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Archeoacustica

Oggi su Nòva 24 apparirà un mio articolo in cui intervisto il professor Carl Haber, inventore di una tecnologia per estrarre l’audio con un procedimento ottico da antiche registrazioni, realizzate con macchinari pioneristici su supporti così fragili che rischierebbero di rovinarsi se venissero ascoltati anche una sola volta col metodo tradizionale (purtroppo l’articolo non sarà online, per leggerlo dovete acquistare Il Sole – 24 Ore).

Mentre ascoltavo il professore parlare di come realizza scansioni dettagliatissime delle superfici dei supporti fonografici per poi usare un algoritmo in grado di “ascoltare” i suoni che contengono senza toccarli, mi è venuto in mente un racconto di fantascienza. Lo ha scritto Rudy Rucker nel 1981, si intitola Buzz ed è apparso in Italia nel 1996 col titolo di Ronzio, all’interno dell’antologia Cuori Elettrici curata da Daniele Brolli. In Ronzio degli scienziati ritengono che sulla superficie di un antico vaso egiziano possano essere rimasti incisi dei suoni, grazie al fatto che il coltello del vasaio ha trasformato le vibrazioni dell’aria in solchi che poi si sono solidificati. Costruiscono un macchinario per riascoltare quei suoni, ma nel farlo finiscono col far risuonare un antico incantesimo che ha effetti inaspettati.

Sono rimasto a lungo indeciso se fosse il caso di fare una domanda così strana a un serio professore di fisica, ma alla fine mi sono deciso, e gli ho chiesto se fosse davvero possibile che dei suoni dell’antichità fossero rimasti incisi accidentalmente nel modo descritto dal racconto, e in tal caso se la sua tecnica fosse in grado di recuperarli. Mi ha lasciato di stucco dicendomi: “Questa domanda mi è stata posta centinaia di volte”. Dopodiché mi ha spiegato che si è molto discusso di questa possibilità, che viene definita archeoacustica, ma secondo lui non è molto plausibile che possa realizzarsi in pratica. Haber ha studiato approfonditamente gli esperimenti dei primi pionieri della registrazione audio, e si è reso conto che per l’incisione di suoni intelligibili hanno dovuto affrontare grandissimi sforzi e ricorrere a espedienti ingegnosi. La probabilità che lo stesso risultato possa essere ottenuto per caso, senza la volontà di ottenerlo, a suo avviso è davvero bassa. “Però vorrei specificare una cosa”, ha aggiunto. “Se davvero dei suoni fossero rimasti incisi in quel modo, la mia tecnologia sarebbe perfettamente in grado di tirarli fuori”.

Quindi l’idea di poter ascoltare suoni di epoche precedenti l’invenzione del fonografo e del registratore è molto probabilmente solo un sogno. Un sogno peraltro ricorrente: proprio in questi giorni leggevo, nell’introduzione all’interessantissimo libro Alla ricerca del suono perfetto – Una storia della musica registrata di Greg Milner, che lo stesso Guglielmo Marconi faceva fantasticherie del genere. Avendo osservato che un suono non si interrompe mai davvero, ma si smorza diminuendo di intensità per diventare inaudibile, aveva pensato che, con apparecchiature sufficientemente sensibili, si sarebbero potuti recuperare anche i suoni di epoche molto lontane. In particolare, avrebbe voluto poter ascoltare il Discorso della Montagna come l’aveva pronunciato lo stesso Gesù.

Marconi non conosceva l’odierna teoria dell’informazione, e non si rendeva conto che qualunque suono è destinato a perdersi nel rumore di fondo fino a non essere più in alcun modo decifrabile. Ma quello di far riviver ei rumori del passato, rendendolo in qualche modo ancora vivo e presente, è troppo affascinante per perdere del tutto la speranza. Chissà che un giorno qualche complesso entanglement quantistico non ci consenta di percepire le vibrazioni di atomi di un lontano passato, come inserendo un microfono in un’altra epoca. E chissà cosa potremmo scoprire ascoltando.

Perché si legge?

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Oggi è la giornata in cui si sarebbe tenuti a spiegare agli altri perché si legge. A me risulta un po’ difficile. Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, spinto non da insegnanti ma dalla semplice curiosità infantile, volevo sapere cosa dicevano le scritte che vedevo ovunque, e tampinavo mia madre perché le me leggesse, finché ho appreso la lettura prima che chiunque se ne rendesse conto. Da allora ho sempre letto tutto quello che mi capitava sottomano, tanto che i miei genitori mi ammonivano a non leggere troppo, mi imponevano dei limiti alla lettura come oggi si farebbe con la televisione, preoccupati della mia incipiente miopia. Leggo ancora oggi, e vorrei avere più tempo a disposizione per leggere di più. Quindi dover spiegare perché leggo mi fa un’impressione simile a dover spiegare perché respiro, o perché mi piace il sesso. È un bisogno primario, e qualunque spiegazione sembra creata a posteriori.

