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Mooncop

Uno come me, da sempre in bilico tra il proprio lato “umanistico” e quello “scientifico”, e impegnato a convincere gli altri che non c’è contraddizione tra i due, non può non provare una sfrenata ammirazione per Tom Gauld. Uno che riesce, mantenendo esattamente lo stesso stile, a disegnare vignette sia per il New Scientist che per le pagine letterarie del Guardian e del New Yorker. Uno il cui tumblr si chiama You’re Just Jealous of My Jetpack, cioè “siete solo gelosi del mio zaino-razzo”, frase che fa pronunciare al personaggio di un romanzo fantascientifico di fronte allo snobismo di altri personaggi che si considerano più “letterari”.

Ero leggermente dubbioso di fronte alla prospettiva di una storia “lunga” di Gauld: mi sembrava che il suo stile , già così rarefatto nelle sue vignette e strisce brevi, mal si prestasse a una forma più lunga. Sono felice di ammettere che mi sbagliavo: non solo Mooncop è una piacevolissima lettura, ma è una storia che solo nello stile minimalista di Gauld poteva essere espressa.

Il titolo significa “poliziotto lunare”, ma non aspettatevi scene d’azione. Il protagonista è un tutore della legge il cui coefficiente di risoluzione dei casi è pari al 100%… ma solo perché non ci sono mai casi da risolvere! La Luna è un luogo semideserto e in via di progressivo abbandono da parte degli esseri umani che, dopo averla colonizzata, non sembrano trovare alcun vero motivo per restarci. L’unico che sembra apprezzarla ancora è il nostro poliziotto, che dopo una serie di poetici e bizzarri incontri troverà (forse?), contemplando la Terra nel cielo, un motivo per restare. Una storia che si legge in un baleno, e che fa capire perché Gauld è un convincente interprete della realtà di oggi: per la sua capacità di esprimere la malinconia di un mondo dove il meraviglioso e il banale, il futuribile e il vetusto si accostano e si mescolano senza soluzione di continuità.

L’edizione italiana è di ottima qualità, il (poco) testo è tradotto da una scrittrice sulla cresta dell’onda, Claudia Durastanti.

Disclaimer: recensione scritta sulla base di copia ricevuta in omaggio, non sollecitata.

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Game of Thrones: il mio parere

Sono passati otto anni da quando commentavo con questo post e questo articolo su Players la fine della prima stagione di Game of Thrones. È buffo pensare a quanto siano cambiate le cose da allora. Nel 2011, avendo letto tutti i libri, il mio parere era quello di una persona esperta di un argomento per quasi tutti nuovo e sconosciuto. Oggi si discute di Game of Thrones anche sul tram e dal parrucchiere, e prestigiosi opinionisti si sono impegnati a commentare in diretta ogni puntata; il mio parere sarà quindi una goccia nel colossale oceano del chiacchiericcio mondiale sull’argomento. Proprio perché l’universo mondo si sta esprimendo, comunque, stavolta non ho voluto esimermi dal dire la mia.

(È anche buffo rivangare le domande che mi ponevo allora. “Riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riusciranno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, draghi, giganteschi metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensabili alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Alla fine l’audience ha continuato a crescere fino a livelli da record, i soldi per i draghi si sono trovati eccome, del fatto che gli attori siano invecchiati più del dovuto non è importato a nessuno. L’unico dubbio che purtroppo si è rivelato fondato è la capacità di Martin di terminare di scrivere i libri rimanendo in vantaggio sulla serie TV: non solo non c è riuscito, ma in questi otto anni non ha pubblicato più nulla di nuovo, e da questo derivano gran parte dei problemi delle ultime stagioni.)

Vi anticipo subito in breve cosa ne penso. Credo che il finale di Game of Thrones in sé sia sostanzialmente sensato e in tono con la serie: un finale meno amaro e più trionfalistico sarebbe stato fuori luogo. È probabile che sia stato dettato da Martin stesso, ed è “martiniano” proprio in quanto delude le aspettative più ovvie e infrange i canoni del genere. Purtroppo però il modo in cui ci si è arrivati è invece profondamente insoddisfacente, e ha abbassato di molto la media di una serie che aveva raggiunto livelli qualitativi altissimi.

(Da qui in poi, è superfluo dirlo, saranno SPOILER a manetta!)

Di chi è la colpa? Mi spiace dirlo, ma il principale responsabile resta comunque George R. R. Martin. Il quale non solo in otto anni non ha scritto l’atteso finale della saga, ma già negli ultimi libri pubblicati dà l’impressione di averne perso il controllo. Di questo parlerò in modo più approfondito in un post specificamente dedicato all’argomento, ma comunque voglio sottolineare che negli ultimi due libri pubblicati, A Feast for Crows e A Dance with Dragons, i contorni di un possibile finale sembrano sbiadire invece che farsi più definiti; i personaggi principali si impantanano in complicazioni sempre più intricate, ed entrano in gioco nuovi personaggi e nuove rivelazioni di cui non si sentiva esattamente il bisogno, a rendere ancora più problematica la posizione di chi volesse tirare le fila di tutto il materiale senza tralasciare niente. Insomma, se la serie non è finita in modo degno, la colpa è in primo luogo del fatto che è tratta da una saga che per ora è tronca, e chissà se un finale lo avrà mai.

