I film del Trieste Science+Fiction Festival 2025

Anche nel 2025 sono riuscito ad andare al Trieste Science + Fiction Festival e a vedere un po’ di film in concorso. A differenza degli altri anni, sono stato sfortunato, e tra i film che sono riuscito a vedere non c’è stato nessuno di quelli premiati. In particolare non sono riuscito a vedere Redux Redux, vincitore sia del premio Asteroide, sia del premio Wonderland, che mi dicono essere bellissimo. In attesa di recuperarlo (al momento non sembra essere disponibile nel nostro Paese), e con enorme ritardo (abbiate pazienza, ma non riesco proprio a stare dietro a questo blog!), ecco le recensioni di tutti i film che sono invece riuscito a vedere.

Transcending Dimensions

di Toshiaki Toyoda, Giappone

Un carismatico santone è a capo di una setta su un monte giapponese, dove convince gli adepti a mozzarsi i mignoli che usa come componenti per i propri incantesimi. Una misteriosa ragazza assolda un killer per eliminare il santone e trovare il proprio fidanzato, che è scomparso dopo aver aderito alla setta. Costui è in realtà prigioniero in una clinica, dove i suoi trip mistici vengono monitorati per scoprire come accedere ad altre dimensioni…

Questo è uno di quei film che ti fanno esclamare “Ma cosa diavolo ho appena visto?!” quando esci dalla sala. Forse, se fossi giapponese, o se avessi visto i cortometraggi della serie Wolf Shrine, di cui a quanto pare questo film è un seguito, saprei spiegare meglio di cosa parla Trascending Dimensions. Ma non sono giapponese e questa è la prima opera di Toyoda che vedo, quindi devo rassegnarmi al fatto di non essere riuscito a capire se questo sia più un film serio o un film grottesco (i due registri continuano ad alternarsi), o che cosa succeda davvero nella seconda parte. Quello che posso dire è che, nonostante queste mie défaillances, il film mi ha colpito moltissimo. Toyoda è uno di quei rari registi dotati di uno stile personalissimo e in grado di sorprenderti continuamente con trovate geniali. Se aggiungiamo le musiche bizzarre e di atmosfera (opera dei britannici Sons of Kemet) e la carismatica interpretazione di Chihara Junia nella parte del santone, ne ho abbastanza per dire che questo è un film che va visto, perché è un esperienza cinematografica non paragonabile a nessun altra. Dove altro potete vedere un monaco che attraversa le dimensioni a bordo di un’astronave a forma di mignolo mozzato?

Affection

di BT Meza, USA

Dopo un incidente stradale, Ellie si risveglia in una casa isolata in compagnia del marito e della figlioletta. Solo che non ricorda affatto di essere Ellie, e pensa di essere un’altra persona, di cui ha tutti i ricordi. Il marito le dice che si tratta di un’allucinazione dovuta allo shock, e di averla portata in campagna proprio per consentirle di recuperare la memoria. Solo che la memoria non torna, e sempre più particolari non combaciano…

Affection inizia molto bene, calando efficacemente lo spettatore in un’atmosfera di paranoia e suspence, e giocando bene le sue carte nel far crescere la tensione senza cadute e senza rivelare troppo. I problemi cominciano nella seconda parte, quando da thriller/horror il film imbocca una svolta fantascientifica, e lo spettatore comincia a porsi delle domande. Da dove arriva la mirabolante e futuribile tecnologia che si rivela essere alla base di tutto, visto che il film sembra ambientato in un’epoca per il resto indistinguibile dal presente? Perché tale tecnologia sembra incontrare persistenti problemi di funzionamento con la madre, ma non con la figlia? A chi appartengono esattamente i ricordi che la protagonista si ritrova nella testa? Per quale motivo è stato realizzato il videomessaggio in cui la protagonista trova provvidenzialmente la spiegazione di tutto? A tutte queste domande il film risponde in modo poco soddisfacente, e la storia finisce per apparire forzata e poco credibile, un mero pretesto per mettere in scena un finale truculento, in cui anche il messaggio sulla sindrome maschile del controllo mascherata da affetto finisce per perdersi. Uno dei tanti film fantastici poco convincenti che affollano le piattaforme streaming.

Falsehood

di Ethan Hickey, Canada

Negli USA del futuro è possibile leggere, estrarre e cancellare la memoria delle persone, e il governo può controllare la circolazione di specifici ricordi. Uno in particolare, detto “Il Ricordo della Menzogna”, relativo a una passata spedizione su Marte, è proibito e può essere detenuto da una sola persona, detta il Custode del Ricordo. Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali, la candidata sfidante annuncia che renderà pubblico il Ricordo, mentre il presidente in carica afferma che divulgarlo sarebbe un danno enorme per la società…

Cocentissima delusione per quello che sulla carta sembrava uno dei film più interessanti della rassegna, ma che a mio avviso non mantiene nulla di quello che promette. Cominciamo col dire che lo spunto fantascientifico si smonta subito: le scene iniziali ci mostrano una “polizia della memoria” in azione, alludono all’esistenza di trafficanti di ricordi, fanno pensare a un ossessivo controllo del pensiero dei cittadini, ma tutto questo scompare rapidamente dall’orizzonte e non se ne parla praticamente più. Resta in ballo il concetto di un ricordo segretamente conservato da una sola persona, il che, oltre a essere abbastanza privo di senso (se lo si ritiene così pericoloso, perché non cancellarlo del tutto?), non è che un macguffin: se al posto di questa tecnologia futuribile di conservazione dei ricordi ci fosse stata una foto o una videocassetta, dal punto di vista della trama sarebbe la stessa cosa.
Dopodiché tutto il film è costruito sull’alternativa tra rivelare una verità che potrebbe essere distruttiva per la società o mantenere in piedi un’utile menzogna, il che potrebbe anche essere un tema interessante. Senonché l’argomento del segreto è l’esistenza di una qualche entità creatrice dell’umanità, e qui cadono davvero le braccia: davvero nel 2025 si può fare un film in cui tutti sembrano convinti che la religione sia l’unico collante della società, senza il quale precipiteremmo nella barbarie? (Del resto, anche l’idea per cui un astronauta allontanandosi dalla Terra incontri il Creatore poteva avere senso nel 1949, quando ne scriveva Dino Buzzati, ma ora sinceramente mi pare improponibile).
E non è tutto: non solo le tematiche che si vorrebbero “politiche” appaiono risibili, ma gli autori hanno pensato bene di declinarle sotto forma di family drama. Quindi, invece che azione, il film ci propina noiosissimi conflitti tra fratello e sorella, e tra padre, figlia e zia, su come meglio onorare l’eredità della madre/nonna. Persino dal punto di vista visivo il film delude, con una fotografia inspiegabilmente buia e ambientazioni più adatte, appunto, a un family drama che a un thriller fantapolitico.
L’ultimo insulto: c’è pure un finale aperto, perché agli autori non bastava tirarla in lungo per un unico film, intendono farne una trilogia. Grazie tante, ma a me è bastato il primo!

