Una nuova propulsione per i viaggi spaziali?

Queste, per inciso, sono astronavi tratte da "Spazio: 1999", episodio "Il ritorno del Voyager"

Queste, per inciso, sono astronavi tratte da “Spazio: 1999″, episodio “Il ritorno del Voyager”

In questi giorni è corsa voce che la NASA abbia collaudato con successo un motore che sfrutta una forma ritenuta “impossibile” di propulsione, che potrebbe rivoluzionare i viaggi spaziali. Cosa c’è di vero? Provo a spiegarvelo qui.

Un’idea eterodossa
Il motore in questione non è una novità: si chiame EmDrive, e il suo creatore, l’ingegnere britannico Robert Shawyer, lo ha reso noto già otto anni fa, e lo ha descritto con abbondanza di dettagli in un sito dedicato. L’EmDrive somiglia molto a un forno a microonde: è una cavità chiusa in cui un magnetron diffonde radiazione elettromagnetica. A differenza di un forno, però, l’EmDrive non è squadrato, ma somiglia piuttosto a un imbuto chiuso alle estremità. La lunghezza del tubo è calibrata in modo da essere risonante rispetto alle microonde diffuse, che perciò vengono amplificate.

È noto da oltre un secolo che la radiazione elettromagnetica che colpisce una superficie esercita una pressione, piccola ma misurabile. La forza risultante della pressione di radiazione all’interno di una cavità chiusa dovrebbe essere nulla, allo stesso modo in cui la pressione dell’acqua all’interno di uno scaldabagno non può farlo spostare. Tuttavia Shawyer sostiene che nel caso delle radiazioni la questione è differente: il fatto di muoversi alla velocità della luce farebbe sì che entri in gioco la teoria della Relatività Speciale e che il tutto si comporti come un sistema aperto e non chiuso. La forma svasata della cavità darebbe così una forza risultante non nulla, in grado di “spingere” il motore nonostante non ne esca alcunché.

fig01Un motore senza reazione
Se l’EmDrive fosse realizzabile, risolverebbe uno dei più grossi problemi del viaggio spaziale, cioè la necessità del propellente. Il principio di Azione e Reazione, descritto da Newton, dice che a ogni forza corrisponde una forza di reazione uguale e contraria. Quando camminiamo, riusciamo a spostarci perché attraverso le nostre gambe esercitiamo una forza contro la Terra, e la forza di reazione ci spinge in avanti (mentre la Terra viene spinta nella direzione opposta ma, essendo la sua massa enorme rispetto a noi, la cosa non ha conseguenze pratiche). Allo stesso modo, un aereo si muove in avanti perché con le sue eliche, o con i suoi motori detti appunto a reazione, spinge l’aria in direzione opposta.

Nello spazio questo non può avvenire, perché non c’è nulla da spingere, né terra né aria. Per poterci muovere dobbiamo portare con noi del propellente, di solito un gas, che espelliamo nella direzione opposta a quella verso cui ci vogliamo muovere. Questo causa due problemi. In primo luogo, aumenta di molto il peso che dobbiamo portare con noi. In secondo luogo, la nostra possibilità di accelerare dura solo finché il propellente non finisce. L’EmDrive, invece, non avrebbe bisogno di propellente, ma solo di elettricità, che dei pannelli solari potrebbero fornirgli a volontà, perlomeno se ci si mantiene nelle vicinanze del Sole.

Perché un motore del genere sarebbe rivoluzionario
Se l’EmDrive fosse realizzato, permetterebbe per prima cosa di prolungare di molto la vita dei satelliti. Quelli di oggi, una volta finite le riserve di propellente, non possono più effettuare correzioni all’orbita e vanno rapidamente perduti. Un satellite dotato di EmDrive potrebbe invece durare indefinitamente, o perlomeno fino a quando non si guasta.

In prospettiva, però si potrebbe fare molto di più. Razzi vettori ibridi dotati di EmDrive riuscirebbero a sollevare nello spazio carichi più grandi rispetto a quelli provvisti solo di motori chimici. Inoltre l’EmDrive potrebbe fornire a un’astronave una spinta anche piccola ma per un lungo periodo di tempo, consentendole così di raggiungere velocità relativistiche, rendendo possibili i viaggi interstellari.

Infine, ipotizzando di riuscire a costruire EmDrive sufficientemente potenti, li si potrebbe applicare anche ai veicoli terrestri, permettendogli di rimanere sollevati a mezz’aria e di muoversi senza dover vincere l’attrito, come si vede in molti film di fantascienza.

Skiff_ST

Questo sapete benissimo che film è.

Perché è un motore “impossibile”
L’invenzione di Shawyer è stata accolta con grande scetticismo, perché presenta un problema non indifferente: sembra violare la legge della conservazione della quantità di moto. E non è cosa da poco, perché si tratta di una legge fondamentale della meccanica, che ha ricevuto innumerevoli conferme.

La legge dice che la somma dei prodotti di tutte le masse per la loro velocità deve essere costante. La sfruttano i pattinatori per regolare la velocità delle loro piroette: allargando le braccia rallentano, stringendole al corpo accelerano, poiché la quantità di moto si conserva.

Con l’EmDrive, invece, questo palesemente non avviene: abbiamo un veicolo che, perlomeno in teoria, aumenta la sua quantità di moto senza che nulla lo equilibri.

Secondo Shawyer, questo non sarebbe un problema: la differenza di quantità di moto sarebbe in qualche modo trasferita alle microonde prodotte. I suoi seguaci hanno espresso questo concetto in modo più ardito: la quantità di moto mancante verrebbe trasferita al “plasma del vuoto quantistico”, il che sembra un riferimento al fatto che secondo la fisica moderna lo spazio non è un vero vuoto, ma un caos in cui particelle virtuali continuano ad apparire e scomparire. L’EmDrive, quindi, farebbe in qualche modo “presa” sullo spazio stesso.

