5 ragioni per preoccuparsi che le intelligenze artificiali distruggano l’umanità

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Un paio di mesi fa, sulla webzine Vox, è uscito un articolo intitolato Will artificial intelligence destroy humanity? Here are 5 reasons not to worry (“L’intelligenza artificiale distruggerà l’umanità? Ecco 5 ragioni per non preoccuparsi”), cui sono arrivato tramite un tweet di Giuseppe Granieri. L’articolo è ben scritto, e tuttavia non mi ha convinto per nulla. Anzi, a mano a mano che lo leggevo, mi convincevo della tesi opposta, e cioè che dovremmo preoccuparci almeno un po’di una presa del potere da parte di intelligenze artificiali. Ecco i ragionamenti che ho fatto:

1) Un’intelligenza genuina richiede moltissima esperienza pratica

Secondo Timothy B. Lee, estensore dell’ articolo, un enorme potenza di calcolo non basta a risolvere ogni problema. Per la maggior parte delle questioni pratiche è necessaria, oltre a un certo grado di intelligenza, anche esperienza di prima mano. Esperienza che va acquistata empiricamente e la cui acquisizione non si può velocizzare. L’esempio è: anche se una persona mettesse insieme tutti i libri esistenti sul cinese e si chiudesse in una stanza a studiarli, non potrebbe mai passare per un cinese madrelingua: certe sfumature della lingua viva si imparano solo vivendo a lungo in Cina.

Ma è proprio vero? Forse lo era fino a qualche tempo fa. Oggi però esiste Internet, che è un favoloso moltiplicatore della conoscenza umana. Su Internet non si trovano solo le nozioni importanti e fondamentali: si trova di tutto. Se il mio computer non funziona bene, se ho in frigo degli ingredienti disparati che non so come mettere insieme, se trovo una frase strana di cui non capisco il significato, basta digitare qualche parola chiave su Google, e ho la quasi certezza di trovare la risposta, messa online da qualcuno che si è posto il problema prima di me. E se non dovessi trovarla, esistono svariati modi per rendere pubblico il mio dubbio e ottenere in tempi ragionevoli la risposta di un essere umano competente.

Proviamo a porci in modo leggermente diverso la domanda: se una persona mettesse insieme tutti i libri esistenti sul cinese e si chiudesse a studiarli in una stanza dotata di una connessione a Internet, con la possibilità di chattare con persone di madrelingua cinese a voce e per iscritto, potrebbe un giorno passare per un madrelingua cinese? Io non lo escluderei!

Certo, per un essere umano diventare un esperto di qualunque cosa attraverso Internet è comunque complicato. Ma immaginiamo un’intelligenza artificiale, in grado di leggere e assimilare migliaia di pagine web al secondo, di chattare simultaneamente con migliaia di persone, di osservare la realtà attraverso migliaia di webcam in contemporanea… siamo veramente sicuri che una simile entità non potrebbe diventare esperta del mondo in un tempo piuttosto breve? Io no.

Per giunta, se questo non bastasse, ci stiamo pensando noi a darle una mano. Per esempio attraverso RoboBrain, un’iniziativa della Cornell University che punta a creare un enorme database online per spiegare ai robot come funziona il mondo e come si comportano gli esseri umani. I dati vengono generati attraverso operazioni di data mining su video e immagini disponibili su Internet, e poi migliorati da esseri umani. “Se un robot incontra una situazione che non ha mai visto prima, può interrogare RoboBrain attraverso la Rete”, spiega Ashutosh Saxena, uno dei creatori del progetto. Immaginiamo quanta conoscenza di questo tipo troverà a disposizione un’intelligenza artificiale tra qualche decennio…

2) Le macchine sono estremamente dipendenti dagli esseri umani

Le macchine, ci dice Lee, hanno comunque bisogno degli uomini per poter esistere. Un cervello elettronico intelligentissimo non sarebbe comunque in grado di mantenersi o autoripararsi. I robot di oggi sono estremamente specializzati, sono privi della versatilità di un essere umano, e rimarranno tali ancora per molto tempo. Quindi le intelligenze artificiali, per sopravvivere, hanno bisogno di noi.

Alla luce di quanto abbiamo visto al punto precedente, questa tesi mi convince molto poco. Se ammettiamo che un’intelligenza artificiale possa arrivare rapidamente a conoscere il mondo bene quanto noi, sarà versatile perlomeno quanto un essere umano, e dovrebbe riuscire a superare le difficoltà pratiche relative alla propria sopravvivenza.

Inoltre, anche in questo caso noi stiamo costruendo un’eccezionale facilitazione al compito delle future intelligenze artificiali: si chiama Internet of Things. Nei prossimi anni ci aspettiamo che ogni oggetto tecnologico smetta di essere un mondo a sé, per diventare in grado di collegarsi a tutti gli altri, scambiare informazioni e collaborare per il raggiungimento di un fine.

Si tratta, beninteso, di qualcosa di molto bello ed entusiasmante, che potrebbe cambiare la nostra vita in futuro anche più di quanto abbia già fatto l’Internet che già conosciamo. Si tratta però anche di qualcosa che metterebbe un’intelligenza artificiale in grado di manipolare a proprio vantaggio l’intero spettro delle tecnologie. In una società con un’Internet of Things molto sviluppata, un’IA che ne prendesse il controllo potrebbe fabbricare ciò che vuole e farselo recapitare con estrema facilità. O potrebbe ricattare gli umani con la minaccia di bloccare completamente l’economia e la vita quotidiana.

Ma come farebbe un’IA a prendere il controllo di tutto? Di preciso non saprei, ma sappiate che un recente rapporto commissionato da HP fa sapere che il 70% dei dispositivi connessi alla Internet of Things attuale è molto vulnerabile ad attacchi informatici. In pratica, stiamo costruendo un meraviglioso strumento per controllare il mondo, e stiamo lasciando le chiavi in giro. Un pensiero poco rassicurante.

3) Il cervello umano potrebbe essere molto difficile da emulare

Non è detto che riusciremo mai a costruire un’intelligenza artificiale in grado di emulare il cervello umano, dice Lee. I computer funzionano in modo deterministico, mentre il cervello è un complesso sistema analogico che potrebbe essere impossibile da riprodurre, così come non siamo in grado di simulare l’atmosfera con sufficiente precisione da ottenere previsioni del tempo totalmente affidabili.

Qui mi pare che l’autore salti un po’ di palo in frasca: la possibilità di costruire intelligenze artificiali sembrava implicita nell’ipotesi di partenza, ed è chiaro che non avremo nulla da temere dalle IA se non riusciremo a costruirle.

