Archivi del mese: febbraio 2006

Film: Broken Flowers

Broken flowersPensavo: dev’essere successo qualcosa a Jim Jarmusch. Com’è possibile che per tutta la sua carriera lui abbia girato film che sembravano improvvisati sul momento insieme agli attori (e probabilmente lo erano), e poi di colpo, a partire da Dead Man, si sia messo a sfornare film che sembrano pensati in ogni minimo dettaglio, in cui ogni particolare sembra rimandare a un altro?
Poi però ho letto che Jarmusch ha dichiarato di aver scritto la sceneggiatura di Broken Flowers in dieci giorni. E allora? O mi sto immaginando tutto, oppure a forza di improvvisare quest’uomo ha imparato a scodellare film completi nel tempo in cui altri registi non girano neppure una scena.
Comunque sia, la storia di Broken Flowers è piuttosto semplice. Don Johnston (ogni riferimento a Don Giovanni è puramente trasparente) è un seduttore cinquantenne depresso. Piantato dall’ultima amante, riceve una lettera non firmata in cui una donna lo informa di avere avuto un figlio da lui diciannove anni prima. Roso dalla curiosità, Don si reca in visita alle cinque donne che, secondo i suoi calcoli, potrebbero essere le autrici della missiva, rintracciate con l’aiuto di un vicino col pallino delle investigazioni. La ricerca diventerà un viaggio dentro il suo passato, cercando di portare a galla ciò che avrebbe potuto essere e forse si è verificato, e lo lascerà più confuso che mai.
Broken Flowers va accuratamente evitato da chi non tollera i ritmi lenti o pretende che un film risponda a tutte le domande che suscita. Gli altri potranno godersi un’opera al tempo stesso amara e divertente, piena di sorprese e di umorismo bizzarro. Bill Murray è semplciemente strepitoso (c’è chi dice che è manierato, ma parlare di maniera perché il suo personaggio somiglia un po’ a quello di Lost in Translation mi pare fuori luogo), ma lo sono anche le cinque attrici che interpretano ruoli diversissimi da quelli abituali, spesso irriconoscibili senza trucco e glamour. Persino la colonna sonora  (a base di jazz etiope di Mulatu Astatke) è insolita e notevole. Tutta la mia ammirazione va comunque a Jarmusch, che dopo Dead Man e Ghost Dog allinea un altro personaggio memorabile e un altro genere affrontato con successo (dopo il western e il film d’azione, la commedia sentimentale). Il tutto  con uno stile personalissimo, fatto di lunghe inquadrature in cui l’attenzione dello spettatore può spaziare per cogliere dettagli essenziali (come gli oggetti rosa che costituiscono il nascosto filo conduttore di questo film). Un altro così e lo eleggo mio regista preferito.

P.S.: Per onestà intellettuale, devo informarvi che c’è chi non la pensa al mio stesso modo. Ecco un esempio.

P.P.S.:Mi rammarico inoltre di avere impiegato tanto tempo a commentare questo film che nel frattempo è uscito dalle sale. Faccio proposito di essere più sollecito.

P.P.P.S.: Sì, lo so, sto facendo solo recensioni molto positive… ma non è colpa mia se ho visto dei film che mi sono piaciuti. E poi, in generale, a me i film piacciono. Devono avere un difetto grave perché io scriva una recensione negativa.

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Hell freezes over!

Questionable ContentNon ci speravamo più!!!
Dopo 568 striscie, finalmente Marten, protagonista di Questionable Content,  riesce finalmente a combinare qualcosa con una ragazza!
Un simile tellurico evento non può passare sotto silenzio. Congratulazioni, Marten! Anche se sappiamo benissimo che la tua vita d’ora in poi sarà ancora più incasinata, ci hai dato una ragione per andare avanti: i miracoli accadono!

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Film: I segreti di Brokeback Mountain

Brokeback MountainSono andato a vedere questo film con la quasi certezza di annoiarmi. Per quanto apprezzi molto Ang Lee, ho una discreta allergia per la categoria dei film d’amore (ricordo ancora il tedio provato durante la visione di I ponti di Madison County dell’insospettabile Clint Eastwood), e temevo che Brokeback Mountain rientrasse in tale categoria (complice anche un trailer piuttosto fuorviante). Ma sbagliavo. Perché, pur essendo una storia d’amore, questo film non ha nulla di sdolcinato, e l’ho seguito senza annoiarmi per tutti i 134 minuti della sua durata.
Quello che fa la differenza è il paesaggio del Wyoming. E non perché Ang Lee abbia girato inquadrature da cartolina (che pure non mancano), ma perché è il contesto a rendere drammatica la storia dei due cowboy Ennis e Jack. Il film inizia con una silenziosa attesa che sembra quasi quella che apre C’era una volta il West di Sergio Leone. Ed è proprio un residuo del selvaggio West quello che vediamo, che ha perso tutto il fascino ma in cui è rimasta tutta la carica di violenza e disperazione. Non c’è nulla di romantico nella vita grama che i due fanno al seguito di un gregge di pecore in alta montagna, e proprio per questo l’improvviso scoccare della scintilla tra idue cowboy acquista una drammaticità assente da quei film in cui l’omosessualità è qualcosa su cui si può scherzare (come nel pur ottimo film di esordio di Ang Lee, Il banchetto di nozze). Il regista ha il grande merito di evitare scene didascaliche, e di far percepire allo spettatore il peso della discriminazione che incombe sui due protagonisti in modo quasi del tutto implicito, e proprio per questi più efficace. Forse nella seconda parte il film avrebbe potuto dilungarsi un po’ meno, ma è un difetto veniale per un’opera che ha sicuramente meritato la pioggia di riconoscimenti ricevuta.
Ottimi gli interpreti,  che vengono progressivamente invecchiati fino al doppio della loro età anagrafica: Heath Ledger sembra uno Steve McQueen redivivo, e anche l’ex-Donnie-Darko Jake Gyllenhaal è perfettamente in parte. In conclusione, un film che mi sento di raccomandare senza esitazioni.