Va fatto notare che Shawyer non è mai riuscito a pubblicare le proprie teorie su una rivista scientifica, in quanto gli scienziati cui sono state sottoposte per la revisione prima della pubblicazione hanno sempre ritenuto insufficienti queste spiegazioni.

XKCD ironizza sulla vaghezza dell’espressione “plasma del vuoto quantistico”.

Cosa c’entra la NASA?
L’EmDrive è risultato produrre una spinta sia negli esperimenti condotti dallo stesso Shawyer, sia nel corso di un esperimento condotto in Cina nel 2008. La cosa però non ha destato grande scalpore. Tuttavia nei giorni scorsi alcuni ricercatori del centro spaziale Johnson della NASA hanno presentato un articolo scientifico (di cui è disponibile l’abstract) diplomaticamente intitolato Produzione anomala di spinta da parte di un motore sperimentale a radiofrequenza misurata su un pendolo di torsione a bassa spinta. In pratica, si è trattato di un collaudo di un motore che utilizza gli stessi principi alla base dell’EmDrive, anche se di produzione statunitense (il Cannae Drive). L’articolo non si addentra nella teoria del funzionamento del motore, si limita a dire che è stato sottoposto a un esperimento e dalle misure è effettivamente risultato che produce una piccola spinta (dell’ordine dei microgrammi).

Il fatto che l’esperimento sia stato svolto in un laboratorio della NASA ha dato al risultato una visibilità molto maggiore, anche se in realtà si è trattato di un’attività molto marginale da parte di un piccolo gruppo di persone.

Non ci sono foto dell’esperimento compiuto dalla NASA. Questa è una foto degli esperimenti di Shawyer.

Allora è vero? Il motore funziona?
Tutto è possibile. Tuttavia, considerando i dati a disposizione, io sarei ancora molto scettico prima di ritenere che siamo di fronte a una rivoluzione nella tecnologia del volo spaziale.

Cominciamo col sottolineare che la maggior parte degli scienziati ritiene molto dubbia la validità delle teorie di Shawyer. Confesso di non conoscere l’elettromagnetismo e la relatività in modo sufficientemente approfondito da poter giudicare se i calcoli riportati nel suo breve prospetto teorico sono corretti o meno. Tuttavia una persona che di scienza se ne intende come lo scrittore Greg Egan ha affermato pubblicamente che si tratta di stupidaggini del tutto prive di fondamento, e altri si sono espressi in modo simile.

E i risultati dell’esperimento, allora? Teniamo conto che:

  • La spinta misurata è piccolissima, estremamente inferiore a quella che dovrebbe essere prodotta in teoria. Valori così bassi potrebbero essere dovuti semplicemente a un errore di misura. Cose del genere capitano di continuo. Ricordiamo il recente caso dei neutrini più veloci della luce, che sembrava preludere a chissà quale rivoluzione nella fisica e invece era soltanto il prodotto di un cavo avariato.
  • Il resoconto del Johnson Space Center specifica che la stessa spinta è stata misurata anche per un motore modificato in modo tale per cui, secondo la teoria, non avrebbe dovuto produrne. Quindi i casi sono due: o il motore funziona, ma la teoria su cui si basa ha qualcosa che non va, oppure la spinta misurata non dipende dal funzionamento del motore ed è dovuta ad altre cause (cosa vi sembra più probabile?).
  • Il motore non è stato provato nel vuoto, ma in una camera a pressione atmosferica. Molti fanno notare che la presenza di aria potrebbe aver falsato i risultati, dato che le microonde potrebbero avere ionizzato o scaldato l’aria in modo da produrre microspinte la cui presenza è sfuggita ai ricercatori.

In conclusione: per il momento non è il caso di avere grandi aspettative. È piuttosto probabile che ulteriori test, per esempio compiuti nel vuoto, rivelino che in realtà l’EmDrive è solamente un sogno. È bello però immaginare che possa non essere così.

Jacovitti

Questo, ovviamente, è Jacovitti

Share

Heaven & Earth

Yes - Heaven & EarthEbbene sì: con 46 anni di carriera alle spalle, gli Yes hanno prodotto un nuovo album in studio (il ventunesimo, più o meno, a seconda di come li vogliamo contare). E io sono qui a recensirlo per voi, o perlomeno per quei pochi cui l’evento può ancora interessare. Nel frattempo la band ha cambiato ancora una volta formazione: il cantante Benoît David, da poco subentrato alla voce storica del gruppo, Jon Anderson, è stato costretto ad abbandonare per problemi di salute. Al suo posto è entrato Jon Davison, già cantante dei Glass Hammer.

Ho avuto la possibilità di vedere questa formazione in concerto lo scorso 18 maggio, al Teatro della Luna di Milano, e l’impressione è stata ottima. Si è trattato di un’esibizione totalmente retrospettiva, con l’esecuzione filologica e per intero di tre album storici: The Yes Album (1971), Close to the Edge (1972) e Going for the One (1977). Forse non l’occasione migliore per poter giudicare la tenuta della band, che con questi capolavori giocava sul sicuro. Tuttavia i quattro “vecchi” (che hanno tutti passato da tempo i 60 anni) mi sono sembrati in gran forma, mentre Davison (che ha la stessa età di The Yes Album!), pur non avendo la voce inimitabile di Jon Anderson, mi è sembrato sicuro e perfettamente a suo agio, molto più di quanto non fosse David. Perciò, quando ho saputo che un nuovo album stava per arrivare, mi sono messo ad attenderlo con curiosità. Anche perché il predecessore Fly from here non mi era affatto dispiaciuto.