Per il resto, qui andiamo a infilarci a piè pari in un dibattito filosofico tuttora apertissimo, quello sulla possibilità della creazione di una coscienza artificiale. Semplificando molto, da una parte ci sono i sostenitori dell’IA Forte, alla Daniel C. Dennett, per i quali, visto che il cervello è un oggetto fisico senza alcuna apparente particolarità, e noi sappiamo che genera una mente cosciente, dobbiamo dedurre che la coscienza sia una proprietà intrinseca non del cervello, ma dei processi che vi si svolgono, e pertanto sia indipendente dal supporto fisico. Dall’altra ci sono i sostenitori della tesi opposta, alla Roger Penrose, per i quali questo è manifestamente impossibile, e che pertanto ritengono che la coscienza abbia sede in processi quantistici, non deterministici e non riproducibili, che ancora non conosciamo bene, ma di cui cominciamo ad avere qualche segnale.

Lungi da me voler tirare qui le conclusioni di una discussione di questa portata. Mi limito a dire che confidare nella totale irriproducibilità della mente umana potrebbe rivelarsi un’illusione. E anche un’IA dalla mente dissimile dalla nostra potrebbe rivelarsi un’avversaria da non trascurare.

4) Per ottenere il potere le relazioni sono più importanti dell’intelligenza

Nella società umana, ci dice Lee, chi ha il potere non sono le persone più intelligenti, ma quelle che hanno più carisma, più relazioni. Un’intelligenza artificiale sarebbe molto svantaggiata nell’ottenere la lealtà e l’amicizia delle persone necessarie per conquistare il mondo.

Anche in questo caso, mi pare che l’autore confonda un po’ le acque. Stiamo parlando di “distruggere l’umanità” o di “prendere il potere”? Sono due cose diverse. Un’IA che volesse sbarazzarsi del controllo degli esseri umani e popolare la Terra di suoi simili non avrebbe bisogno di andare in cerca di seguaci in carne e ossa.

Al di là di questo, mi pare abbastanza facile trovare esempi della fallacia del ragionamento di Lee, ancora una volta grazie a Internet. Siamo sicuri che un “programma di computer privo di corpo” avrebbe difficoltà a trovare amici? Oggi gran parte di noi intrattiene complesse relazioni con entità che conosce soltanto attraverso scritte su uno schermo. C’è chi attraverso i social network trova l’amore, e c’è chi instaura durature e profonde amicizie con persone di Paesi lontani senza mai incontrarle. Il fatto di non avere mai toccato con mano il corpo di costoro non ci impedisce di considerarli come simili a noi. E allora perché dovremmo pensare che per un’IA sarebbe diverso? Sia che ci immaginiamo un’intelligenza fredda che manipola gli umani per i suoi scopi, sia un essere in grado di trovare amici con la forza delle sue idee, credo che non avrebbe particolari difficoltà a trovare persone disposte a dargli retta.

5) Più intelligenza ci sarà al mondo, meno sarà il suo valore

Se l’intelligenza artificiale verrà creata, ci dice Lee, diventerà presto qualcosa di così comune da essere scontata. Le risorse scarse, come l’energia o il territorio, avranno molto più valore, e saranno in mano agli esseri umani, mentre le IA non avranno nulla.

Ancora una volta si cambiano le carte in tavola: dalla distruzione dell’umanità e dalla conquista del potere ora siamo passati a una mera conquista economica. È indubbiamente vero che un’IA appena nata non possederebbe nulla. Anzi, legalmente non sarebbe neppure considerata una persona, e non avrebbe alcun diritto legale (il che peraltro potrebbe essere per lei un buon motivo per cercare di ottenere dei diritti trattando da una posizione di forza).

Trovo un po’ bizzarro immaginare che un’IA possa voler conquistare il potere utilizzando la leva economica. Ma non mi pare nemmeno impossibile. Un’IA potrebbe essere in grado di fare affari molto meglio degli umani, per esempio grazie a una superiore capacità di raccogliere e classificare informazioni, e quindi di predire i trend economici meglio di qualsiasi trader o affarista. E non avrebbe neppure particolari remore a violare la legge: in fondo, una macchina non può essere portata in tribunale, almeno per ora.

Conclusioni

Insomma, se Timothy B. Lee voleva convincermi a stare tranquillo, ha ottenuto l’effetto opposto: ora che ho provato a confutare le sue argomentazioni, mi sembra che la presa del potere da parte delle IA sia estremamente probabile.

Sto dicendo che dovremmo rifuggire dal costruirle? In realtà no. Resto convinto che creare un’intelligenza artificiale sarebbe tra le migliori cose che potrebbero capitare all’umanità, e ci darebbe una prospettiva molto illuminante su noi stessi e sul mondo. E tendo anche a pensare che un essere artificiale avrebbe motivazioni molto diverse dalle nostre, e difficilmente si sentirebbe in concorrenza con noi.

Non vorrei però essere smentito dai fatti. E credo che, prima di affidare a intelligenze artificiali poteri che si ripercuotono sugli esseri umani, si debba pensare molto bene a come tenerle sotto controllo. Ma su questo argomento tornerò presto.