Ma una pari responsabilità ce l’hanno a mio avviso anche i due showrunner Benioff e Weiss, i quali, dopo aver terminato il materiale originale da cui attingere, hanno deciso che sarebbero arrivati al finale dettato da Martin in soli tredici episodi. C’è chi dice che sia stata una decisione obbligata, dovuta al lievitare dei costi della serie. Costoro non tengono conto però del fatto che, all’epoca, la stampa specializzata fu unanime nell’attribuire interamente agli sceneggiatori la volontà di chiudere in fretta, contro i desideri della stessa HBO, che sarebbe stata disposta a concedere persino altri cinquanta episodi. Una decisione che temo dettata, più che da una visione artistica, da interessi economici (è stato appena annunciato che sceneggeranno il prossimo film di Star Wars, una delle più redditizie franchise hollywoodiane), sicuramente legittimi, ma che non sono andati nell’interesse del mantenimento della qualità.

Abbiamo visto per prima cosa una colossale operazione di potatura, con un gran numero di personaggi eliminati prematuramente senza andare troppo per il sottile. Con vittime principali Rickon Stark (rimasto nascosto per intere stagioni e poi tirato fuori dal cilindro solo per farlo immediatamente ammazzare da Ramsay Bolton) e tutti gli avversari politici di Cersei Lannister, fatti fuori letteralmente col lanciafiamme (un’esplosione di altofuoco che li ha cancellati dalla serie dal primo all’ultimo).

Questo forse era inevitabile: chiunque volesse portare la serie a un finale in tempi ragionevoli doveva per forza di cose concentrarsi su alcune linee narrative e rinunciare a dare un senso di compiutezza alle storie di ogni singolo personaggio minore. Quello che risulta difficile perdonare a Benioff e Weiss è l’aver trattato con pari sufficienza e sbrigatività anche i personaggi e le storie maggiori. Una volta sfrondato l’albero, il materiale per arrivare a una degna conclusione ci sarebbe stato, ma non è stato sfruttato a dovere. Abbiamo visto invece alcuni personaggi subire una sorta di de-evoluzione, abbandonando senza motivo il percorso costruito in tante stagioni per tornare a essere repliche sbiadite di ciò che erano all’inizio, come se gli autori si sentissero più a loro agio a lavorare con cliché che con personaggi complessi.

Per esempio Jaime Lannister: da cattivo disposto a qualunque nefandezza per amore della sorella-amante Cersei, nel corso delle stagioni era diventato sempre più umano, ed era sembrato trovare nell’amore per Brienne di Tarth la spinta definitiva per diventare una persona diversa. Ma se nei libri le cose sembrano andare davvero così, all’inizio della settima stagione gli sceneggiatori hanno pensato bene di fargli quasi-stuprare la sorella accanto al cadavere del figlio facendogli concepire un altro bambino, riportando il personaggio alle origini. In TV Jaime resta così, irrisolto: disobbedisce alla sorella e si reca al Nord a combattere insieme ai suoi nemici, sembra concedersi finalmente all’amore per Brienne… e poi si rimangia tutto per tornare con la sorella e morire insensatamente con lei. Una scelta che non solo è molto difficile da giustificare a livello psicologico, ma che va a contraddire la cosiddetta “profezia del valonqar”, un dettaglio che a suo tempo Benioff e Weiss avevano giudicato tanto importante da contravvenire alla loro stretta regola che bandisce i flashback. Abbiamo visto quindi una giovane Cersei ricevere da una veggente la predizione che sarebbe stata uccisa dal fratello minore. Fratello che lei identificava in Tyrion, ma che i bene informati sapevano poter essere anche Jaime, suo gemello ma nato per secondo. Ma nel finale Cersei muore dopo che entrambi i fratelli si sono impegnati per salvarle la vita, mandando al diavolo la profezia (e la coerenza narrativa). [Nota: mi fanno notare che nella versione televisiva la profezia non fa cenno al valonqar; tenere a mente tutte le differenze tra libri e serie TV è davvero complicato!]

Identico discorso si può fare per Arya Stark, che abbiamo visto affrontare volontariamente un addestramento disumano che l’ha trasformata in un’assassina priva di sentimenti pur di poter avere la sua vendetta. Una volta che Arya è tornata a Grande Inverno, però, tutto questo viene quasi dimenticato. Si addolcisce, decide addirittura di punto in bianco di perdere la verginità, nel combattere contro i non-morti sembra aver perduto i suoi poteri mimetici e tornare a essere una ragazzina in lotta con poteri più grandi di lei. Poi sembra ricordarsi di essere un’assassina, uccide addirittura il Re della notte e parte col Mastino in cerca della vendetta definitiva contro Cersei. Ma nel finale basta una frase buttata lì dal Mastino per indurla a rinunciare, per poi vagare impotente attraverso la città in fiamme in una lunga scena che non porta a nulla. Il suo è diventato un personaggio irrisolto e senza scopo, tanto è vero che la sceneggiatura ha creato dal nulla un suo desiderio di esplorare il mondo a ovest di Westeros pur di darle un’uscita di scena purchessia.

(A proposito del Mastino, anche lui nel lungo viaggio a fianco di Arya sembrava aver trovato una sorta di redenzione, e invece lo vediamo morire insieme al fratello in un lungo duello, molto spettacolare ma del tutto ininfluente ai fini della storia: che morisse o vivesse uno o l’altro dei Clegane, o ambedue, nulla cambierebbe per qualunque altro personaggio.)

