Archeoacustica

Oggi su Nòva 24 apparirà un mio articolo in cui intervisto il professor Carl Haber, inventore di una tecnologia per estrarre l’audio con un procedimento ottico da antiche registrazioni, realizzate con macchinari pioneristici su supporti così fragili che rischierebbero di rovinarsi se venissero ascoltati anche una sola volta col metodo tradizionale (purtroppo l’articolo non sarà online, per leggerlo dovete acquistare Il Sole – 24 Ore).

Mentre ascoltavo il professore parlare di come realizza scansioni dettagliatissime delle superfici dei supporti fonografici per poi usare un algoritmo in grado di “ascoltare” i suoni che contengono senza toccarli, mi è venuto in mente un racconto di fantascienza. Lo ha scritto Rudy Rucker nel 1981, si intitola Buzz ed è apparso in Italia nel 1996 col titolo di Ronzio, all’interno dell’antologia Cuori Elettrici curata da Daniele Brolli. In Ronzio degli scienziati ritengono che sulla superficie di un antico vaso egiziano possano essere rimasti incisi dei suoni, grazie al fatto che il coltello del vasaio ha trasformato le vibrazioni dell’aria in solchi che poi si sono solidificati. Costruiscono un macchinario per riascoltare quei suoni, ma nel farlo finiscono col far risuonare un antico incantesimo che ha effetti inaspettati.

Sono rimasto a lungo indeciso se fosse il caso di fare una domanda così strana a un serio professore di fisica, ma alla fine mi sono deciso, e gli ho chiesto se fosse davvero possibile che dei suoni dell’antichità fossero rimasti incisi accidentalmente nel modo descritto dal racconto, e in tal caso se la sua tecnica fosse in grado di recuperarli. Mi ha lasciato di stucco dicendomi: “Questa domanda mi è stata posta centinaia di volte”. Dopodiché mi ha spiegato che si è molto discusso di questa possibilità, che viene definita archeoacustica, ma secondo lui non è molto plausibile che possa realizzarsi in pratica. Haber ha studiato approfonditamente gli esperimenti dei primi pionieri della registrazione audio, e si è reso conto che per l’incisione di suoni intelligibili hanno dovuto affrontare grandissimi sforzi e ricorrere a espedienti ingegnosi. La probabilità che lo stesso risultato possa essere ottenuto per caso, senza la volontà di ottenerlo, a suo avviso è davvero bassa. “Però vorrei specificare una cosa”, ha aggiunto. “Se davvero dei suoni fossero rimasti incisi in quel modo, la mia tecnologia sarebbe perfettamente in grado di tirarli fuori”.

Quindi l’idea di poter ascoltare suoni di epoche precedenti l’invenzione del fonografo e del registratore è molto probabilmente solo un sogno. Un sogno peraltro ricorrente: proprio in questi giorni leggevo, nell’introduzione all’interessantissimo libro Alla ricerca del suono perfetto – Una storia della musica registrata di Greg Milner, che lo stesso Guglielmo Marconi faceva fantasticherie del genere. Avendo osservato che un suono non si interrompe mai davvero, ma si smorza diminuendo di intensità per diventare inaudibile, aveva pensato che, con apparecchiature sufficientemente sensibili, si sarebbero potuti recuperare anche i suoni di epoche molto lontane. In particolare, avrebbe voluto poter ascoltare il Discorso della Montagna come l’aveva pronunciato lo stesso Gesù.

Marconi non conosceva l’odierna teoria dell’informazione, e non si rendeva conto che qualunque suono è destinato a perdersi nel rumore di fondo fino a non essere più in alcun modo decifrabile. Ma quello di far riviver ei rumori del passato, rendendolo in qualche modo ancora vivo e presente, è troppo affascinante per perdere del tutto la speranza. Chissà che un giorno qualche complesso entanglement quantistico non ci consenta di percepire le vibrazioni di atomi di un lontano passato, come inserendo un microfono in un’altra epoca. E chissà cosa potremmo scoprire ascoltando.

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Torna StraniMondi

stranimondi-logoUn breve post per ricordarvi che il prossimo 15 e 16 ottobre si terrà a Milano la seconda edizione di StraniMondi, la manifestazione dedicata all’editoria fantastica e fantascientifica.