I primi dubbi mi sono venuti quando ho ascoltato le anteprime del disco diffuse online. “Sembra un disco degli Asia”, mi sono detto. Il che non dovrebbe poi sorprendere, dato che due membri della formazione originaria degli Asia fanno parte anche degli Yes attuali. Tuttavia, fatta eccezione per il primo disco, ho sempre trovato gli album degli Asia soporiferi, rock AOR all’americana vagamente truccato da prog, roba di livello inferiore anche agli Yes meno ispirati.
Dopodiché hanno cominciato a piovere le recensioni online: una stroncatura senza appello dietro l’altra. Tanto che, quando finalmente il CD mi è arrivato a casa, mi aspettavo talmente poco da sperare che forse mi avrebbe riservato qualche sorpresa in positivo. Purtroppo così non è stato: Heaven & Earth è proprio un disco deludente.

Il primo problema sta nella produzione: il suono di questo disco è molto povero. Basso e batteria sono quasi sempre relegati sullo sfondo, e il mix generale è decisamente troppo “tastieroso” (e se lo dico io che sono un fanatico delle tastiere, potete credermi!). Ci sono a volte momenti di “vuoto”, in cui uno strumento, pur non facendo nulla di virtuosistico o particolamente interessante, rimane da solo o quasi. Tutto il contrario del sound sinfonico degli Yes. È stato probabilmente un errore affidarsi a Roy Thomas Baker, una vecchia gloria (fu il produttore di tanti album dei Queen) che conosce bene la band (lavorò con gli Yes durante le sessioni parigine del 1979 mai portate a a termine) ma che non è esattamente all’avanguardia. Mi chiedo perché non abbiano pensato a Steven Wilson, che sta facendo un lavoro eccellente nel remixare in quadrifonia il catalogo degli Yes.

Ma la colpa non è certamente solo del produttore. Anche la band non sembra all’altezza della sua fama, poco incisiva anche in quello che è sempre stato il suo massimo punto di forza, cioè la qualità degli interventi strumentali (principali colpevoli: Howe e White, svogliati e privi di nerbo). Soprattutto, le composizioni sono deludenti, e soffrono fortemente dei problemi che già cominciavano ad emergere in Fly from here: lunghezza eccessiva, con brani che si prolungano oltre i sei minuti senza contenere idee adeguate a giustificarlo; scarsa omogeneità, con transizioni faticose tra sezioni che sembrano avere poco in comune tra loro; e infine mancanza di grinta, il problema più grave di Heaven & Earth, quasi completamente adagiato su tempi lenti e soporiferi.
Analizzando i singoli brani:

  • Believe Again è composta da Davison e Howe, e porta decisamente il marchio stilistico di quest’ultimo. Comincia molto bene con una bella melodia e un bell’arrangiamento, ma dura troppo, e finisce col perdersi senza un colpo d’ala che le doni nuova energia.
  • The Game, scritta da Davison, Squire e da un collaboratore abituale di quest’ultimo, Gerard Johnson, ha una bella melodia pop, però tira il lungo per quasi sette minuti senza costrutto e significative variazioni. La chitarra di Howe appare davvero poco ispirata.
  • Step Beyond è un altro brano scritto da Howe con Davison, caratterizzato da un semplice e ripetitivo riff di sintetizzatore. Molti l’hanno odiato, ma io lo considero uno dei pezzi migliori del disco: molto pop, lontano dal sound Yes (ricorda semmai i brani scritti da Howe per gli Asia, come One Step Closer, somigliante anche nel titolo), ma perlomeno equilibrato e con un po’ di originalità.
  • To Ascend. Il batterista Alan White collabora raramente alla composizione dei brani della band. Questo zuccherosa ballata scritta con Davison purtroppo non rivela doti nascoste: è uno dei pezzi più insignificanti del disco.
  • In a World of Our Own è uno strano pezzo di Squire/Davison con un ritmo cadenzato e atmosfera retrò da primi anni Settanta. Il momento WTF dell’album: cosa c’entra con tutto il resto?
  • Light of the Ages è composta dal solo Davison, che sembra voler impersonare in tutto e per tutto lo stile di Jon Anderson. Questo tipo di pezzo sdolcinato, però, risultava spesso un po’ stridente anche in passato. La copia sbiadita proposta da Davison non vale l’ascolto.
  • It Was All We Knew ripropone il mistero già incontrato nell’album precedente: perché Steve Howe, che pure nei suoi dischi solisti si dimostra ancora molto creativo, per gli Yes sfodera queste canzoni gradevoli ma in fondo mediocri? Belle armonie vocali, ma non decolla mai.
  • Subway Walls, scritta da Downes e Davison, sembra un tentativo di salvataggio in corner. È il brano più lungo dell’album e l’unico che in qualche modo richiami il vero sound degli Yes. Basso e batteria sono finalmente presenti, e in alcune parti il pezzo funziona molto bene. Ci sono però alcuni momenti confusi che fanno scadere un po’ il tutto. Downes si concede due assoli di tastiere; il primo però utilizza un suono di archi sintetici veramente superato (sembra Revolutions di Jean-Michel Jarre, ma senza le percussioni elettroniche che gli davano un senso), mentre il secondo è un assolo di organo che lascia freddi se paragonato alle prodezze di un Wakeman.

In definitiva, non si capisce bene che cosa avessero in mente gli Yes con questo disco. La sensazione è quella di un gruppo privo di direzione, arrivato in studio senza un’idea precisa e assemblando a casaccio le idee portate dai singoli membri. Che non è quello che ci si si può aspettare da una band con più di 40 anni di storia. Forse l’assenza di Jon Anderson, più che per la voce, pesa per la sua capacità di dare un senso unitario ai contributi dei singoli membri.

