Category Archives: Fantasy

Torna StraniMondi

stranimondi-logoUn breve post per ricordarvi che il prossimo 15 e 16 ottobre si terrà a Milano la seconda edizione di StraniMondi, la manifestazione dedicata all’editoria fantastica e fantascientifica.

Organizzata da tre delle principali case del settore, e cioè Delos Books, Hypnos e Zona 42, e con la partecipazione della quasi totalità dei piccoli editori del settore, è davvero un evento imperdibile per chi è interessato alla letteratura fantastica. Già l’edizione dell’anno scorso è stata davvero riuscita, come ho scritto altrove, ma quest’anno partecipano ancora più editori (ben 26) e c’è uno schieramento di ospiti stranieri davvero notevole, capitanato da uno degli autori di fantascienza contemporanei che più apprezzo, e cioè Alastair Reynolds.

Ci sarò sicuramente anch’io, anche se non so ancora dirvi se parteciperò a qualche evento.

Vi ricordo infine che StraniMondi viene finanziata attraverso un crowdfunding. Quest’anno la raccolta fndi sta andando molto meglio dell’anno scorso, ma comunque sia se volete dare una mano agli organizzatori o assicurarvi qualcuna delle ricompense speciali previste per i partecipanti andate pure a preiscrivervi presso l’apposito sito Kickstarter.

Ci vediamo lì!

Ghostbusters

Ghostbusters

Come si fa un remake perché sia soddisfacente? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa a questa domanda (e ho sentito più di una persona sostenere che un remake non è mai soddisfacente). Da parte mia, penso che un remake riuscito sia quello sufficientemente fedele al vecchio film da conservarne in qualche modo lo spirito e l’identità, e sufficientemente infedele perché vedendolo si abbia l’impressione che ci sia qualcosa di valido in più. Purtroppo il remake di Ghostbusters si ferma a metà strada, riproponendo in modo simpatico gli stilemi dell’originale ma senza riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e diverso che sia anche interessante.

Negli USA il film è stato preceduto da una vergognosa campagna d’odio sessista in opposizione alla scelta di un cast tutto al femminile, considerata un tradimento del film originale. Ma in realtà quella di invertire il genere dei personaggi (peraltro rimasti caratterialmente molto vicini a quelli del 1984) non era affatto una cattiva idea, così come potenzialmente buoni sono gli altri cambiamenti apportati alla trama del film. Per esempio l’aggiunta del segretario tutto muscoli e niente cervello Kevin, interpretato da un Chris Hemsworth tanto a suo agio nell’autoparodia da rubare la scena alle protagoniste. O anche l’avere attribuito l’origine dell’invasione di fantasmi ai rancori di un povero frustrato in cerca di vendetta sul mondo, un tema che, in quest’epoca di attentati, avrebbe anche potuto donare al film una certa profondità.

Il problema è però nella sceneggiatura del regista Paul Feig, che sembra assumere come pubblico di riferimento lo spettatore che fa zapping casuale, e perciò costruisce il film come una sequenza di sketch, passando da uno spunto all’altro senza averne sviluppato a dovere alcuno e, quel che è peggio, senza mai prendere una direzione precisa.

Il film del 1984 ha avuto tanto successo perché rappresenta la perfetta fantasia nerd: un gruppo di maschi che parlano un gergo astruso e sono appassionati di strane tecnologie cerca di farsi notare, inizialmente non viene preso sul serio, ma poi salva il mondo e ottiene la gloria e le ragazze. Nel volgerlo al femminile si poteva scegliere se raccontare esattamente la stessa storia a ruoli invertiti, o se invece sottolineare le differenze che il cambio di genere comporta. Il film però non fa né l’una né l’altra cosa. Non mi viene in mente neppure una scena in cui l’essere donne delle protagoniste crei loro qualche difficoltà. Tuttavia svanisce la questione dei rapporti con l’altro sesso: tre delle quattro protagoniste sembrano asessuate, e l’interesse per gli uomini si riduce alle smanie di Erin per il segretario Kevin, annunciate a gran voce ma mai messe in pratica. Insomma, il potenziale dell’idea va sostanzialmente sprecato, probabilmente in omaggio all’etica del “film per famiglie” (dove invece l’originale voleva proprio stuzzicare la sessualità nerd, con scene come quella in cui Sigourney Weaver posseduta dal demone chiede a Bill Murray “Vuoi tu questo corpo?”).

