Come costruire un alieno

Questo è uno di quei libri che ho deciso di leggere nell’istante stesso in cui ne ho appreso l’esistenza. Come occasionale autore di fantascienza, infatti, mi sono sempre posto il problema di come creare degli alieni che non fossero i soliti “umanoidi un po’ strani” che si incontrano spesso nelle space opera, ma che dessero veramente un effetto di alienità, pur essendo credibili dal punto di vista fantascientifico.

Da questo punto di vista il contenuto mantiene solo in parte quanto promette il titolo. Anche se l’autore appare ferratissimo nel campo della fantascienza (sono decine i titoli di libri e film, famosi e oscuri, recenti o d’epoca, citati a proposito), ha deciso di rimanere fermamente ancorato a ciò che conosciamo davvero, e cioè la vita sulla Terra, senza seguire ipotesi più fantasiose. Non si parla quindi, se non per accenni, di forme di vita con basi diverse dal carbonio, tantomeno di idee più eterodosse come forme di vita basate su pura energia.

Quello che il libro fa, invece, è esaminare quello che sappiamo di come si è evoluta la vita sulla Terra e analizzare quale sarebbe potuto essere il risultato se le cose fossero state diverse in qualche momento dell’evoluzione. Un approccio forse meno utile all’autore di fantascienza (non del tutto inutile, comunque, anzi: nel corso della lettura mi sono venute in mente diverse razze aliene davvero bizzarre), ma non meno interessante.

Consiglio quindi Come costruire un alieno a chiunque abbia voglia di rinfrescare e aggiornare le sue conoscenze su biologia, evoluzione, etologia, nonché scoprire molte delle tante stranezze che il corso dell’evoluzione ha prodotto sul nostro pianeta. Di particolare interesse la bibliografia, che offre molti modi per approfondire i temi che nel testo forzatamente vengono solo accennati. Il testo è accessibile anche ai non addetti ai lavori; tuttavia, anche se il tono è colloquiale, l’approccio è rigoroso, e richiede quindi una certa attitudine a letture scientifiche complesse.

Volendo fare una critica, direi che il più grave difetto di Come costruire un alieno è la completa assenza di illustrazioni. Viene citata ogni sorta di strana creatura, e sapere che aspetto hanno un desulfovibrio audaxviator o un eterocefalo glabro senza dover googlare avrebbe sicuramente facilitato l’immersione nella lettura.

Disclaimer: libro ricevuto in visione, su mia richiesta, da Codice Edizioni

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Money Talks! su Zeppelin

Pochi giorni fa è uscita l’antologia Metamorfosi della mente a cura di Gian Filippo Pizzo, che comprende anche il mio racconto intitolato Money Talks! Credo sia una delle storie più bizzarre che ho scritto, perlomeno come concetto di fondo: l’intelligenza artificiale è diventata una valuta e quindi il denaro stesso ha acquisito un’intelligenza.

Paolo Mazzucato, giornalista di RAI Alto Adige, mi ha gentilmente invitato a parlarne nel corso della trasmissione radio Zeppelin, il 14 ottobre scorso.

Qui potete ascoltare il nostro dialogo:

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The Calculating Stars

Nel 1952 un grosso meteorite precipita sugli Stati Uniti. Oltre a distruggere completamente Washington, innesca un cambiamento climatico che potrebbe rendere la Terra inabitabile nel giro di pochi decenni. Elma York, pilota e matematica, viene coinvolta nel programma spaziale allestito nella speranza di trovare una salvezza per l’umanità. Il suo compito è inizialmente quello di fare i calcoli per le missioni spaziali, ma presto il suo obiettivo diventa quello di convincere tutti che dell’equipaggio può far parte anche una donna…

Questo romanzo è arrivato accompagnato da una marea di recensioni positive, ma non riuscivo a capire perché la storia che propone dovesse risultare così interessante. Alla fine mi sono lasciato convincere e l’ho comprato ma, al termine della lettura, la mia perplessità è rimasta.

Intendiamoci, il libro è scorrevole e ben scritto: si lascia leggere in un paio di giorni sotto l’ombrellone senza annoiare. Si vede benissimo che l’autrice si è documentata in modo molto approfondito sull’argomento. E soprattutto, la storia evidenzia in maniera molto chiara come funzionano le barriere non esplicite, ma non per questo meno solide, che tengono le donne e le minoranze lontane da una parità effettiva.