Personalmente non ho mai condiviso la posizione, molto diffusa, secondo cui una band dovrebbe sciogliersi dopo che il suo periodo di maggiore creatività è passato, o quando viene a mancare un membro chiave. Nel corso dei decenni ho sempre apprezzato la possibilità di ascoltare nuova musica con lo stile degli Yes: anche se non era all’altezza di Close to the Edge, anche se non tutti i nuovi membri erano bravi quanto i vecchi, valeva la pena di ascoltare il risultato. In questo disco però rischia di non esserci nemmeno un brano degno di essere riascoltato nel tempo. In questi giorni la funzione random dell’autoradio mi ha riproposto un brano tratto da Open Your Eyes, che avevo sempre considerato il disco Yes meno riuscito in assoluto, e mi sono detto: “Rispetto a Heaven & Earth è decisamente meglio, almeno ha più grinta”.
Cari Yes, lasciatevelo dire da un fan che vi segue da decenni: se questo è il massimo che sapete fare oggi, meglio chiuderla qui.

Share

Il Sole dei Soli

È in uscita in questi giorni Il Sole dei Soli, romanzo di fantascienza di Karl Schroeder che ho tradotto insieme a mia moglie Silvia Castoldi. Viene pubblicato da Zona 42, la nuova e coraggiosa casa editrice specializzata in fantascienza di cui è socio l’amico Iguana Jo.

Primo di un ciclo di sei cinque tre romanzi (seguito da un dittico con la stessa ambientazione), è ambientato a Virga, un bizzarro universo artificiale: lo spazio non è vuoto ma è pieno d’aria, e non esistono pianeti, ma soltanto un unico Sole e pochi sparsi frammenti di roccia. Gli esseri umani vivono in edifici che galleggiano nel nulla, si spostano su navi spinte da eliche, e possono sperimentare la gravità solo all’interno di città a forma di ruota che sfruttano la forza centrifuga.

Traducendolo mi sono divertito, e mi è parso un romanzo che può piacere a molti generi di lettore. La trama avventurosa, con pirati, arrembaggi, tesori nascosti e vendette da portare a termine, piacerà sicuramente ai nostalgici della fantascienza di una volta, e l’atmosfera “a bassa tecnologia” sarà gradita ai seguaci dello steampunk. Tuttavia la rigorosità con cui viene descritta la fisica di un universo completamente diverso dal nostro, oltre ad alcuni accenni a questioni di intelligenza artificiale e realtà virtuale, desteranno l’interesse anche di chi ama la fantascienza più “hard”.

Il romanzo è acquistabile, sia in versione cartacea (15,90 €) sia in versione ebook EPUB o MOBI (6,99 €), presso il sito della casa editrice. Le prime copie cartacee sono in spedizione in questi giorni, e dovrebbero essere disponibili anche in alcune librerie selezionate.

UPDATE: Pare che la consegna delle copie cartacee sia stata rimandata di un paio di settimane. Abbiate pazienza! :)

Share

Naviglio Roll – Sushi con cotechino, robiola e mostarda

Non so se mi posso considerare un food blogger: di cibo in questo blog ho parlato molto di rado, e l’ultima volta che ho pubblicato una ricetta è stato diversi anni fa. Nel frattempo sono diventato più bravo (credo), ma anche più esigente, e non ho più pensato a pubblicare altre creazioni culinarie, fino all’anno scorso, quando ho ideato alcune ricette che trovo piuttosto riuscite Era un po’ che pensavo di renderle pubbliche, e l’occasione mi viene offerta dal concorso Risate e Risotti, che per concorrere richiede di pubblicare sul blog una ricetta qualunque a base di riso. Guarda caso la ricetta più particolare che avevo a disposizione è proprio a base di riso: si tratta infatti di un sushi “occidentalizzato”.


Mi è capitato spesso di leggere ricette di sushi “all’italiana”, ma utilizzavano per lo più ingredienti mediterranei, come mozzarella o pomodori. Mi sono chiesto oziosamente come sarebbe stato un sushi creato con ingredienti lombardi. L’equivalente milanese di un California Roll, insomma. E l’idea mi è venuta in un attimo: sostituire il surimi… con del cotechino. Il resto è venuto spontaneo: al posto della maionese: robiola. E al posto dell’avocado, un accompagnamento classico del cotechino: mostarda.
L’ho realizzato per la prima volta quasi per scherzo, e sono rimasto sorpreso di quanto fosse buono. Perlomeno, a me piaceva. Ho trovato il coraggio di presentarlo a cene con amici, e ho ricevuto commenti sempre positivi. Mi ha particolarmente incoraggiato l’amica Cristina, chef del Bistrò At Home di Chieri (TO) e, il cui parere di cuoca eccezionale mi ha convinto della validità della ricetta.
Col tempo ho fatto alcune modifiche. Ho colorato di giallo il riso con lo zafferano per renderlo più milanese. Ho sostituito l’alga nori dei classici uramaki giapponesi con una guaina di porro. E ho aggiunto del pepe come decorazione esterna.
La cosa più difficile è stata trovargli un nome. L’amico Stefano Massaron aveva scherzosamente proposto il nome Calderoli Roll, ironizzando sulla lombardità della pietanza. Non volendo però fare pubblicità alla Lega, per il momento ho adottato un più neutro Naviglio Roll. Ma fatemi sapere se vi viene in mente un nome più carino.
Le foto probabilmente sarebbero potute essere migliori… ma ho avuto poco tempo: sto pubblicando questo post e la ricetta a pochi minuti dallo scadere del termine del concorso (“Che sorpresa!”, dirà chi mi conosce).
Potete leggere la ricetta completa cliccando qui.