Organizzata da tre delle principali case del settore, e cioè Delos Books, Hypnos e Zona 42, e con la partecipazione della quasi totalità dei piccoli editori del settore, è davvero un evento imperdibile per chi è interessato alla letteratura fantastica. Già l’edizione dell’anno scorso è stata davvero riuscita, come ho scritto altrove, ma quest’anno partecipano ancora più editori (ben 26) e c’è uno schieramento di ospiti stranieri davvero notevole, capitanato da uno degli autori di fantascienza contemporanei che più apprezzo, e cioè Alastair Reynolds.

Ci sarò sicuramente anch’io, anche se non so ancora dirvi se parteciperò a qualche evento.

Vi ricordo infine che StraniMondi viene finanziata attraverso un crowdfunding. Quest’anno la raccolta fndi sta andando molto meglio dell’anno scorso, ma comunque sia se volete dare una mano agli organizzatori o assicurarvi qualcuna delle ricompense speciali previste per i partecipanti andate pure a preiscrivervi presso l’apposito sito Kickstarter.

Ci vediamo lì!

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Sole Pirata (autopromozione)

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È già nelle librerie (e negli e-book store) Sole pirata, terzo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi, come i due volumi precedenti.

Si tratta della conclusione del ciclo (esistono altri due romanzi ambientati in Virga, ma le cui vicende sono slegate da quelle dei libri precedenti; per il momento la loro pubblicazione in Italia non è prevista). Questa volta la trama ruota soprattutto intorno all’ammiraglio Chaison Fanning, imprigionato alla fine del primo volume, e ai suoi tentativi di rientrare in patria. Chi era rimasto deluso dal fatto che il romanzo precedente si svolgesse interamente all’intenro di un habitat, qui avrà il piacere di ritrovare i grandi spazi e gli assurdi panorami del mondo di Virga.

Il libro è acquistabile sia in versione cartacea, sia in ebook, presso il sito della casa editrice, oltre che in alcune librerie selezionate. Ci sarà sicuramente una presentazione del libro a Milano nel corso di StraniMondi, ma ancora non so dirvi la data.

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Ghostbusters

Ghostbusters

Come si fa un remake perché sia soddisfacente? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa a questa domanda (e ho sentito più di una persona sostenere che un remake non è mai soddisfacente). Da parte mia, penso che un remake riuscito sia quello sufficientemente fedele al vecchio film da conservarne in qualche modo lo spirito e l’identità, e sufficientemente infedele perché vedendolo si abbia l’impressione che ci sia qualcosa di valido in più. Purtroppo il remake di Ghostbusters si ferma a metà strada, riproponendo in modo simpatico gli stilemi dell’originale ma senza riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e diverso che sia anche interessante.

Negli USA il film è stato preceduto da una vergognosa campagna d’odio sessista in opposizione alla scelta di un cast tutto al femminile, considerata un tradimento del film originale. Ma in realtà quella di invertire il genere dei personaggi (peraltro rimasti caratterialmente molto vicini a quelli del 1984) non era affatto una cattiva idea, così come potenzialmente buoni sono gli altri cambiamenti apportati alla trama del film. Per esempio l’aggiunta del segretario tutto muscoli e niente cervello Kevin, interpretato da un Chris Hemsworth tanto a suo agio nell’autoparodia da rubare la scena alle protagoniste. O anche l’avere attribuito l’origine dell’invasione di fantasmi ai rancori di un povero frustrato in cerca di vendetta sul mondo, un tema che, in quest’epoca di attentati, avrebbe anche potuto donare al film una certa profondità.

Il problema è però nella sceneggiatura del regista Paul Feig, che sembra assumere come pubblico di riferimento lo spettatore che fa zapping casuale, e perciò costruisce il film come una sequenza di sketch, passando da uno spunto all’altro senza averne sviluppato a dovere alcuno e, quel che è peggio, senza mai prendere una direzione precisa.