Ma il problema più grave di queste ultime stagioni è l’avere sprecato in gran parte tutta l’attesa e la tensione che erano state costruite intorno a due filoni principali: l’elemento profetico-soprannaturale, e le vicende parallele dei due eredi Targaryen, Jon/Aegon e Daenerys, il ghiaccio e il fuoco che, in tutta evidenza, costituiscono il nucleo centrale di una saga che, nella sua versione letteraria, si chiama A Song of Ice and Fire.

I tre principali temi soprannaturali della serie sono stati: il tentativo di Melisandre, la Donna Rossa, di mettere al servizio del proprio ambiguo dio R’hllor (in grado di resuscitare i morti e di proteggere dalle tenebre, ma anche pronto a esigere spietati tributi di sangue) il futuro re dei Sette Regni, che lei erroneamente identifica con Stannis, ma che da tutti gli indizi sembra invece essere Jon Snow; il viaggio iniziatico di Bran per diventare il Corvo con Tre Occhi e acquisire il dono della profezia; e soprattutto l’arrivo dell’Inverno e l’atteso attacco degli Estranei con la loro schiera di non-morti.

Di tutto questo è rimasto ben poco. Melisandre ricompare dal nulla solo per dare un (poco significativo) aiuto in battaglia e poi lasciarsi morire, come se il suo scopo fosse sempre stato quello di sconfiggere gli Estranei e non quello di far sì che R’hlorr diventasse il dio dei Sette Regni. Il dono della profezia di Bran, raggiunto a prezzo di enormi sacrifici e della morte di diverse persone, si dimostra sostanzialmente inutile: Bran conosce tutto quello che succederà ma non ne mette a parte nessuno, né sembra essere in grado di intervenire per modificare ciò che accadrà. L’unica utilità del dono di Bran è di farne il bersaglio del Re della notte, cosa che causerà la dipartita di quest’ultimo, ma tutta questa fretta del Re di uccidere Bran rimane immotivata. (Inoltre il quasi assoluto distacco dalle vicende umane ostentato da Bran una volta acquisito il dono risulterà in totale contrasto con la sua pronta e convinta accettazione del trono nel finale!)
Infine l’inverno degli Estranei: qui almeno abbiamo avuto una colossale battaglia al buio e al gelo, ma alzi la mano chi non è rimasto deluso nel vedere l’intero esercito dei non morti sconfitto da una singola pugnalata (possibilità che non era mai stata ventilata in precedenza) e l’inverno che sarebbe dovuto essere epocale finire nel giro di un paio di episodi.

Quanto a Jon, la sua vera identità di erede dei Targaryen è stato un segreto svelato a poco a poco con indizi sapientemente dosati, poi con due flashback inequivocabili, tenuto nascosto al protagonista fino all’ultima stagione… e, quando finalmente lui lo viene a sapere, non accade praticamente nulla. Sostanzialmente gli unici effetti causati dalla rivelazione sono l’esecuzione di Varys e creare una prima frattura tra Jon e Daenerys, ma a parte questo se la rivelazione non ci fosse stata e fosse rimasto fino alla fine il bastardo di Ned Stark il finale avrebbe potuto svolgersi nello stesso modo. Questa è forse la più grossa delusione di tutta la serie.

Infine, Daenerys, che ha polarizzato le discussioni in rete tra chi ha trovato assurdo il suo diventare la “cattiva” della saga dopo esserne stata sempre una delle principali eroine, e chi invece riteneva che le sue azioni passate già ne dimostrassero la natura tirannica ereditata dal padre Aerys il Folle. Il problema è, a mio avviso, ancora una volta la troppa fretta. Che Daenerys, data la sua intransigenza e la sua granitica convinzione di avere diritto al trono, potesse entrare in contrasto con gli altri eroi e finire per compiere azioni ingiustificabili, era del tutto plausibile. Purtroppo la cosa è stata gestita malissimo, con una Daenerys che di punto in bianco compie una strage di innocenti del tutto immotivata, mentre in precedenza ogni sua azione, anche la più spietata, aveva sempre avuto stringenti motivazioni politiche. La tesi per cui la sua sarebbe stata una decisione conscia di governare attraverso il terrore non regge: avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato punendo esemplarmente i nobili come aveva fatto più volte in passato, non la gente inerme, distruggendo l’immagine di protettrice dei deboli che si era faticosamente costruita in tante battaglie. Il suo non sembra un atto logico, ma un impazzimento inspiegabile al solo scopo di giustificare la sua imminente uccisione.

Con tutto questo non voglio dire di non essermi divertito a guardare l’ultima stagione di Game of Thrones, che ci ha dato un gran numero di scene altamente spettacolari e ci ha fatto comunque trepidare per i suoi personaggi (il fatto che praticamente da una settimana in rete non si discuta di altro che del loro destino è in sé un evento storico per la televisione). E non voglio nemmeno dire che avrei voluto che finisse in modo diverso: che alla fine Daenerys non riesca a diventare la liberatrice dai sette regni ma si trasformi in una tiranna e muoia, che Jon non salga mai sul trono nonostante ne sia l’erede e tutte le profezie lo vogliano, che il re alla fine diventi qualcun altro, sono tutte cose che rientrano perfettamente nello spirito iconoclasta della saga. Vorrei solo che ci si fosse arrivati con meno fretta, portando a compimento tutti gli archi narrativi che erano stati tracciati, e senza tante evidenti forzature.