Ugualmente però il libro non è riuscito ad appassionarmi davvero. In primo luogo perché mi è stato venduto come libro di fantascienza, e dentro di fantascienza ce n’è veramente poca. Il lato ucronico della trama non viene sviluppato: le conseguenze economiche e politiche della catastrofe non sono che un lontanissimo sfondo privo di dettagli. L’unica cosa su cui ci si sofferma è l’avvio anticipato del programma spaziale, e anche qui devo dire che ho parecchie perplessità. Siamo davvero sicuri che nel 1952, dopo una catastrofe da milioni di morti e danni incalcolabili, la priorità degli USA sarebbe stata quella di far partire da zero un programma spaziale con l’obiettivo di far sopravvivere l’umanità al di fuori della Terra (cosa che ancora oggi, 70 anni dopo, appare fuori dalla nostra portata)? E per quale motivo gli USA, che pure hanno subito il danno iniziale più grave, sono in grado di affrontare la crisi senza gravi sconvolgimenti, mentre l’URSS dopo il primo anno di cambiamento climatico è “alla fame” e viene messa fuori gioco? (Certo, far sparire dai giochi i sovietici è comodo, così si evita di menzionare che loro mandarono una donna nello spazio vent’anni prima degli statunitensi.)

Dal punto di vista tecnologico il libro è ugualmente avaro: il programma spaziale procede più velocemente e seguendo un ordine diverso rispetto a quanto è avvenuto nella realtà (in questo caso viene lanciata una stazione orbitante prima dello sbarco sulla Luna, cosa che del resto sarebbe stata logica, se non ci fosse stata la pressione di battere i sovietici), ma del come ci viene detto pochissimo, e quel poco non sembra discostarsi molto da quanto hanno fatto le varie Mercury, Gemini ecc… Niente di fantascientifico neppure qui.

Appurato che il libro non contiene elementi fantascientifici di rilievo, può funzionare semplicemente come storia di una donna che riesce ad avere successo vincendo le resistenze del sessismo e del razzismo? Può funzionare e in effetti, come ho detto, funziona. Però con dei limiti. Per cominciare, la scrittura è estremamente convenzionale. Il romanzo sembra costruito già con l’intenzione di diventare il classico filmone hollywoodiano, di quelli con l’eroe positivo (in questo caso l’eroina positiva) che, un passo alla volta e sostenuto da un coniuge pressoché perfetto, supera ogni difficolta esterna ed interiore, vanifica le perfidie dell’antagonista e infine trionfa. E poi mi chiedo: era davvero necessario imbastire uno scenario ucronico per una storia di affermazione femminile, quando la realtà ce ne offre tantissime equivalenti? (Tra l’altro prima di questo è uscito un altro libro, Il diritto di contare, diventato anche film, che parla delle vere donne del programma spaziale USA; e alla forza di quella storia questo libro mi sembra avere davvero poco da contrapporre).

In conclusione: un libro che si lascia leggere e il cui messaggio è impossibile non condividere, ma di qui a considerarlo imperdibile e fondamentale, come molti stanno facendo, ce ne corre…

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Metamorfosi della mente

È uscita l’antologia di fantascienza Metamorfosi della mente a cura di Gian Filippo Pizzo per l’editore Tabula Fati.

Contiene anche un mio racconto inedito intitolato Money Talks!

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Dune

So bene che in questo momento chiunque sta dicendo la sua sul Dune di Denis Villeneuve (anzi, molti non parlano d’altro da mesi e mesi, con effetto sinceramente stucchevole), ma proprio per questo non voglio evitare di esprimermi. Sarò breve, anche perché ritengo non sia possibile dare un giudizio su quello che, anche se molto lungo, è comunque solo un mezzo film: la storia si interrompe a metà, e vedremo la conclusione solo se il regista avrà modo di girare la seconda parte.

Mi sono divertito? Direi proprio di sì. Il Dune di Villeneuve è una trasposizione fedele, efficace e spettacolare della prima metà del romanzo di Herbert. Il cast funziona alla perfezione (con una lode particolare alla lady Jessica di Rebecca Ferguson). I dialoghi sono sobri e con gli inevitabili infodump inseriti semza disturbare troppo. I costumi sono fantasiosi e appropriati. I veicoli bellissimi (ho apprezzato molto gli ornitotteri trasformati in convincenti libellule meccaniche). La rappresentazione digitale del pianeta Dune è coinvolgente (anche se la CGI a mio avviso non è sempre della migliore qualità possibile, troppe scene semibuie, qualche caso in cui le persone mi sono sembrate poco realistiche). Persino la colonna sonora di Hans Zimmer, autore che di solito non mi entusiasma, mi ha positivamente colpito. Sicuramente i fan dell’opera non rimarranno delusi.