Il film del 1984 ha avuto tanto successo perché rappresenta la perfetta fantasia nerd: un gruppo di maschi che parlano un gergo astruso e sono appassionati di strane tecnologie cerca di farsi notare, inizialmente non viene preso sul serio, ma poi salva il mondo e ottiene la gloria e le ragazze. Nel volgerlo al femminile si poteva scegliere se raccontare esattamente la stessa storia a ruoli invertiti, o se invece sottolineare le differenze che il cambio di genere comporta. Il film però non fa né l’una né l’altra cosa. Non mi viene in mente neppure una scena in cui l’essere donne delle protagoniste crei loro qualche difficoltà. Tuttavia svanisce la questione dei rapporti con l’altro sesso: tre delle quattro protagoniste sembrano asessuate, e l’interesse per gli uomini si riduce alle smanie di Erin per il segretario Kevin, annunciate a gran voce ma mai messe in pratica. Insomma, il potenziale dell’idea va sostanzialmente sprecato, probabilmente in omaggio all’etica del “film per famiglie” (dove invece l’originale voleva proprio stuzzicare la sessualità nerd, con scene come quella in cui Sigourney Weaver posseduta dal demone chiede a Bill Murray “Vuoi tu questo corpo?”).

Anche il rapporto con il sindaco, il cui segretario nel film originale era l’avversario principale e il bersaglio di un’esplicita aggressività (“Sì, è vero, sì: quest’uomo non ha le palle!”), qui è ambiguo e inconcludente. Forse nell’America post 11 settembre non è più concesso farsi beffe dell’autorità e sottintendere che non sia in grado di proteggere i cittadini. Sta di fatto che Feig tenta di dipingere il sindaco Andy Garcia contemporaneamente come un avversario e un alleato, col risultato di annoiare. Quanto al nuovo avversario introdotto, lo sfigato che cerca vendetta ponendosi a capo di un’orda di fantasmi, avrebbe avuto un potenziale enorme se il regista avesse sfruttato la misoginia del personaggio per creare un contrasto vero con le eroine. Ma anche qui tutto si risolve con una battutina (“Sparate come ragazze”).

Servite così male dalla sceneggiatura, le pur brave protagoniste (Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, quasi tutte veterane del Saturday Night Live, proprio come gli attori originali) si ritrovano ad annaspare, strappando talvolta il sorriso ma senza le battute fulminanti che ci sarebbero volute. Con questo non voglio dire che il film sia un disastro. Al contrario, la sua notevole durata (116 minuti, parecchio per una commedia) è trascorsa piacevolmente. Merito in parte degli effetti speciali, davvero spettacolari (io li ho trovati persino troppo realistici, e ho pensato che il me stesso bambino si sarebbe spaventato; ma accanto a me c’era Aurora, di quattro anni, che ha continuato imperterrita a sgranocchiare i suoi popcorn, quindi forse i bambini di oggi sono più difficili da terrorizzare). E merito soprattutto della sceneggiatura originale di Ivan Reitman, Dan Aykroyd e Harold Ramis, che anche così rimaneggiata resta comunque esemplare nel mescolare fantascienza, horror e commedia. Alla fine, se lo si prende per quello che è, e cioè un tentativo senza grandi ambizioni di riciclare una storia di successo, il nuovo Ghostbusters si lascia vedere, ed è sicuramente meglio del pessimo seguito girato nel 1989, Ghostbusters II. Se vi può bastare…

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Una sedia vuota

180001_1888058484459_4061087_nCi ha lasciato la settimana scorsa Tecla Dozio, che tutti i milanesi conoscono come “la libraia della Libreria del Giallo”, anche se la libreria l’aveva chiusa ormai da diversi anni. Ebbi la fortuna di conoscerla pochi giorni dopo il mio arrivo a Milano: ero finito in un pensionato universitario a pochi passi dalla sua sede, che allora stava in piazza San Nazaro in Brolo. La incontrai subito esplorando i dintorni, e divenne una tappa fissa dei miei giri, anche se il me stesso ventenne era un po’ intimidito da Tecla e dall’occhiataccia che mi aveva lanciato quando incautamente le avevo fatto ordinare una rivista dall’estero e poi, sentito il prezzo, avevo fatto marcia indietro. Ma continuai a frequentarla, anche dopo che fu costretta a spostarsi altrove.