In questi giorni in rete è circolato un gran numero di difese d’ufficio del finale, quasi tutte argomentate principalmente sulla sua validità simbolica. E c’è persino chi ha sostenuto che, uccidendo Danerys, Jon avrebbe dimostrato di essere il “principe promesso” profetizzato da Azor Ahai, che avrebbe liberato il mondo dalle tenebre incarnate non dagli Estranei, come tutti pensavano, ma da Daenerys. A me questa tesi fa sorridere. A parte il fatto che Azor Ahai esiste solo nei libri, e in TV non se n’è mai parlato, la validità di un finale non si può giudicare a partire da valutazioni puramente esterne. Una storia deve trovare in sé la sua giustificazione, senza doversi apoggiare a metanarrazioni e metaanalisi per trovare un senso.

Quello che fa grande una storia non è solo ciò che succede, ma soprattutto il modo in cui viene raccontato, facendocelo sentire come autentico e inevitabile: proprio ciò che in queste ultime stagioni è mancato. Game of Thrones è stata una grande, grandissima storia, che purtroppo nelle ultime due stagioni è stata raccontata male, in modo frettoloso e sciatto. Pensiamo solo all’ultima puntata, dove alla scena clou dell’uccisione di Daenerys e della distruzione del Trono di Spade (questa sì un’idea bellissima e potente!) segue una terrificante ellissi che ci porta direttamente a una trattativa diplomatica, lasciandoci in dubbio su come sia possibile che dopo un fatto del genere non si siano tutti scannati a vicenda invece che ritrovarsi in un’incruenta, anche se accesa, discussione. (Ma ci sarebbe molto altro da dire sul frettoloso montaggio di quest’ultima stagione, citerò solo il momento WTF in cui Jon lascia Verme Grigio intento a sgozzare prigionieri per andare a parlare con Danerys, si inerpica per una colossale scalinata e in cima trova… ancora Verme Grigio! Manca solo che gli chieda: “Ma hai preso l’ascensore?”.) E aggiungo: il fatto che in quattro e quattr’otto decidano che il Nord sarà un regno indipendente è una cosa che non ha senso, e sembra buttata lì solo per fare contenti i fan di Sansa.

Non firmerò certamente l’assurda petizione che chiede di rifare da capo il finale. Quel che è fatto è fatto, sono contento di aver seguito Game of Thrones per nove anni e otto stagioni, e non giudico tempo perso aver seguito questi ultimi sei episodi. Ma la convinzione che sarebbero potuti essere molto, molto migliori difficilmente qualcuno me la toglierà.

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1984: l'invasione

invading the vintage
È più di un anno che mi dico che vorrei rimettere in funzione questo blog ed è più di un anno che rimando. Ma questa è veramente un’occasione che non posso lasciar scappare.
L’amico Franco Brambilla, che tutti conoscono, tra le altre cose, per la sua attività di copertinista di Urania, ha usato una mia foto come base per un’illustrazione della serie Invading the vintage. L’idea della serie è quella di aggiungere astronavi, robot, alieni e altri elementi fantascientifici a foto d’epoca, creando un effetto straniante di commistione tra passato e futuro.
Nella foto in questione avevo 18 anni, avevo appena passato l’esame di maturità, ero magro come un chiodo e non mi ricordo se stavo partendo per la mia prima vacanza da solo all’estero oppure stavo tornando. L’anno, per aggiungere un ulteriore dettaglio fantascientifico, era il 1984.
Il risultato lo vedete qui sopra. Finire dentro l’immaginario di un artista come Franco è un piacere e un onore.