Share

Dal mitragliatore di David al baffo della Gioconda

Dopo che L’Espresso ha portato a conoscenza degli italiani la campagna pubblicitaria di ArmaLite, in cui il David di Michelangelo imbraccia un fucile mitragliatore definito “un’opera d’arte”, si sono moltiplicate le reazioni negative. Dalla soprintendenza di Firenze fino al neoministro dei Beni Culturali, tutti a dire che la campagna è un illecito, deve cessare immediatamente, è un insulto all’opera, richiederebbe un colossale risarcimento.

Premetto che sono contrario alla vendita di armi ai privati e al culto del fucile, e quindi non provo simpatia per l’azienda in questione (anche se devo dire che l’immagine pubblicitaria è indubbiamente efficace). Trovo però fastidiosamente velleitarie certe prese di posizione. La legge Ronchey, che impone la richiesta di una concessione a pagamento per la riproduzione di beni culturali, è una legge puramente italiana che non ha alcun corrispettivo internazionale. Si può quindi escludere di poterla fare applicare sul territorio statunitense. Tante roboanti dichiarazioni ottengono quindi il solo risultato di dare ulteriore risonanza alla campagna, magari col rischio di incitare altre aziende a fare la stessa cosa.

Al di là delle questioni legali, tuttavia, io mi chiedo se tale scandalo sia realmente giustificato. Quando l’assessore fiorentino alla cultura Givone dichiara: “Quella pubblicità rappresenta un oltraggio forte. È un atto di violenza nei confronti della scultura: come prenderla a martellate e forse, anzi, persino peggio.”, io mi chiedo se abbia la stessa opinione anche dell’opera L.H.O.O.Q., in cui Marcel Duchamp sbeffeggiava la Gioconda di Leonardo disegnandole i baffi. Il David e la Gioconda sono due opere coeve, e Michelangelo e Leonardo due tra i massimi artisti mai vissuti. I casi sono due: o riprodurre l’opera d’arte di un maestro modificandola per cambiarle il senso è un crimine, e allora Duchamp andrebbe tolto dai musei e considerato un criminale; oppure Duchamp resta un grande artista, e allora scandalizzarsi se un pubblicitario ripercorre le sue orme un secolo dopo ha ben poco senso.

Io penso in primo luogo che questo modo di tutelare le opere d’arte, sia pure benintenzionato, sia fuori dal tempo. Viviamo in un mondo in cui chiunque può. in casa propria, procurarsi una copia digitale di qualità di un’opera d’arte, modificarla e diffonderla in rete rendendola disponibile a tutto il mondo. In una situazione in cui persino l’agenzia Getty Images rinuncia a tutelare con il copyright la sua collezione di scatti, pensare di poter sottoporre la riproduzione dei beni culturali a burocratiche autorizzazioni è semplicemente irrealistico. Se l’obiettivo è quello di procurare introiti da destinare alla tutela delle opere, sarà meglio trovare un altro metodo più consono alla modernità.

Se invece il punto è quello di tutelare la sacralità delle opere d’arte, io penso senza mezzi termini che sia un’intenzione sbagliata. Dopo cinquecento anni, credo che il David sia patrimonio di tutta l’umanità. E con questo intendo che ogni persona ha il diritto di farne l’uso che preferisce, incluso quello di sbeffeggiarlo, travisarlo e usarlo per scopi triviali. L’idea che un gruppo di studiosi e/o burocrati abbia il potere di stabilire quale sia il “giusto” uso dell’immagine di un’opera mi pare decrepita e reazionaria, e non credo faccia un buon servizio all’arte, che non ha bisogno di paternalismi per affermarsi.

Mi piacerebbe che questo episodio fosse l’occasione per ripensare alla politica dei diritti di riproduciblità. E per chiedersi se all’Europa convenga seguire gli Stati Uniti nella politica secondo cui anche dopo decenni o secoli la riproduzione di opere di ingegno deve essere sottoposta a infiniti vincoli, autorizzazioni e pagamenti. O se non sarebbe culturalmente molto più sano lasciare che, passato un tempo ragionevole, le opere potessero diffondersi liberamente tra la gente, e fecondarsi a vicenda senza controllo e in modo imprevedibile. Mi piacerebbe, ma ho idea che non succederà.

Share

Come travisare completamente una notizia

Corriere e Repubblica (e praticamente ogni altro quotidiano italiano) titolano parlando di “scandalo” e “choc” riguardo a un’indagine commissionata da Save the Children a IPSOS, secondo la quale quasi metà degli italiani riterrebbe accettabile il sesso tra adulti e minori.

Trovando la cosa molto strana, sono andato a cercarmi l’indagine originale (sono bastati 5 minuti su Google). E ho potuto constatare che dice una cosa completamente diversa.

In primo luogo, l’indagine non parla genericamente di minori, ma di adolescenti, e c’è una bella differenza. Vale la pena di ricordare che in Italia il sesso tra un adulto e un minore di 14 anni e praticamente sempre un reato, mentre tra adulti e ragazzi di 14-18 anni è considerato accettabile dalla legge, salvo nei casi in cui l’adulto sia un genitore, un insegnante o un’altra figura con potestà sull’adolescente stesso.

In secondo luogo, dall’indagine risulta che ben il 62% degli adulti considera il sesso con adolescenti inaccettabile in ogni caso, il 18% lo considera accettabile sono in alcune circostanze, e solo il 20% lo approva incondizionatamente. Parlare di “quasi metà degli italiani” è perciò una grossolana forzatura.

Non ne sono sicuro, ma credo che il problema sia partito dall’agenzia ADN Kronos, che riporta correttamente il contenuto dell’indagine, ma nel titolo parla di “sesso con minori”, e per buona misura illustra l’articolo con il manifesto del film Lolita (il cui personaggio, ricordiamolo, nel romanzo ha 12 anni). Ma potrebbe essere invece colpa dell’ANSA, che addirittura riporta la notizia con un link che menziona la “pedofilia”.