Non mi dilungherò sull’importanza grandissima e innegabile che Tecla ha avuto per la narrativa gialla in Italia: su questo si sono già espresse persone ben più qualificate di me. Vorrei però aggiungere che la sua attività di patronaggio si è estesa anche alla fantascienza: un genere che sicuramente non amava quanto il giallo, ma che ha comunque molto aiutato, ospitando nella sua libreria numerose presentazioni ed eventi, che erano sempre occasioni di scambi e conoscenze. Grazie a Tecla ho avuto la possibilità non solo di incontrare di persona uno dei miti della mia adolescenza, il grande Robert Sheckley, ma addirittura di mangiare una pizza insieme a lui. Al nostro tavolo sedeva anche un altro personaggio appassionatissimo di fantascienza. Chiacchierammo a lungo, alla fine della serata saltò fuori che era Giuseppe Lippi, già allora curatore di Urania. Mi disse di mandargli un curriculum, e così iniziò la mia collaborazione con la testata, che dura ormai da una ventina d’anni.

Insomma, a Tecla devo molto, e penso proprio di non essere il solo. Purtroppo fu costretta a chiudere la sua attività. Quando le chiesi perché, mi disse che era stanca di dover chiedere periodicamente contributi agli amici, dato che la libreria non si reggeva da sola, e tutto l’aiuto che era riuscita a ottenere dal Comune era una sede in affitto in una viuzza decentrata dove non passava mai nessuno se non i clienti abituali. Ma anche dopo aver chiuso ed essersi trasferita in Lunigiana continuava a venire a Milano per presentare i libri. E tra noi si diceva: “Andiamo da Tecla?”. E ci si andava, senza neanche sapere quale fosse il titolo. Perché sapevamo che ne sarebbe valsa la pena, persino se libro e autore non erano un gran che: ci avrebbe pensato lei, con la sua verve, a renderli interessanti. E alla fine della presentazione lei avrebbe avuto un sorriso o una battutaccia per ciascuno dei presenti.

Ci era mancata la tua libreria, tu ci mancherai di più.

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Sotto il sole di mezzanotte

sotto-il-sole-di-mezzanotte-corto-maltese-rcsUn paio di mesi fa è stata pubblicata la prima storia di Corto Maltese non firmata da Hugo Pratt, intitolata Sotto il sole di mezzanotte. È firmata da due autori spagnoli: lo sceneggiatore Juan Díaz Canales (noto per Blacksad, un bel fumetto noir interpretato da animali antropomorfi) e Rubén Pellejero (autore di Dieter Lumpen, fumetto che già costituiva un esplicito omaggio a Pratt).

Ha senso un’operazione del genere, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autore originale? Sicuramente non c’è nulla di sacrilego: lo stesso Pratt aveva dichiarato in tempi non sospetti di non essere contrario al fatto che altri riprendessero il suo personaggio, una volta che lui lo avesse abbandonato. Tuttavia non si trattava di un’operazione facile. Corto Maltese non è uno di quei personaggi seriali che vivono in un universo proprio sostanzialmente avulso dal mondo reale: la sua biografia è complessa e intrecciata a vari eventi storici, e non è banale ampliarla con nuove storie. Ma soprattutto, si tratta di un personaggio molto personale, vero e proprio alter ego di un autore che per più di vent’anni ne ha curato le storie. Difficile, quindi, darlo in mano a qualcun altro mantenendone intatto lo spirito.

Una vignetta della prima tavola in cui appare Corto Maltese, nella storia "Una ballata del mare salato", 1967.

Una vignetta della prima tavola in cui appare Corto Maltese, nella storia “Una ballata del mare salato”, 1967.

A mio avviso c’erano due modi possibili per affrontare una rinascita di Corto Maltese. Adottare un approccio di rottura, reinventando il personaggio sia nel disegno, sia nel ritmo delle sceneggiature, marcando in modo inequivocabile la diversità rispetto alle vecchie storie. O invece cercare di essere filologici, imitando il più possibile lo stile di Pratt. Il primo metodo sarebbe stato molto più rischioso, ma anche quello potenzialmente più fertile. Il secondo, che non sorprendentemente è quello scelto dagli autori (e dagli editori), va sul sicuro nel proporre ai lettori qualcosa che già ben conoscono, ma corre il rischio di essere una mera celebrazione che poco aggiunge al personaggio.