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Archeoacustica


Oggi su Nòva 24 apparirà un mio articolo in cui intervisto il professor Carl Haber, inventore di una tecnologia per estrarre l’audio con un procedimento ottico da antiche registrazioni, realizzate con macchinari pionieristici su supporti così fragili che rischierebbero di rovinarsi se venissero ascoltati anche una sola volta col metodo tradizionale.
Mentre ascoltavo il professore parlare di come realizza scansioni dettagliatissime delle superfici dei supporti fonografici per poi usare un algoritmo in grado di “ascoltare” i suoni che contengono senza toccarli, mi è venuto in mente un racconto di fantascienza. Lo ha scritto Rudy Rucker nel 1981, si intitola Buzz ed è apparso in Italia nel 1996 col titolo di Ronzio, all’interno dell’antologia Cuori Elettrici curata da Daniele Brolli. In Ronzio degli scienziati ritengono che sulla superficie di un antico vaso egiziano possano essere rimasti incisi dei suoni, grazie al fatto che il coltello del vasaio ha trasformato le vibrazioni dell’aria in solchi che poi si sono solidificati. Costruiscono un macchinario per riascoltare quei suoni, ma nel farlo finiscono col far risuonare un antico incantesimo che ha effetti inaspettati.
Sono rimasto a lungo indeciso se fosse il caso di fare una domanda così strana a un serio professore di fisica, ma alla fine mi sono deciso, e gli ho chiesto se fosse davvero possibile che dei suoni dell’antichità fossero rimasti incisi accidentalmente nel modo descritto dal racconto, e in tal caso se la sua tecnica fosse in grado di recuperarli. Mi ha lasciato di stucco dicendomi: “Questa domanda mi è stata posta centinaia di volte”. Dopodiché mi ha spiegato che si è molto discusso di questa possibilità, che viene definita archeoacustica, ma secondo lui non è molto plausibile che possa realizzarsi in pratica. Haber ha studiato approfonditamente gli esperimenti dei primi pionieri della registrazione audio, e si è reso conto che per l’incisione di suoni intelligibili hanno dovuto affrontare grandissimi sforzi e ricorrere a espedienti ingegnosi. La probabilità che lo stesso risultato possa essere ottenuto per caso, senza la volontà di ottenerlo, a suo avviso è davvero bassa. “Però vorrei specificare una cosa”, ha aggiunto. “Se davvero dei suoni fossero rimasti incisi in quel modo, la mia tecnologia sarebbe perfettamente in grado di tirarli fuori”.
Quindi l’idea di poter ascoltare suoni di epoche precedenti l’invenzione del fonografo e del registratore è molto probabilmente solo un sogno. Un sogno peraltro ricorrente: proprio in questi giorni leggevo, nell’introduzione all’interessantissimo libro Alla ricerca del suono perfetto – Una storia della musica registrata di Greg Milner, che lo stesso Guglielmo Marconi faceva fantasticherie del genere. Avendo osservato che un suono non si interrompe mai davvero, ma si smorza diminuendo di intensità per diventare inaudibile, aveva pensato che, con apparecchiature sufficientemente sensibili, si sarebbero potuti recuperare anche i suoni di epoche molto lontane. In particolare, avrebbe voluto poter ascoltare il Discorso della Montagna come l’aveva pronunciato lo stesso Gesù.
Marconi non conosceva l’odierna teoria dell’informazione, e non si rendeva conto che qualunque suono è destinato a perdersi nel rumore di fondo fino a non essere più in alcun modo decifrabile. Ma quello di far rivivere i rumori del passato, rendendolo in qualche modo ancora vivo e presente, è troppo affascinante per perdere del tutto la speranza. Chissà che un giorno qualche complesso entanglement quantistico non ci consenta di percepire le vibrazioni di atomi di un lontano passato, come inserendo un microfono in un’altra epoca. E chissà cosa potremmo scoprire ascoltando.

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Torna StraniMondi

Un breve post per ricordarvi che il prossimo 15 e 16 ottobre si terrà a Milano la seconda edizione di StraniMondi, la manifestazione dedicata all’editoria fantastica e fantascientifica.
Organizzata da tre delle principali case del settore, e cioè Delos Books, Hypnos e Zona 42, e con la partecipazione della quasi totalità dei piccoli editori del settore, è davvero un evento imperdibile per chi è interessato alla letteratura fantastica. Già l’edizione dell’anno scorso è stata davvero riuscita, come ho scritto altrove, ma quest’anno partecipano ancora più editori (ben 26) e c’è uno schieramento di ospiti stranieri davvero notevole, capitanato da uno degli autori di fantascienza contemporanei che più apprezzo, e cioè Alastair Reynolds.
Ci sarò sicuramente anch’io, anche se non so ancora dirvi se parteciperò a qualche evento.
Vi ricordo infine che StraniMondi viene finanziata attraverso un crowdfunding. Quest’anno la raccolta fndi sta andando molto meglio dell’anno scorso, ma comunque sia se volete dare una mano agli organizzatori o assicurarvi qualcuna delle ricompense speciali previste per i partecipanti andate pure a preiscrivervi presso l’apposito sito Kickstarter.
Ci vediamo lì!

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Sole Pirata (autopromozione)

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È già nelle librerie (e negli e-book store) Sole pirata, terzo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi, come i due volumi precedenti.
Si tratta della conclusione del ciclo (esistono altri due romanzi ambientati in Virga, ma le cui vicende sono slegate da quelle dei libri precedenti; per il momento la loro pubblicazione in Italia non è prevista). Questa volta la trama ruota soprattutto intorno all’ammiraglio Chaison Fanning, imprigionato alla fine del primo volume, e ai suoi tentativi di rientrare in patria. Chi era rimasto deluso dal fatto che il romanzo precedente si svolgesse interamente all’intenro di un habitat, qui avrà il piacere di ritrovare i grandi spazi e gli assurdi panorami del mondo di Virga.
Il libro è acquistabile sia in versione cartacea, sia in ebook, presso il sito della casa editrice, oltre che in alcune librerie selezionate. Ci sarà sicuramente una presentazione del libro a Milano nel corso di StraniMondi, ma ancora non so dirvi la data.