Junk World

di Takahide Hori, Giappone

Dopo una guerra durata un secolo e mezzo e che ha semidistrutto la Terra, gli esseri umani e i mulligan, androidi creati come schiavi e che si sono ribellati, hanno fatto pace e si sono divisi il pianeta. Dopo che da una città abbandonata sono stati captati misteriosi segnali, umani e mulligan decidono di mandare in esplorazione una spedizione congiunta…

Anche questo film giapponese è un seguito (del film Junk Head del 2017), ma in questo caso non è un problema, si può seguire tranquillamente senza averlo visto. Si tratta di un’animazione in stop-motion davvero sontuosa, che lascia ammirati per ingegnosità, fluidità e livello di dettaglio. Ma non è tutto, perché il film è anche dotato di una trama davvero interessante, che dopo un solido avvio di fantascienza militare precipita in un vortice di viaggi nel tempo che abbraccia ere geologiche e generazioni con una logica ferrea. Il tutto raccontato in uno stile personalissimo, che mescola senza problemi, alla giapponese, il dramma con il grottesco (citerò solo la tribù di androidi vestiti in costume sadomaso!).
Se si può fare una critica al film, è di aver voluto forse strafare: nella seconda iterazione del viaggio nel tempo ci sono alcune scene ripetute da un diverso punto di vista ma che non aggiungono molto alla comprensione della storia e si sarebbero potute evitare; mentre la terza iterazione risulta più debole delle altre e fa finire il film in modo meno incisivo di quanto avrebbe potuto. Ma Junk World resta comunque un film assolutamente da vedere per gli appassionati del genere.

The Restoration at Grayson Manor

di Glenn McQuaid, Irlanda/Austria

Boyd è il rampollo di una ricca famiglia irlandese, in perenne conflitto con una madre dispotica, alla quale si rifiuta di dare un erede. Le sue passioni sono suonare nei locali e rimorchiare sconosciuti per praticare sesso gay promiscuo scandalizzando la genitrice. Quando si ritrova con entrambe le mani mozzate in un incidente, la madre lo confina nella dimora di famiglia, dove un’improbabile equipe formata da un medico geniale ma in disgrazia, un’infermiera preda di strane crisi e un ambiguo badante avrà il compito di rimpiazzargli gli arti con avveniristiche protesi comandate dal subconscio…

The Restoration at Grayson Manor è basato su un’idea semplice ma geniale: prendere l’impianto del classico film horror della Hammer e reinterpretarlo in chiave gay ed esplicitamente sessuale, incentrandolo sul rapporto sadomasochistico tra una madre tirannica e castrante e un figlio apparentemente ribelle ma incapace di sottrarsi davvero al suo dominio.
Grazie alla bravura di Alice Krige (meglio nota come la regina dei Borg di Star Trek) nella parte della madre, il film funziona molto bene finché rimane una sguaiata commedia. Purtroppo, dopo aver pazientemente costruito le premesse per uno showdown orrorifico, non mantiene la promessa. Quando, come nelle attese, i personaggi cominciano a morire uno dopo l’altro, tutto avviene senza autentica suspence e anche senza vero orrore: lo spettatore non ha mai veramente dei dubbi su cosa ci sia alla base dei delitti, e gli ammazzamenti (complici anche degli effetti speciali non proprio di prima qualità) non spaventano e non sorprendono. Il paradossale finale è comunque soddisfacente, ma resta il rammarico per un film che, con una maggiore cura per il lato horror, avrebbe funzionato molto meglio.

Xeno

di Matthew Loren Oates, USA

New Mexico. Renée è una quindicenne scontrosa, in lotta con un patrigno infingardo e alcoolizzato e con una madre debole e succube, e la sua unica passione è allevare ragni, serpenti e altre creature repellenti. Quando si trova di fronte un alieno enorme, zannuto e bavoso, non esita un istante a cercare di aiutarlo e di farselo amico, nascondendolo a chi lo sta cercando…

Per me il film-rivelazione di questa rassegna. Sulla carta non prometteva molto: da E.T. a Super 8, da Lilo & Stitch a Il gigante di ferro, quanti film abbiamo già visto in cui uno o più ragazzini fanno amicizia con una creatura venuta dallo spazio braccata dagli adulti? Eppure, Xeno riesce a ritagliarsi un suo spazio di originalità all’interno di un sottogenere risaputo, grazie alla sua scelta di puntare tutto sul realismo e di non fare sconti allo spettatore. Qui l’alieno non è carino, è veramente un mostro repellente e pericoloso (e potrebbe davvero essere l’avanguardia di un’invasione), la famiglia di Renée è veramente disfunzionale (e non in modo simpatico), la stessa ragazzina ha un carattere decisamente abrasivo, e gli uomini del governo non sono affatto stupidi e ottusi, ma agiscono secondo una logica crudele ma non insensata. Il risultato è un film che emoziona (grazie anche alla buona interpretazione della protagonista Lulu Wilson), si concede anche qualche azzeccato affondo politico, e meriterebbe sicuramente una distribuzione in Italia, anche se dubito che accadrà, non trattandosi del classico film “per famiglie”. Vi esorto comunque a recuperarlo, se ci riuscite.

Chien 51

di Cédric Jimenez, Francia

La Parigi del prossimo futuro è suddivisa in zone, e solo a pochi è consentito di accedere a quelle più privilegiate. L’ordine è mantenuto grazie ad ALMA, un’intelligenza artificiale che monitora la città grazie a droni e meccanismi di riconoscimento facciale, e che è in grado di ricostruire con grande probabilità di successo come può essersi svolto un crimine. Quando l’ingegnere che ha programmato l’IA viene ucciso in un attentato, i sospetti cadono su un’organizzazione clandestina che si oppone ad ALMA.

Premessa: documentandomi su questo film ho scoperto che non solo è tratto da un romanzo, ma che il romanzo è già stato pubblicato in Italia da e/o come Cane 51! Ovviamente mi era sfuggito, perché come sempre è stato pubblicizzato come noir, senza minimamente far trasparire che si tratta di un romanzo di fantascienza.
In ogni caso, Chien 51 è un noir fantascientifico solido, asciutto e profondamente politico, che affronta due temi attualissimi come il pericolo del controllo sociale attraverso l’intelligenza artificiale e la distanza sempre maggiore che separa privilegiati e sfruttati, in modo efficace e mai predicatorio. Reinterpreta in modo originale il cliché della coppia di investigatori profondamente diversi ma uniti da uno scopo comune, ed è girato con un livello tecnico sorprendente, con scene d’azione ambientate in un mondo futuristico migliori, lo dico con convinzione, di quelle che attualmente offrono film e serie TV statunitensi.
Unico difetto: un finale forse un po’ semplicistico rispetto a quanto ci si poteva aspettare, anche se per nulla consolatorio. In ogni caso mi è piaciuto molto, e mi ha lasciato con la domanda: perché in Italia non è neppure lontanamente concepibile girare un film così?