Dal punto di vista del disegno, Sotto il sole di mezzanotte ricalca davvero da vicino lo stile di Pratt. Ammetto di non essere un esperto di sottigliezze grafiche, ma credo che se mi avessero raccontato che si trattava di un inedito di Pratt ci avrei senz’altro creduto: le differenze rispetto all’originale non mi sembrano maggiori rispetto a quelle che si riscontrano tra una storia e l’altra dello stesso Pratt. Pellejero è riuscito a rendere bene non solo l’aspetto dei personaggi, ma anche lo stile delle inquadrature e soprattutto la scansione delle vignette, con quelle sequenze di azione silenziose che costituiscono una parte importante delle atmosfere delle storie di Corto.

Il modello della sceneggiatura sembra essere Corte Sconta detta Arcana: una storia lunga che, dopo un inizio magico-onirico, si mantiene sostanzialmente ancorata alla realtà e va a includere numerosi luoghi, personaggi ed eventi storici, in un intrico di vicende in cui quella di Corto è solo una delle tante, e forse nemmeno la più importante. Non sembra invece esserci nullla in comune con l’ultimo periodo di Pratt, quello di storie bizzarre e sognanti come Mu o Le elvetiche.

Lo spunto di partenza è preso invece da La giovinezza, ed è probabilmente la scelta più ovvia: è una storia che Pratt ha ambientato molto indietro nel tempo, nel 1905, ed è seguita da uno spazio “vuoto” della biografia di Corto in cui è possibile ambientare nuove storie, mentre tutto il resto delle sue avventure, ambientate tra il 1913 e il 1924, costituisce un corpo piuttosto compatto in cui sarebbe stato difficile inserire altro.

Indubbiamente nello sceneggiare la storia Díaz Canales ha compiuto un notevole sforzo di documentazione e ideazione, riuscendo a ricreare molto bene il fascino che emanano le storie di Corto: luoghi e personaggi che sembrano inventati e invece sono storicamente esistiti, insieme ad altri del tutto immaginari ma perfettamente credibili. Ed ha anche allestito una vicenda parecchio intricata che mantiene una sua coerenza, giustificando le peregrinazioni di Corto senza sbavature.

Quello che purtroppo non mi ha convinto del tutto è proprio l’elemento centrale, e cioè la rappresentazione di Corto Maltese in persona. Quello che vediamo è un corto notevolmente più giovane rispetto a quello che abbiamo conosciuto in tutte le storie di Pratt, esclusa La giovinezza. È perciò naturale attendersi che sia un po’ più impulsivo ed irruento. Al contrario, il Corto dei due autori spagnoli mi è parso leggermente troppo distaccato. A parte un paio di scene in cui è costretto ad agire dalle circostanze, sembra fare da testimone alle varie vicende senza esserne veramente coinvolto. E mi sembra difficile, per fare un esempio, che il Corto Maltese amico dei rivoluzionari irlandesi di Concerto in O’minore per arpa e nitroglicerina avrebbe accettato con tanto fatalismo la fucilazione di un amico irlandese per mano dell’esercito canadese, come vediamo qui.

Insomma, tutti i dettagli al posto giusto, ma manca qualcosa. Questa storia mi ha dato sensazioni simili a quelle provate leggendo i fumetti di Don Rosa, il fumettista statunitense che ha ricostruito una dettagliata biografia di Paperon de Paperoni basandosi sulle storie originali di Carl Barks, scrivendo poi nuove storie perfettamente integrate con gli originali. Tanta ammirazione per la cura filologica, gran piacere nel poter immaginare nuovi dettagli della storia di personaggi amati, ma anche la sensazione che, costretti in binari così rigidi, finiscano per non avere gran che di nuovo da dire, perdendo parte di quella vitalità e follia che costituiva la loro essenza.

In conclusione: ho letto la storia con piacere, e leggerò anche la prossima, se ci sarà. Ma, come forse era scontato, il vero Corto rimane inafferrabile.

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Corto e Rasputin in una vignetta tratta da “Sotto il sole di mezzanotte”.

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Regina del Sole (autopromozione)

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Sta per arrivare nelle librerie (e negli e-book store) Regina del sole, secondo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi.