Anche il rapporto con il sindaco, il cui segretario nel film originale era l’avversario principale e il bersaglio di un’esplicita aggressività (“Sì, è vero, sì: quest’uomo non ha le palle!”), qui è ambiguo e inconcludente. Forse nell’America post 11 settembre non è più concesso farsi beffe dell’autorità e sottintendere che non sia in grado di proteggere i cittadini. Sta di fatto che Feig tenta di dipingere il sindaco Andy Garcia contemporaneamente come un avversario e un alleato, col risultato di annoiare. Quanto al nuovo avversario introdotto, lo sfigato che cerca vendetta ponendosi a capo di un’orda di fantasmi, avrebbe avuto un potenziale enorme se il regista avesse sfruttato la misoginia del personaggio per creare un contrasto vero con le eroine. Ma anche qui tutto si risolve con una battutina (“Sparate come ragazze”).

Servite così male dalla sceneggiatura, le pur brave protagoniste (Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, quasi tutte veterane del Saturday Night Live, proprio come gli attori originali) si ritrovano ad annaspare, strappando talvolta il sorriso ma senza le battute fulminanti che ci sarebbero volute. Con questo non voglio dire che il film sia un disastro. Al contrario, la sua notevole durata (116 minuti, parecchio per una commedia) è trascorsa piacevolmente. Merito in parte degli effetti speciali, davvero spettacolari (io li ho trovati persino troppo realistici, e ho pensato che il me stesso bambino si sarebbe spaventato; ma accanto a me c’era Aurora, di quattro anni, che ha continuato imperterrita a sgranocchiare i suoi popcorn, quindi forse i bambini di oggi sono più difficili da terrorizzare). E merito soprattutto della sceneggiatura originale di Ivan Reitman, Dan Aykroyd e Harold Ramis, che anche così rimaneggiata resta comunque esemplare nel mescolare fantascienza, horror e commedia. Alla fine, se lo si prende per quello che è, e cioè un tentativo senza grandi ambizioni di riciclare una storia di successo, il nuovo Ghostbusters si lascia vedere, ed è sicuramente meglio del pessimo seguito girato nel 1989, Ghostbusters II. Se vi può bastare…

Il destino di Jon Snow appeso alle probabilità statistiche

[Attenzione! L’articolo contiene spoiler sulla trama delle cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e in particolare sugli ultimi romanzi pubblicati]

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I lettori delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin stanno attendendo ormai da un cospicuo numero di anni di sapere come andrà a finire la monumentale saga fantasy. L’autore procede sempre più lentamente col passare del tempo, tanto che c’è ormai il rischio più che concreto che la serie televisiva tratta dai romanzi, Il trono di spade, arrivi a un finale ben prima che ll settimo e (si spera) conclusivo tomo, A Dream of Spring, arrivi nelle librerie.

Lasciati nel limbo (anche il sesto volume per ora non ha una data di uscita stabilita), i lettori non possono fare altro che abbandonarsi a infinite speculazioni su come la vicenda potrà terminare. Il che, immaginiamo, causerà qualche problema a Martin: se hai milioni di lettori, e gli lasci decenni di tempo per discutere sul Web ogni aspetto della vicenda, è molto probabile che qualcuno finirà con indovinare i colpi di scena che stai tenendo in serbo.

Quello che però Martin probabilmente non si aspettava è che qualcuno provasse a usare la scienza per leggergli nella mente. Lo ha fatto Richard Vale, docente a contratto di statistica presso l’Università di Canterbury in Nuova Zelanda, che ha pubblicato un serissimo studio intitolato Bayesian prediction for The Winds of Winter, in cui usa il calcolo delle probabilità per predire il contenuto dei prossimi romanzi della serie.

Prevedere davvero la trama di un romanzo nei suoi dettagli richiederebbe un modello statistico di sconvolgente complessità. Vale però si è limitato a fare una cosa molto più semplice. Dato che i romanzi di Martin sono strutturati attribuendo a ogni capitolo il punto di vista di un personaggio, ha cercato di dedurre come saranno distribuiti i punti di vista dei due tomi conclusivi della saga a partire dai romanzi precedenti. Si tratta di un tipo di predizione piuttosto grezza: non ci permetterà di sapere se un personaggio sposerà un altro o se vederà realizzati i suoi sogni. Però ci permetterà di dedurre alcune cose, per esempio se sarà vivo o morto (informazione particolarmente importante in questo caso, dato che, come dice Vale stesso nell’articolo,

 Uno degli aspetti più avvincenti delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è che i personaggi principali rimangono uccisi di frequente e in modo inaspettato).