Che cosa manca? È inevitabile che in una trasposizione vada perso qualcosa. Io ho percepito innanzitutto l’assenza di una spiegazione sul perché l’universo di Dune sia così: non c’è alcun accenno alla jihad che nel passato ha bandito ogni intelligenza artificiale, sostituita con trasformazioni dell’essere umano (che rendono così necessaria la spezia). Una persona che non abbia letto il libro, per esempio, non capisce che Thufir Hawat è un mentat, una specie di computer umano.

Ma soprattutto, quella che mi pare assente da questa prima metà del film è un’interpretazione. A mio avviso, perché un film tratto da un romanzo sia davvero grande, non è sufficiente che replichi l’opera originaria; l’autore dovrebbe anche metterci del suo, offrirci una sua lettura personale. Questo il Dune di David Lynch, con tutti i suoi problemi, lo faceva benissimo, mentre fatico a trarre una conclusione da quello di Villeneuve; che però, come detto, è un’opera incompiuta. Finché non vedremo il finale, non ha senso giudicarlo.

Quindi il giudizio è: promosso con riserva. Andatelo pure a vedere (come se aveste aspettato me per farlo…).

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In morte di Stefano Di Marino

Mi rattrista molto la notizia della morte di Stefano Di Marino. Non ero un suo lettore, frequentava generi che non mi appassionano, ma mi era molto simpatico come persona. Lo conoscevo attraverso la comune amicizia con Giuseppe Lippi, quando lo incontravo mi salutava e, riconoscendo in me un altro adepto della confraternita della letteratura di genere, si metteva a chiacchierare.

Era uno degli ultimi scrittori-artigiani rimasti, capace di sfornare un romanzo in pochi giorni e passare subito al successivo, nascosto dietro innumerevoli pseudonimi, con una passione infinita per il suo lavoro. Uno che ricercava il dettaglio in modo maniacale, ed era diventato un’autorità sulle arti marziali e sulle armi, pubblicando anche vari saggi sull’argomento.

L’ultima volta che l’ho incontrato, in stazione a Milano alcuni anni fa, anche nelle poche parole scambiate traspariva la preoccupazione per il suo futuro. Se fosse nato statunitense sarebbe stato agiato e forse celebre, mentre l’editoria italiana non gli aveva mai dato la possibilità di uscire dal ghetto degli pseudonimi e delle pubblicazioni da edicola.

Ora che si è tolto la vita, tutti i maggiori quotidiani si sono occupati di lui. Ed è emerso il rispetto che si era guadagnato nella comunità degli scrittori. Purtroppo, ormai è tardi. Ma i suoi lettori non lo dimenticheranno.

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Cala il sipario sull’EmDrive

Vi ricordate l’EmDrive? Ne avevo parlato tempo fa su questo blog (quasi sette anni fa! Non ci posso credere!). Si trattava di un motore che, se avesse funzionato, avrebbe potuto rivoluzionare i viaggi spaziali. In pratica è una specie di forno a microonde che, secondo i suoi ideatori, dovrebbe generare una spinta senza bisogno di propellente. Il problema è che un motore del genere, se esistesse, violerebbe alcune delle più fondamentali leggi della fisica, e le spiegazioni date dai progettisti sul perché questo potrebbe avvenire erano considerate fumose e poco convincenti dalla comunità scientifica.

E tuttavia, negli esperimenti pratici il motore sembrava generare una spinta. Molto piccola. Molto più piccola di quanto previsto dagli ideatori. Così piccola da essere probabilmente frutto di un errore di misura. Epperò questa spinta c’era, ed era sufficiente per dire: chissà? Magari in questa storia c’è davvero qualcosa di vero, può nascondere quel tipo di scoperta inattesa che in molti romanzi di fantascienza dà il via a una nuova era di esplorazioni spaziali facili ed economiche…

Ma su questo tipo di fantasie è calata la scure dell’Università di Dresda. Che ha provato a ripetere l’esperimento dell’EmDrive con maggiore attenzione agli strumenti di misura, e ha ricavato che:

  • l’Emdrive non produce nessuna spinta, nemmeno di tre ordini di grandezza inferiore a quanto misurato in precedenza;
  • la spinta misurata negli altri esperimenti era dovuta a un surriscaldamento della bilancia usata per misurarla.

Niente da fare, quindi. L’EmDrive non funziona. Per muoverci nello spazio siamo limitati alle vecchie, collaudate, limitate tecnologie di sempre.