Quella di Schroeder è una fantascienza visionaria: Virga è un universo artificiale, in cui non ci sono pianeti e lo spazio non è vuoto ma pieno d’aria, il che comporta una fisica piuttosto diversa da quella cui siamo abituati. Questi concetti insoliti vengono però bilanciati da trame molto avventurose e pirotecniche.

Rispetto al suo predecessore (che vi consiglio comunque di leggere per primo), ho trovato Regina del Sole ancora più divertente. Merito del fatto che questa volta la protagonista assoluta è Venera Fanning, l’avventuriera che abbiamo imparato ad amare nel primo volume e che è sicuramente il più riuscito personaggio del ciclo.

Se siete vicini a Milano e volete saperne di più, vi ricordo che domenica 11 ottobre alle ore 11.30, nel corso della convention StraniMondi dedicata alla letteratura fantastica, ci sarà la presentazione ufficiale del romanzo. Sarò presente anch’io, insieme agli editori, a Silvia e ad altri collaboratori di Zona 42.

Il libro è già acquistabile in versione cartacea o ebook.

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La cattiva strada (autopromozione)

Nel riprendere la pubblicazione di questo blog (che spero d’ora in poi riuscirò a mantenere più regolare), vorrei cominciare segnalando un libro di cui sono parzialmente autore.

cover-cattiva-2La cattiva strada è un’antologia curata da Gian Filippo Pizzo che raccoglie 18 racconti di “crudeltà assortite”. Come il curatore ammette candidamente nell’introduzione, l’antologia è nata in modo piuttosto casuale, dall’accumularsi di racconti rimasti esclusi dalle numerose altre antologie tematiche da lui assemblate, e che casualmente erano tutti accomunati da una certa crudeltà di fondo.

Questo potrebbe far pensare a un libro raffazzonato, ma la realtà a mio avviso è ben diversa: la dote che fa di Pizzo un ottimo antologista è la capacità di tirare fuori il meglio dai suoi autori, e questo caso non fa eccezione. Ogni racconto è stato editato con cura (a me, per esempio, è stata chiesta una riscrittura) e a mio avviso raggiunge un buon livello qualitativo. E il fatto che i racconti siano di diversi generi e varia ispirazione contribuisce a rendere interessante la lettura.

Io sono presente con il racconto Il sondaggio. È un horror, il primo che scrivo. Se qualcuno vorrà farmi sapere il suo parere, mi farà piacere.

Domani, sabato 19 settembre, alle 17.30, sarò presente insieme ad alcuni altri autori alla presentazione del libro presso la libreria Feltrinelli di Brescia.

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#OccupayISBN: la mia esperienza

In questi giorni sta facendo molto discutere il caso di ISBN Edizioni. Come è noto, l’editore Massimo Coppola, ora tornato alla direzione di Rolling Stone, è stato violentemente attaccato su Twitter da vari traduttori e autori che non sono stati pagati per il loro lavoro, e dai loro simpatizzanti. Coppola si è difeso con un’accorata lettera aperta sul sito della casa editrice descrivendosi come vittima di un attacco ingiusto, e sostenendo di avere fatto tutto il possibile per pagare i creditori. Lettera che gli è fruttata espressioni di solidarietà da parte di persone che lo ritengono un capro espiatorio per una crisi editoriale inevitabile. Il testo dice tra l’altro:

Dal Giugno 2014 abbiamo cominciato a interrompere i rapporti con dipendenti e collaboratori fissi. Siamo passati da 9 a 7, poi a 5 a settembre, a Ottobre 2014 erano 3, infine a 1. […] Dal Giugno del 2014 abbiamo usato il denaro con questo metodo: innanzitutto pagare dipendenti e collaboratori fissi, che ad oggi hanno tutti avuto quel gli spettava. Subito dopo abbiamo pagato, a volte a rate, autori e traduttori, fino al Gennaio 2015, quando le risorse si sono completamente esaurite. Abbiamo quindi dato la precedenza proprio a autori e traduttori, senza riuscire tuttavia a soddisfarli tutti. Il criterio utilizzato è stato il seguente: precedenza ai debiti più vecchi.