Ricordo uno dei periodi meno felici della mia vita, quello delle scuole medie. Allora ero una sorta di reietto sociale, non trovavo un modo di rapportarmi con i miei compagni, e andare a scuola era un peso. Finché un giorno scoprii che all’ultimo piano, ignorata da tutti, esisteva una biblioteca scolastica, e che mi era permesso visitarla, sfogliare i libri e persino portarmeli a casa. C’erano testi che nelle librerie non si trovavano, in particolare un bellissimo libro di esperimenti chimici, che presi in prestito innumerevoli volte e fu la mia guida all’uso del “Piccolo Chimico” ricevuto a Natale, molto più dello striminzito libretto incluso nella confezione. Da allora questo è diventato un archetipo del mio inconscio: ogni tanto sogno ancora di vagare per una scuola affollata, fredda e ostile, e di incontrare finalmente tra le sue mura una biblioteca che ne è l’opposto, in cui mi sento finalmente a mio agio.

Ecco: forse un libro da solo non può cambiarti la vita, però puoi trovarci dentro quello che ti manca e che la vita non ti sta dando. Può darti il gusto di qualcosa che nemmeno immaginavi, e che una volta immaginata può diventare reale. Mica poco!

Pistole nello spazio

astronautaTra i giocattoli che da bambino ho usato più spesso c’era un gruppo di astronauti di plastica pressoché indistruttibili, in pose improbabili e dipinti in modo approssimativo, cui feci vivere mille avventure. Non avevo dubbi che il capo fosse quello dall’aria più decisa, che a differenza degli altri teneva in mano un pistolone (che allora, ispirato da qualche fumetto, chiamavo “disintegratore”). Ricordo che la cosa mi lasciava dubbioso, dato che gli astronauti veri (che si vedevano spesso in televisione, dato che era l’epoca delle missioni Apollo) non sembravano essere dotati di armi. Tuttavia mi sembrava logico che, ancor più di un cowboy o di un tigrotto della Malesia, un astronauta dovesse essere armato: sicuramente nello spazio si nascondevano pericoli che non era prudente affrontare senz’armi. Soltanto adesso, più di 40 anni dopo, scopro che le cose stavano proprio così, e che fino a poco tempo fa persino l’equipaggiamento ufficiale dei cosmonauti sovietici (e poi russi) comprendeva uno speciale modello di pistola!

L’uso militare dello spazio è regolato in modo molto vago dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico, entrato in vigore nel 1967. Questo stabilisce il principio per cui lo spazio è patrimonio comune dell’umanità e non può essere teatro di attività militari, ma vieta esplicitamente solo la sperimentazione e la presenza stabile di armi di distruzione di massa e la creazione di basi militari. Le armi personali, insomma, non sono esplicitamente vietate. La dotazione delle capsule Soyuz (che sono in attività dal 1967 e non sono ancora state pensionate) includeva una pistola, la TOZ 82 (o TP 82), che ogni membro dell’equipaggio (inclusi eventuali passeggeri stranieri) veniva addestrato a usare.

TOZ 82

La POZ 82 al museo di S. Pietroburgo

 

Va detto che lo scopo dell’arma non era di essere usata nello spazio. Dotata di tre canne in grado di sparare proiettili comuni, pallini da caccia e razzi di segnalazione, e di un manico pieghevole in grado di fungere da badile e contenente un machete, doveva servire ai cosmonauti per sopravvivere sulla Terra in un ambiente selvaggio, dato che le Soyuz venivano fatte atterrare in Siberia, e un errore di rotta poteva significare perdersi chissà dove nella taiga. Pare che a volere l’arma sia stato proprio il celebre cosmonauta Alexej Leonov, che nel 1965, al termine della missione Voskhod 2, aveva dovuto attendere i soccorsi per due giorni rischiando di essere divorato dai lupi. La TOZ 82 fu perciò introdotta nel 1982 (par che ultimamente fosse stata sostituita da un’arma più comune, dato che le munizioni prodotte allora erano ormai scadute e non se ne producevano di nuove).

Ho appreso dell’esistenza della TOZ 82 da un articolo pubblicato su IEEE Spectrum dal giornalista statunitense James Oberg. Questi riferisce che la presenza dell’arma è proseguita anche nel corso delle missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale, e solo di recente la pistola è stata tolta dalla dotazione, forse anche per le continue sollecitazioni del giornalista stesso che riteneva inopportuna la presenza di un arma nel corso di pacifiche missioni scientifiche. Oberg cita anche a testimone l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, che tra pochi giorni si recherà sulla Stazione Spaziale Internazionale a bordo di una Soyuz, e che nel corso di un’intervista gli ha fatto sapere che la pistola non è più inclusa nella dotazione, ma che si tratta di un provvedimento temporaneo non ancora confermato in via definitiva.

Riesce difficile credere che si riuscirà per sempre a mantenere lo spazio libero da guerre. Ma l’aver liberato dalle armi la Stazione Spaziale Internazionale è un piccolo atto simbolico che ci fa sperare che, almeno per il momento, ci contenteremo di usarle sulla Terra.