Non vi tedierò con i dettagli di come è stata ottenuta la predizione, che del resto potete leggere direttamente nell’articolo. L’autore ha dovuto affrontare vari problemi metodologici (per esempio: come tenere conto del fatto che i due tomi A Feast for Crows e A Dance with Dragons sono deidcati in gran parte a due set di personaggi diversi, il che distorce non poco la distribuzione statistica dei capitoli). Nelle conclusioni, Vale riconosce che il suo metodo non è privo di problemi, come la dimensione relativamente piccola del campione (i capitoli pubblicati finora sono 338), o il fatto che il modello consideri il numero di capitoli di ciascun personaggio come una variabile indipendente (mentre in realtà più spazio per uno significa meno spazio per gli altri). Sarà interessante, se mai Martin si deciderà a dare alle stampe il volume, vedere quanto le previsioni si saranno avvicinate alla realtà.

Ma quali sono queste previsioni? A gran parte di noi piacerebbe sapere quanti capitoli avrà Jon Snow, dato che l’ultima volta che lo si è visto era in una situazione che lasciava incerta la sua sopravvivenza. Ebbene, il modello di Vale gli concede il 60% di probabilità di avere almeno un capitolo nel sesto volume, il che in una serie ad altissima mortalità come questa suona abbastanza rassicurante. I personaggi che sembrano avere la maggiore probabilità di scomparire prima della fine sono invece Melisandre la Donna Rossa e Ser Arys. Un altro dei problemi del modello è che non è in grado di predire l’attribuzione di nuovi punti di vista. Tuttavia, ipotizzando che il prossimo tomo abbia 70 capitoli, la prevsione lascia spazio per 11 capitoli raccontati da personaggi nuovi.

Hanno un senso, queste previsioni? È ovvio che, visto che le vicende della saga dipendono dalle decisioni di un uomo solo, una predizione statistica ha comunque grossi limiti. Ma proprio per questo sarà interessante vedere che tipo di successo otterranno i metodi statistici bayesiani su un caso simile e se, una volta uscito il sesto volume, la raffinazione dei dati permetterà di ottenere una previsione più precisa rispetto al contenuto del settimo. Purché Martin non impieghi troppo tempo. Valar morghulis.

Wildwood

More about Wildwood“Come avessero fatto cinque corvi a sollevare un bimbo di dieci chili Prue non lo capiva proprio, ma era certamente l’ultima delle sue preoccupazioni. Se avesse dovuto fare un elenco delle sue preoccupazioni in quel momento, mentre osservava incantata dalla panchina del parco i cinque corvi che portavano via suo fratello Mac, capire come potessero riuscirci era davvero l’ultima della lista.”

Quello che avete letto è l’incipit, davvero entusiasmante, di Wildwood, romanzo fantastico per ragazzi scritto da Colin Meloy, meglio noto per essere il cantante e l’autore dei testi dei Decemberists, e illustrato da sua moglie Carson Ellis.

Apprezzo molto i testi bizzarramente fantastici di Meloy, e appena ho saputo di questo libro me lo sono subito procurato. Quando poi ho letto l’incipit, ho pensato di trovarmi di fronte a uno di quei libri appassionanti che non riesci a mettere giù finché non hai girato l’ultima pagina. Purtroppo però le mie speranze sono andate deluse: dopo i primi capitoli, Wildwood si trasforma rapidamente in una lettura banalotta e piena di potenzialità non sfruttate.

Il problema principale del libro, a mio avviso, è l’ambientazione. La Landa Impenetrabile che si trova subito fuori Portland si rivela infatti un bosco privo di caratteristiche spaventose o  insolite, tranne una: è abitato da animali parlanti. Dato però che questi animali convivono con gli esseri umani e si comportano in tutto e per tutto come loro, la trovata si esaurisce molto in fretta, anche perché l’autore è molto vago nello spiegare come funzioni una società in cui predatori e prede vivono e lavorano fianco a fianco. Per il resto, la Landa è un patchwork di elementi disparati e poco amalgamati tra loro: atmosfere rurali, eserciti armati archi e moschetti, automobili, ville patrizie, templi grecizzanti in rovina, mistici zen… tutto troppo casuale per essere convincente, ma non sufficientemente bizzarro per essere affascinante. E manca, secondo me, la sensazione di essere in un angolo dimenticato dell’Oregon: a parte la presenza di coyote, la Landa potrebbe trovarsi ovunque.