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Film: Match Point

Match PointC’è chi ha detto che non è il solito Woody Allen. Sbagliando. Perché, se questo film ha un difetto, è proprio quello di ricalcare troppo da vicino un altro film di Woody, lo splendido Crimini e misfatti. Ma un vecchio maestro come lui ha tutto il diritto di ripetersi, se riesce a farlo in modo così impeccabile. Quanti sono i registi che, passati i 70 anni, riescono ancora a migliorare il proprio stile invece che scadere nella maniera?
Ma andiamo con ordine. Chris è un giovanotto irlandese di umili natali che ha la possibilità di accasarsi con la giovane rampolla di una ricchissima famiglia inglese, disposta ad accoglierlo e a fare di lui un uomo di successo. L’opportunista interpreta di buon grado la parte che gli è stata offerta, fino a quando incontra Nola, fidanzata del suo futuro cognato. Per un po’ Chris crede di poter essere se stesso con Nola e tutt’altra persona in famiglia ma, quando i due ruoli entrano insanabilmente in contrasto, si trova di fronte a una scelta terribile.
Il film scorre lineare senza mai annoiare, grazie a dialoghi perfetti (che sembrano a ogni momento sul punto di decollare verso i crescendo di battute tipici delle commedie alleniane, e invece si fermano subito dopo aver generato l’ombra di un sorriso) ed alla consumata abilità del regista, che un’inquadratura dopo l’altra ci restituisce un fedele ritratto dell’alta società londinese (forse Allen non avrà la mano felice nel descrivere gli sfigati, come in Criminali da strapazzo, ma i ricchi li sa dipingere come nessun altro). Scarlett Johannson è perfetta nella parte dell’americana sexy e un po’ volgare (tutto l’opposto della giovane pensosa ed eterea di Lost in Translation: la ragazza sa recitare). Jonathan Rhys-Meyers può sembrare algido nel primo tempo, ma si riscatta completamente quando il dramma gli fa perdere la sua compostezza. Ed è forse l’intuizione più geniale del film, farci vedere l’autore del misfatto che piange calde lacrime di fronte all’orrore di ciò che sta facendo, eppure non può fermarsi. Allen è poi abilissimo nel trasformare il finale in un trattato filosofico senza minimamente far cadere la tensione, anzi, con un rovesciamento che sorprende completamente gli spettatori (e che Hitchcock, probabilmente ispiratore dei dialoghi tra i due poliziotti, avrebbe sicuramente apprezzato).
In definitiva, in Match Point il nostro Woody dimostra una classe e una sicurezza invidiabili, da fargli sicuramente perdonare tutte le sue ultime mediocri prove (e in particolare l’insulso Melinda e Melinda). Evidentemente l’Europa gli fa bene. Non vediamo l’ora di vedere il prossimo, Scoop, sempre ambientato a Londra. Intanto, se non lo avete già fatto, correte a vedere questo!

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Il commediografo Mr. Bean

Mr. BeanSulla prima pagina di Repubblica di oggi, al povero Salman Rushdie viene fatto dire di aver parlato con "il commediografo Rowan Atkinson". Ora suppongo che gran parte dei lettori di questo blog sappia già che Rowan Atkinson non è affatto un commediografo, bensì un comedian, un attore comico, noto soprattutto per il personaggio di Mr. Bean (non credo proprio sia un caso di omonimia; perlomeno, su Internet non si trova niente altro).
Si può scusare un errore del genere imputandolo alla fretta. Però: se scrivi che Rowan Atkinson è un commediografo, vuol dire che non hai la più pallida idea di chi sia. E se non hai la più pallida idea di chi sia, forse prima di tradurre "comedian " con "commediografo" potresti fare un clic su Google e ottenere informazioni a sazietà sul personaggio in meno di dieci secondi.
Perché più sono le informazioni a disposizione e peggio siamo informati?

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Segnalazione obbligatoria

Questo blog (segnalatomi da Orso) mi ha fatto letteralmente rotolare a terra dal ridere.
Ero obbligato a segnalarvelo. Non perché è molto divertente, ma perché se non lo avessi fatto Chuck Norris mi avrebbe ucciso con un calcio rotante.