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Storie nascoste a Bolzano

In questi giorni è uscita (solo nelle librerie bolzanine) un’antologia che contiene il mio primo racconto scritto sul web e anche il mio primo totalmente autobiografico. L’antologia, a cura dell’Associazione Scrittori Bolzano, raccoglie una serie di racconti che hanno in comune il fatto di essere ambientati in città. Il mio testo è un veridico resoconto, narrato in tono horror-comico, delle mie avventure con artigiani e riparatori cittadini. Chi mi segue su Facebook già conosce la storia, gli altri se sono interessati devono acquistare il libro.

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Un ricordo di Ennio Morricone

Il mio primo incontro con Ennio Morricone per la verità non fu molto positivo. Dovevo avere otto o nove anni. Mio padre (piuttosto incoscientemente ma, immagino, erano altri tempi) mi portò al cinema sotto casa a vedere “C’era una volta il West”, pensando così di compiacere la mia passione per i western.

Quando arrivò la prima scena dei ricordi di Armonica, ne fui letteralmente terrorizzato e dovettero portarmi via dal cinema. Per anni conservai un ricordo vago della scena che mi aveva spaventato: una figura umana a colori falsati, immersa nella musica, una musica così drammatica da farmi presagire che qualcosa di terribile, irreparabile sarebbe accaduto.

La grande musica ha questo potere, di trasmettere emozioni senza filtro.

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Space Opera

Dopo una guerra che ha quasi distrutto la Galassia, i tanti popoli alieni hanno deciso di seguire una regola: quando una specie si evolve a sufficienza da poter diventare un pericolo, bisogna decidere se può essere considerata o meno senziente. Se la risposta è sì, verrà accolta pacificamente nel consesso delle altre civiltà galattiche. Altrimenti verrà sterminata senza pietà e cancellata dall’universo. Il criterio è semplice: per essere riconosciuta senziente, la specie sotto esame deve partecipare all’annuale concorso canoro interplanetario e riuscire a non arrivare all’ultimo posto. È arrivato il momento dei terrestri. Il problema è che, secondo gli alieni, l’unica band della Terra che ha qualche possibilità di incontrare il gusto galattico è un gruppo scalcinato, dimenticato e sciolto dopo la morte della batterista: Decibel Jones & the Absolute Zeros…

È stata davvero una piacevole sorpresa l’uscita di questo libro per i tipi della neonata casa editrice 21lettere. Negli ultimi anni l’Italia è rimasta tagliata fuori dalla stragrande maggioranza delle novità editoriali in campo fantascientifico. Il fatto che il romanzo di un’autrice da noi ancora sconosciuta arrivi nelle librerie appena un anno dopo la sua uscita è quindi decisamente insolito. Se poi aggiungiamo che si tratta di un libro molto particolare, e anche difficile da tradurre, l’evento ha quasi del miracoloso.

L’autrice Catherynne M. Valente (è uno pseudonimo, un po’ autolesionista, data la quasi impossibilità di azzeccare lo spelling giusto al primo tentativo) è statunitense, ha già pubblicato un buon numero di romanzi fantascientifici e fantastici, ha vinto il premio Tiptree ed è stata candidata allo Hugo (anche con questo libro), al World Fantasy, al Locus e chi più ne ha più ne metta. Questa volta ha deciso di scrivere un romanzo dichiaratamente ispirato alla Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, mettendoci dentro la sua grande passione per l’Eurovision Song Contest.

A favore del libro ci sono molti argomenti. In primo luogo, l’idea di base è veramente grandiosa. Non appena ho saputo che si parlava di legare il destino della Terra a una gara canora interplanetaria, mi è immediatamente venuta una gran voglia di leggerlo. Con un’idea così, ho pensato, praticamente il libro si scrive da solo.

In secondo luogo, l’evocazione di Douglas Adams non è campata in aria. Si potrebbe ritenere un po’ presuntuoso voler seguire le orme di uno degli autori più venduti e più amati della storia della fantascienza, ma è innegabile che Valente indossi piuttosto bene questi ingombranti panni, riuscendo a evocare in ogni pagina la scrittura di Adams senza mai sembrare una pedissequa imitazione, anzi, mantenendo sempre la propria individualità.

In terzo luogo, Valente è riuscita in un’impresa notevole: dar vita a un repertorio di ben diciotto razze aliene, tutte ugualmente bizzarre, assurde e ben caratterizzate, dipingendo un quadro molto solido e dettagliato dei loro reciproci rapporti. Un lavoro notevole, forse persino un po’ sprecato per questo contesto (al confronto l’universo di Adams appare volutamente molto più casuale, un luogo in cui qualunque cosa può accadere in qualsiasi momento), ma comunque non alla portata di tutti .