Anche dei personaggi si può dire la stessa cosa: sono tutti piuttosto stereotipati, e nessuno risulta memorabile.  Anche Alexandra, la “cattiva”, è alquanto priva di spessore, anche perché le vicende che l’hanno portata a volersi vendicare del bosco, e che potevano risultare interessanti se bene inserite nella trama,  vengono invece raccontate in modo piuttosto sommario.

Persino la protagonista Prue, che all’inizio promette molto bene, rapidamente cessa di evolversi, dato che le sue caratteristiche di ragazzina moderna e volitiva alle prese con un mondo fuori dalla sua esperienza finiscono in secondo piano, poiché la trama non le dà occasioni per tirarle fuori. Non ci sono enigmi da risolvere, e nemmeno dilemmi etici da superare. Quasi tutto il romanzo si riduce a una sequela di inseguimenti e battaglie (e lascia anche un po’ perplessi questa enfasi sul valore guerresco, con ragazzini dodicenni che combattono e uccidono).

Non si può dire che il libro sia brutto, e immagino che un ragazzino possa apprezzarlo, ma a mio avviso i libri per ragazzi migliori sono quelli che anche un adulto può leggere, e io mi sono discretamente annoiato, nonostante io sia un discreto consumatore del genere, da Harry Potter a Bartimeus. Nel complesso non me la sento di consigliarlo.

A Dance with Dragons

More about A Dance with DragonsMentre a  Nord Jon Snow, nuovo comandante dei Guardiani della Notte, cerca di ottenere una pace definitiva con i Bruti e di preparare la Barriera all’attacco degli Estranei, all’Est Daenerys Targaryen scopre che governare una città è molto più difficile che conquistarla, e che l’abolizione della schiavitù le ha procurato tanti subdoli nemici dai quali è difficile difendersi. Nel frattempo due uomini cercano di raggiungerla: il principe Quentyn Martell, che vuole chiederla in sposa offrendole la potenza di Dorne per riconquistare Westeros, e Tyrion Lannister, in fuga dopo l’assassinio del padre Tywin.

Ebbene sì: in tre settimane circa ho finito il colossale tomo (960 pagine di romanzo effettivo, senza contare l’appendice con l’elenco dei personaggi) che è il quinto volume della saga di A Song of Ice and Fire. Questo mi mette in una posizione di notevole vantaggio rispetto a coloro che, per necessità o per scelta, intendono leggerlo in italiano. I quali, secondo le ultime indiscrezioni, potrebbero se tutto va bene avere in mano la traduzione già a settembre, ma solo la prima fetta: il romanzo verrà sicuramente spezzato in almeno due tronconi, forse tre, e perciò potrebbe passare ancora un anno e più prima che possano leggere tutto. Per rispetto nei loro confronti cercherò di esprimere le mie considerazioni evitando il più possibile di rivelare il contenuto del romanzo (chi invece non riesce a resistere vada in fondo al post).

Una cosa va detta in primo luogo: suddividere il materiale di A Feast for Crows e A Dance with Dragons secondo un criterio geografico e non cronologico è stata probabilmente una scelta obbligata (per evitare di lasciare i lettori in sospeso per più di dieci anni), ma resta una pessima idea dal punto di vista narrativo. Le vicende qui narrate sono il seguito diretto non di quelle di A Feast for Crows, ma di A Storm of Swords, uscito ben undici anni prima, e anche chi ha buona memoria come il sottoscritto fa una discreta fatica a ricollegare i fili (ho dovuto ricorrere all’utilissimo sito A Wiki of Ice and Fire per farmi tornare in mente alcuni personaggi). Inoltre, tanto per aumentare la confusione, Dance inizia con la partenza per Oldtown di Samwell Tarly, una scena già vista in Feast ma che qui appare da un diverso punto di vista: il lettore deve tenere a mente che molti degli eventi di Feast qui non sono ancora accaduti. Infine, il criterio geografico vale solo fino a poco oltre la metà del libro, dopodiché cominciano a riapparire anche Cersei, Jaime e altri personaggi di Feast. insomma, un guazzabuglio che sarebbe stato meglio evitare.