Le avventure del Nibbio Nebbioso e della Gatta di Ghisa

NibbioNebbiosoSanta Meelano è una città dominata dall’onnipresente azienda CoproTech. I suoi abitanti sono perlopiù rimbecilliti dalla televisione, che li spaventa con la minaccia dei mutalba (mutanti pieni di deformità, causate dai rifiuti radioattivi scaricati dalla CoproTech in Albania) e li blandisce con le avventure televisive del Nibbio Nebbioso, un supereroe interpretato da uno scalcinato attore. Tra i pochi meelanesi che si ribellano a questo stato di cose c’è Meecia, diciassettenne abilissima nelle arti marziali, che fa parte di uno scalcinato gruppo di dissidenti detto la Facoltà Fantasma, con lo pseudonimo di Gatta di Ghisa…

Di solito non leggo, né tantomeno recensisco, romanzi autopubblicati. Ultimamente però questa regola sta cominciando ad allentarsi, dato che la situazione comatosa del mercato editoriale ha fatto sì da un lato che anche autori molto validi siano costretti a ricorrere all’autopubblicazione, e dall’altro che la qualità media del materiale pubblicato dagli editori sia molto scaduta, attenuando le differenze una volta ben presenti tra l’editoria ufficiale e gli autori in proprio.

Oggi perciò vi propongo Le avventure del Nibbio Nebbioso e della Gatta di Ghisa di Daniele Gabrieli, un romanzo autopubblicato del quale sono giunto a conoscenza per vie traverse: l’ho letto infatti in qualità di selezionatore del premio Urania, dove è stato valutato positivamente al punto da includerlo tra i finalisti del 2014. L’autore ha commesso una grossa leggerezza: ha partecipato al premio con un romanzo che aveva già pubblicato in proprio su Amazon come ebook. Se fosse risultato vincitore, questo avrebbe potuto costargli la squalifica: il regolamento del premio, infatti, specifica che le opere partecipanti non possono essere già edite, nemmeno parzialmente. Tuttavia, dato che non ha vinto, tutto questo si rivela un vantaggio: potete leggerlo comunque, per soli 2,68 €.

Se ho deciso di parlarne qui è, ovviamente, perché mi è piaciuto. Dirò di più: mi ha divertito parecchio. Quella del Nibbio nebbioso è una fantascienza satirica e caricaturale, ma non per questo poco seria, e soprattutto scritta bene, con un solido controllo di una trama solo apparentemente caotica, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, e una disinvolta capacità di giocare con la lingua italiana, mescolando inglese e dialetto milanese in bizzarri calembour.

Del libro ho apprezzato l’umorismo a doppia azione, che prima ti diverte con la totale assurdità di personaggi e situazioni, e poi ti sorprende per come nonostante questo riesca a far quadrare i conti della trama, dando senso anche ai piccoli dettagli. Ma soprattutto ho trovato  efficace la satira, che non risparmia colpi a nessuno: a una tecnica di governo basata su bugie e sfruttamento, a una sinistra diventata indistinguibile dalla destra (a Santa Meelano la politica è gestita da due gemelli siamesi, quello di destra governa, quello di sinistra sta all’opposizione), a un pubblico rimbecillito dalla TV che si lascia dominare da stupide paure, e a un complottismo disinformato che disperde nell’inefficacia qualunque istanza di rinnovamento. Anche il lettore non è al sicuro: il romanzo lo titilla nei suoi pregiudizi, per poi mostrargli che le cose non stanno come pensa lui.

Difetti? Principalmente un certo autocompiacimento, che a volte, per fortuna non troppo spesso, porta l’autore a tirare troppo la corda, per esempio nelle prime pagine, con una descrizione della protagonista così lunga che potrebbe spingere qualche lettore a chiudere il file (e sarebbe un peccato).

In sintesi: un romanzo satirico divertente e ben scritto, che chi non si lascia spaventare dalle bizzarrie linguistiche dovrebbe provare.

5 ragioni per preoccuparsi che le intelligenze artificiali distruggano l’umanità

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Un paio di mesi fa, sulla webzine Vox, è uscito un articolo intitolato Will artificial intelligence destroy humanity? Here are 5 reasons not to worry (“L’intelligenza artificiale distruggerà l’umanità? Ecco 5 ragioni per non preoccuparsi”), cui sono arrivato tramite un tweet di Giuseppe Granieri. L’articolo è ben scritto, e tuttavia non mi ha convinto per nulla. Anzi, a mano a mano che lo leggevo, mi convincevo della tesi opposta, e cioè che dovremmo preoccuparci almeno un po’di una presa del potere da parte di intelligenze artificiali. Ecco i ragionamenti che ho fatto:

1) Un’intelligenza genuina richiede moltissima esperienza pratica

Secondo Timothy B. Lee, estensore dell’ articolo, un’enorme potenza di calcolo non basta a risolvere ogni problema. Per la maggior parte delle questioni pratiche è necessaria, oltre a un certo grado di intelligenza, anche esperienza di prima mano. Esperienza che va acquistata empiricamente e la cui acquisizione non si può velocizzare. L’esempio è: anche se una persona mettesse insieme tutti i libri esistenti sul cinese e si chiudesse in una stanza a studiarli, non potrebbe mai passare per un cinese madrelingua: certe sfumature della lingua viva si imparano solo vivendo a lungo in Cina.