Le mie (tante) interviste

Sono diventato ufficialmente giornalista nel 2005, più di vent’anni fa (ma quando ho passato l’esame di Stato lavoravo come giornalista già da diversi anni; e giocavo a fare il giornalista già da molto prima, fin da quando, in quarta elementare, producevo e vendevo un mio giornalino personale).

In tutti questi anni di carriera ho intervistato una quantità spaventosa di persone. È il bello di questo lavoro: non solo ogni giorno incontri gente nuova, ma sei anche autorizzato a fare domande per soddisfare le tue curiosità! È sicuramente molto appagante, almeno per me.

Non tutte queste interviste sono meritevoli di essere tramandate ai posteri, anzi, sicuramente la maggior parte ha perso qualunque interesse poco dopo essere stata realizzata. E tuttavia, guardandomi indietro, mi sono reso conto che nel mio carnet c’è oltre un centinaio di interviste a personaggi noti, a volte anche famosissimi, che può essere interessante rileggere anche a distanza di anni.

Un archivio a vostra disposizione

E così ho deciso di raccogliere tutte insieme in una pagina apposita di questo blog: che fossero su carta, su web o in video, raggruppate per settore.

Mettere insieme tutto questo materiale non è stato affatto facile. Questa operazione mi ha insegnato una cosa: che, nonostante viviamo in un’epoca in cui è teoricamente facilissimo conservare e riprodurre i dati, in pratica tantissimo materiale finisce per scomparire quasi del tutto, anche quando è stato diffuso a un pubblico enorme.

Per esempio: un buon terzo delle mie interviste sono state realizzate per il quotidiano online L’Indro, che un giorno è scomparso nel nulla con tutti i suoi archivi. Parte dei testi li ho recuperati dai miei archivi personali, altri usando strumenti come Internet Archive, uno è ancora mancante. Ma anche per le interviste uscite su carta vale lo stesso discorso: ho scoperto che riviste che dieci anni fa avevano una tiratura enorme oggi sono state mandate al macero anche nelle biblioteche, e non sono disponibili nemmeno in forma digitale.

Sono contento perciò di avere messo insieme questo piccolo archivio, che salverà almeno temporaneamente dall’oblio il frutto di tante mie fatiche. Se per caso aveste a disposizione qualcuno dei testi mancanti, o riteneste che dall’elenco io abbia dimenticato qualche intervista che vale la pena includere, fatemelo sapere!

Le mie interviste del cuore

Volete sapere quali interviste mi sono rimaste più impresse, in positivo o in negativo?

  • La mia prima intervista professionale: Quella a John Chowning e Jean Claude Risset, due musicisti elettronici. Ringrazio ancora il compianto maestro Gian Felice Fugazza, allora direttore di SM – Strumenti Musicali, per avermi dato fiducia. Non era un’intervista facile, dato che avevo solo un’idea molto vaga delle attività musicali dei due, e infatti Chowning respinse i presupposti di alcune mie domande. Notare che, nella mia assoluta ingenuità professionale, trascrissi tutto così com’era, senza minimamente cercare di nascondere la mia impreparazione! Comunque sia, l’intervista fu pubblicata. Non immaginavo quante altre ne sarebbero seguite.
  • La mia prima intervista a un personaggio famoso: Quella a Fish, ex cantante dei Marillion. Lo incontrai nella hall di un hotel di corso Buenos Aires a Milano, che ora non esiste più. Un tipo davvero simpatico e alla mano. Unico problema: feci davvero fatica a decifrare il suo accento scozzese. Mi rimarrà per sempre il dubbio di non aver capito bene quello che mi disse!
  • Il personaggio intervistato più celebre: Qui ci sarebbe molto da discutere su chi sia, ma propenderei per Ian Anderson dei Jethro Tull (sebbene anche l’attore di Star Trek Walter Koenig e Pippo Baudo siano ottimi candidati). Lo intervistai per telefono, e credo di non essere mai stato così emozionato per un’intervista, né prima né dopo. Lui è veramente un personaggio affascinante, e nell’intervista continuò a saltellare da un registro erudito a uno popolare, come se fosse un professore e un hooligan fusi nella stessa persona.
  • L’intervista più da “fanboy”: Quella a Steven Wilson dei Porcupine Tree, che mi rilasciò su un palco in una piazza di Vigevano durante le prove per un suo concerto, nel momento in cui ero in fissa totale per la sua musica: non potevo credere in tanta fortuna! Purtroppo però dovetti subito accorgermi che Steven non è esattamente un tipo cordiale: esordii chiedendogli del suo taglio di capelli (con il che volevo anche sottolineare di averlo visto in concerto anche l’anno prima), e lui mi rispose solo con un’occhiataccia che mi convinse a riportare l’intervista sul piano tecnico. 😀
  • L’intervista più impersonale: Quella a Robert Kirkman, autore di The Walking Dead. Non per colpa sua. Lo intervistai via telefonata intercontinentale, attraverso un assurdo sistema di prenotazione automatico che mi concedeva pochi minuti di conversazione prima di passare a un altro intervistatore. L’audio era a mala pena udibile. Stabilire un contatto in quelle condizioni fu davvero un’impresa. Per giunta l’intervista dovette essere spalmata su due testate diverse, a causa di un accordo di marketing.
  • L’intervista più intima: Quelle ad Amanda Palmer. La prima volta che la incontrai fu al Transilvania Live di Milano durante le prove di un suo concerto (lei tra l’altro aveva una gamba rotta per un incidente stradale), e già lì mi fece sentire quasi come uno di casa: facemmo una lunghissima chiacchierata, in mezzo ai suoi musicisti che scherzavano e si lanciavano battute salaci. Ma la seconda volta fu ancora più incredibile: la incontrai una mattina al Vinile, un locale di Milano, alla presenza solo di una sua assistente, e dopo l’intervista lei canto per me tre canzoni, che io avevo il compito di registrare per conto di Repubblica XL. Ebbene sì: ho avuto la fortuna di assistere a un concerto privato di Amanda, che eseguì solo per me al pianoforte The Killing Type e The Bed Song e all’ukulele The Ukulele Anthem. Per colmo di sfortuna, di quelle registrazioni non esiste più traccia: sono svanite dal mio computer per il crash di un hard disk, e sono sparite anche dal sito di XL. Nondimeno, il ricordo è indelebile: quante persone possono dire che una rockstar ha cantato dal vivo solo per loro?
Marco Passarello e Amanda Palmer seduti su un divano, lei con la testa appoggiata sulla spalla di lui. Accanto ad Amanda è appoggiata una stampella.
Io con Amanda Palmer in occasione della prima intervista
  • L’intervistato più ostile: Sicuramente Mike Portnoy dei Dream Theater. Iniziai chiedendogli cosa c’era di diverso nel nuovo album, e mi rispose “Niente, la solita merda”. Dopodiché proseguì polemizzando con ogni singola domanda che gli feci, nonostante mi fossi ben preparato per l’intervista. Ma non credo che ce l’avesse con me in particolare: doveva essere stufo della band, infatti poche settimane dopo annunciò l’uscita dal gruppo.
  • L’intervistato dall’immagine più fuorviante: Direi Iggor Cavalera, batterista di Sepultura e Soulfly. Lo incontrai nel tour bus poco prima di un concerto all’idroscalo di Milano. Quando mi trovai di fronte questo ragazzo tutto tatuato e dall’aspetto truce, il primo pensiero che mi venne in mente fu che mio padre, ufficiale dei Carabinieri, se lo avesse incontrato lo avrebbe arrestato sulla fiducia, basandosi solo sull’aspetto. Invece bastarono pochi minuti di conversazione per rivelare una persona pacata, gentilissima e umile, e un artista poliedrico. Ne ho un bellissimo ricordo.
  • L’intervistato più professionale: Alessandro Robecchi. Mi disse che non aveva tempo per un’intervista dal vivo o al telefono, e di spedirgli le domande per iscritto. Mi rassegnai, convinto che l’intervista ne sarebbe uscita scialba e legnosa. E invece nel giro di pochissimo mi rispedì le risposte: brillanti, colloquiali, della giusta lunghezza, in pratica non richiedevano alcun editing. Forse dovevo aspettarmelo da un collega giornalista. Comunque, chapeau!
  • L’intervistato che mi ha intimidito di più: Lo ammetto: Pippo Baudo. Lo intervistai per telefono a fine carriera, quando aveva già da tempo lasciato la RAI. Aveva un vocione roboante e arrochito che mi dava costantemente l’impressione che fosse sul punto di perdere la pazienza e mandarmi al diavolo. Fortunatamente non lo fece. 😉