Non si sfugge, inoltre, all’impressione che la serie stia strabordando al di là di ogni ragionevole confine. Non solo per la mera lunghezza, ma anche per la complessità: in Dance appaiono ben 16 punti di vista diversi (senza contare il prologo e l’epilogo, tradizionalmente affidati a personaggi “una tantum”), ma ciononostante, per mancanza di spazio, alcune linee narrative non sono state proseguite (o lo sono state solo per accenni). Inoltre Martin continua ad aggiungere carne al fuoco: in Dance viene trattata in grande dettaglio tutta la politica delle città libere (Meeren, Yunkai, Qarth, Braavos, Pentos, Volantis), raddoppiando la complessità dell’universo fantastico in cui si svolge la storia; vengono aggiunti due personaggi del tutto nuovi; e soprattutto viene fatta una rivelazione del tutto inattesa che capovolge uno degli assunti fondamentali su cui finora la serie si reggeva. Per giunta, nessuna delle vicende in gioco sembra avviarsi verso una soluzione in tempi brevi; anzi, si può dire che ognuno dei personaggi, se è rimasto in vita, conclude il romanzo in una situazione ben più complicata rispetto all’inizio. C’è veramente da chiedersi se gli ulteriori due romanzi programmati basteranno a Martin per districare tutti i fili di una matassa sempre più contorta.

Al di là di queste preoccupazioni “strutturali”, tuttavia, bisogna dire che Martin non ha perso la mano. Personalmente qualche timore ce l’avevo, dato che avevo trovato Feast un libro meno avvincente dei precedenti tre, con alcune lungaggini e un certo senso di stanchezza generale. Ma ora posso dire che si trattava solo di un effetto dovuto all’assenza dalla scena di quasi tutti i personaggi più interessanti. In Dance il ritmo torna a farsi intenso, e i colpi di scena fioccano. C’è molta politica, ma anche molta azione e, rispetto ai precedenti episodi, molta più magia, anche se permane il cinico realismo cui l’autore statunitense ci ha abituato. L’unico neo è che, concluso il romanzo, quasi tutto rimane ancora in sospeso, e chissà quando potremo leggere il seguito della storia.

Tirando le somme, sono 960 pagine del Martin che amiamo, e chiunque abbia apprezzato A Song of Ice and Fire fino a questo punto non rimarrà deluso. Certo, alcune svolte e alcune novità mi hanno lasciato perplesso, ma credo che si potrà dare un giudizio al riguardo solo a opera conclusa (e speriamo di poterlo fare, prima o poi!).

Se vi è rimasta qualche curiosità, qui sotto ho preparato alcune rivelazioni ulteriori, in forma di domanda e risposta e protette da un antispoiler. Se proprio volete sapere le risposte alle domande, fate clic sui vari “mostra”.

A chi appartengono i punti di vista in questo libro?
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Si scopre se i fratelli Clegane sono veramente morti?
[+ mostra]

E se Brienne di Tarth è stata veramente giustiziata?
[+ mostra]

Si scopre che fine ha fatto Benjen Stark?
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E Rickon Stark?
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Si rivede Jorah Mormont?
[+ mostra]

Quali sono i personaggi che non appaiono in questo libro?
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Muoiono personaggi importanti?
[+ mostra]

Game of Thrones – prima stagione

È terminata da qualche settimana sulla rete televisiva statunitense HBO la prima stagione di Game of  Thrones, serie televisiva tratta dalla saga A Song of Ice and Fire di George R. R. Martin. Per la precisione, questi primi episodi sono tratti dal primo libro della serie, A Game of Thrones (uscito in Italia sdoppiato in due titoli, Il trono di spade e Il grande inverno). A settembre gli episodi usciranno doppiati su Sky, ma io ho preferito guardarmeli subito in originale.

