 1967. Questo stabilisce il principio per cui lo spazio è patrimonio comune dell’umanità e non può essere teatro di attività militari, ma vieta esplicitamente solo la sperimentazione e la presenza stabile di armi di distruzione di massa e la creazione di basi militari. Le armi personali, insomma, non sono esplicitamente vietate. La dotazione delle capsule Soyuz (che sono in attività dal 1967 e non sono ancora state pensionate) includeva una pistola, la TOZ 82 (o TP 82), che ogni membro dell’equipaggio (inclusi eventuali passeggeri stranieri) veniva addestrato a usare.

TOZ 82

La POZ 82 al museo di S. Pietroburgo

 

Va detto che lo scopo dell’arma non era di essere usata nello spazio. Dotata di tre canne in grado di sparare proiettili comuni, pallini da caccia e razzi di segnalazione, e di un manico pieghevole in grado di fungere da badile e contenente un machete, doveva servire ai cosmonauti per sopravvivere sulla Terra in un ambiente selvaggio, dato che le Soyuz venivano fatte atterrare in Siberia, e un errore di rotta poteva significare perdersi chissà dove nella taiga. Pare che a volere l’arma sia stato proprio il celebre cosmonauta Alexej Leonov, che nel 1965, al termine della missione Voskhod 2, aveva dovuto attendere i soccorsi per due giorni rischiando di essere divorato dai lupi. La TOZ 82 fu perciò introdotta nel 1982 (par che ultimamente fosse stata sostituita da un’arma più comune, dato che le munizioni prodotte allora erano ormai scadute e non se ne producevano di nuove).

Ho appreso dell’esistenza della TOZ 82 da un articolo pubblicato su IEEE Spectrum dal giornalista statunitense James Oberg. Questi riferisce che la presenza dell’arma è proseguita anche nel corso delle missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale, e solo di recente la pistola è stata tolta dalla dotazione, forse anche per le continue sollecitazioni del giornalista stesso che riteneva inopportuna la presenza di un arma nel corso di pacifiche missioni scientifiche. Oberg cita anche a testimone l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, che tra pochi giorni si recherà sulla Stazione Spaziale Internazionale a bordo di una Soyuz, e che nel corso di un’intervista gli ha fatto sapere che la pistola non è più inclusa nella dotazione, ma che si tratta di un provvedimento temporaneo non ancora confermato in via definitiva.

Riesce difficile credere che si riuscirà per sempre a mantenere lo spazio libero da guerre. Ma l’aver liberato dalle armi la Stazione Spaziale Internazionale è un piccolo atto simbolico che ci fa sperare che, almeno per il momento, ci contenteremo di usarle sulla Terra.

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Interstellar

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Cooper è un ex astronauta, che si è ridotto a fare l’agricoltore in un mondo messo in ginocchio da un’epidemia sconosciuta che decima i raccolti provocando tempeste di polvere. Finché non gli arriva in modo misterioso la possibilità di partecipare a una missione che andrà a cercare una possibilità di salvezza al di fuori del Sistema Solare…

Uno dei motivi che mi fanno amare il nuovo film di Christopher Nolan, Interstellar, è che è un vero film di fantascienza. Ossia: non un’avventura ambientata in uno pseudofuturo rutilante ma in fondo modellato sul passato, bensì una storia davvero incentrata sul rapporto tra l’uomo, la scienza e l’ignoto. Nell’incipit del film si respira davvero un’atmosfera da vecchia fantascienza (anche se poi la vicenda prende un taglio molto più moderno, e mi ha ricordato i romanzi di M. John Harrison).

Di Interstellar mi sono piaciute molte cose. In primo luogo la costruzione, complessa e articolata, piena di sorprese, in grado di tenere interessato lo spettatore per le quasi tre ore di durata, e che dipana con arditi parallelismi vicende lontane nello spazio e nel tempo ma destinate a intrecciarsi. Mi è piaciuto il modo in cui Nolan riesce a far capire la realtà del futuro senza entrare nei dettagli ma con poche scene efficaci (la caccia al drone, la discussione con la maestra). Ho apprezzato come ripropone in modo credibile ma innovativo topoi come l’astronave e soprattutto i robot (dall’aspetto totalmente disumano, ma simpatici, affidabili e rassicuranti: l’esatto opposto di come li vorrebbe il cliché). Ho ammirato il modo in cui è riuscito a visualizzare in modo convincente e comprensibile una realtà con più di tre dimensioni.

E mi pare che si possa dire che abbia raggiunto il suo scopo, che sembra essere quello di fare un film alla 2001: Odissea nello spazio (di cui ricalca in modo fedelissimo la struttura: messaggio da un’entità sconosciuta, lungo viaggio, incidente dovuto a contrasti sullo scopo ultimo della missione, uscita dal mondo e rinascita) rimanendo però comprensibile per lo spettatore medio.

Con tanti pregi, si può dire che è un capolavoro? Purtroppo no, a mio avviso. Perché Nolan, dopo aver messo in piedi una struttura grandiosa, per qualche motivo non riesce a mantenere il rigore di sceneggiatura che ha avuto in Memento o The Prestige (due altri suoi film che affrontano, in modi diversi, lo stesso tema: il mistero della nostra esistenza nel Tempo). Procede così a corrente alternata, con momenti entusiasmanti che convivono con dialoghi dimenticabili e scontati (la tirata sull’Amore, che banalizza un messaggio che il film sa esprimere con ben altra forza solo per immagini, oltretutto mettendola in bocca a una donna, per calcare sullo stereotipo) o carenze e incongruenze di sceneggiatura (il fatto che tutti siano convinti di aver ricevuto un aiuto da misteriosi alieni, ma nessuno si preoccupi di investigare; o il protagonista che dopo 30 anni di inattività viene immediatamente posto al comando di una missione perché nessuno è più esperto di lui, ma poi continua a fare domande come se non sapesse nulla di astrofisica). E anche con qualche aspetto scientifico poco convincente, che stona particolarmente in un film che in generale rappresenta scienza e tecnologia in modo credibile e realistico (ma su questo, per non annoiarvi, farò un post a parte).

Interstellar è un film ambizioso (persino troppo), originale, interessante, intenso. E nonostante questo un po’ irritante, perché sarebbe potuto essere anche migliore. Comunque da vedere.

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