Buona lettura!

Risotto dei boschi dell’Alto Adige

Questa ricetta è stata pubblicata da La Cucina Italiana come ricetta del giorno nell’ambito del concorso “La migliore ricetta italiana”. A questo link trovate la ricetta sul sito della rivista. Potete però leggerla anche qui sotto.

La ricetta mi è venuta in mente gradualmente dopo che sono andato al mercato a comprare i finferli per fare un risotto. Al mercato ho trovato anche i mirtilli neri selvatici, che trovo irresistibili da quando, da bambino, mia madre mi portava a raccoglierli nei boschi della val d’Ega. Tornando a casa mi è venuta l’idea di aggiungere i mirtilli al risotto. Non ero però sicuro dell’accostamento, ho pensato che per equilibrare il gusto ci voleva qualcos’altro. Mi è venuto in mente che aggiungendo dell’aroma di pino mugo ci sarebbero stati tutti i profumi del bosco. Il giorno dopo mi sono messo alla ricerca di qualcosa che desse al risotto l’aroma di pino. Speravo di trovare del burro aromatizzato, ma non ho avuto fortuna, quindi ho optato per aromatizzarlo io con l’essenza trovata in erboristeria. In questo giro ho trovato dei fiori edibili secchi provenienti dall’alta val d’Isarco che ho pensato fossero un’aggiunta perfetta. Nel frattempo però non ho resistito e mi sono mangiato tutti i mirtilli! Avendo ospiti a cena, sono andato in piazza Erbe a cercarne altri, ho visto i mirtilli rossi e ho avuto un’illuminazione: si sarebbero accoppiati ai funghi molto meglio di quelli neri! Mi sono messo al lavoro e, vista la soddisfazione degli ospiti e la buona riuscita estetica del piatto, ho deciso di proporlo a La Cucina Italiana. E mi è andata bene! Ecco come ho fatto (la ricetta è per 4 persone):

Ingredienti: 
360 g di riso Carnaroli
400 g di finferli 
125 g di mirtilli rossi
Mezza cipolla bianca
Uno spicchio d’aglio
60 g di burro
Olio d’oliva
Vino bianco secco
Brodo vegetale 
Essenza di pino mugo
Prezzemolo
Fiori edibili
Sale e pepe

  • Lasciare ammorbidire il burro, una volta morbido aggiungere 4 gocce di essenza di pino mugo, mescolare bene e mettere in frigo.
  • Soffriggere la cipolla tritata finemente in 3 cucchiai d’olio d’oliva. Quando è morbida, tostare il riso nel soffritto. Sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco. Aggiungere 100 g di mirtilli rossi. Portare a cottura aggiungendo un mestolo alla volta di brodo vegetale bollente.
  • Nel frattempo pulire e spezzettare i finferli. Farli saltare in padella con un filo d’olio, l’aglio e prezzemolo tritato. Salare
  • Quando il riso è cotto, regolare di sale e pepe, aggiungere i funghi (dopo aver tolto l’aglio), mescolare e mantecare col burro al pino mugo.
  • Impiattare e decorare con i mirtilli rimasti e fiori edibili.

I film che ho visto al Trieste Science+Fiction Festival

È tantissimo tempo che non scrivo su questo blog, e ho deciso, volendo ricominciare, valeva la pena di farlo con un long form. E quale migliore occasione della mia visita al Trieste Science+Fiction Festival?

Per la cronaca, ci sono andato non con lo spirito del critico ma del turista: ero lì per divertirmi e vedere amici, non sono rimasto per tutta la durata del festival e ho visto solo i film che mi era comodo vedere, senza fare una selezione ragionata. Nondimeno l’esperienza è stata molto positiva, e quindi ora vi racconto quello che ho visto.

I film che mi sono piaciuti molto:

Mars Express

di Jérémie Périn, Francia

Anno 2200, i robot sono molto diffusi, sia come entità autonome sia come “sostituti”per umani che non dispongono più del proprio corpo. I robot sono incapaci di fare del male agli esseri umani, ma ci sono attivisti che praticano su di loro un jailbreaking per dare loro la totale libertà, cosa che ha provocato rivolte e un’atmosfera di sospetto e ostilità. Aline è una detective della città di Noctis su Marte, cui viene chiesto di indagare sulla sparizione di una studentessa. Mentre i cadaveri si accumulano, gradatamente l’indagine porta alla luce un complotto che coinvolge l’intera popolazione robotica.