Vi dico subito che sono un fan sfegatato della serie libraria. È vero, Martin non ha inventato nulla di particolarmente nuovo, né dal punto di vista narrativo né da quello dell’invenzione fantastica. Però gli è riuscita un’impresa che moltissimi avevano tentato ma praticamente nessuno aveva portato a termine: emulare Tolkien nel creare un universo immaginario talmente coerente e dettagliato da prendere vita. E, per giunta, lo ha fatto non imitando pedissequamente il maestro, ma facendo tutto il contrario: a differenza della Terra di Mezzo, Westeros non è un luogo in cui si affrontano un Bene e un Male rigidamente definiti. Nell’universo di Martin gli dei sono presenze evanescenti, e persino la magia è in buona parte emarginata ai confini del mondo: al centro della scena ci sono gli uomini, con le loro debolezze e contraddizioni, con storie contrapposte in cui la ragione spesso sta da ambedue le parti o da nessuna. E che sono vittima dei capricci del caso, e muoiono in modi che non hanno nulla di eroico né di necessario. Un fantasy moderno, che non è fatto per mettere a tacere i dubbi, ma per suscitarne.

Sinceramente pensavo che rendere A Song of Ice and Fire in modo soddisfacente in un serial televisivo fosse quasi impossibile, ma mi sono dovuto ricredere in modo completo. Questa prima stagione, probabilmente anche grazie alla collaborazione dell’autore (che ha una lunga esperienza di sceneggiatore TV), ha una fedeltà assoluta alla lettera ma soprattutto allo spirito dell’originale.

Uno degli elementi maggiormente riusciti è stato il casting. Praticamente tutti i personaggi sono stati affidati ad attori molto bravi, molto somiglianti e molto  ben calati nella parte. Anche gli attori-ragazzini, che sono spesso il punto debole di queste produzioni, funzionano benissimo (particolarmente bravi quelli nelle parti di Arya e Joffrey), ma in particolare due interpreti giganteggiano: Sean Bean, che è un Eddard Stark solenne e schiacciato dal peso delle responsabilità; e Peter Dinklage che incarna Tyrion Lannister. O meglio, il secondo non giganteggia, visto che è un nano, ma è riuscito nella difficilissima impresa di rendere Tyrion in tutte le sue sfumature, al tempo stesso carismatico e vulnerabile (senza ricadere nella sindrome del “nano comico” che aveva piagato, purtroppo, il Gimli de Il signore degli anelli di Peter Jackson).

Più in generale, la complicatissima trama è resa molto bene, tagliando grandi quantità di dialoghi ma senza eliminare elementi importanti, anzi, riuscendo nonostante tutto a trasmettere ogni singolo dettaglio che forma la storia. Insomma, difficile immaginare che la serie potesse essere fatta meglio e il successo che le ha arriso ne è la prova.

Certo, bisognerà vedere cosa succederà nelle prossime stagioni. I dubbi sono molteplici: riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riuscrianno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, dragh, giganteshci metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensaibli alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Staremo a vedere. Certo, se riusciranno a mantenersi coerenti con le premesse, Game of Thrones rimarrà nella storia della televisione.

Ci sono altre due cose che vi voglio dire su questo argomento. La prima è che da oggi è finalmente disponibile per tutti (e non solo per gli utenti premium) il numero 6 di Players, che contiene anche un articolo del sottoscritto sulla suddetta serie. Non posso linkarvi direttamente l’articolo, ma lo trovate a pagina 44.

More about A Dance with DragonsLa seconda dovreste poterla osservare qui di lato: mi è arrivato qualche giorno fa il colossale tomo (più di 1000 pagine) di A Dance with Dragons, quinto volume di A Song of Ice and Fire, e me lo sto leggendo avidamente. Ci vorrà un po’, ma appena avrò finito saprete il mio parere. Per il momento posso dirvi che sono piuttosto confuso, dato che le vicende si ricollegano non al quarto volume, ma al terzo, che ho finito di leggere una decina di anni fa. Per giunta, poiché le storie corrono parallele a quelle del quarto libro, ci sono anche dei raccordi in cui vengono presentate scene già viste ma con gli occhi di un altro personaggio, per cui mi capita di avere sensazioni di deja vu e di non capire se sto rileggendo una scena già vista oppure no… insomma, con questa storia di dividere i libri in senso geografico e non temporale ha provocato un bel pasticcio, secondo me… comunque vi saprò dire presto.