Di tutti i principali quotidiani, nessuno che si sia preso la briga di spendere pochi minuti per verificare la notizia. Meglio pubblicare una boiata priva di fondamento che rischiare il “buco. Lascio a voi le conclusioni.

Share

Titlesquatting

Un paio di mesi fa, sul suo blog, Loredana Lipperini dedicava un post indignato all’uscita di un libro Mondadori: un’opera di Jane Nickerson ispirata alla fiaba di Barbablù che ruba il titolo (solo nella versione italiana) alla celebre raccolta di racconti di Angela Carter, La camera di sangue.

L’ira di Lipperini è del tutto giustificata, e me ne sono reso conto tempo dopo, quando mi è venuta l’idea di regalare il libro di Carter a una persona. Ho scoperto che oggi è impossibile in Italia acquistare il vero La camera di sangue, se non sulle bancarelle o su eBay a caro prezzo. Si tratta di un libro importante, che ha ispirato saggi, da un cui racconto è stato tratto un film, un riconosciuto capolavoro che ha influenzato molti autori, ma non viene ristampato da tempo. Ho provato a chiedere in una libreria Feltrinelli (l’editore del libro originale!) e il commesso, del tutto ignaro dell’esistenza di Carter, mi ha proposto il libro di Nickerson. Non bastava che l’originale fosse morto e sepolto, ora tentano pure di farne sparire il ricordo usurpandone il nome.

Questa questione mi è tornata in mente oggi in libreria quando ho visto spuntare da uno scaffale un libro intitolato Cadavere squisito. Era da molto che speravo fosse ristampato in Italia il libro di Poppy Z. Brite, un agghiacciante capolavoro noir che è tuttora il più bel romanzo che abbia mai letto sul tema del serial killer. Un altro libro da tempo introvabile in libreria, edito in origine da Frassinelli. Ho afferrato subito la copia, ma poi ho visto che non c’entrava nulla col romanzo che pensavo: era invece un thriller italiano di Luigi Carletti.Tra l’altro con una copertina che ha pure qualche somiglianza con il libro di Brite.

Ora, manca ancora un indizio per fare una prova, ma due esempi di questo genere a così breve distanza fanno pensare che ci sia del dolo, e che qualcuno in Mondadori abbia pensato che fosse una buona idea appropriarsi di titoli di romanzi di altre case, letterariamente importanti ma assenti dalle librerie, applicandoli su mediocri novità. Non so se si tratti semplicemente della sciatteria di chi non vuole arrischiarsi a inventare un titolo nuovo, o se ci sia dietro il cinismo di chi spera di approfittarsi dei lettori in cerca dei titoli originali, fuorviandoli e inducendoli a comprare un libro che nulla ha a che fare. Ma, se la tendenza dovesse continuare, non ho parole per dire quanto sia culturalmente deleteria.

Share

Civati ed io

Credo che il politico Pippo Civati si possa descrivere raccontando della prima volta in cui l’ho visto di persona. Era il 6 marzo 2010, Berlusconi aveva appena presentato un decreto che sanava una serie di irregolarità, consentendo di presentarsi alle elezioni regionali anche a liste che palesemente non ne avevano titolo. Dilagò la consueta indignazione, ma a Milano furono indette due manifestazioni distinte, una dal PD e l’altra dal Popolo Viola.
La manifestazione del Popolo Viola cominciava prima, di fronte al Palazzo di Giustizia, quindi raggiunsi lì alcuni amici, con l’intenzione però di spostarmi dopo alla manifestazione del PD, in largo Cairoli. Solo che poi arrivò Civati. Che parlò con gli organizzatori e disse: “Ha senso che facciamo due manifestazioni separate contro la stessa cosa? Perché non raggiungiamo tutti l’altra manifestazione?”
Non so come, ma convinse tutti: ci mettemmo in marcia, e raggiungemmo la manifestazione del PD. In testa al corteo, come si vede nella foto, sentii Civati ridacchiare come un bambino che ha commesso una marachella, e bisbigliare a Carlo Monguzzi: “Sai la faccia di Penati quando gli portiamo le bandiere del Popolo Viola sotto il palco!”
Ecco, questo è Pippo Civati: una persona di buon senso, che guarda alle idee e non alle appartenenze politiche, e riesce a ottenere risultati inaspettati, anche e soprattutto a dispetto dei dirigenti del suo stesso partito.

Da allora ho seguito Pippo da vicino, e non mi ha mai deluso. Ogni volta che ho avuto la tentazione di pensare che in Italia non esistono politici decenti, c’è stato lui a dimostrarmi il contrario, sostenendo  coerentemente le posizioni che avrei voluto che il PD sostenesse, su qualunque argomento (i referendum sull’acqua, gli F-35, i matrimoni omosessuali, la politica economica, quello che preferite). Io penso che, se Civati fosse stato segretario in questi ultimi anni, il boom del M5S non ci sarebbe stato, e quei voti li avrebbe legittimamente presi il PD.

Ma quello che mi piace di più di Pippo è la sua coerenza. Che ha fatto sì che in questi tre anni non lo abbia mai sentito affermare qualcosa per poi fare marcia indietro, a differenza di tanti altri suoi colleghi. Non va avanti a sparate che poi è costretto a rettificare, non va a cercare i titoli dei giornali a ogni costo, non lancia frasi ad effetto per avere l’apertura del TG (anche se è capace di grandissima ironia, come quando si è costruito da solo l’intervista che Fazio non gli ha voluto fare). Ha fatto una campagna elettorale senza l’appoggio di alcun giornale (vergognoso come Repubblica lo ignora) e senza grandi finanziatori alle spalle, eppure ha convinto molta gente, e tutti hanno detto che ha vinto il confronto TV su Sky.