A questo punto credo che sia illuminante raccontare la mia esperienza personale con ISBN. Nel luglio 2014 mia moglie ed io, ignari di quanto stava avvenendo (nonché, bisogna dirlo, confidando nella buona reputazione che l’editore si era guadagnato fino a poco prima) ci siamo proposti alla casa editrice come collaboratori. Di solito quando ci si fa avanti passano diversi mesi prima che ci sia un’opportunità di collaborare, e non è raro che prima di cominciare vengano richieste prove di traduzione. ISBN, invece, ci propose un libro nel giro di un paio di giorni, e da tradurre con estrema urgenza: doveva uscire a ottobre, e perciò il lavoro andava consegnato ai primi di settembre!

Il testo era davvero molto bello e interessante. Il tempo era poco, ma ci accordarono senza problemi un aumento di tariffa, per cui accettammo, lavorando anche durante le vacanze per rispettare la data di consegna. La traduzione fu consegnata regolarmente, fu corretta a tempo di record da redattori molto competenti, e finì effettivamente sugli scaffali delle librerie a fine ottobre. Il primo segnale che qualcosa non andava fu il mancato arrivo delle copie di spettanza. Quando le sollecitammo, si scusarono dicendo che la persona che doveva occuparsene non lavorava più lì. A febbraio il pagamento pattuito non arrivò. Alle nostre interrogazioni fu risposto che la casa editrice era in crisi, ma stava tentando di pagare tutti i collaboratori e ci avrebbe fatto avere al più presto un piano rateale di rimborso. Il piano non arrivò mai. Alle nostre ulteriori sollecitazioni, una gentile impiegata rispondeva che attendeva una risposta dal signor Coppola, che però al momento non era reperibile.

Ora, io capisco che il mercato editoriale sia in crisi. Riconosco che quando la crisi colpisce sia possibile essere in buona fede e ritrovarsi impossibilitati a pagare i creditori pur volendolo fare. Tuttavia faccio notare al signor Coppola, che si ritiene vittima di un attacco “ingiusto e disinformato”, e ai suoi elogiatori, che ISBN ha commissionato un lavoro a dei nuovi collaboratori in un momento in cui, per sua stessa ammissione, aveva già cominciato a licenziare i dipendenti ed era in difficoltà a pagare i debiti pregressi. Credo che la cosa si commenti da sé.

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Perché si legge?

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Oggi è la giornata in cui si sarebbe tenuti a spiegare agli altri perché si legge. A me risulta un po’ difficile. Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, spinto non da insegnanti ma dalla semplice curiosità infantile, volevo sapere cosa dicevano le scritte che vedevo ovunque, e tampinavo mia madre perché le me leggesse, finché ho appreso la lettura prima che chiunque se ne rendesse conto. Da allora ho sempre letto tutto quello che mi capitava sottomano, tanto che i miei genitori mi ammonivano a non leggere troppo, mi imponevano dei limiti alla lettura come oggi si farebbe con la televisione, preoccupati della mia incipiente miopia. Leggo ancora oggi, e vorrei avere più tempo a disposizione per leggere di più. Quindi dover spiegare perché leggo mi fa un’impressione simile a dover spiegare perché respiro, o perché mi piace il sesso. È un bisogno primario, e qualunque spiegazione sembra creata a posteriori.

Ricordo uno dei periodi meno felici della mia vita, quello delle scuole medie. Allora ero una sorta di reietto sociale, non trovavo un modo di rapportarmi con i miei compagni, e andare a scuola era un peso. Finché un giorno scoprii che all’ultimo piano, ignorata da tutti, esisteva una biblioteca scolastica, e che mi era permesso visitarla, sfogliare i libri e persino portarmeli a casa. C’erano testi che nelle librerie non si trovavano, in particolare un bellissimo libro di esperimenti chimici, che presi in prestito innumerevoli volte e fu la mia guida all’uso del “Piccolo Chimico” ricevuto a Natale, molto più dello striminzito libretto incluso nella confezione. Da allora questo è diventato un archetipo del mio inconscio: ogni tanto sogno ancora di vagare per una scuola affollata, fredda e ostile, e di incontrare finalmente tra le sue mura una biblioteca che ne è l’opposto, in cui mi sento finalmente a mio agio.

Ecco: forse un libro da solo non può cambiarti la vita, però puoi trovarci dentro quello che ti manca e che la vita non ti sta dando. Può darti il gusto di qualcosa che nemmeno immaginavi, e che una volta immaginata può diventare reale. Mica poco!

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