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Ghostbusters

Ghostbusters
Come si fa un remake perché sia soddisfacente? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa a questa domanda (e ho sentito più di una persona sostenere che un remake non è mai soddisfacente). Da parte mia, penso che un remake riuscito sia quello sufficientemente fedele al vecchio film da conservarne in qualche modo lo spirito e l’identità, e sufficientemente infedele perché vedendolo si abbia l’impressione che ci sia qualcosa di valido in più. Purtroppo il remake di Ghostbusters si ferma a metà strada, riproponendo in modo simpatico gli stilemi dell’originale ma senza riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e diverso che sia anche interessante.
Negli USA il film è stato preceduto da una vergognosa campagna d’odio sessista in opposizione alla scelta di un cast tutto al femminile, considerata un tradimento del film originale. Ma in realtà quella di invertire il genere dei personaggi (peraltro rimasti caratterialmente molto vicini a quelli del 1984) non era affatto una cattiva idea, così come potenzialmente buoni sono gli altri cambiamenti apportati alla trama del film. Per esempio l’aggiunta del segretario tutto muscoli e niente cervello Kevin, interpretato da un Chris Hemsworth tanto a suo agio nell’autoparodia da rubare la scena alle protagoniste. O anche l’avere attribuito l’origine dell’invasione di fantasmi ai rancori di un povero frustrato in cerca di vendetta sul mondo, un tema che, in quest’epoca di attentati, avrebbe anche potuto donare al film una certa profondità.
Il problema è però nella sceneggiatura del regista Paul Feig, che sembra assumere come pubblico di riferimento lo spettatore che fa zapping casuale, e perciò costruisce il film come una sequenza di sketch, passando da uno spunto all’altro senza averne sviluppato a dovere alcuno e, quel che è peggio, senza mai prendere una direzione precisa.
Il film del 1984 ha avuto tanto successo perché rappresenta la perfetta fantasia nerd: un gruppo di maschi che parlano un gergo astruso e sono appassionati di strane tecnologie cerca di farsi notare, inizialmente non viene preso sul serio, ma poi salva il mondo e ottiene la gloria e le ragazze. Nel volgerlo al femminile si poteva scegliere se raccontare esattamente la stessa storia a ruoli invertiti, o se invece sottolineare le differenze che il cambio di genere comporta. Il film però non fa né l’una né l’altra cosa. Non mi viene in mente neppure una scena in cui l’essere donne delle protagoniste crei loro qualche difficoltà. Tuttavia svanisce la questione dei rapporti con l’altro sesso: tre delle quattro protagoniste sembrano asessuate, e l’interesse per gli uomini si riduce alle smanie di Erin per il segretario Kevin, annunciate a gran voce ma mai messe in pratica. Insomma, il potenziale dell’idea va sostanzialmente sprecato, probabilmente in omaggio all’etica del “film per famiglie” (dove invece l’originale voleva proprio stuzzicare la sessualità nerd, con scene come quella in cui Sigourney Weaver posseduta dal demone chiede a Bill Murray “Vuoi tu questo corpo?”).
Anche il rapporto con il sindaco, il cui segretario nel film originale era l’avversario principale e il bersaglio di un’esplicita aggressività (“Sì, è vero, sì: quest’uomo non ha le palle!”), qui è ambiguo e inconcludente. Forse nell’America post 11 settembre non è più concesso farsi beffe dell’autorità e sottintendere che non sia in grado di proteggere i cittadini. Sta di fatto che Feig tenta di dipingere il sindaco Andy Garcia contemporaneamente come un avversario e un alleato, col risultato di annoiare. Quanto al nuovo avversario introdotto, lo sfigato che cerca vendetta ponendosi a capo di un’orda di fantasmi, avrebbe avuto un potenziale enorme se il regista avesse sfruttato la misoginia del personaggio per creare un contrasto vero con le eroine. Ma anche qui tutto si risolve con una battutina (“Sparate come ragazze”).
Servite così male dalla sceneggiatura, le pur brave protagoniste (Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, quasi tutte veterane del Saturday Night Live, proprio come gli attori originali) si ritrovano ad annaspare, strappando talvolta il sorriso ma senza le battute fulminanti che ci sarebbero volute. Con questo non voglio dire che il film sia un disastro. Al contrario, la sua notevole durata (116 minuti, parecchio per una commedia) è trascorsa piacevolmente. Merito in parte degli effetti speciali, davvero spettacolari (io li ho trovati persino troppo realistici, e ho pensato che il me stesso bambino si sarebbe spaventato; ma accanto a me c’era Aurora, di quattro anni, che ha continuato imperterrita a sgranocchiare i suoi popcorn, quindi forse i bambini di oggi sono più difficili da terrorizzare). E merito soprattutto della sceneggiatura originale di Ivan Reitman, Dan Aykroyd e Harold Ramis, che anche così rimaneggiata resta comunque esemplare nel mescolare fantascienza, horror e commedia. Alla fine, se lo si prende per quello che è, e cioè un tentativo senza grandi ambizioni di riciclare una storia di successo, il nuovo Ghostbusters si lascia vedere, ed è sicuramente meglio del pessimo seguito girato nel 1989, Ghostbusters II. Se vi può bastare…

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Regina del Sole (autopromozione)

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Sta per arrivare nelle librerie (e negli e-book store) Regina del sole, secondo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi.
Quella di Schroeder è una fantascienza visionaria: Virga è un universo artificiale, in cui non ci sono pianeti e lo spazio non è vuoto ma pieno d’aria, il che comporta una fisica piuttosto diversa da quella cui siamo abituati. Questi concetti insoliti vengono però bilanciati da trame molto avventurose e pirotecniche.
Rispetto al suo predecessore (che vi consiglio comunque di leggere per primo), ho trovato Regina del Sole ancora più divertente. Merito del fatto che questa volta la protagonista assoluta è Venera Fanning, l’avventuriera che abbiamo imparato ad amare nel primo volume e che è sicuramente il più riuscito personaggio del ciclo.
Se siete vicini a Milano e volete saperne di più, vi ricordo che domenica 11 ottobre alle ore 11.30, nel corso della convention StraniMondi dedicata alla letteratura fantastica, ci sarà la presentazione ufficiale del romanzo. Sarò presente anch’io, insieme agli editori, a Silvia e ad altri collaboratori di Zona 42.
Il libro è già acquistabile in versione cartacea o ebook.