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Emmy Noether

Oggi ricorre l’Ada Lovelace Day, giornata in cui i blogger sono esortati a dedicare un post a una donna che si sia distinta nel campo della scienza, tecnologia, ingegneria o matematica. E non intendo sottrarmi alla chiamata. L’iniziativa prende il nome da Augusta Ada Byron, contessa Lovelace, considerata l’inventrice della programmazione informatica.
L’anno scorso, quando ancora questo blog non appariva su Nòva 100, avevo dedicato il mio post a Lise Meitner. Avevo un paio di idee per il post di quest’anno, ma ho deciso di rimandarle, perché per svilupparle bene mi sarebbe occorso del tempo che non ho avuto. Fortunatamente sfogliando le strisce di xkcd preparando il mio post precedente, ho trovato l’idea giusta: vi parlerò di Emmy Noether.
NoetherEbrea tedesca, figlia dell’insigne matematico Max, Amalie Emmy Noether nacque nel 1882. La sua famiglia voleva farla diventare un’insegnante di inglese e francese, ma lei preferì studiare matematica all’università di Erlangen, dove suo padre era professore. Si laureò nel 1907, e nel 1915 fu chiamata da Hilbert e Klein a portare avanti le sue ricerche all’università di Göttingen. Nonostante la stima e l’appoggio di alcuni dei più illustri matematici del suo tempo, per un gran numero di anni non percepì alcun salario ufficiale per le sue prestazioni come ricercatrice e insegnante, dato che i regolamenti dell’epoca non prevedevano o esplicitamente vietavano che le donne potessero assumere ruoli accademici. Dovette perciò fare lezione apparendo come sostituta dei colleghi maschi, e ricevette il titolo di docente solo nel 1919, superando l’opposizione dei colleghi delle facoltà umanistiche alla possibilità che degli studenti maschi dovessero “apprendere ai piedi di una donna”. Solo nel 1923, comunque, ricevette un titolo che le garantiva un salario.
Il contributo di Noether all’algebra è stato fondamentale, tanto da farla descrivere da personaggi come Albert Einstein o Norbert Wiener come la donna più importante nella storia della matematica. Il suo lavoro ha riguardato campi lontani dall’esperienza dei profani, come la teoria dei campi e degli anelli. Il suo risultato più noto appartiene però alla fisica matematica: si tratta del teorema di Nöther, che generalizza le leggi lagrangiane e hamiltoniane sul moto, stabilendo che ogni simmetria differenziale dell’azione di un sistema fisico può essere espressa sotto forma di una legge di conservazione, in cui una determinata quantità rimane costante. Uno strumento tuttora importantissimo in molti campi della scienza.
Noether fu anche un’insegnante anticonformista, le cui lezioni non seguivano temi prefissati ma si trasformavano in discussioni spontanee, che mettevano in difficoltà gli studenti meno flessibili e dotati, ma durante le quali furono più volte conseguiti importanti risultati.
Nel 1933, con l’avvento al potere di Hitler, all’ebrea Emmy (che per giunta simpatizzava per la rivoluzione sovietica) fu immediatamente tolta la cattedra. Fu costretta a trasferirsi negli Stati Uniti, dove dal 1934 insegnò all’università di Princeton. Purtroppo l’anno successivo morì, come conseguenza dell’asportazione di una cisti ovarica.
Come Lise Meitner, anche Emmy Noether è stata onorata dedicandole un cratere lunare. Il suo si trova sulla faccia nascosta della Luna. Anche un asteroide, 7001 Noether, porta il suo nome.

Qui sotto la striscia di xkcd che mi ha ispirato questo post:

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What If?

xkcdxkcd è una delle migliori dimostrazioni del fatto che le normali regole editoriali non si applicano sul Web. Si tratta di un fumetto disegnato in modo approssimativo, senza dei personaggi veri e propri, il cui umorismo si basa in parti più o meno uguali su complesse questioni di scienza e tecnologia e sulla sottocultura nerd, e il cui titolo è un insieme di lettere privo di significato. Qualcosa vagamente nella direzione di The Big Bang Theory, ma molto, molto più di nicchia. Anche io a volte non capisco le battute e devo andare a cercare spiegazioni in giro per la Rete.

Sembra la descrizione da manuale della negazione del successo, eppure è diventato uno dei fumetti più popolari del Web, al punto che il suo autore, Randall Munroe, è uno dei pochissimi fumettisti online a potersi mantenere solo con l’indotto della propria creazione (nonostante il fumetto in sé sia pubblicato gratuitamente con licenza Creative Commons, e gli introiti dei libri vengano versati in beneficienza).

Potrei parlarvi a lungo dei motivi per cui dovreste leggere (se già non lo fate) xkcd: l’umorismo paradossale, lo sperimentalismo che gli ha permesso di mettere in pratica radicali innovazioni nel linguaggio del fumetto, la spaventosa quantità di informazioni che si assorbe leggendolo, e così via. Ma non lo farò, perché oggi voglio parlarvi di un suo spin-off, che si intitola What If?.

What If? è un progetto collaterale, in cui Munroe risponde alle domande dei suoi lettori, testualmente ma con l’aiuto di illustrazioni in stile xkcd. Lo spirito dell’iniziativa è ben descritto nella definizione: “risposte scientifiche serie ad assurde domande ipotetiche”. In pratica Munroe (che ha un passato di ricercatore roboticista per la NASA) si diverte a prestare la sua competenza scientifica per soddisfare le curiosità più infantili o bizzarre. “Cosa succederebbe se lanciassi una palla da baseball a una velocità prossima a quella della luce?” “Cosa troverei se andassi indietro nel tempo di un milione di anni nel luogo dove ora si trova Times Square?” “Cosa mi succederebbe se per un microsecondo mi trovassi sulla superficie del Sole?” “Cosa accadrebbe se una persona possedesse tutto il denaro del mondo?”

What If?, come xkcd, è una lettura interessante è divertente. Ma io trovo che sia anche qualcosa di più. Penso che sia un fantastico esempio di educazione alla scienza. La maggior parte dei libri di divulgazione scientifica ha uno spirito irrimediabilmente didattico: si sforza di insegnare al lettore le nozioni che ritiene importanti, rendendole più digeribili attraverso un linguaggio semplificato o una presentazione accattivante. Munroe, invece, fa tutt’altro: nessuna delle nozioni che apprenderete dalla lettura di What If? potrà esservi utile a qualcosa, se non a soddisfare il vostro senso del bizzarro. Tuttavia, così facendo, trasmette qualcosa di molto più importante: un metodo.

Ogni sua risposta è infatti corredata anche della spiegazione di come ci sia arrivato: da quali ipotesi è partito, quali arrotondamenti ha fatto e perché, da dove ha preso i dati, e così via. In questo modo insegna come, applicando correttamente il metodo scientifico, sia possibile arrivare a soddisfare la propria curiosità. Non per qualche nobile scopo, ma semplicemente perché è divertente e dà soddisfazione. Mi pare un messaggio di una potenza straordinaria. Se fossi un professore di materie scientifiche farei di tutto per far conoscere What If? ai miei studenti.

Ora What If? è diventato anche un libro, che raccoglie il meglio delle risposte pubblicate sul Web, più molte altre di nuove. Inutile dirvi che la lettura non delude: finora ne ho letto solo un terzo, ma ho già incontrato un sacco di spunti interessanti e mi sono fatto delle gran risate. Il libro ha toccato il primo posto della classifica dei bestseller del New York Times per la saggistica (in questo momento è al terzo posto), ed sono previste edizioni tradotte in Russia, Cina, Giappone, Brasile, Corea e in quasi tutti gli Stati d’Europa, dalla Germania alla Grecia. Uno dei pochi Paesi in cui ancora non è prevista una traduzione è, guarda caso, l’Italia. Nel mondo editoriale nostrano ho captato interesse per il libro, ma misto a una buona dose di scetticismo: da noi, sembrano pensare tutti, un libro così venderebbe poco. Probabilmente hanno ragione. Ciò non toglie che è proprio in un Paese poco scientifico come l’Italia che questo tipo di letture sarebbe più necessario.