Delos nights

Poco più di un mese fa ho partecipato a una notturna di Radio Popolare che seguiva di poco la convention di fantascienza Italcon nell’ambito dei Delos Days. Qui sotto trovate l’audio della trasmissione. Oltre al sottoscritto e a Renato Scuffietti partecipavano Emanuele Manco, Luca Tarenzi e, telefonicamente, Alberto Cola.

Mi scuso per aver messo il tutto online così tardi. Purtroppo ho avuto qualche problema tecnico. Devo rinunciare a usare SoundCloud: il lettore online è bellissimo, ma lo spazio dell’account gratuito è troppo limitato, e quello a pagamento costa troppo. Quindi tutto è diviso in spezzoni di una decina di minuti in formato MP3.

Buon ascolto!

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Sandman Slim

More about Sandman Slim

James pensava che far parte di una congrega di maghi nella Los Angeles di oggi fosse molto divertente. Finché i suoi compagni non l’hanno tradito e spedito con un trucco all’Inferno. Da vivo. Solo che, per qualche strano motivo, James non è morto. È sopravvissuto e si è indurito. Tanto da assumere il nome di Sandman Slim e diventare un assassino al servizio di un principe demone, di cui gli stessi demoni hanno paura. Ora però è fuggito dall’Inferno con un trucco, ed è tornato a Los Angeles. Per vendicarsi.

Richard Kadrey è stato uno dei fondatori del cyberpunk, nonché l’autore, a mio avviso, di uno dei racconti di fantascienza più originali e provocatori mai scritti (Addio, Houston Street, addio, pubblicato in Italia nell’antologia Cavalieri Elettrici). Stupisce un po’ trovarlo come autore di un romanzo di urban fantasy. Chiariamo subito: Sandman Slim è un romanzo di puro intrattenimento, lontanissimo dalle opere concettuali e politicamente impegnate cui Kadrey ci aveva abituati. Cionondimeno lo consiglio a tutti, perché fa alla perfezione quello che un romando di intrattenimento dovrebbe fare, cioè avvincere e divertire.

Senza inventare nulla di davvero nuovo, Sandman Slim è un frullato di tutti gli ingredienti più sfiziosi che la recente letteratura (ma, direi, soprattutto il fumetto) ha creato in merito ad angeli e demoni. Hellblazer, Preacher, Hellboy ma, per certi versi, anche Harry Potter, forniscono il necessario background che Kadrey non si preoccupa più di tanto di spiegare, lasciando che il lettore trovi da solo la sua strada in una Los Angeles parallela piena di creature soprannaturali. Il tutto con un protagonista che, pur avendo acquisito poteri soprannaturali, è rimasto nell’intimo poco più che un adolescente, e affronta le situazioni più disperate sparando battutine come un Bruce Willis al massimo della forma.

Volendo, critiche al libro se ne potrebbero fare molte. Per esempio, nonostante si parli di Inferno e di demoni e si alluda spesso a orrori innominabili, di fatto il vero orrore non si tocca mai, e persino l’Inferno appare come poco più di un penitenziario in cui chi è abbastanza duro può persino vivere discretamente. Il che rende il libro leggibile anche dagli adolescenti, ma un po’ meno credibile. Inoltre Kadrey fa un lavoro eccellente nello smitizzare angeli e demoni, mostrando che sono tutti parte di uno stesso sistema, né buoni né cattivi in modo assoluto, ma entrambi grigi. Però poi si contraddice vistosamente introducendo dei “veri cattivi” di una malvagità totale. Insomma, come visione metafisica è molto hollywoodiana.

Infine, appare evidente che Kadrey ha previsto il libro come primo di una serie (infatti negli USA ne è già uscito un secondo e sta per uscirne un terzo), e perciò evita di sviluppare del tutto alcuni personaggi (che tiene in serbo per il futuro) e soprattutto conclude con un finale meno “definitivo” di quanto la trama avrebbe implicato.

Comunque sia io mi sono divertito parecchio a leggere Sandman Slim, che trabocca di trovate esilaranti e la cui tensione non cala assolutamente mai. E, quando ci si diverte tanto, si passa sopra volentieri a qualche difetto di fondo.

Questo è uno dei tanti libri che non ho avuto tempo di recensire ai tempi del vecchio blog. Lo faccio ora, un po’ perché è un libro che merita. Ma soprattutto perché è stato tradotto in italiano ed esce in questi giorni in libreria.