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La Rete bussa alla porta dell'infanzia

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Una scena del film “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze
 
Di fronte all’incontro tra i bambini e la Rete, l’atteggiamento dei genitori oggi è di solito ambiguo. Da un lato, manifestano un malcelato orgoglio se il pupo riesce a destreggiarsi tra le icone di un tablet e magari a scaricare e installare da solo il giochino che gli interessa. Dall’altro, però, sono terrorizzati all’idea che il pargolo possa, attraverso Internet, venire a contatto con il vasto mondo senza il filtro genitoriale. Da cui il proliferare dei software di parental control, farraginosi e inefficaci tentativi di porre un freno alla curiosità degli infanti senza bloccare del tutto l’agognato accesso alla Rete. Questo perché oggi Internet è vista come un territorio selvaggio in cui si annidano mostri in agguato (mentre al contrario il televisore viene considerato innocuo, e si trova normale lasciarlo acceso a tutte le ore del giorno di fronte ai bambini a mostrare contenuti spesso inadatti).
Le cose, però, potrebbero cambiare presto: la Rete sta per arrivare ai bambini assumendo un aspetto del tutto rassicurante, quello di giocattoli parlanti connessi a un’intelligenza artificiale in cloud. Ne ho parlato su Nòva qualche tempo fa: i CogniToys sfrutteranno le risorse di Watson di IBM, una delle IA più potenti e versatili in circolazione, per conversare in modo intelligente coi bambini. Qualcosa mi dice che, di fronte a un dinosauro parlante dall’aria innocua che risponde pazientemente e correttamente a tutte le domande del figlio, i genitori saranno felicissimi di delegargli almeno una parte dei compiti educativi e godersi un po’ di tranquillità.
Non è difficile immaginare scenari in cui qualcosa può andare storto. A cominciare dalla possibilità che qualcuno possa, per divertimento o, peggio, con cattive intenzioni, hackerare i giocattoli e arrivare a molestare i bambini proprio nel cuore delle loro casa, dove i genitori li ritengono al sicuro. A mio avviso però è molto più grave il rischio che siano i gestori del sistema a comportarsi scorrettamente. Avrebbero in mano un enorme patrimonio di dati sulla personalità dei bambini nel periodo più delicato dello sviluppo. Senza controlli molto stretti, cosa gli impedirebbe di sfruttarli molti anni dopo, usandoli per manipolare le persone? Per esempio cercando di venderti un prodotto con annunci pubblicitari mirati, collegati alla tua filastrocca preferita, che neppure ricordi più ma è sepolta nel tuo inconscio? Addirittura: cosa gli impedirebbe di sfruttare la situazione per precondizionare i bambini, associando situazioni piacevoli con determinati suoni, melodie o parole che vent’anni dopo verrebbero inclusi in prodotti o slogan politici? E poi, al di là di questo, non si correrà il rischio che i genitori si affidino troppo a queste macchine, non fornendo ai bambini il contatto umano di cui hanno bisogno? È una situazione che la fantascienza ha già preso in considerazione: l’esempio migliore è il terrorizzante racconto Il veldt di Ray Bradbury, in cui bambini abituati a vivere nella realtà virtuale di una nursery reagiscono con violenza quando i genitori pentiti decidono di farli uscire.
Lo scenario che più mi inquieta però, paradossalmente è quello opposto, in cui tutto funziona a meraviglia. Sì, perché non si può negare che l’idea abbia anche delle potenzialità davvero interessanti. Sappiamo bene che i bambini crescono tanto più intelligenti quanto più stimoli ricevono nella prima infanzia. Se questi giocattoli manterranno le promesse, potrebbero diventare molto più stimolanti di qualunque babysitter umano: instancabili, sempre attenti, infinitamente pazienti, in grado di accedere a tutta la conoscenza del mondo, e per giunta con la possibilità di attingere a un database crescente di esperienze fatte con migliaia o milioni di infanti di ogni luogo. Potenzialmente potrebbe essere una rivoluzione nel campo dell’educazione. Quanto potrebbero imparare i bambini, avendo un simile maestro sempre a disposizione giorno e notte, in grado di insegnare sfruttando la loro curiosità e non in maniera coercitiva? È da vedere, forse moltissimo. Potrebbe essere un passo avanti di proporzioni inattese nel progresso dell’umanità.
Mi chiedo però come sarebbe la transizione. Già oggi i genitori guardano con sospetto e preoccupazione i loro figli nativi digitali perennemente attaccati a uno smartphone. Come reagirebbero a bambini che, educati da un’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni ne saprebbero più di loro su tantissimi argomenti? Anche in questo caso mi viene in mente uno scenario da fantascienza, questa volta quello di un romanzo di Arthur Clarke in cui i figli degli uomini, stimolati da una razza aliena, sviluppano potenzialità enormi, diventando qualcosa di diverso dagli esseri umani e staccandosi dai genitori. L’opera, che quest’anno diventerà anche una serie televisiva di SyFy Channel, si intitola appunto Childhood’s End, la fine dell’infanzia (ma curiosamente il titolo italiano vede le cose dal lato opposto, ed è Le guide del tramonto).
Non mi piace fare l’apocalittico, e in realtà credo che se avessi dei figli sarei già in lista per comprargli un CogniToy. Ma credo anche che farei in modo di tenerlo spento quando non sono presente. Non si sa mai…

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È il caso di farci riconoscere dagli alieni?