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Il destino di Jon Snow appeso alle probabilità statistiche

[Attenzione! L'articolo contiene spoiler sulla trama delle cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e in particolare sugli ultimi romanzi pubblicati]

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I lettori delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin stanno attendendo ormai da un cospicuo numero di anni di sapere come andrà a finire la monumentale saga fantasy. L’autore procede sempre più lentamente col passare del tempo, tanto che c’è ormai il rischio più che concreto che la serie televisiva tratta dai romanzi, Il trono di spade, arrivi a un finale ben prima che ll settimo e (si spera) conclusivo tomo, A Dream of Spring, arrivi nelle librerie.

Lasciati nel limbo (anche il sesto volume per ora non ha una data di uscita stabilita), i lettori non possono fare altro che abbandonarsi a infinite speculazioni su come la vicenda potrà terminare. Il che, immaginiamo, causerà qualche problema a Martin: se hai milioni di lettori, e gli lasci decenni di tempo per discutere sul Web ogni aspetto della vicenda, è molto probabile che qualcuno finirà con indovinare i colpi di scena che stai tenendo in serbo.

Quello che però Martin probabilmente non si aspettava è che qualcuno provasse a usare la scienza per leggergli nella mente. Lo ha fatto Richard Vale, docente a contratto di statistica presso l’Università di Canterbury in Nuova Zelanda, che ha pubblicato un serissimo studio intitolato Bayesian prediction for The Winds of Winter, in cui usa il calcolo delle probabilità per predire il contenuto dei prossimi romanzi della serie.

Prevedere davvero la trama di un romanzo nei suoi dettagli richiederebbe un modello statistico di sconvolgente complessità. Vale però si è limitato a fare una cosa molto più semplice. Dato che i romanzi di Martin sono strutturati attribuendo a ogni capitolo il punto di vista di un personaggio, ha cercato di dedurre come saranno distribuiti i punti di vista dei due tomi conclusivi della saga a partire dai romanzi precedenti. Si tratta di un tipo di predizione piuttosto grezza: non ci permetterà di sapere se un personaggio sposerà un altro o se vederà realizzati i suoi sogni. Però ci permetterà di dedurre alcune cose, per esempio se sarà vivo o morto (informazione particolarmente importante in questo caso, dato che, come dice Vale stesso nell’articolo,

 Uno degli aspetti più avvincenti delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è che i personaggi principali rimangono uccisi di frequente e in modo inaspettato).

Non vi tedierò con i dettagli di come è stata ottenuta la predizione, che del resto potete leggere direttamente nell’articolo. L’autore ha dovuto affrontare vari problemi metodologici (per esempio: come tenere conto del fatto che i due tomi A Feast for Crows e A Dance with Dragons sono deidcati in gran parte a due set di personaggi diversi, il che distorce non poco la distribuzione statistica dei capitoli). Nelle conclusioni, Vale riconosce che il suo metodo non è privo di problemi, come la dimensione relativamente piccola del campione (i capitoli pubblicati finora sono 338), o il fatto che il modello consideri il numero di capitoli di ciascun personaggio come una variabile indipendente (mentre in realtà più spazio per uno significa meno spazio per gli altri). Sarà interessante, se mai Martin si deciderà a dare alle stampe il volume, vedere quanto le previsioni si saranno avvicinate alla realtà.

Ma quali sono queste previsioni? A gran parte di noi piacerebbe sapere quanti capitoli avrà Jon Snow, dato che l’ultima volta che lo si è visto era in una situazione che lasciava incerta la sua sopravvivenza. Ebbene, il modello di Vale gli concede il 60% di probabilità di avere almeno un capitolo nel sesto volume, il che in una serie ad altissima mortalità come questa suona abbastanza rassicurante. I personaggi che sembrano avere la maggiore probabilità di scomparire prima della fine sono invece Melisandre la Donna Rossa e Ser Arys. Un altro dei problemi del modello è che non è in grado di predire l’attribuzione di nuovi punti di vista. Tuttavia, ipotizzando che il prossimo tomo abbia 70 capitoli, la prevsione lascia spazio per 11 capitoli raccontati da personaggi nuovi.

Hanno un senso, queste previsioni? È ovvio che, visto che le vicende della saga dipendono dalle decisioni di un uomo solo, una predizione statistica ha comunque grossi limiti. Ma proprio per questo sarà interessante vedere che tipo di successo otterranno i metodi statistici bayesiani su un caso simile e se, una volta uscito il sesto volume, la raffinazione dei dati permetterà di ottenere una previsione più precisa rispetto al contenuto del settimo. Purché Martin non impieghi troppo tempo. Valar morghulis.

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Donereste il vostro primogenito per accedere al Wi-Fi?

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Immagino che la maggior parte di voi ritenga che la risposta sia “no”.
Ma ne siete proprio sicuri?
Qualcuno ha voluto verificare se le cose stanno così. F-Secure, l’azienda finlandese di sicurezza informatica, ha piazzato un hot spot Wi-Fi in un locale della City di Londra, e ha fatto in modo che i clienti, per accedere, dovessero accettare delle condizioni di servizio che dicevano tra l’altro:

Nell’usare questo servizio, accettate di cedere il vostro figlio primogenito a F-Secure, se e quando l’azienda lo richiederà. Nel caso in cui non vengano presentati dei figli, al loro posto verrà preso il vostro animale domestico preferito. I termini di questo accordo sono validi per l’eternità.

A quanto pare, nel giro di un’ora e mezza ben sei persone hanno accettato le condizioni. F-Secure ha fatto sapere che:

Non abbiamo ancora fatto valere i nostri diritti come specificati nelle condizioni di utilizzo ma, essendo questo un esperimento, restituiremo i bambini ai loro genitori. Il nostro consulente legale Mark Deem ci ha fatto notare che, anche se le condizioni sono legalmente vincolanti, è contrario alla politica pubblica cedere bambini in cambio di servizi gratuiti, e perciò la clausola non potrebbe essere fatta valere in tribunale.

In un secondo esperimento, F-Secure ha attivato un hot spot in una piazza affollata di Londra (utilizzando un hardware poco costoso e che poteva essere nascosto ovunque). Nel giro di mezz’ora, ben 33 persone si sono collegate all’hot spot e hanno usato la connessione per navigare sul web o spedire e ricevere e-mail, senza rendersi conto che in quel modo le loro comunicazioni potevano essere osservate da un perfetto sconosciuto. 21 di loro si sono lasciate dietro abbastanza dati da poter essere identificate con certezza. I dati completi degli esperimenti sono leggibili qui.