Vi ricordate di tutte le volte che avete detto che avreste voluto dei politici seri, coerenti, capaci, moderni, che portassero avanti delle idee invece di difendere solo la poltrona? Adesso avete la possibilità di votarne uno, e non dovete lasciarvela sfuggire. Il vostro voto conta, ed è tanto più importante in quanto Civati non ha giornali che lo danno da mesi come il sicuro vincitore. Le cose si possono cambiare, a patto di crederci: è questo il senso dello slogan “le cose cambiano, cambiandole”. Io proverò a cambiarle domani, votando per Pippo.

Detto questo, siccome immagino che questo post susciterà prevedibili obiezioni, mi sono preparato anche qualche risposta preventiva:

Ancora il PD? Basta, non lo voterò mai più.
Sono piuttosto solidale con questa posizione, dato che anche per me votare PD in questo momento sarebbe molto difficile, se non impossibile. Il PD ha tradito i suoi elettori, facendo esattamente il contrario di ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Per questo motivo, dopo cinque anni nel partito quest’anno non ho rinnovato la tessera. E tuttavia, non credo che felicitarsi della rovina del PD sia la soluzione. A noi elettori delusi servirebbe un PD che funzionasse e portasse avanti le idee per cui lo abbiamo inutilmente votato in passato. Quindi mi sembra sensato votare l’unico candidato che vuole fare sul serio quello che il PD non ha mai fatto. Secondo me vale la pena di scommetterci due euro. Poi non si è obbligati a votare il PD, se Civati non dovesse essere eletto, o se fosse eletto ma non risultasse convincente.

Non voto per Civati, parla tanto ma poi vota come gli altri.
Questa è l’obiezione che mi sento rivolgere più spesso, e sinceramente mi rattrista, perché la trovo totalmente ingenerosa e fuori dalla realtà. Civati non ha votato la fiducia al governo Letta, un atto di ribellione che poteva costargli l’espulsione. Da allora si è battuto ogni volta in assemblea per portare allo scoperto le contraddizioni del PD, a differenza di suoi colleghi che rilasciano dichiarazioni ai giornali ma in assemblea si guardano bene dal sostenere le stesse posizioni. Prendersela con lui perché alla fine vota con i suoi significa non capire quello che sta facendo, e cioè mostrare agli elettori che esiste un’alternativa e che il PD può essere diverso. Se votasse ogni volta in dissenso, sarebbe messo fuori dal PD, e l’alternativa non ci sarebbe più.
Non ci si rende conto che è molto più difficile cercare di convincere i propri compagni di partito rispetto a rompere i ponti. Lo so per esperienza: dopo le scorse elezioni ho partecipato a una riunione di un circolo PD, mi sono alzato e ho detto che il PD appoggiando la TAV aveva sbagliato tutto. Ho proseguito il mio discorso tra grida, fischi e mormorii, consapevole che in sala c’era probabilmente solo una mezza dozzina di persone che la pensava come me. Non credo di aver convinto nessuno. Ma credo di essere stato più utile allora che ero dentro, piuttosto che ora, che per esasperazione e stanchezza sono fuori. Rispetto Civati perché ha la forza di rimanere dentro e lottare, in un partito in cui per ora è come un corpo estraneo.

Che senso ha votare Civati? Tanto vince Renzi!
Per cominciare, questo è un discorso che si morde la coda. Ovvio che Civati non può vincere se la gente non lo vota, quindi per farlo vincere bisogna in primo luogo votarlo. Ma poi, anche se non dovesse arrivare primo, più voti prenderà, più sarà difficile al futuro segretario del PD ignorare le sue posizioni. Non ci si può lamentare che le cose non cambiano, se poi non si colgono le opportunità per cambiarle.

Io voto Renzi! Solo Renzi può cambiare l’Italia!
Mah, cosa vuoi che ti dica, non sono d’accordo. Per cominciare, Civati ha idee molto più chiare e nette su quasi tutto, mentre Renzi spara grandi frasi, ma poi nel concreto non si capisce cosa vuole fare (esempio principe: dice di essere contrario alle larghe intese, però dice anche che vuol lasciare proseguire Letta fino al 2015; come stanno insieme queste due cose?).
Gli argomenti che usano i renziani, poi, non mi convincono per nulla. “Renzi è un vincente, Renzi ha carisma”, mi dicono, e a me cadono le braccia. A sentirli sembrerebbe che per un politico la dote principale sia essere telegenico, piacere per la propria immagine invece che per quello che dice. Secondo me chi la pensa così è avvelenato dal berlusconismo. Ed è tipico, ahimè, di una sinistra succube cercare di riprodurre le ricette della destra quando sono ormai scadute. Come Renzi che dice di ispirarsi a Blair, che nel mondo ormai è schifato da chiunque. E comunque vorrei far notare che il vincente Renzi nelle scorse primarie ha perso, e contro Bersani.
Mi dicono: “Renzi è l’unico che può prendere il voto degli elettori di destra”, e a me cadono le braccia due volte. Sono più di vent’anni che si segue questa teoria per cui in Italia la sinistra è minoritaria e non può vincere, e perciò è necessario compiacere i cosiddetti “moderati”. Risultato: la sinistra ha continuato a perdere voti, si è dissanguata inseguendo alleati che non contavano nulla (Casini, Fini, Monti, adesso Alfano), mentre il M5S dal nulla si prendeva il 25% dei voti. Ora vorreste farmi credere che con Renzi sarà diverso? Non vedo perché. La sinistra non vincerà mai inseguendo i voti della destra. Vincerà quando saprà convincere i suoi, che ora in gran parte si astengono, a votarla.
Inseguire gli elettori era l’idea di partito di Veltroni, quello del “ma anche”, che voleva essere il partito di tutti e non era il partito di nessuno. Si è visto come è andata. Un partito che vuole cambiare le cose non deve inseguire gli elettori. Deve prendere una posizione, e convincere gli elettori che è giusta. È più difficile, ma è l’unico metodo che funziona davvero.