Mars Express ha fatto man bassa: ha vinto il premio Asteroide assegnato ai film di registi emergenti, il premio della critica, il premio della trasmissione Wonderland; in pratica, quasi tutto quello che poteva vincere. Meritatamente, perché da tanto tempo non mi capitava di rimanere tanto coinvolto da un film di fantascienza (e parlo in generale, non solo di film di animazione).

La cifra di Mars Express è l’essenzialità: uno stile di animazione che non ricerca gli effetti fini a se stessi ma si mette al servizio della storia. Una storia intricata e nera degna dei migliori polar francesi, con personaggi pieni di ombre che possono vivere momenti di travolgente umorismo ma un attimo dopo finiscono ammazzati senza che ci si soffermi un secondo a compiangerli. Una vicenda complessa e coerente, che ci lancia senza spiegazioni in un mondo alieno come solo la migliore fantascienza sa fare, e che solo negli ultimi dieci minuti si concede di volare alto uscendo dai bassifondi ed evocando scenari grandiosi.

Ho trovato la sceneggiatura di Mars Express molto più convincente di quella di molti recenti blockbuster hollywoodiani. Spero tanto che possa trovare una distribuzione in Italia.

La guerra del Tiburtino III

di Luna Gualano, Italia

Una popolazione aliena, piccoli vermi in grado di penetrare attraverso le narici nel cervello degli esseri umani prendendo il controllo delle loro azioni, sta invadendo il pianeta Terra cominciando dal quartiere Tiburtino III di Roma. A scoprire gli invasori e a mettere i bastoni tra le ruote del loro piano di conquista sarà un’improbabile squadra formata da un piccolo spacciatore, un suo squinternato amico, la sua barista di fiducia e una influencer modaiola capitata nel quartiere in cerca di visibilità.

Il cinema italiano non sta vivendo il suo momento migliore, ma per fortuna ogni tanto capita ancora di incontrare un film italiano fatto bene, e capita sempre più spesso che sia un film di genere. È sicuramente il caso di questa commedia fantascientifica in salsa romana, che ho iniziato a guardare senza aspettarmi nulla e che ho trovato davvero simpatica e divertente.

La guerra del Tiburtino III mi è piaciuto per come riesce a prendere sul serio la sua bizzarra trama. Se l’idea iniziale è demenziale e i suoi sviluppi pure, nondimeno i personaggi sono credibili e ben cesellati, con grande cura dei dettagli e senza eccessi o sbavature, e la storia viene portata avanti rimanendo coerente con le sue assurde premesse (ed è proprio questo che la rende così divertente). Non mancano gli spunti di satira politica e di costume, azzeccati ma senza mai prendere il sopravvento sulla trama (ed è un bene).

Se il film funziona così bene è anche merito di un casting molto azzeccato, con tutti gli attori perfettamente in parte. Chi ha amato Boris sarà felice di ritrovare alcuni interpreti della serie: se Francesco Pannofino si limita a una comparsata, troviamo Carolina Crescentini nella parte della madre del protagonista, ma soprattutto Paolo “Biascica” Calabrese, azzeccatissimo come regina aliena incarnata in un borgataro romano, che rigurgita uova dalla bocca intonando maledizioni sprezzanti nei confronti dei “mammiferi”. Impagabile.

La guerra del Tiburtino III merita di arrivare al grande pubblico, spero che i distributori trovino il coraggio di proporlo fuori dalle porte di Roma.

Gli altri film che ho visto in questa edizione:

Creep box

di Patrick Biesemans, USA

Una tecnologia innovativa permette di ricreare temporaneamente la personalità di persone defunte, che possono esprimersi a voce attraverso quelli che vengono definiti “sussurri”. Il dottor Caul ne è il principale esperto, ma deve affrontare numerosi problemi: le dubbie implicazioni etiche, i finanziatori che spingono sull’aspetto commerciale trascurando quello scientifico, e il desiderio di usare lui stesso i sussurri per comunicare con la moglie morta suicida.

Creep Box nasce dall’acclamato cortometraggio con lo stesso titolo uscito l’anno precedente, che nei suoi primi minuti riproduce molto da vicino (con alcuni attori cambiati). Ma, se il corto era estremamente efficace, la trasformazione in lungometraggio non è riuscita alla perfezione.

Il film riesce piuttosto bene a creare un’atmosfera di suspense, con l’evocazione delle personalità dei defunti che sembra la versione ipertecnologica di una seduta spiritica (con parole chiave scandite a mò di formule magiche per favorire la connessione), e mette sul tavolo una serie di problematiche interessanti: le voci sono solo simulazioni, o sono veramente persone? Quanto ci si può fidare di quello che dicono? Fa davvero bene ai loro cari poterci parlare? Grazie anche alla solida interpretazione del protagonista Geoffrey Cantor nei panni del cupo e tormentato professor Caul, si rimane catturati dalla storia nonostante l’assenza di scene d’azione o effetti speciali. Purtroppo però il regista non sa sfruttare adeguatamente l’ottimo materiale, e cade nel finale, dove tutto si fa confuso e non si risponde ad alcuna delle domande poste. Peccato.

Pandemonium

Di Quarxx, Francia

Dopo un incidente stradale, Nathan scopre di essere morto e destinato all’Inferno. In attesa di sapere quale sarà la sua pena, assiste alle storie di altri dannati: una bambina che ha sterminato l’intera famiglia, e una madre che ha causato il suicidio della figlia ignorando le sue richieste di aiuto.

Mi riesce difficile emettere un giudizio su questo film, perché da ogni scena emerge chiaramente una interessante personalità di autore, e tuttavia non mi è del tutto chiaro dove il regista volesse andare a parare.

Il prologo di Pandemonium è forse la sua parte migliore: il dialogo tra i due personaggi appena morti e che gradatamente si rendono conto di dover andare uno all’Inferno e l’altro in Paradiso (ma ci sarà una sorpresa) ha i toni di un efficacissima commedia nera. L’episodio dedicato alla bambina assassina ha invece la forma di una farsa gotica e inquietante (con una protagonista tredicenne di eccezionale bravura), mentre il successivo, con la madre che per tutto il tempo continua a parlare al cadavere della figlia senza voler accettare il suo suicidio, è di un’angoscia davvero lancinante. Nel finale si ritorna al Nathan della parte iniziale, con un ulteriore sorpresa: il diavolo a cui è stato affidato se lo lascia scappare, e viene spedito sulla Terra per riprenderselo. Potrebbe essere l’inizio di un film bizzarro e divertente, ma invece arrivano i titoli di coda.