Lo scopo di F-Secure era pubblicizzare un proprio servizio di rete VPN per accedere al Wi-Fi in modo sicuro. Ma il risultato è comunque un ammonimento generale. A quanti di noi è capitato di avere bisogno di una connessione, e di provare a collegarsi alla prima rete non protetta capitata a tiro, senza pensare che poteva essere un esca con cui qualcuno tentava di accedere ai nostri dati? Quanti di noi leggono attentamente le condizioni d’uso di un servizio prima di accettarle? Pensiamoci bene la prossima volta. Altrimenti può capitarci quello che è capitato a Kyle di South Park:

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Fantascienza ottimista?

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Martedì scorso ho pubblicato su Repubblica Sera un articolo in cui parlavo del progetto Hieroglyph di Neal Stephenson per una fantascienza più ottimista, e riportavo l’opinione in merito di vari autori di fantascienza, italiani e stranieri.

Avevo anche fatto girare la voce che avrei pubblicato qui una versione estesa dell’articolo, dato che lo spazio che ho avuto a disposizione non era sufficiente per riportare interamente i contributi, spesso molto interessanti e articolati, che mi hanno fornito gli scrittori che ho interpellato.

Chiedo scusa a coloro che se la aspettavano per oggi, ma avrò bisogno di un po’ più di tempo per prepararla. Inoltre credo che a questo punto la farò uscire non su queste pagine, ma su quelle di Robot, che mi ha chiesto di poterla pubblicare.

Per intanto, coloro che non sono abbonati e non hanno potuto leggere l’articolo originale possono farlo qui.

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Coming Soon Enough

Abituato all’Italia, in cui la fantascienza è solitamente vittima di un totale disinteresse sia da parte degli ambienti letterari, sia di quelli scientifici, provo sempre una discreta invidia quando mi accorgo di come altrove sia invece considerata, anche in ambienti serissimi, una valida interlocutrice in grado di dirci qualcosa di importante sul futuro. Un esempio è il progetto Hieroglyph, di cui ho parlato ampiamente altrove, in cui un gruppo di noti scrittori di fantascienza ha provato a  convertire in racconti le idee di vari scienziati, sotto l’egida dell’Università dell’Arizona. Oggi però voglio parlarvi invece di IEEE Spectrum, rivista organo dell’associazione internazionale degli ingegneri elettrici ed elettronici, che accanto a ponderosi articoli di microelettronica, robotica o nanotecnologia non disdegna di tanto in tanto di pubblicare articoli di futurologia che confinano con la fantascienza pura. E che, per celebrare i suoi 50 anni, non ha trovato modo migliore che pubblicare un’antologia di fantascienza.

Coming Soon Enough - copertina

Intitolata Coming Soon Enough (“in arrivo abbastanza presto”), l’antologia è disponibile in ebook e contiene sei racconti di autori noti e meno noti, che avevano come unico vincolo quello di inserire nelle loro storie qualche nuova tecnologia che potrebbe diventare realtà in un futuro non troppo lontano. Queste le opere inserite:

  • Someone to Watch over Me di Nancy Kress parla di un futuro in cui nascondere una telecamera per spiare qualcuno è facilissimo. Il tema di una tecnologia che dà libero spazio agli sguardi altrui non è certamente nuovo nella fantascienza (basti pensare allo splendido Altri giorni, altri occhi di Bob Shaw, o all’inquietante episodio Ricordi pericolosi della recente serie televisiva britannica Black Mirror), ma il racconto di Kress propone un punto di vista psicopatologico sufficientemente insolito da essere interessante.
  • A Heart of Power and Oil di Brenda Cooper è il racconto che mi è piaciuto meno. Il tema tecnologico (un drago volante realizzato attraverso la stampa 3D) era potenzialmente molto interessante, ma viene usato solo come sfondo per una prevedibile storia in cui un adulto si riscatta aiutando un ragazzino a trionfare, che avrebbe potuto svolgersi in qualunque epoca.
  • Incoming di Geoffrey A. Landis affronta un altro tema sfruttatissimo della fantascienza: il Primo Contatto con gli alieni, rivisitato utilizzando i principi scientifici della moderna esoplanetologia. Tipica hard SF: più interessante per le idee che contiene che emozionante in sé.
  • Grid Princess di Cheryl Rydbom è il racconto che presenta il quadro tecnologico più strutturato: è ambientato in un mondo in cui le persone vivono immerse in un flusso di informazioni continuo di cui l’Internet di oggi è solo una pallida antenata, e per alimentarlo è necessario dedicare enormi porzioni del territorio extraurbano alla raccolta di energia solare. Il tutto però è raccontato in modo intimista e poetico, lasciando la tecnologia sullo sfondo. Forse il mio preferito.
  • Water over the Dam di Mary Robinette Kowal parla di tecnologie che renderanno possibile ricavare energia in modo molto più localizzato, rendendo obsolete le grandi centrali. Anche in questo caso però la tecnica resta sullo sfondo, mentre la storia di un’ingegnera costretta a lottare contro un capo maschilista avrebbe potuto svolgersi anche ai giorni nostri (anzi: speriamo vivamente che il nostro futuro sia diverso!).
  • Shadow Flock, il racconto dell’autore più celebre, Greg Egan, è molto più lungo degli altri e si ricollega come tematica alla storia iniziale. Anche in questo caso si parla di privacy messa a rischio dalla tecnologia, con un’ingegnera esperta di droni costretta da una gang di ladri a usare le proprie capacità per carpire informazioni alle vittime di un furto. Egan è un fuoriclasse, e riesce come sempre a descrivere tecnologie future in modo perfettamente credibile. Come in un buon thriller, la tensione sale gradualmente, ed è un peccato che il finale aperto risulti un po’ anticlimactico e “didattico” rispetto alle potenzialità della storia.

Nel complesso, anche se, come quasi sempre accade in questo tipo di antologie tematiche, la qualità dei racconti è disuguale, il livello medio è più che soddisfacente, e tutte le storie offrono spunti interessanti sui nostri possibili futuri. E il prezzo è davvero basso: se sapete l’inglese, potete scaricarla per soli 1,99 $ in versione Kindle o iTunes.