Share

L’uomo a un grado Kelvin

2060. Dopo essersi assentato misteriosamente, il professor De Ruiters, direttore di un importante centro di ricerca europeo, viene ritrovato congelato a bassissima temperatura all’interno di un macchinario, durante un esperimento pubblico di teletrasporto al Palazzo delle Stelline di Milano. Contemporaneamente, altri tre suoi colleghi si rendono irreperibili. Il detective Dick Watson della Polizia Europea viene inviato a indagare sul caso, scontrandosi subito con la Polizia Lombarda che preferirebbe non averlo tra i piedi. Il caso si rivelerà molto più complicato del previsto, coinvolgendo spie, criminali, hacker, e i segretissimi computer quantistici nel sottosuolo di Parigi…

Da molti anni ormai collaboro alle selezioni per il premio Urania. Di solito evito di parlarne pubblicamente, sapendo come il premio sia una macchina generatrice di polemiche per cui meno si dice e meglio è. Quest’anno però sono molto più coinvolto del solito: non solo la prima lettura dell’opera vincitrice è stata assegnata a me, ma mi sono occupato anche dell’editing e ho realizzato l’intervista all’autore inclusa in appendice. Non riesco perciò a trattenermi dall’esprimere un giudizio, ovviamente del tutto parziale, visto che questo romanzo lo sento anche un po’ “mio”.

E allora vi dico che questo libro, senza nulla togliere ai suoi predecessori, mi è piaciuto in modo particolare. Per tanti motivi. Per esempio:

  • È un ottimo giallo: ha una trama intricatissima e solida, che procede in modo consequenziale senza affidarsi a coincidenze e colpi di fortuna. Niente a che vedere con certi libri in cui la trama investigativa è solo un pretesto per parlar d’altro.
  • Tuttavia gli appassionati di fantascienza non devono storcere il naso: non si tratta di un giallo tradizionale cucinato in salsa futuribile. Tutt’altro: l’ambientazione fantascientifica è originale, coerente e saldamente ancorata alla trama investigativa.
  • Ma il motivo per cui L’uomo a un grado Kelvin mi ha colpito particolarmente è un altro: la competenza scientifica con cui è scritto. Oserei dire che questo è il singolo libro di fantascienza italiana in cui il lato scientifico è trattato meglio, senza alcuna pedanteria ma con mano sicura e senza rifarsi a modelli anglosassoni.

Insomma, senza voler esagerare con gli elogi, è il tipo di romanzo di fantascienza italiana che mi piacerebbe leggere molto più spesso: avvincente, professionale, interessante senza rinunciare a essere divertente. Fatemi sapere se siete d’accordo con me.

Share

Dodici

Un’epidemia ha trasformato in zombie quasi tutti gli abitanti di Rebibbia. Mentre i pochi superstiti si organizzano per tentare la fuga, Calcare è stato misteriosamente ridotto in fin di vita. Tocca ai suoi amici, Secco e Cinghiale, e a Katja, una ragazza rimasta bloccata con loro nel quartiere, trovare il modo di portarlo via prima che sia troppo tardi.

Non sono potuto andare alla presentazione milanese di Dodici, ma probabilmente è stata una fortuna: pare che fossero necessarie ore di coda per poterne ottenere una copia. Nel giro di un paio d’anni Zerocalcare (pseudonimo di Michele Rech) è passato da figura di culto a fumettista più ricercato di Italia, con spazi fissi su Internazionale e Wired e i suoi libri che si vendono come il pane. Tanto di cappello: per una volta il successo tocca a qualcuno che se lo merita.

Se già in Un polpo alla gola Zerocalcare si era allontanato in parte dallo stile delle storie che pubblica sul proprio blog, proponendo una trama articolata che prevale sulle pur numerose gag, qui fa un passo ulteriore mettendo in disparte il proprio alter ego e lasciando la scena ai comprimari Secco e Cinghiale e alla nuova arrivata Katja. Questi diventano protagonisti di una trama fantastica che  sembra quasi un crossover con Safe Inside, il fumetto incompiuto di zombie che aveva realizzato per la DC Comics.

Mi riesce un po’ difficile dare un giudizio netto sul risultato. Da un lato, è evidente che l’autore non si è seduto sugli allori ed è in continua evoluzione: dal punto di vista grafico questa è una delle sue storie migliori. Riesce ad avere il ritmo di un fumetto d’azione senza perdere per strada il consueto umorismo, ed è particolarmente azzeccato il modo in cui le varie linee narrative sono rese con stili differenti e riconoscibili.

Sulla storia, però, sono più dubbioso: pur essendoci gag esilaranti e trovate geniali, e pur avendo apprezzato molto il personaggio di Katja (spero che in futuro riappaia!), trovo che in qualche punto il respiro sia un po’ affannoso, e che gli spunti proposti non siano sempre approfonditi come meriterebbero. Soprattutto, mi pare che la struttura narrativa completamente frammentata sia un virtuosismo un po’ fine a se stesso, che finisce per rendere la trama difficoltosa da seguire invece che moltiplicare la tensione.

Tirando le somme, non è probabilmente la miglior storia di Zerocalcare, come mi aspettavo che fosse. Ma restano comunque soldi ottimamente spesi.

Share