Infine, il pregio maggiore: nelle pagine di Space Opera Valente riesce anche a infilare con estrema naturalezza una serie di stoccate al modo di vivere di noi esseri umani. Che era anche uno dei pregi di Adams, e che non era affatto scontato trovare in una sua epigona: non è affatto facile riuscire a essere profondi con leggerezza.

Vi sto dicendo che Space Opera è un capolavoro, o perlomeno un libro che non può assolutamente non piacervi? Ebbene no. Perché purtroppo il libro ha anche dei difetti. Grossi difetti. Che purtroppo riescono a vanificare gran parte di ciò che ho appena detto.

Il problema più grande di Space Opera è la quasi completa assenza di una trama. Il libro comincia ex abrupto con l’arrivo degli alieni sulla Terra, cui seguono l’annuncio del concorso e la partenza di Decibel Jones per lo spazio. A questo punto ci si aspetterebbe, sulla falsariga della Guida Galattica, un ottovolante di avventure assurde e mirabolanti che mettano in pericolo la vita e la salute mentale dei protagonisti fino all’ultima pagina. Invece non succede più niente. Le successive duecento e passa pagine sono occupate da quello che sostanzialmente è un colossale spiegone: mentre Jones e il suo compare viaggiano verso la meta tentando di comporre una canzone, un narratore onnisciente ci racconta tutto quello che è necessario sapere, e anche buona parte di quello che sarebbe superfluo sapere, sulla biografia della band, sulle diciotto razze senzienti che popolano la Galassia, sulle varie edizioni passate del concorso canoro, e così via.

Mi direte: è proprio necessaria una trama in un libro del genere? A mio avviso, eccome! Tanto più il contenuto vira verso il bizzarro e l’insensato, tanto più è utile che ci sia una vicenda intorno alla quale il lettore possa organizzare le informazioni. Se andiamo a guardare il romanzo ispiratore di Valente, la Guida Galattica, vediamo che al povero Arthur Dent capitano cose dal principio alla fine. Cose che, oltre a essere divertenti di per loro, offrono un comodo aggancio per le bizzarre dissertazioni dell’autore. Se assistiamo alla distruzione della Terra e alla cattura del protagonista da parte degli orribili vogon, saremo curiosi di leggere la spiegazione su chi siano questi alieni, molto più che se l’autore ce lo dicesse di punto in bianco prima ancora di averli fatti agire.

In Space Opera, purtroppo, questo non succede. Troppe informazioni vengono passate al lettore ben prima che sia stata stimolata la sua curiosità in proposito. Io non sono un fanatico a oltranza dello show, don’t tell, ma in questo libro è davvero tutto tell e niente show: persino la presentazione dei personaggi viene lasciata quasi interamente a lunghe dissertazioni invece che a dialoghi e azione. Ed è un peccato, anche e soprattutto perché l’autrice avrebbe tutte le capacità necessarie per fare diversamente. Lo vediamo nelle ultime 120 pagine del romanzo, quando finalmente gli Absolute Zeros sono arrivati sul pianeta Litost per cantare e suonare, e allora improvvisamente succedono cose, si pronunciano dialoghi e tutto diventa estremamente più appassionante e divertente. E allora perché non farlo prima?!

Altro problema, strettamente collegato col precedente, è quello dello stile. Perché le suddette dissertazioni sono scritte inanellando frasi lunghissime, piene di subordinate, infarcite di citazioni, allusioni, espressioni gergali, similitudini bislacche e chi più ne ha più ne metta. Ne leggi una, e rimani ammirato. Leggi un intero capitolo composto quasi esclusivamente da frasi del genere, e fai fatica. Ti capita di arrivare in fondo a una frase ed esserti dimenticato di cosa stava parlando. Ricominci daccapo, e quando arrivi di nuovo in fondo ancora non sei sicuro, e torni all’inizio del paragrafo. Anche apprezzando l’attenzione per lo stile, il rischio è che il ritmo e l’ironia vadano perduti.

Le cose ovviamente peggiorano leggendo il romanzo in traduzione. Non per criticare Alice Zanzottera, che ha affrontato con impegno e fantasia un compito difficilissimo, però la struttura sintattica dell’italiano appesantisce ulteriormente frasi già complicate. Forse sarebbe stato necessario spezzare qualche frase, anche a costo di allontanarsi dall’originale.

Insomma, questo libro lo dovete leggere o no? Secondo me vale comunque la pena, perché è insolito, originale e pieno di idee. Se però, come la promozione fatta dall’editore suggerirebbe, vi aspettate qualcosa in stile Guida Galattica, sappiate che qui incontrerete parecchie difficoltà in più.

Disclaimer: il libro mi è stato inviato gratuitamente, non sollecitato, dalla casa editrice.

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