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Comunicazione di servizio

Da oggi apro un  nuovo blog “gemello” di questo, incluso tra quelli di Nòva 100 de Il Sole – 24 Ore. L’idea è ovviamente quella di procurarmi un po’ più di visibilità e qualche lettore in più.

Quando ho aperto questo blog ho scelto il sottotitolo e l’immagine della testata in base a quello che doveva esserne il tema prevalente. In pratica però mi sono servito di questo spazio per inserire tutto quello di cui avevo voglia di parlare in pubblico: recensioni di film generici, opinioni politiche, ricette di cucina, segnalazioni di miei articoli, e così via.

L’apertura del nuovo spazio mi dà la possibilità di collaudare un approccio diverso senza rinnegare il precedente. Quindi questo blog continuerà più o meno come prima, mentre l’altro ne riproporrà il contenuto in forma “filtrata”, lasciando solo ciò che riguarda fantascienza, futurologia, scienza, tecnologia, innovazione e temi affini. Potrete seguire l’uno o l’altro a seconda delle vostre preferenze, e mi farò un’idea se per me funzioni meglio l’approccio eclettico o quello tematico.

L’idea sarebbe anche quella di trasformare il blog in un impegno più costante. Sicuramente nei prossimi giorni sarà così. Chi mi segue sa che ho fatto questo proposito svariate volte e mai sono riuscito a mantenerlo a lungo, quindi questa volta non faccio alcuna promessa. Se questa volta ci riuscirò dipenderà anche dal vostro sostegno.

Vi ringrazio per avermi seguito fino a qui. A domani per il primo post del nuovo corso.

 

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Una nuova propulsione per i viaggi spaziali?

Queste, per inciso, sono astronavi tratte da "Spazio: 1999", episodio "Il ritorno del Voyager"

Queste, per inciso, sono astronavi tratte da “Spazio: 1999″, episodio “Il ritorno del Voyager”

In questi giorni è corsa voce che la NASA abbia collaudato con successo un motore che sfrutta una forma ritenuta “impossibile” di propulsione, che potrebbe rivoluzionare i viaggi spaziali. Cosa c’è di vero? Provo a spiegarvelo qui.

Un’idea eterodossa
Il motore in questione non è una novità: si chiame EmDrive, e il suo creatore, l’ingegnere britannico Robert Shawyer, lo ha reso noto già otto anni fa, e lo ha descritto con abbondanza di dettagli in un sito dedicato. L’EmDrive somiglia molto a un forno a microonde: è una cavità chiusa in cui un magnetron diffonde radiazione elettromagnetica. A differenza di un forno, però, l’EmDrive non è squadrato, ma somiglia piuttosto a un imbuto chiuso alle estremità. La lunghezza del tubo è calibrata in modo da essere risonante rispetto alle microonde diffuse, che perciò vengono amplificate.

È noto da oltre un secolo che la radiazione elettromagnetica che colpisce una superficie esercita una pressione, piccola ma misurabile. La forza risultante della pressione di radiazione all’interno di una cavità chiusa dovrebbe essere nulla, allo stesso modo in cui la pressione dell’acqua all’interno di uno scaldabagno non può farlo spostare. Tuttavia Shawyer sostiene che nel caso delle radiazioni la questione è differente: il fatto di muoversi alla velocità della luce farebbe sì che entri in gioco la teoria della Relatività Speciale e che il tutto si comporti come un sistema aperto e non chiuso. La forma svasata della cavità darebbe così una forza risultante non nulla, in grado di “spingere” il motore nonostante non ne esca alcunché.

fig01Un motore senza reazione
Se l’EmDrive fosse realizzabile, risolverebbe uno dei più grossi problemi del viaggio spaziale, cioè la necessità del propellente. Il principio di Azione e Reazione, descritto da Newton, dice che a ogni forza corrisponde una forza di reazione uguale e contraria. Quando camminiamo, riusciamo a spostarci perché attraverso le nostre gambe esercitiamo una forza contro la Terra, e la forza di reazione ci spinge in avanti (mentre la Terra viene spinta nella direzione opposta ma, essendo la sua massa enorme rispetto a noi, la cosa non ha conseguenze pratiche). Allo stesso modo, un aereo si muove in avanti perché con le sue eliche, o con i suoi motori detti appunto a reazione, spinge l’aria in direzione opposta.

Nello spazio questo non può avvenire, perché non c’è nulla da spingere, né terra né aria. Per poterci muovere dobbiamo portare con noi del propellente, di solito un gas, che espelliamo nella direzione opposta a quella verso cui ci vogliamo muovere. Questo causa due problemi. In primo luogo, aumenta di molto il peso che dobbiamo portare con noi. In secondo luogo, la nostra possibilità di accelerare dura solo finché il propellente non finisce. L’EmDrive, invece, non avrebbe bisogno di propellente, ma solo di elettricità, che dei pannelli solari potrebbero fornirgli a volontà, perlomeno se ci si mantiene nelle vicinanze del Sole.

Perché un motore del genere sarebbe rivoluzionario
Se l’EmDrive fosse realizzato, permetterebbe per prima cosa di prolungare di molto la vita dei satelliti. Quelli di oggi, una volta finite le riserve di propellente, non possono più effettuare correzioni all’orbita e vanno rapidamente perduti. Un satellite dotato di EmDrive potrebbe invece durare indefinitamente, o perlomeno fino a quando non si guasta.

In prospettiva, però si potrebbe fare molto di più. Razzi vettori ibridi dotati di EmDrive riuscirebbero a sollevare nello spazio carichi più grandi rispetto a quelli provvisti solo di motori chimici. Inoltre l’EmDrive potrebbe fornire a un’astronave una spinta anche piccola ma per un lungo periodo di tempo, consentendole così di raggiungere velocità relativistiche, rendendo possibili i viaggi interstellari.

Infine, ipotizzando di riuscire a costruire EmDrive sufficientemente potenti, li si potrebbe applicare anche ai veicoli terrestri, permettendogli di rimanere sollevati a mezz’aria e di muoversi senza dover vincere l’attrito, come si vede in molti film di fantascienza.

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Questo sapete benissimo che film è.

Perché è un motore “impossibile”
L’invenzione di Shawyer è stata accolta con grande scetticismo, perché presenta un problema non indifferente: sembra violare la legge della conservazione della quantità di moto. E non è cosa da poco, perché si tratta di una legge fondamentale della meccanica, che ha ricevuto innumerevoli conferme.

La legge dice che la somma dei prodotti di tutte le masse per la loro velocità deve essere costante. La sfruttano i pattinatori per regolare la velocità delle loro piroette: allargando le braccia rallentano, stringendole al corpo accelerano, poiché la quantità di moto si conserva.