Ma è proprio vero? Forse lo era fino a qualche tempo fa. Oggi però esiste Internet, che è un favoloso moltiplicatore della conoscenza umana. Su Internet non si trovano solo le nozioni importanti e fondamentali: si trova di tutto. Se il mio computer non funziona bene, se ho in frigo degli ingredienti disparati che non so come mettere insieme, se trovo una frase strana di cui non capisco il significato, basta digitare qualche parola chiave su Google, e ho la quasi certezza di trovare la risposta, messa online da qualcuno che si è posto il problema prima di me. E se non dovessi trovarla, esistono svariati modi per rendere pubblico il mio dubbio e ottenere in tempi ragionevoli la risposta di un essere umano competente.

Proviamo a porci in modo leggermente diverso la domanda: se una persona mettesse insieme tutti i libri esistenti sul cinese e si chiudesse a studiarli in una stanza dotata di una connessione a Internet, con la possibilità di chattare con persone di madrelingua cinese a voce e per iscritto, potrebbe un giorno passare per un madrelingua cinese? Io non lo escluderei!

Certo, per un essere umano diventare un esperto di qualunque cosa attraverso Internet è comunque complicato. Ma immaginiamo un’intelligenza artificiale, in grado di leggere e assimilare migliaia di pagine web al secondo, di chattare simultaneamente con migliaia di persone, di osservare la realtà attraverso migliaia di webcam in contemporanea… siamo veramente sicuri che una simile entità non potrebbe diventare esperta del mondo in un tempo piuttosto breve? Io no.

Per giunta, se questo non bastasse, ci stiamo pensando noi a darle una mano. Per esempio attraverso RoboBrain, un’iniziativa della Cornell University che punta a creare un enorme database online per spiegare ai robot come funziona il mondo e come si comportano gli esseri umani. I dati vengono generati attraverso operazioni di data mining su video e immagini disponibili su Internet, e poi migliorati da esseri umani. “Se un robot incontra una situazione che non ha mai visto prima, può interrogare RoboBrain attraverso la Rete”, spiega Ashutosh Saxena, uno dei creatori del progetto. Immaginiamo quanta conoscenza di questo tipo troverà a disposizione un’intelligenza artificiale tra qualche decennio…

2) Le macchine sono estremamente dipendenti dagli esseri umani

Le macchine, ci dice Lee, hanno comunque bisogno degli uomini per poter esistere. Un cervello elettronico intelligentissimo non sarebbe comunque in grado di mantenersi o autoripararsi. I robot di oggi sono estremamente specializzati, sono privi della versatilità di un essere umano, e rimarranno tali ancora per molto tempo. Quindi le intelligenze artificiali, per sopravvivere, hanno bisogno di noi.

Alla luce di quanto abbiamo visto al punto precedente, questa tesi mi convince molto poco. Se ammettiamo che un’intelligenza artificiale possa arrivare rapidamente a conoscere il mondo bene quanto noi, sarà versatile perlomeno quanto un essere umano, e dovrebbe riuscire a superare le difficoltà pratiche relative alla propria sopravvivenza.

Inoltre, anche in questo caso noi stiamo costruendo un’eccezionale facilitazione al compito delle future intelligenze artificiali: si chiama Internet of Things. Nei prossimi anni ci aspettiamo che ogni oggetto tecnologico smetta di essere un mondo a sé, per diventare in grado di collegarsi a tutti gli altri, scambiare informazioni e collaborare per il raggiungimento di un fine.

Si tratta, beninteso, di qualcosa di molto bello ed entusiasmante, che potrebbe cambiare la nostra vita in futuro anche più di quanto abbia già fatto l’Internet che già conosciamo. Si tratta però anche di qualcosa che metterebbe un’intelligenza artificiale in grado di manipolare a proprio vantaggio l’intero spettro delle tecnologie. In una società con un’Internet of Things molto sviluppata, un’IA che ne prendesse il controllo potrebbe fabbricare ciò che vuole e farselo recapitare con estrema facilità. O potrebbe ricattare gli umani con la minaccia di bloccare completamente l’economia e la vita quotidiana.

Ma come farebbe un’IA a prendere il controllo di tutto? Di preciso non saprei, ma sappiate che un recente rapporto commissionato da HP fa sapere che il 70% dei dispositivi connessi alla Internet of Things attuale è molto vulnerabile ad attacchi informatici. In pratica, stiamo costruendo un meraviglioso strumento per controllare il mondo, e stiamo lasciando le chiavi in giro. Un pensiero poco rassicurante.

3) Il cervello umano potrebbe essere molto difficile da emulare

Non è detto che riusciremo mai a costruire un’intelligenza artificiale in grado di emulare il cervello umano, dice Lee. I computer funzionano in modo deterministico, mentre il cervello è un complesso sistema analogico che potrebbe essere impossibile da riprodurre, così come non siamo in grado di simulare l’atmosfera con sufficiente precisione da ottenere previsioni del tempo totalmente affidabili.