Nel presentare il film, Quarxx ha dichiarato che la sua intenzione iniziale era di girare nove episodi, uno per ciascun girone dell’Inferno, e di essere stato dissuaso dalle difficoltà tecniche dell’impresa. Forse se davvero avesse girato più episodi sarebbe più facile dare un senso al film, mentre così la totale diversità delle tre storie presentate rende difficoltoso tirare le somme. Forse il tema potrebbe essere quello della negazione: tutti i personaggi del film in qualche modo non accettano la propria dannazione. Nathan contesta che il proprio peccato meriti l’Inferno, la bambina attribuisce i propri delitti a un immaginario mostro-servitore che fa impiccare al proprio posto, mentre la madre non vuole vedere il suicidio della figlia. A questa negazione fa da contraltare una logica spietata: nonostante nessuno dei personaggi ci sembri davvero meritare l’Inferno (anche la malvagità della bambina è quella inconsapevole di chi non sa valutare la gravità dei propri atti), tutti vengono dannati. Meritiamo tutti l’Inferno, sembra dire il regista, e non lo vogliamo vedere.

A Million Days

di Mitch Jenkins, UK

Con la Terra devastata dal cambiamento climatico, l’umanità affida le sue speranze a un’astronave costruita per fondare una colonia sulla Luna. Tuttavia un esame delle simulazioni condotte da un’intelligenza artificiale fa sorgere il sospetto che quest’ultima stia manipolando la missione per fini ignoti, mentre emergono collegamenti con un incidente che ha causato la morte di un’astronauta cinque anni prima…

A Million Days inizia con alcune scene ambientate in orbita, facendo pensare a un’avventura spaziale, ma è solo un contentino dato allo spettatore: tutto il resto del film ha un impianto strettamente teatrale, un lungo dialogo tra personaggi in cui gli eventi vengono solo evocati senza mai essere mostrati. Un impianto di questo tipo per reggersi avrebbe bisogno di una logica ferrea, mentre purtroppo la trama imbastita dagli sceneggiatori è piena di vaghezze e approssimazioni. Il cambiamento climatico evocato in apertura non è che un macguffin, dato che gli scopi della missione salvifica non vengono mai definiti con precisione. L’idea di fondo (un’intelligenza artificiale che si ribella ai suoi creatori per meglio perseguire gli obiettivi che le sono stati affidati) non è certamente nuova, risale perlomeno a 2001: Odissea nello spazio, più di mezzo secolo fa! La sceneggiatura cerca di accumulare colpi di scena attribuendo sempre nuove mirabolanti capacità all’intelligenza artificiale, ma in questo modo rende sempre più difficile la sospensione dell’incredulità: se può fare tutte queste cose, non si capisce perché abbia dovuto ricorrere a un piano così contorto per ottenere quello che vuole.

In conclusione, un film che mantiene molto meno di quello che promette.

Herd

di Steven Pierce, USA

Una coppia lesbica in crisi cerca di ritrovare la concordia attraverso una settimana di campeggio, ignara che nella zona è scoppiata un’epidemia che trasforma le persone in mostri aggressivi. Ma forse ancora più pericolose dell’epidemia sono le milizie armate che si sono formate per combatterla, ignorando gli appelli alla calma del governo statunitense.

Herd si potrebbe definire un film di zombie revisionista. Sì, perché, anche se quelli mostrati dal film si chiamano “hep” e il regista non vorrebbe fossero chiamati zombie, è inutile negare l’evidenza: siamo di fronte a un film di zombie che mette in scena tutti i cliché del genere, anche se poi ne capovolge il senso: a mano a mano si scopre infatti che gli zombie non sono poi così pericolosi, e che la vera minaccia sono invece le bande armate che sorgono per rimediare alla supposta inerzia del governo, e che finiscono per incrementare la violenza combattendosi tra loro. È trasparente l’atto d’accusa contro l’America rurale, insofferente di ogni regola e autorità e pronta a usare la violenza contro ogni diverso, che siano zombie od omosessuali.

Va sicuramente elogiato il tentativo di rinnovare un genere ormai abusato applicandogli un nuovo sottotesto politico. Detto questo, però, il film non convince del tutto: il messaggio risulta troppo trasparente e a volte eccessivamente retorico, mentre per il resto la regia non si distacca dalla routine del genere. Sufficiente ma niente di più.

The Moon

di Kim Yong-Hwa, Corea del Sud

Non posso in buona fede recensire questo film perché ne ho visto solo un terzo, e poi sono uscito dalla sala per andare alla presentazione di un libro. Posso dire che quello che ho visto non mi ha entusiasmato: il solito film con l’astronauta perduto nello spazio, solo in salsa coreana. Abbiamo già dato.

Bonus: i film dell’anno scorso

Al Trieste Science + Fiction Festival sono andato anche l’anno scorso, a presentare Fanta-Scienza 2, e nell’occasione sono riuscito a vedere un paio di film, che avrei voluto recensire qui ma non ho trovato il tempo. Quindi li recupero ora!

LOLA

di Andrew Legge, U.K.

Negli anni ’30 due geniali sorelle orfane che vivono sole in una villa nella campagna britannica inventano una macchina in grado di captare le trasmissioni televisive del futuro. Per un po’ si limitano ad ammirare le popstar come David Bowie ma, quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, non resistono alla tentazione di usare la macchina per scoprire in anticipo dove cadranno le bombe tedesche. Le conseguenze saranno dirompenti.

Davvero un piccolo capolavoro questo film che si è meritato il premio Méliès d’argent (riservato ai lungometraggi di produzione europea) e anche il premio di Wonderland. Essendo passato un anno dalla sua uscita potete addirittura guardarvelo a costo zero su RaiPlay, e vi consiglio caldamente di farlo!

Il merito di LOLA non è nell’idea in sé, che in fondo è una classica storia di paradossi temporali affine a tante altre viste in precedenza. Quello per cui si distingue è sono lo stile e il rigore con cui la mette in scena. LOLA è interamente realizzato con la tecnica del found footage, come se fosse stato girato (in un magnifico bianco e nero) con una cinepresa dell’epoca per documentare eventi reali (e il motivo per cui questo filmato è presente nel nostro universo verrà spiegato nel finale).

Con due interpreti bravissime e carismatiche che si rubano la scena a vicenda, il film riesce a porre importanti domande sul senso della nostra presenza nella storia, senza mai cessare di essere avvincente. Per me il migliore dei film che ho visto a Trieste.