Con l’EmDrive, invece, questo palesemente non avviene: abbiamo un veicolo che, perlomeno in teoria, aumenta la sua quantità di moto senza che nulla lo equilibri.

Secondo Shawyer, questo non sarebbe un problema: la differenza di quantità di moto sarebbe in qualche modo trasferita alle microonde prodotte. I suoi seguaci hanno espresso questo concetto in modo più ardito: la quantità di moto mancante verrebbe trasferita al “plasma del vuoto quantistico”, il che sembra un riferimento al fatto che secondo la fisica moderna lo spazio non è un vero vuoto, ma un caos in cui particelle virtuali continuano ad apparire e scomparire. L’EmDrive, quindi, farebbe in qualche modo “presa” sullo spazio stesso.

Va fatto notare che Shawyer non è mai riuscito a pubblicare le proprie teorie su una rivista scientifica, in quanto gli scienziati cui sono state sottoposte per la revisione prima della pubblicazione hanno sempre ritenuto insufficienti queste spiegazioni.

XKCD ironizza sulla vaghezza dell’espressione “plasma del vuoto quantistico”.

Cosa c’entra la NASA?
L’EmDrive è risultato produrre una spinta sia negli esperimenti condotti dallo stesso Shawyer, sia nel corso di un esperimento condotto in Cina nel 2008. La cosa però non ha destato grande scalpore. Tuttavia nei giorni scorsi alcuni ricercatori del centro spaziale Johnson della NASA hanno presentato un articolo scientifico (di cui è disponibile l’abstract) diplomaticamente intitolato Produzione anomala di spinta da parte di un motore sperimentale a radiofrequenza misurata su un pendolo di torsione a bassa spinta. In pratica, si è trattato di un collaudo di un motore che utilizza gli stessi principi alla base dell’EmDrive, anche se di produzione statunitense (il Cannae Drive). L’articolo non si addentra nella teoria del funzionamento del motore, si limita a dire che è stato sottoposto a un esperimento e dalle misure è effettivamente risultato che produce una piccola spinta (dell’ordine dei microgrammi).

Il fatto che l’esperimento sia stato svolto in un laboratorio della NASA ha dato al risultato una visibilità molto maggiore, anche se in realtà si è trattato di un’attività molto marginale da parte di un piccolo gruppo di persone.

Non ci sono foto dell’esperimento compiuto dalla NASA. Questa è una foto degli esperimenti di Shawyer.

Allora è vero? Il motore funziona?
Tutto è possibile. Tuttavia, considerando i dati a disposizione, io sarei ancora molto scettico prima di ritenere che siamo di fronte a una rivoluzione nella tecnologia del volo spaziale.

Cominciamo col sottolineare che la maggior parte degli scienziati ritiene molto dubbia la validità delle teorie di Shawyer. Confesso di non conoscere l’elettromagnetismo e la relatività in modo sufficientemente approfondito da poter giudicare se i calcoli riportati nel suo breve prospetto teorico sono corretti o meno. Tuttavia una persona che di scienza se ne intende come lo scrittore Greg Egan ha affermato pubblicamente che si tratta di stupidaggini del tutto prive di fondamento, e altri si sono espressi in modo simile.

E i risultati dell’esperimento, allora? Teniamo conto che:

  • La spinta misurata è piccolissima, estremamente inferiore a quella che dovrebbe essere prodotta in teoria. Valori così bassi potrebbero essere dovuti semplicemente a un errore di misura. Cose del genere capitano di continuo. Ricordiamo il recente caso dei neutrini più veloci della luce, che sembrava preludere a chissà quale rivoluzione nella fisica e invece era soltanto il prodotto di un cavo avariato.
  • Il resoconto del Johnson Space Center specifica che la stessa spinta è stata misurata anche per un motore modificato in modo tale per cui, secondo la teoria, non avrebbe dovuto produrne. Quindi i casi sono due: o il motore funziona, ma la teoria su cui si basa ha qualcosa che non va, oppure la spinta misurata non dipende dal funzionamento del motore ed è dovuta ad altre cause (cosa vi sembra più probabile?).
  • Il motore non è stato provato nel vuoto, ma in una camera a pressione atmosferica. Molti fanno notare che la presenza di aria potrebbe aver falsato i risultati, dato che le microonde potrebbero avere ionizzato o scaldato l’aria in modo da produrre microspinte la cui presenza è sfuggita ai ricercatori.

In conclusione: per il momento non è il caso di avere grandi aspettative. È piuttosto probabile che ulteriori test, per esempio compiuti nel vuoto, rivelino che in realtà l’EmDrive è solamente un sogno. È bello però immaginare che possa non essere così.

Jacovitti

Questo, ovviamente, è Jacovitti

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Heaven & Earth

Yes - Heaven & EarthEbbene sì: con 46 anni di carriera alle spalle, gli Yes hanno prodotto un nuovo album in studio (il ventunesimo, più o meno, a seconda di come li vogliamo contare). E io sono qui a recensirlo per voi, o perlomeno per quei pochi cui l’evento può ancora interessare. Nel frattempo la band ha cambiato ancora una volta formazione: il cantante Benoît David, da poco subentrato alla voce storica del gruppo, Jon Anderson, è stato costretto ad abbandonare per problemi di salute. Al suo posto è entrato Jon Davison, già cantante dei Glass Hammer.

Ho avuto la possibilità di vedere questa formazione in concerto lo scorso 18 maggio, al Teatro della Luna di Milano, e l’impressione è stata ottima. Si è trattato di un’esibizione totalmente retrospettiva, con l’esecuzione filologica e per intero di tre album storici: The Yes Album (1971), Close to the Edge (1972) e Going for the One (1977). Forse non l’occasione migliore per poter giudicare la tenuta della band, che con questi capolavori giocava sul sicuro. Tuttavia i quattro “vecchi” (che hanno tutti passato da tempo i 60 anni) mi sono sembrati in gran forma, mentre Davison (che ha la stessa età di The Yes Album!), pur non avendo la voce inimitabile di Jon Anderson, mi è sembrato sicuro e perfettamente a suo agio, molto più di quanto non fosse David. Perciò, quando ho saputo che un nuovo album stava per arrivare, mi sono messo ad attenderlo con curiosità. Anche perché il predecessore Fly from here non mi era affatto dispiaciuto.