Qui mi pare che l’autore salti un po’ di palo in frasca: la possibilità di costruire intelligenze artificiali sembrava implicita nell’ipotesi di partenza, ed è chiaro che non avremo nulla da temere dalle IA se non riusciremo a costruirle.

Per il resto, qui andiamo a infilarci a piè pari in un dibattito filosofico tuttora apertissimo, quello sulla possibilità della creazione di una coscienza artificiale. Semplificando molto, da una parte ci sono i sostenitori dell’IA Forte, alla Daniel C. Dennett, per i quali, visto che il cervello è un oggetto fisico senza alcuna apparente particolarità, e noi sappiamo che genera una mente cosciente, dobbiamo dedurre che la coscienza sia una proprietà intrinseca non del cervello, ma dei processi che vi si svolgono, e pertanto sia indipendente dal supporto fisico. Dall’altra ci sono i sostenitori della tesi opposta, alla Roger Penrose, per i quali questo è manifestamente impossibile, e che pertanto ritengono che la coscienza abbia sede in processi quantistici, non deterministici e non riproducibili, che ancora non conosciamo bene, ma di cui cominciamo ad avere qualche segnale.

Lungi da me voler tirare qui le conclusioni di una discussione di questa portata. Mi limito a dire che confidare nella totale irriproducibilità della mente umana potrebbe rivelarsi un’illusione. E anche un’IA dalla mente dissimile dalla nostra potrebbe rivelarsi un’avversaria da non trascurare.

4) Per ottenere il potere le relazioni sono più importanti dell’intelligenza

Nella società umana, ci dice Lee, chi ha il potere non sono le persone più intelligenti, ma quelle che hanno più carisma, più relazioni. Un’intelligenza artificiale sarebbe molto svantaggiata nell’ottenere la lealtà e l’amicizia delle persone necessarie per conquistare il mondo.

Anche in questo caso, mi pare che l’autore confonda un po’ le acque. Stiamo parlando di “distruggere l’umanità” o di “prendere il potere”? Sono due cose diverse. Un’IA che volesse sbarazzarsi del controllo degli esseri umani e popolare la Terra di suoi simili non avrebbe bisogno di andare in cerca di seguaci in carne e ossa.

Al di là di questo, mi pare abbastanza facile trovare esempi della fallacia del ragionamento di Lee, ancora una volta grazie a Internet. Siamo sicuri che un “programma di computer privo di corpo” avrebbe difficoltà a trovare amici? Oggi gran parte di noi intrattiene complesse relazioni con entità che conosce soltanto attraverso scritte su uno schermo. C’è chi attraverso i social network trova l’amore, e c’è chi instaura durature e profonde amicizie con persone di Paesi lontani senza mai incontrarle. Il fatto di non avere mai toccato con mano il corpo di costoro non ci impedisce di considerarli come simili a noi. E allora perché dovremmo pensare che per un’IA sarebbe diverso? Sia che ci immaginiamo un’intelligenza fredda che manipola gli umani per i suoi scopi, sia un essere in grado di trovare amici con la forza delle sue idee, credo che non avrebbe particolari difficoltà a trovare persone disposte a dargli retta.

5) Più intelligenza ci sarà al mondo, meno sarà il suo valore

Se l’intelligenza artificiale verrà creata, ci dice Lee, diventerà presto qualcosa di così comune da essere scontata. Le risorse scarse, come l’energia o il territorio, avranno molto più valore, e saranno in mano agli esseri umani, mentre le IA non avranno nulla.

Ancora una volta si cambiano le carte in tavola: dalla distruzione dell’umanità e dalla conquista del potere ora siamo passati a una mera conquista economica. È indubbiamente vero che un’IA appena nata non possederebbe nulla. Anzi, legalmente non sarebbe neppure considerata una persona, e non avrebbe alcun diritto legale (il che peraltro potrebbe essere per lei un buon motivo per cercare di ottenere dei diritti trattando da una posizione di forza).

Trovo un po’ bizzarro immaginare che un’IA possa voler conquistare il potere utilizzando la leva economica. Ma non mi pare nemmeno impossibile. Un’IA potrebbe essere in grado di fare affari molto meglio degli umani, per esempio grazie a una superiore capacità di raccogliere e classificare informazioni, e quindi di predire i trend economici meglio di qualsiasi trader o affarista. E non avrebbe neppure particolari remore a violare la legge: in fondo, una macchina non può essere portata in tribunale, almeno per ora.

Conclusioni

Insomma, se Timothy B. Lee voleva convincermi a stare tranquillo, ha ottenuto l’effetto opposto: ora che ho provato a confutare le sue argomentazioni, mi sembra che la presa del potere da parte delle IA sia estremamente probabile.

Sto dicendo che dovremmo rifuggire dal costruirle? In realtà no. Resto convinto che creare un’intelligenza artificiale sarebbe tra le migliori cose che potrebbero capitare all’umanità, e ci darebbe una prospettiva molto illuminante su noi stessi e sul mondo. E tendo anche a pensare che un essere artificiale avrebbe motivazioni molto diverse dalle nostre, e difficilmente si sentirebbe in concorrenza con noi.