The Breach

di Rodrigo Gudiño, Canada

Quando un cadavere con inspiegabili ferite e deformità viene trovato sulle rive di un lago, lo sceriffo locale non può esimersi dall’andare a ispezionare il luogo da cui sembra provenire, in un’area praticamente disabitata. Lo accompagnano un amico e l’ex fidanzata.

Può essere che agli appassionati di horror questo film dica qualcosa, ma io l’ho trovato davvero pessimo. La trama di base è una delle più vecchie e scontate del genere (sappiamo fin da principio che nella casa sperduta in mezzo al nulla troveremo uno scienziato pazzo che ha oltrepassato limiti che l’uomo non dovrebbe valicare), e i tentativi di renderla interessante sono confusi e contraddittori, e hanno sempre meno senso a mano a mano che si procede. Non sembra esserci un sottotesto, a meno che non lo si voglia vedere nel personaggio interpretato dal chitarrista dei Rush, Alex Lifeson, che sembra l’evidente parodia di un complottista (però alla fine ha ragione lui, quindi… dove si va a parare?). Vedibile solo se ci si accontenta di un po’ di avventura e suspense senza altro dietro.

Highwayman

Recensione del fumetto “Highwayman” di Koren Shadmi.

Avevo già apprezzato moltissimo Koren Shadmi per Abaddon, inquietante variazione sul tema dell’Inferno. Molto meno mi era piaciuto Rise of the Dungeon Master, biografia a fumetti di Gary Gygax in cui il disegno di Shadmi veniva banalizzato dalla poco efficace sceneggiatura di David Kushner. Ora arriva questo Highwayman, dove l’autore di origine israeliana torna a curare anche la sceneggiatura e arriva di nuovo ai massimi livelli con una storia puramente fantascientifica, diventata immediatamente la mia preferita nella sua produzione.

Siamo sempre dalle parti dell’Inferno, anche se in questo caso è un Inferno in terra. Il protagonista è un uomo senza qualità colpito dalla maledizione dell’immortalità: quando muore resuscita poco dopo, guarito e pronto a riprendere il cammino. Nei sei episodi che compongono la storia (più un settimo collocato al penultimo posto, che in un flashback ambientato nell’America dei primi pionieri ci fa conoscere l’origine del suo tormento) l’uomo vaga alla ricerca della Fonte, obiettivo che dovrebbe spiegargli il perché della sua situazione e dargli finalmente la pace. A ogni episodio corrisponde un forte salto temporale, dal periodo tra le due guerre fino a un futuro lontanissimo, e il viaggiatore si trova a testimoniare della progressiva distruzione della vita sul nostro pianeta e della terribile decadenza della civiltà umana, incontrando nel frattempo altri che condividono, sempre senza comprenderlo, il suo destino di immortale.

Quello di Highwayman non è uno spunto particolarmente originale, ma la sua forza è nella solidità della realizzazione. Una serie di personaggi credibili e memorabili, e una serie di sprazzi vertiginosi che permettono alla mente del lettore di riempire gli spazi lasciati vuoti e disegnare una visione inquietante del futuro dell’umanità. Il tratto di Shadmi è essenziale, non sfrutta grandi effetti ma minuscoli dettagli significativi che vanno a colpire l’immaginazione.

Quello che ho apprezzato di più è l’assenza totale di misticismo e finalismo nel punto di vista dall’autore. La spiegazione finale arriva ed è amara, banale e priva di vero senso come tutto il resto. Il protagonista rifiuta granitico ogni tentativo di giustificare la sofferenza con un fine più grande, ma rimane tenacemente attaccato alla propria umanità, alla propria condizione di testimone dell’Universo che è l’unica cosa che dia un senso al tutto.

Da leggere.

Money Talks! su Zeppelin

Pochi giorni fa è uscita l’antologia Metamorfosi della mente a cura di Gian Filippo Pizzo, che comprende anche il mio racconto intitolato Money Talks! Credo sia una delle storie più bizzarre che ho scritto, perlomeno come concetto di fondo: l’intelligenza artificiale è diventata una valuta e quindi il denaro stesso ha acquisito un’intelligenza.

Paolo Mazzucato, giornalista di RAI Alto Adige, mi ha gentilmente invitato a parlarne nel corso della trasmissione radio Zeppelin, il 14 ottobre scorso.

Qui potete ascoltare il nostro dialogo:

The Calculating Stars

Nel 1952 un grosso meteorite precipita sugli Stati Uniti. Oltre a distruggere completamente Washington, innesca un cambiamento climatico che potrebbe rendere la Terra inabitabile nel giro di pochi decenni. Elma York, pilota e matematica, viene coinvolta nel programma spaziale allestito nella speranza di trovare una salvezza per l’umanità. Il suo compito è inizialmente quello di fare i calcoli per le missioni spaziali, ma presto il suo obiettivo diventa quello di convincere tutti che dell’equipaggio può far parte anche una donna…

Questo romanzo è arrivato accompagnato da una marea di recensioni positive, ma non riuscivo a capire perché la storia che propone dovesse risultare così interessante. Alla fine mi sono lasciato convincere e l’ho comprato ma, al termine della lettura, la mia perplessità è rimasta.

Intendiamoci, il libro è scorrevole e ben scritto: si lascia leggere in un paio di giorni sotto l’ombrellone senza annoiare. Si vede benissimo che l’autrice si è documentata in modo molto approfondito sull’argomento. E soprattutto, la storia evidenzia in maniera molto chiara come funzionano le barriere non esplicite, ma non per questo meno solide, che tengono le donne e le minoranze lontane da una parità effettiva.

Ugualmente però il libro non è riuscito ad appassionarmi davvero. In primo luogo perché mi è stato venduto come libro di fantascienza, e dentro di fantascienza ce n’è veramente poca. Il lato ucronico della trama non viene sviluppato: le conseguenze economiche e politiche della catastrofe non sono che un lontanissimo sfondo privo di dettagli. L’unica cosa su cui ci si sofferma è l’avvio anticipato del programma spaziale, e anche qui devo dire che ho parecchie perplessità. Siamo davvero sicuri che nel 1952, dopo una catastrofe da milioni di morti e danni incalcolabili, la priorità degli USA sarebbe stata quella di far partire da zero un programma spaziale con l’obiettivo di far sopravvivere l’umanità al di fuori della Terra (cosa che ancora oggi, 70 anni dopo, appare fuori dalla nostra portata)? E per quale motivo gli USA, che pure hanno subito il danno iniziale più grave, sono in grado di affrontare la crisi senza gravi sconvolgimenti, mentre l’URSS dopo il primo anno di cambiamento climatico è “alla fame” e viene messa fuori gioco? (Certo, far sparire dai giochi i sovietici è comodo, così si evita di menzionare che loro mandarono una donna nello spazio vent’anni prima degli statunitensi.)