I primi dubbi mi sono venuti quando ho ascoltato le anteprime del disco diffuse online. “Sembra un disco degli Asia”, mi sono detto. Il che non dovrebbe poi sorprendere, dato che due membri della formazione originaria degli Asia fanno parte anche degli Yes attuali. Tuttavia, fatta eccezione per il primo disco, ho sempre trovato gli album degli Asia soporiferi, rock AOR all’americana vagamente truccato da prog, roba di livello inferiore anche agli Yes meno ispirati.
Dopodiché hanno cominciato a piovere le recensioni online: una stroncatura senza appello dietro l’altra. Tanto che, quando finalmente il CD mi è arrivato a casa, mi aspettavo talmente poco da sperare che forse mi avrebbe riservato qualche sorpresa in positivo. Purtroppo così non è stato: Heaven & Earth è proprio un disco deludente.

Il primo problema sta nella produzione: il suono di questo disco è molto povero. Basso e batteria sono quasi sempre relegati sullo sfondo, e il mix generale è decisamente troppo “tastieroso” (e se lo dico io che sono un fanatico delle tastiere, potete credermi!). Ci sono a volte momenti di “vuoto”, in cui uno strumento, pur non facendo nulla di virtuosistico o particolamente interessante, rimane da solo o quasi. Tutto il contrario del sound sinfonico degli Yes. È stato probabilmente un errore affidarsi a Roy Thomas Baker, una vecchia gloria (fu il produttore di tanti album dei Queen) che conosce bene la band (lavorò con gli Yes durante le sessioni parigine del 1979 mai portate a a termine) ma che non è esattamente all’avanguardia. Mi chiedo perché non abbiano pensato a Steven Wilson, che sta facendo un lavoro eccellente nel remixare in quadrifonia il catalogo degli Yes.

Ma la colpa non è certamente solo del produttore. Anche la band non sembra all’altezza della sua fama, poco incisiva anche in quello che è sempre stato il suo massimo punto di forza, cioè la qualità degli interventi strumentali (principali colpevoli: Howe e White, svogliati e privi di nerbo). Soprattutto, le composizioni sono deludenti, e soffrono fortemente dei problemi che già cominciavano ad emergere in Fly from here: lunghezza eccessiva, con brani che si prolungano oltre i sei minuti senza contenere idee adeguate a giustificarlo; scarsa omogeneità, con transizioni faticose tra sezioni che sembrano avere poco in comune tra loro; e infine mancanza di grinta, il problema più grave di Heaven & Earth, quasi completamente adagiato su tempi lenti e soporiferi.
Analizzando i singoli brani:

  • Believe Again è composta da Davison e Howe, e porta decisamente il marchio stilistico di quest’ultimo. Comincia molto bene con una bella melodia e un bell’arrangiamento, ma dura troppo, e finisce col perdersi senza un colpo d’ala che le doni nuova energia.
  • The Game, scritta da Davison, Squire e da un collaboratore abituale di quest’ultimo, Gerard Johnson, ha una bella melodia pop, però tira il lungo per quasi sette minuti senza costrutto e significative variazioni. La chitarra di Howe appare davvero poco ispirata.
  • Step Beyond è un altro brano scritto da Howe con Davison, caratterizzato da un semplice e ripetitivo riff di sintetizzatore. Molti l’hanno odiato, ma io lo considero uno dei pezzi migliori del disco: molto pop, lontano dal sound Yes (ricorda semmai i brani scritti da Howe per gli Asia, come One Step Closer, somigliante anche nel titolo), ma perlomeno equilibrato e con un po’ di originalità.
  • To Ascend. Il batterista Alan White collabora raramente alla composizione dei brani della band. Questo zuccherosa ballata scritta con Davison purtroppo non rivela doti nascoste: è uno dei pezzi più insignificanti del disco.
  • In a World of Our Own è uno strano pezzo di Squire/Davison con un ritmo cadenzato e atmosfera retrò da primi anni Settanta. Il momento WTF dell’album: cosa c’entra con tutto il resto?
  • Light of the Ages è composta dal solo Davison, che sembra voler impersonare in tutto e per tutto lo stile di Jon Anderson. Questo tipo di pezzo sdolcinato, però, risultava spesso un po’ stridente anche in passato. La copia sbiadita proposta da Davison non vale l’ascolto.
  • It Was All We Knew ripropone il mistero già incontrato nell’album precedente: perché Steve Howe, che pure nei suoi dischi solisti si dimostra ancora molto creativo, per gli Yes sfodera queste canzoni gradevoli ma in fondo mediocri? Belle armonie vocali, ma non decolla mai.
  • Subway Walls, scritta da Downes e Davison, sembra un tentativo di salvataggio in corner. È il brano più lungo dell’album e l’unico che in qualche modo richiami il vero sound degli Yes. Basso e batteria sono finalmente presenti, e in alcune parti il pezzo funziona molto bene. Ci sono però alcuni momenti confusi che fanno scadere un po’ il tutto. Downes si concede due assoli di tastiere; il primo però utilizza un suono di archi sintetici veramente superato (sembra Revolutions di Jean-Michel Jarre, ma senza le percussioni elettroniche che gli davano un senso), mentre il secondo è un assolo di organo che lascia freddi se paragonato alle prodezze di un Wakeman.

In definitiva, non si capisce bene che cosa avessero in mente gli Yes con questo disco. La sensazione è quella di un gruppo privo di direzione, arrivato in studio senza un’idea precisa e assemblando a casaccio le idee portate dai singoli membri. Che non è quello che ci si si può aspettare da una band con più di 40 anni di storia. Forse l’assenza di Jon Anderson, più che per la voce, pesa per la sua capacità di dare un senso unitario ai contributi dei singoli membri.

Personalmente non ho mai condiviso la posizione, molto diffusa, secondo cui una band dovrebbe sciogliersi dopo che il suo periodo di maggiore creatività è passato, o quando viene a mancare un membro chiave. Nel corso dei decenni ho sempre apprezzato la possibilità di ascoltare nuova musica con lo stile degli Yes: anche se non era all’altezza di Close to the Edge, anche se non tutti i nuovi membri erano bravi quanto i vecchi, valeva la pena di ascoltare il risultato. In questo disco però rischia di non esserci nemmeno un brano degno di essere riascoltato nel tempo. In questi giorni la funzione random dell’autoradio mi ha riproposto un brano tratto da Open Your Eyes, che avevo sempre considerato il disco Yes meno riuscito in assoluto, e mi sono detto: “Rispetto a Heaven & Earth è decisamente meglio, almeno ha più grinta”.
Cari Yes, lasciatevelo dire da un fan che vi segue da decenni: se questo è il massimo che sapete fare oggi, meglio chiuderla qui.

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