Non vorrei però essere smentito dai fatti. E credo che, prima di affidare a intelligenze artificiali poteri che si ripercuotono sugli esseri umani, si debba pensare molto bene a come tenerle sotto controllo. Ma su questo argomento tornerò presto.

L’uomo a un grado Kelvin

2060. Dopo essersi assentato misteriosamente, il professor De Ruiters, direttore di un importante centro di ricerca europeo, viene ritrovato congelato a bassissima temperatura all’interno di un macchinario, durante un esperimento pubblico di teletrasporto al Palazzo delle Stelline di Milano. Contemporaneamente, altri tre suoi colleghi si rendono irreperibili. Il detective Dick Watson della Polizia Europea viene inviato a indagare sul caso, scontrandosi subito con la Polizia Lombarda che preferirebbe non averlo tra i piedi. Il caso si rivelerà molto più complicato del previsto, coinvolgendo spie, criminali, hacker, e i segretissimi computer quantistici nel sottosuolo di Parigi…

Da molti anni ormai collaboro alle selezioni per il premio Urania. Di solito evito di parlarne pubblicamente, sapendo come il premio sia una macchina generatrice di polemiche per cui meno si dice e meglio è. Quest’anno però sono molto più coinvolto del solito: non solo la prima lettura dell’opera vincitrice è stata assegnata a me, ma mi sono occupato anche dell’editing e ho realizzato l’intervista all’autore inclusa in appendice. Non riesco perciò a trattenermi dall’esprimere un giudizio, ovviamente del tutto parziale, visto che questo romanzo lo sento anche un po’ “mio”.

E allora vi dico che questo libro, senza nulla togliere ai suoi predecessori, mi è piaciuto in modo particolare. Per tanti motivi. Per esempio:

  • È un ottimo giallo: ha una trama intricatissima e solida, che procede in modo consequenziale senza affidarsi a coincidenze e colpi di fortuna. Niente a che vedere con certi libri in cui la trama investigativa è solo un pretesto per parlar d’altro.
  • Tuttavia gli appassionati di fantascienza non devono storcere il naso: non si tratta di un giallo tradizionale cucinato in salsa futuribile. Tutt’altro: l’ambientazione fantascientifica è originale, coerente e saldamente ancorata alla trama investigativa.
  • Ma il motivo per cui L’uomo a un grado Kelvin mi ha colpito particolarmente è un altro: la competenza scientifica con cui è scritto. Oserei dire che questo è il singolo libro di fantascienza italiana in cui il lato scientifico è trattato meglio, senza alcuna pedanteria ma con mano sicura e senza rifarsi a modelli anglosassoni.

Insomma, senza voler esagerare con gli elogi, è il tipo di romanzo di fantascienza italiana che mi piacerebbe leggere molto più spesso: avvincente, professionale, interessante senza rinunciare a essere divertente. Fatemi sapere se siete d’accordo con me.

Pacific Rim

Nel prossimo futuro, una breccia si apre sul fondo dell’Oceano e cominciano a uscirne enormi mostri alieni asssetati di distruzione. Per contrastarli vengono costruiti gli Jaeger, colossali robot da combattimento. I mostri però diventano sempre più forti e, mentre gli esseri umani fuggono dalle coste, gli ultimi robot si riuniscono a Hong Kong per tentare una disperata resistenza…

Per questo film esistono due possibili recensioni:

Recensione per chi vuole vedere un film di robottoni che si picchiano coi mostri spaziali:

Chiunque sia stato ragazzino negli anni ’80 stava aspettando da oltre trent’anni che arrivasse un film spettacolare e ben fatto coi robot giganti giapponesi accanto ad attori veri. Ebbene, l’attesa è finita. Guillermo Del Toro vi ha preparato un film interamente dedicato ai robottoni.

E quando dico interamente, parlo sul serio: in questo film non vi dovete sorbire insipide storie d’amore, melensi conflitti familiari, o tutta quella roba che nei film tratti dai supereroi Marvel passa per “approfondimento del personaggio” (ma in realtà è fuffa per riempire gli spazi tra un combattimento e l’altro). Qui ci sono solo combattimenti e preparazione ai combattimenti. E stop.

E i combattimenti, inutile dirlo, sono fatti benissimo. Se siete disposti a credere che il modo migliore di affrontare un mostro colossale non sia quello di bombardarlo, bensì di costruire un robot alto centinaia di metri che lo prenda a cazzotti o usi una petroliera come clava per picchiarlo, troverete le azioni estremamente realistiche, comprensibili e coinvolgenti, e i robot degni di tutta la tradizione dei mecha giapponesi.

Menzione speciale per le musiche di Ramin Djawadi, che riescono a rendere alla perfezione l’atmosfera da “colonna sonora di videogioco” senza mai risultare noiose o fastidiose.

