Archivi del mese: marzo 2013

Viva la libertà

Il leader del principale partito italiano di centrosinistra, sfiduciato e contestato da più parti, decide di scomparire e si nasconde a Parigi a casa di una ex-fidanzata. Per evitare lo scandalo, il portaborse e la moglie lo sostituiscono con il fratello, un professore di filosofia sotto cure psichiatriche, che gli somiglia come una goccia d’acqua. Dovrebbe essere solo per qualche giorno, ma…

È impossibile non chiedersi cosa sarebbe successo se questo film fosse uscito con un anno di anticipo. La voce del pessimismo dice: probabilmente nulla. Però Viva la libertà fotografa con disarmante semplicità la crisi del PD che ha portato alla sua ennesima “non-vittoria”: il suo perdere contatto con i problemi e gli ideali dei propri elettori, confinandosi in schemi apparentemente realistici, ma in realtà autoreferenziali e perdenti.
L’idea della persona “normale” che sostituisce il potente e si rivela migliore di lui non è certo nuova (si veda per esempio I vestiti nuovi dell’imperatore), ma qui trova una declinazione migliore e a mio avviso più interessante. Il film, infatti, non cerca di sostenere che il buonsenso della persona comune o l’iconoclastia del folle possano ottenere risultati migliori dell’opera di un politico (tesi che sarebbe intrisa di falsa retorica, dello stesso tipo che ha portato al successo il M5S). Al contrario, il professore è una persona colta e preparata almeno quanto il politico che va a sostituire, e la sua follia si manifesta solo come totale mancanza di paura; quella paura che, viene detto esplicitamente, paralizza il politico e lo rende incapace di agire.
Il professore e il politico, quindi, non rappresentano due opposti. Al contrario, sono due varianti della stessa persona, le cui somiglianze vanno accentuandosi nel corso del film (i due, scopriamo, soffrono di disturbi simili, hanno amato e amano le stesse donne) fino al punto in cui non riusciamo più a distinguerli l’uno dall’altro. Ed è questo il messaggio più significativo del film: per riuscire non è richiesto un cambiamento radicale, basterebbe smettere di aver paura e di disprezzare le proprie radici.
Il film deve la sua riuscita innanzitutto a Toni Servillo, eccezionale nel suo recitare due personaggi identici mantenendoli chiaramente distinguibili con le sole espressioni facciali (e smettiamola di dire che è “il solito Toni Servillo”, che altri attori con la sua versatilità ce li sogniamo!). Ma anche Valerio Mastandrea funziona bene nella parte del portaborse che organizza il trucco per disperazione e finisce per rimanerne conquistato. Mi ha fatto poi un grande piacere ritrovare un novantatreenne ma ancora efficacissimo Gianrico Tedeschi, mentre purtroppo ho trovato la nota stonata nella monocorde Valeria Bruni Tedeschi.
Il regista Roberto Andò, autore anche del romanzo Il trono vuoto da cui è stato tratto il film, ha il merito di non pigiare inutilmente sul pedale del farsesco, e di mantenersi nei binari di una commedia garbata, con qualche puntata nel grottesco come il tango balllato di nascosto con la cancelliera tedesca. Anche i riferimenti alla politica “vera” sono sfumati e non giocano troppo sui facili riferimenti all’attualità (sebbene non sia difficile capire chi si nasconda dietro ai baffetti e agli occhialini dell’intrigante DeBellis).
Certo, qualche difetto il film ce l’ha. In particolare, molti personaggi sono poco approfonditi, e lasciano allo spettatore il compito di immaginare le ragioni che si nascondono dietro le loro azioni (facendosi sospettare che, se esplicitate, apparirebbero poco giustificate). Ma resta comunque una piacevole sorpresa: di film italiani così, con un’idea solida alla base, sceneggiatura e dialoghi solidi, e un buon cast internazionale, divertenti e accessibili ma senza essere vacui, vorrei vederne molti di più.

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Ecologia (Giornata Mondiale della Poesia)

Sembra ormai che ogni giorno sia la Giornata Mondiale di Qualcosa.
Oggi secondo l’UNESCO è la Giornata Mondiale della Poesia.
Per celebrarla, alcuni condividono una poesia, il che mi pare bello.
Io condivido questa:

ECOLOGIA
Non sottovalutarmi, zanzara,
se limacciosamente nell’impiglio
d’ironica ubiquità
che trama il tuo ronzìo m’hai veduto
annaspare e m’hai sentito dietro
il tuo volo
di marionetta
bruciare applausi tardivi.
Al mio sangue dolce di mutuato
giurassiche cellule ancora
fanno capo
e al mio braccio glabro conferiscono
invincibilità
le drogherie orgogliose
della specie sapiente:
quando cadrai
irreperibile salma
nel raggio vaporoso
di morte io
avrò lo stesso sorriso di colui
che, intorno felci,
impugnava il coltello di pietra.
(Carlo Fruttero)

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La luce del sole

Più riguardo a La luce del SoleUna bambina si risveglia, senza alcuna memoria di ciò che le è successo, in mezzo a uno scenario di distruzione. Tutto ciò che sa è che la luce del sole la respinge e che ha una terribile sete. Di sangue…