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Totem e tabù

maomettoNei primi giorni ho provato la forte tentazione di esporre anch’io su questo blog le vignette incriminate. Lo hanno fatto in tanti, e posso capirne i motivi. Come si fa a non solidarizzare con dei giornalisti mincciati di morte solo perchè hanno pubblicato quel che ritenevano giusto? Come si fa a non sostenere una piccola pacifica nazione che vede le proprie ambasciate date alle fiamme per il solo fatto di avere libertà di stampa nei suoi confini?
Eppure.
Eppure, dopo averci pensato molto, ho deciso di non farlo. Perché, siamo d’accordo, le reazioni del mondo islamico a quelle vignette sono state esagerate, inaccettabili, barbariche, tutto quello che si vuole. E’ impensabile che di fronte a un foglio di giornale si reagisca con la violenza e con le armi. Ma resta il fatto che pubblicare quelle vignette è stato un errore. E, pur deplorando le violenze, non me la sento di contribuire a fare di quei giornalisti degli eroi.
Per i musulmani il non rappresentare il volto di Maometto è un tabù religioso. Che, come tutti i tabù religiosi, sembra stupido e infantile a chiunque non lo condivida. Ma ha la stessa valenza di qualsiasi altro. I giornalisti di Jyllands-Posten si sono scandalizzati perché non si trovava alcun disegnatore disposto a illustrare un libro su Maometto. E non hanno trovato di meglio da fare che violare loro stessi il tabù. Ma io mi chiedo, se un autore non riuscisse a trovare un illustratore per il suo libro sulla vita sessuale di Maria di Nazareth, si scandalizzerebbero? E correrebbero subito a pubblicare vignette con la Madonna con le gambe aperte per protestare? Ne dubito fortemente.
Personalmente non sono religioso. E mi infastisce qualunque tentativo di impormi delle regole per non ferire la sensibilità religiosa di qualcuno. Però so anche che la libertà di parola, per quanto sacra, ha anche dei sacrosanti limiti. Se dico il falso, e persino se dico il vero in modo gratuitamente insultante per qualcuno, finisco in galera per diffamazione. Ed è giusto, perché la libertà di parola è un valore, non è un’arma. Io sono dispostissimo a difendere la libertà di qualcuno di prendersela con Dio e con la religione, ma vorrei che avesse un motivo valido. I giornalisti di Jyllands-Posten hanno infranto un tabù solo per dimostrare che potevano farlo, e nelle loro motivazioni non vedo altro che il desiderio di dileggiare una fede solo perché non è la loro. E questo non è il tipo di libertà di parola che va difeso a oltranza.

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Complemese

Torta compleannoWow, è già un mese che ho aperto questo blog!
Questo è il mio quindicesimo, post quindi riesco a farne in media uno ogni due giorni.
In questo momento risultano esattamente 695 accessi.
Considerato che ogni giorno apro il mio blog 20 volte per vedere che ci sono commenti, che dopo aver lasciato un post apro il blog almeno 3 volte per vedere come è venuto, e che (20 * 31) + (15 * 3) = 655, balza all’occhio che in un mese si sono collegate ben 40 persone.
Visto che questo è anche il numero dei commenti pervenuti, direi che i conti tornano.
L’operazione blog può dirsi un successo.

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Salviamo la Costituzione

Chiedo scusa se vi tedio con un piccolo appello. Ci sono ancora dieci giorni di tempo per firmare a favore del referendum per approvare o respingere la riforma costituzionale recentemente approvata. Tale referendum si farà comunque, perché sono sufficienti a richiederlo le firme di un certo numero di parlamentari. Ritengo comunque importante che a questa richiesta dall’alto se ne unisca una dal basso; sia da un punto divista puramente simbolico, sia per tenere desta l’attenzione sulla questione. Si sta infatti cercando di far calare una cortina di disinteresse sulla questione, sperando che il pubblico se ne dimentichi. Per fortuna, questa volta le cose non possono finire come avvenne con il referendum sulla fecondazione assistita: per approvare o respingere non è necessario un quorum, ma solo la maggioranza dei votanti. Ci sono quindi fondate speranze di far sì che questa sciagurata riforma non vada in porto, se facciamo uno sforzo.
Perché cercare di affondarla? Mi riservo in un prossimo futuro di scrivere un post più dettagliato sull’argomento. Per intanto, è sufficiente dire che basta sfogliare il testo della riforma per capire che è un ignobile pasticcio, un coacervo di modifiche senza alcun disegno organico, che mira a distruggere quelli che sono stati per sessant’anni i pilastri del vivere civile in Italia per sostituirli con un nulla caotico. Non dobbiamo cullarci nella sicurezza che la riforma non entri in vigore. Un errore qui non è perdonabile, perché il risultato sarebbe catastrofico. Invito quindi chi non l’ha già fatto a firmare per il referendum. Trovate tutte le informazioni necessarie sulle firme e sulla riforma qui.

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