Certo, il film qualche difetto ce l’ha. I personaggi sono quasi tutti integralmente stereotipati e, se non ci fossero i due scienziati pazzi e il contrabbandiere di “frattaglie di mostro” magistralmente interpretato da Ron Perlman a portare un po’ di divertimento, il film risulterebbe davvero greve. Inoltre, dal punto di vista della strategia militare, una puntata media di Gundam risulta più convincente di Pacific Rim, dove alcune delle cose che vengono dette non hanno senso, o sembrano supercazzole buttate lì solo per far succedere le cose. (Esempio: a un certo punto i mostri emettono qualcosa che sembra un impulso elettromagnetico, che spegne tutti gli Jaeger. Ma se possono fare una cosa del genere, perché non la rifanno poco dopo, quando sarebbe molto più utile? Ma soprattutto: uno dei robot non va fuori uso, e la spiegazione è che, mentre tutti gli altri robot sono “digitali”, questo è un vecchio modello e perciò è “analogico”. Mi spiegate perché mai un robot gigante costruito tra quarant’anni dovrebbe essere “analogico”, quaunque cosa significhi?)

Ma son piccole cose: se un film riesce a far applaudire la platea a scena aperta quando un robottone tira fuori la spada (è successo quando l’ho visto io), vuol dire che è sostanzialmente riuscito.

Recensione per chi vuol vedere un film di Guillermo del Toro, il regista di Il labirinto del fauno:

Qui cominciano le dolenti note. Se andate a vedere Pacific Rim perché siete fan di un regista che ha sempre mostrato di saper coniugare divertimento e profondità nel proprio cinema, cascate male. Perché questo film è bello da vedere, ma è decerebrato quanto quello di un qualsiasi mestierante hollywoodiano.

E sì che gli spunti non sarebbero mancati. A cominciare da questi mostri vomitati dal profondo della Terra che già nei film di Honda volevano esprimere la paura della contaminazione nucleare (e che qui invece non esprimono un bel niente).

Il problema purtroppo sono i personaggi, talmente monodimensionali che è impossible fargli dire qualcosa. Anche le migliori occasioni vanno sprecate: l’idea per cui i robot sono troppo grandi e complessi per un solo cervello umano, per cui vanno guidati da due uomini in reciproca simbiosi mentale, aveva il potenziale per generare infinite situazioni morbose, conflittuali o stranianti, ma non viene minimamente sfruttata.

In generale, la trama non presenta situazioni interessanti perché mancano avversari interessanti. Non c’è nessun vero conflitto tra gli esseri umani, e l’unico “cattivo” è un pilota che fa il bulletto senza una vera ragione. Mentre i mostri spaziali sono totalmente privi di personalità, e anche quando abbiamo l’occasione di guardare nel loro mondo e nei loro cervelli non scopriamo nulla di inquietante. Non fatemi dire che cosa avrebbe fatto Cronenberg di uno spunto del genere.

I temi politici sono poi del tutto assenti. A parte una frecciata nemmeno tanto convinta contro i politici inetti in generale, è difficile dare una qualsiasi interpretazione politica al tutto. Unica eccezione, la scena in cui la folla, avendo capito che il mostro sta cercando una persona in particolare, le fa il vuoto intorno: efficacissima, ma slegata da qualsiasi discorso.

Insomma, mi spiace deludervi, ma Del Toro ha fatto un film totalmente privo di contenuti. Certo, rispetto a Michael Bay il suo è un cinema molto più raffinato, pieno di riferimenti e citazioni, ed esteticamente molto più bello. Ma la piattezza intellettuale è quasi la stessa e, peccato mortale, non c’è nel suo film assolutamente nulla di spaventoso. È solo un giocattolo.

 

Concludo con alcune note:

  • Se vi state chiedendo che tipo di spettatore sia io, faccio parte della seconda categoria: nonostante infinite visioni di Goldrake, Il grande Mazinga, Jeeg robot d’acciaio , Danguard, Gaiking, Daitarn 3, Gundam e simili, speravo comunque in un film del Del Toro che conoscevo.
  • Non lasciate la sala prima di arrivare a metà dei titoli di coda! C’è una scena che merita.
  • Non ho visto il film in 3D: ho preferito vederlo sotto casa, anche se temo di essermi perso qualcosa.

Le Brigate Fantasma

Le cosiddette Brigate Fantasma sono formate da soldati artificiali, che dal primo giorno di vita sono pronti a combattere e a obbedire agli ordini. Ma può considerarsi umano chi ha una personalità modellata prima della nascita?

Le Brigate Fantasma è il seguito di Morire per Vivere, nel senso che ha la stessa ambientazione ed è ambientato qualche anno dopo. Tuttavia le vicende dei due romanzi hanno in comune solo alcuni personaggi secondari, e non è quindi necessario leggerli in sequenza.

Recensendo Morire per Vivere, ho scritto di avere due riserve. La prima è che trovo poco credibile che una guerra interplanetaria si combatta con soldati di fanteria, sia pure potenziati. La seconda è che ho trovato troppo fastidiosamente militarista il sottinteso del romanzo, e cioè che l’espansionismo imperialista sia un dato comune a qualunque razza intelligente, e che l’unico modo per sopravvivere sia praticarlo meglio degli altri. Tesi, questa, che trovo criticabile non solo da un punto di vista ideologico ma anche semplicemente logico: l’Universo è straordinariamente vasto, e non si capisce bene per quali risorse dovremmo entrare in concorrenza con altre razze, specie considerato che esseri capaci di raggiungere altre stelle dovrebbero essere anche in grado di tenere sotto controllo la propria popolazione.