Dal punto di vista tecnologico il libro è ugualmente avaro: il programma spaziale procede più velocemente e seguendo un ordine diverso rispetto a quanto è avvenuto nella realtà (in questo caso viene lanciata una stazione orbitante prima dello sbarco sulla Luna, cosa che del resto sarebbe stata logica, se non ci fosse stata la pressione di battere i sovietici), ma del come ci viene detto pochissimo, e quel poco non sembra discostarsi molto da quanto hanno fatto le varie Mercury, Gemini ecc… Niente di fantascientifico neppure qui.

Appurato che il libro non contiene elementi fantascientifici di rilievo, può funzionare semplicemente come storia di una donna che riesce ad avere successo vincendo le resistenze del sessismo e del razzismo? Può funzionare e in effetti, come ho detto, funziona. Però con dei limiti. Per cominciare, la scrittura è estremamente convenzionale. Il romanzo sembra costruito già con l’intenzione di diventare il classico filmone hollywoodiano, di quelli con l’eroe positivo (in questo caso l’eroina positiva) che, un passo alla volta e sostenuto da un coniuge pressoché perfetto, supera ogni difficolta esterna ed interiore, vanifica le perfidie dell’antagonista e infine trionfa. E poi mi chiedo: era davvero necessario imbastire uno scenario ucronico per una storia di affermazione femminile, quando la realtà ce ne offre tantissime equivalenti? (Tra l’altro prima di questo è uscito un altro libro, Il diritto di contare, diventato anche film, che parla delle vere donne del programma spaziale USA; e alla forza di quella storia questo libro mi sembra avere davvero poco da contrapporre).

In conclusione: un libro che si lascia leggere e il cui messaggio è impossibile non condividere, ma di qui a considerarlo imperdibile e fondamentale, come molti stanno facendo, ce ne corre…

In morte di Stefano Di Marino

Mi rattrista molto la notizia della morte di Stefano Di Marino. Non ero un suo lettore, frequentava generi che non mi appassionano, ma mi era molto simpatico come persona. Lo conoscevo attraverso la comune amicizia con Giuseppe Lippi, quando lo incontravo mi salutava e, riconoscendo in me un altro adepto della confraternita della letteratura di genere, si metteva a chiacchierare.

Era uno degli ultimi scrittori-artigiani rimasti, capace di sfornare un romanzo in pochi giorni e passare subito al successivo, nascosto dietro innumerevoli pseudonimi, con una passione infinita per il suo lavoro. Uno che ricercava il dettaglio in modo maniacale, ed era diventato un’autorità sulle arti marziali e sulle armi, pubblicando anche vari saggi sull’argomento.

L’ultima volta che l’ho incontrato, in stazione a Milano alcuni anni fa, anche nelle poche parole scambiate traspariva la preoccupazione per il suo futuro. Se fosse nato statunitense sarebbe stato agiato e forse celebre, mentre l’editoria italiana non gli aveva mai dato la possibilità di uscire dal ghetto degli pseudonimi e delle pubblicazioni da edicola.

Ora che si è tolto la vita, tutti i maggiori quotidiani si sono occupati di lui. Ed è emerso il rispetto che si era guadagnato nella comunità degli scrittori. Purtroppo, ormai è tardi. Ma i suoi lettori non lo dimenticheranno.

Cala il sipario sull’EmDrive

Vi ricordate l’EmDrive? Ne avevo parlato tempo fa su questo blog (quasi sette anni fa! Non ci posso credere!). Si trattava di un motore che, se avesse funzionato, avrebbe potuto rivoluzionare i viaggi spaziali. In pratica è una specie di forno a microonde che, secondo i suoi ideatori, dovrebbe generare una spinta senza bisogno di propellente. Il problema è che un motore del genere, se esistesse, violerebbe alcune delle più fondamentali leggi della fisica, e le spiegazioni date dai progettisti sul perché questo potrebbe avvenire erano considerate fumose e poco convincenti dalla comunità scientifica.

E tuttavia, negli esperimenti pratici il motore sembrava generare una spinta. Molto piccola. Molto più piccola di quanto previsto dagli ideatori. Così piccola da essere probabilmente frutto di un errore di misura. Epperò questa spinta c’era, ed era sufficiente per dire: chissà? Magari in questa storia c’è davvero qualcosa di vero, può nascondere quel tipo di scoperta inattesa che in molti romanzi di fantascienza dà il via a una nuova era di esplorazioni spaziali facili ed economiche…

Ma su questo tipo di fantasie è calata la scure dell’Università di Dresda. Che ha provato a ripetere l’esperimento dell’EmDrive con maggiore attenzione agli strumenti di misura, e ha ricavato che:

  • l’Emdrive non produce nessuna spinta, nemmeno di tre ordini di grandezza inferiore a quanto misurato in precedenza;
  • la spinta misurata negli altri esperimenti era dovuta a un surriscaldamento della bilancia usata per misurarla.

Niente da fare, quindi. L’EmDrive non funziona. Per muoverci nello spazio siamo limitati alle vecchie, collaudate, limitate tecnologie di sempre.

Un ricordo di Camilleri

Per ricordare Andrea Camilleri, vi racconto come entrai, per così dire, in contatto con lui.

Poco meno di 20 anni fa ero entrato da non molto nella redazione di Computer Idea, e mi avevano affidato (o, meglio, affibbiato) la recensione di un videogioco tratto Il cane di terracotta di Camilleri. (In realtà chiamarlo “videogioco” è eccessivo: era una storia a bivi con animazioni in Flash, quello che anche allora si poteva considerare una “poverata”.)

Mi venne un’idea: “E se invece di sforzarmi di rendere interessante questa roba provassi a intervistare Camilleri? Potrei chiedergli del suo rapporto coi computer, del perché abbia fatto diventare Catarella l’esperto di informatica di Montalbano, e altre cose del genere!”. Ottimo, ma sarei riuscito a ottenere l’intervista con un personaggio di quel calibro?
“Tentar non nuoce!”, mi dissi, e telefonai alla Sellerio.

La persona che mi rispose mi disse: “Guardi, posso darle il suo numero privato, così si metterà d’accordo lei”. Non potevo credere di essere così fortunato. Al primo tentativo avevo ottenuto il numero di Camilleri. Bastava provare!

Telefonai al numero. Mi rispose Camilleri. Sotto forma di un nastro registrato con la sua voce. Che diceva all’incirca:

MI CHIAMATE TUTTI I GIORNI PER CHIEDERMI DI PARTECIPARE A INTERVISTE, PRESENTAZIONI, TRASMISSIONI, MANIFESTAZIONI. BASTA! NON HO TEMPO! DEVO LAVORARE! DEVO SCRIVERE! LASCIATEMI IN PACE!

😀