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.


È il caso di inviare messaggi agli alieni per fargli sapere che siamo qui? Può sembrare una questione confinata ai romanzi di fantascienza, ma invece in questo momento ci sono persone serissime che la stano dibattendo animatamente.
Messaggi agli alieni in realtà ne abbiamo già mandati, però le probabilità che qualcuno possa riceverli sono piuttosto scarse. Abbiamo incluso messaggi sulle sonde spaziali destinate a lasciare il Sistema Solare: delle targhe sui Pioneer, dei dischi con codifica digitale sui Voyager. Tuttavia il loro viaggio è lentissimo: è ancora oggetto di discussione se siano uscite o meno dalla sfera di influenza del Sole, e passeranno decine di migliaia d’anni prima che transitino vicino a un’altra stella. Anche ammesso che esistano altri sistemi stellari abitati, potrebbero passare milioni di anni prima che ne incontrino uno, e anche in quel caso non è affatto detto che qualcuno si accorga del loro passaggio.
Quarant’anni fa, utilizzando il radiotelescopio di Arecibo in modalità trasmittente, abbiamo anche trasmesso un messaggio radio in direzione dell’ammasso globulare di Ercole M13, codificando alcune basilari informazioni sulla natura della vita sulla Terra. A prima vista potrebbe sembrare che questo messaggio abbia maggiori possibilità di essere ricevuto, dato che M13 contiene circa 350.000 stelle, e quindi  si potrebbe sperare che almeno una di esse abbia un pianeta abitato. A ben guardare, però, le cose stanno diversamente. Per cominciare, gli ammassi globulari sono un ambiente molto poco favorevole alla formazione di pianeti. Ma soprattutto, il messaggio impiegherà 25.000 anni ad arrivare fin laggiù,e  nel frattempo M13 si sarà spostato da tutt’altra parte. Salvo l’evento altamente improbabile che un alieno passi proprio sulla sua traiettoria al momento giusto, il messaggio si perderà nel nulla.
Ora però si sta pensando di cominciare a fare sul serio, a causa della frustrazione dei partecipanti a SETI. La sigla sta per Search of Extra Terrestrial Intelligence (ricerca di intelligenza extraterrestre), e indica un programma di ricerca privato che da più di 40 anni scandaglia in vari modi le frequenze radio per trovare i segni della presenza di alieni da qualche parte nell’Universo. Personalmente ho sempre pensato che l’approccio di SETI abbia dei limiti, dato che si basa sulla presenza di radiazioni elettromagnetiche per individuare le civiltà aliene. Non è detto che questo sia un buon metodo: la civiltà umana ha scoperto l’elettromagnetismo da meno di un secolo e mezzo. Magari tra cinquant’anni scoprirà qualcosa che renderà obsolete le comunicazioni basate sulle onde radio, che ci sembreranno antiquate come usare un eliografo invece che spedire una e-mail.
In ogni caso SETI non ha finora cavato un ragno dal buco, e perciò molti dei suoi adepti stanno pensando di passare a qualcosa che chiamano Active SETI (ricerca attiva di intelligenza extraterrestre) o METI (invio di messaggi verso l’intelligenza extraterrestre). Si tratterebbe in pratica di sistematizzare l’invio di messaggi verso l’esterno, nella speranza di farci sentire sul serio da qualcuno. Tuttavia c’è chi obietta fortemente a questo sviluppo. Farci notare da alieni di cui non sappiamo assolutamente nulla, dicono, è un salto nel buio. Guardando alla storia umana, dove spesso intere civiltà sono state completamente annichilite dall’incontro con un’altra tecnologicamente più avanzata, il contatto con gli extraterrestri comporterebbe grossi rischi. Soprattutto, si tratta di un’iniziativa che non dovrebbe essere presa per iniziativa di un singolo gruppo, ma andrebbe decisa dall’umanità nel suo insieme.
Su questo temo si è tenuta in questi giorni una serissima discussione presso l’AAAS (l’associazione americana per il progresso della scienza). A difendere la tesi per cui da un contatto con gli extraterrestri può venire solo del bene c’era l’attuale direttore della composizione dei messaggi interstellari di SETI, Douglas A. Vakoch. Curiosamente, a sostenere la tesi opposta c’era uno scrittore di fantascienza, cioè il tipo di persona che ci aspetteremmo più incline a voler incontrare gli alieni. In effetti David Brin è un bravissimo autore (il suo Thor Meets Captain America è uno dei miei racconti preferiti di sempre), ma è anche un astrofisico, ed è uno dei più convinti oppositori della ricerca attiva di intelligenze aliene.
Difficile dire di primo acchito chi abbia ragione. Da un lato, potremmo pensare che la nostra paura degli alieni sia solo un fatto culturale, un mero riflesso della nostra natura aggressiva e diffidente. Tuttavia è vero che non sappiamo assolutamente nulla di loro, nemmeno se esistano o no. Chi può dire se andando incontro agli extraterrestri non ci comporteremmo come i dodo che accoglievano fiduciosi gli spagnoli pronti a metterli in pentola? Proveremo a parlarne più in dettaglio in futuro.
 

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