Queste riserve rimangono sostanzialmente invariate anche per questo secondo romanzo della serie (sebbene qui esistano degli accenni sul fatto che l’espansionismo terrestre potrebbe essere ingiusto e non necessario, che probabilmente verranno sviluppati negli episodi successivi, ancora inediti in Italia).

Al di là di questo, però, Scalzi si conferma un autore molto dotato, uno dei pochi in grado di scrivere romanzi avvincenti e divertenti, che non richiedono due lauree per essere compresi, ma che comunque pongono interrogativi interessanti.

Dal punto di vista della trama, Le Brigate Fantasma è per certi versi anche più interessante del predecessore. I dilemmi etici che i vari personaggi devono risolvere sono di non facile soluzione, e le svolte della trama arrivano spesso del tutto imprevedibili. Ho letto il romanzo volentieri e praticamente d’un fiato.

Volendogli fare delle critiche specifiche, ho trovato un po’ noiosa la parte dell’addestramento militare del protagonista, dato che non differisce molto da quella vista in Morire per Vivere. Inoltre l’umorismo nero visto nel romanzo precedente qui è un po’ più sottotono.

Ho poi seri dubbi scientifico-filosofici su un aspetto del romanzo, e cioè la possibilità di costruire esseri intelligenti ma privi di coscienza.
Questo tipo di dualismo (quello che Gilbert Ryle chiamava “the ghost in the machine“) è già stato confutato numerose volte (la confutazione più divertente mi sembra quella di Raymond M. Smullyan). Io credo che abbia ragione Daniel C. Dennett quando sostiene che non è possibile avere intelligenza vera senza coscienza.
Del resto lo stesso Scalzi cade in contraddizione quando dice che questi esseri si sentono incompleti e desiderano una coscienza: come può un essere privo di coscienza desiderare qualcosa?

Comunque sia, al di là dei miei molti dubbi, trovo Scalzi un autore interessante e una lettura molto piacevole. Consiglio quindi l’acquisto (anche perché stavolta la traduzione mi è sembrata esente da problemi vistosi).

Macelliamo il Porcellum

Mancano solo pochi giorni al termine della raccolta di firme per istituire un referendum che abolisca l’orrenda legge elettorale attualmente in vigore per le elezioni poltiche, detta Porcellum da quando il suo stesso ideatore, il leghista Calderoli, la definì elegantemente “una porcata”.

L’effetto del referendum in questione (se raccogliesse sufficienti firme, raggiungesse il quorum e fosse votato dalla maggioranza degli elettori) sarebbe di ripristinare la legge elettorale precedente (detta Mattarellum dal nome del suo ideatore, il democristiano Sergio Mattarella), cioè un sistema a turno unico per tre quarti maggioritario e per un quatro proporzionale.

Il Mattarellum a mio avviso non è la migliore legge elettorale possibile (personalmente sono un fautore dei sistemi che non si limitano a far scegliere all’elettore una sola forza politica, ma gli permettono di stabilire una gerarchia di valore tra le forze in campo, come l’australian ballot, il voto singolo trasferibile e, in misura minore, il maggioritario a doppio turno; spero di avere il tempo di discuterne in un post futuro). Tuttavia è una legge che è stata in vigore in passato e si è dimostrata funzionante. Il ripristinarla restituirebbe agli elettori la possibilità di influire sulla scelta dei propri rappresentanti in Parlamento. Il principlae difetto del Porcellum, infatti, è quello delle liste bloccate: non si vota per i candidati singoli e non si esprime un voto di preferenza, ma si vota “in blocco” per una lista di candidati creata dai segretari di partito, senza la possibilità di negare il voto a candidati sgraditi o di favorire l’elezione di quelli preferiti. Le nefaste conseguenze di questa legge, in termini di qualità e indipendenza di giudizio degli eletti, si sono viste abbondantemente.

Il ritorno del Mattarellum sarebbe un importante strumento per accelerare il rinnovamento della classe politica che tutti auspicano, dato che per i partiti (tutti!) sarebbe molto più difficile presentare candidati vecchi e screditati. Dal punto di vista politico, inoltre, il referendum contribuirebbe anche ad accelerare la caduta dell’attuale governo. Berlusconi ha bisogno del Porcellum per mantenere il controllo sulla sua maggioranza ormai a un passo dall’implodere. La minaccia del referendum potrebbe indurlo a elezioni anticipate pur di poter votare con la vecchia legge. Risultato che considero auspicabile.

La raccolta di firme prosegue fino al 30 settembre, negli uffici anagrafe dei comuni e negli appositi banchi del comitato promotore. Qui trovate la lista dei luoghi dove si può firmare, ma attenzione! In alcuni luoghi la raccolta si chiude in anticipo (per esempio, a Milano in piazza San Babila il gazebo è attivo solo fino a domani, lunedì 26). Quindi, se non lo avete ancora fatto, sbrigatevi a firmare!

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