La luce del Sole (Fledgling) è l’ultimo romanzo scritto da Octavia E. Butler prima di morire, che Fanucci pubblica a otto anni dall’uscita negli USA.
Confesso di non aver mai letto nulla della Butler prima d’ora (una grossa lacuna, lo so, ma non si può leggere tutto!), e perciò mi sono accostato alla lettura con molta curiosità, data l’ottima fama che circonda questa autrice. Purtroppo però sono rimasto deluso: non posso dire se a non essere nelle mie corde sia la Butler o questo romanzo in particolare, però non lo trovo molto riuscito.
Per spiegarvi il perché sarò costretto a fare dei grossi “spoiler” , quindi se non volete che vi guasti qualche sorpresa non leggete oltre (allora però evitate anche di leggere la quarta di copertina, che spiattella molti segreti che invece il lettore dovrebbe apprendere solo gradualmente).
La cosa che mi ha convinto meno del romanzo è proprio la sua idea di base, e cioè che esista una razza, quella degli Ina, il cui comportamento è molto simile a quello dei tradizionali vampiri, ma che non ha nulla di soprannaturale.
Gli Ina per sopravvivere hanno bisogno di bere sangue, preferibilmente umano. La loro saliva contiene delle sostanze che rendono gli esseri umani docili, dipendenti e manipolabili a piacimento. Inoltre la luce diretta del sole provoca loro gravi ustioni, e di giorno cadono in un sonno profondo.
Tuttavia gli Ina non hanno nulla di soprannaturale. Non sono morti viventi, e si riproducono normalmente facendo sesso tra loro (anche se non disdegnano affatto il sesso con gli umani): non è possibile diventare Ina attraverso un morso. Si riflettono negli specchi, non temono i crocifissi, possono essere uccisi dalle pallottole (anche se hanno grandi capacità di rigenerazione). Inoltre tendono a non uccidere gli umani col morso , ma a crearsi un harem di “simbionti” che si lasciano mordere volontariamente per il piacere che ne ricavano.
A me sembra che questa versione dei vampiri tolga praticamente tutto il fascino e il mistero che normalmente si associa con la loro figura. Il morto che ritorna tra i vivi, l’umano che si trasforma in mostro, il soprannaturale, l’intrinseca malvagità, l’essere costretti a uccidere per sopravvivere: tutto quello che ha fatto la fortuna della narrativa vampiresca va perso. E senza guadagnarci nulla in realismo, poiché l’esistenza degli Ina mi pare tanto inspiegabile quanto quella della loro controparte soprannaturale. Sono, parlando francamente, la versione noiosa dei vampiri.
A questo si aggiunge il fatto che il romanzo imbocca tante direzioni senza seguirne alcuna fino in fondo. La parte iniziale è quella che regge meglio: la protagonista ha perso la memoria, sa di essere sopravvissuta a un eccidio, e cerca di capire quale sia la propria natura, che cosa le sia successo e come fare a rimanere in vita. Trovo discutibile il fatto che la protagonista possa ricordare facilmente come si usa un computer, ma abbia dimenticato totalmente tutto ciò che riguarda gli Ina (razza cui appartiene fin dalla nascita). Tuttavia questa parte ha se non altro una discreta suspence, e gira piuttosto bene.
A un quarto di romanzo, però, la protagonista si ricongiunge alla propria razza, dopodiché è tutto un susseguirsi di complicate spiegazioni sui costumi e la cultura Ina. Ho trovato questa soluzione molto pesante: avrei preferito di gran lunga apprendere le loro abitudini vedendole in diretta, piuttosto che attraverso una persona che ha perso la memoria e necessita di spiegazioni per ogni cosa.
Inoltre a questo punto il romanzo prende due direzioni: da un lato la scoperta e la punizione di coloro che hanno commesso l’eccidio, che avvengono molto lentamente ma senza alcun rivolgimento o autentico colpo di scena. Dall’altro c’è il tentativo della protagonista di crearsi la propria comunità poliamorosa di simbionti, un tema potenzialmente molto interessante, ma anche qui a mio avviso non sufficientemente sviluppato: la Butler è piuttosto brava a gestire le psicologie e le reazioni dei personaggi, ma tutto risulta un po’ troppo breve e schematico. Del resto, per descrivere bene un rapporto amoroso che coinvolge una mezza dozzina di persone sarebbe stato necessario dedicargli l’intero libro.
Aggiungo che ho trovato lo stile della Butler a volte prolisso e pedante, con dialoghi e descrizioni che si prolungano oltre il necessario descrivendo minuzie.
Riassumendo, La luce del sole mi è parso interessante soprattutto per le sue tematiche sociali, con una descrizione del funzionamento di una comunità di “vampiri” sicuramente ingegnosa. Nel suo insieme, però, la struttura del romanzo convince poco; si lascia leggere, ma incorre in lungaggini ed inutili complicazioni, e non porta fino in fondo nessuna delle idee che propone.

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