Remembering Delos Days

Tra il 2 e il 5 luglio si sono svolti a Milano i Delos Days, cioè una manifestazione creata dall’associazione culturale Delos Books e dedicata a fantascienza, fantasy e affini. Nel suo ambito ha avuto luogo anche l’Italcon, cioè la convention nazionale della fantascienza italiana, spostata a Milano dopo molti anni in cui si era sempre svolta a Fiuggi. Teatro della manifestazione è stata la ludoteca Casa dei Giochi, mentre a fare gli onori di casa sono stati l’Università Europea Sport della Mente e il club ludico-fantascientifico USS Leonardo.

Avrei voluto discutere in dettaglio tutto quanto è successo nel corso della manifestazione, ma non ho avuto tempo. Rimando a uno o due post che scriverò nel corso del week-end.

Nel frattempo, però, devo informarvi che questa notte, nel corso della notturna di Radio Popolare condotta da Renato Scuffietti, il sottoscritto parlerà di Italcon, Delos Days, fantasy e fantascienza, insieme a tre ospiti di eccezione come Emanuele Manco (direttore di Fantasy Magazine), Luca Tarenzi (autore di numerosi libri fantasy, tra cui il recente Quando il diavolo ti accarezza) e (in collegamento telefonico) Alberto Cola (scrittore di fantascienza vincitore del Premio Urania, autore dell’antologia Mekong di recentissima pubblicazione). Come sempre la trasmissione è a un orario infame: dalle 0.45 all’1.00 e (dopo la replica di La Caccia) dall’1.20 fino a molto tardi.

È possibile che in futuro su questo blog appiano i file audio della trasmissione, ma non garantisco. Se volete avere la certezza di ascoltarla, sintonizzatevi stanotte su Radio Popolare, oppure fate clic qui sotto per sentirla in streaming:

Diretta Radio Popolare

L’anello di Salomone

More about L'anello di SalomoneLa giovanissima Asmira viene inviata dalla regina di Saba a uccidere re Salomone, che le minaccia guerra se non pagherà un pesante tributo. L’impresa è disperata, poiché Salomone possiede un anello magico di eccezionale potenza, che pone decine di maghi e centinaia di geni al suo servizio. Ma, quando uno di quei geni è Bartimeus, si può star certi che le cose non andranno come previsto.

La trilogia di Bartimeus è una delle serie fantasy più originali e divertenti sul mercato. Una buona parte del merito va al personaggio del genio Bartimeus, vanaglorioso e cialtrone ma pieno di risorse, dispensatore di velenosi sarcasmi in prolisse note a pié di pagina. Ma bisogna dire che Stroud riesce anche nel difficile compito di servire un prodotto accessibile ai ragazzi evitando, e spesso ribaltando, ogni possibile cliché, cosa che rende i suoi romanzi perfettamente leggibili anche da un adulto. I maghi di Stroud sono tutti personaggi perlomeno discutibili, perché la magia è potere, e il potere corrompe. Se qualcuno fa del bene, di solito lo fa al di là delle proprie intenzioni. E non di rado i suoi finali hanno un gusto amaro del tutto incompatibile con la tradizione del lieto fine di tanta paccottiglia fantasy contemporanea.

In L’Anello di Salomone Stroud riprende in mano il personaggio di Bartimeus per un prequel ambientato millenni prima della trilogia originale. Una scelta probabilmente inevitabile, dato che il finale della trilogia lasciava poco spazio a seguiti, ma che pone però dei limiti all’evoluzione del genio, che non può essere diverso da quello che già conosciamo. Il risultato è un romanzo avvincente, esilarante al punto da farti scoppiare a ridere mentre lo leggi, ma che alla fine lascia un filo di delusione, perché aggiunge ben poco alla trilogia preesistente. L’ambientazione (un Israele mitologico purgato da ogni riferimento religioso) non ha il fascino e l’originalità della Londra popolata da maghi dei volumi precedenti. Anche il personaggio di Asmira è un po’ troppo monodimensionale, e l’intrigo che sta alla base della vicenda è facilmente intuibile. Questo non vuol dire che chi ha nostalgia di Bartimeus non debba correre in libreria, dato che il romanzo è comunque pieno di trovate pirotecniche e si legge d’un fiato. Ma da Stroud ci si poteva legittimamente aspettare di più.