Fanta-Scienza

Dopo aver parlato qui per anni di libri altrui, è la volta che finalmente vi parlo di un libro mio: da qualche giorno è in vendita Fanta-Scienza, un’antologia di racconti che ho curato personalmente e che contiene anche un mio racconto. Un libro la cui lavorazione è stata parecchio travagliata, e di cui ho deciso di svelare qui tutte le complicate vicissitudini.

L’idea mi venne diversi anni fa, quando Repubblica Sera mi commissionò un articolo prendendo come spunto l’antologia Hieroglyph curata da Neal Stephenson, che si proponeva di diffondere una fantascienza più ottimista e a questo scopo aveva fatto scrivere dei racconti ispirati dalle previsioni per il futuro espresse dai ricercatori dell’università dell’Arizona. Una delle persone cui chiesi un commento fu Bruce Sterling, che mi scrisse:

I hope that more schools will see the good sense of this effort and try it themselves.  If an Italian university tried it I would be the first to celebrate”.

L’approccio positivista di Stehpenson non mi convinceva affatto, ma l’idea di far collaborare ricercatori e scrittori per ottenere racconti di fantascienza mi sembrò molto interessante. Il suggerimento di Sterling che un’università italiana avrebbe potuto fare la stessa cosa mi diede la spinta definitiva. Ma chi in Italia nel mondo della ricerca avrebbe potuto darmi corda per un’idea del genere?

La risposta arrivò poco dopo quando intervistai per Nòva 24 Roberto Cingolani. L’intervista si trasformò in una chiacchierata a ruota libera che solo in minima parte trovò spazio nell’articolo, e mi fece tra l’altro scoprire in lui un appassionato di fantascienza (ricordo che citò Iain M. Banks, il tipo di scrittore che solo gli intenditori conoscono). Ci misi quasi due anni a trovare il coraggio di farmi avanti, ma alla fine gli chiesi via mail se il suo Istituto Italiano di Tecnologia sarebbe stato interessato a collaborare a un progetto del genere. Mi rispose così:

Come attività sarebbe fuori dai compiti istituzionali. Credo che l’unica cosa possibile per noi sia fornire un supporto individuale volontario. Ci sono ricercatori che potrebbero fornire opinioni sulla realizzabilità di idee e scenari fantascientifici, oppure fornire qualche spunto per nuovi racconti.

“L’unica cosa possibile” era anche l’unica che davvero mi serviva. Era in pratica un “sì”, sia pure condizionato. Ora bisognava fare il passo successivo: trovare un editore che fosse disposto a darmi un budget: non aveva senso, mi pareva, coinvolgere una prestigiosa istituzione scientifica, e far lavorare diverse persone, senza sapere chi avrebbe pubblicato il tutto, senza poter promettere dei compensi, e così via.

Purtroppo questa parte del piano si rivelò irrealizzabile. A parole tutti trovavano che l’idea fosse interessante, ma in pratica nessuno era interessato a pubblicarla. Dopo i primi rifiuti, chiesi addirittura consiglio a Giulio Mozzi, il quale fu estremamente gentile e si offrì spontaneamente di proporre il mio progetto ad alcuni editori di primo piano. Ma nemmeno col suo appoggio riuscii a destare l’interesse di qualcuno.

Stavo quasi per arrendermi, quando decisi di chiedere anche il parere del migliore amico che avessi nel mondo editoriale: Giuseppe Lippi, il curatore di Urania, con cui collaboravo da un ventennio. Lui ebbe una reazione entusiasta, e mi disse subito: “Ma te la pubblico io! Anzi, visto che per Urania sarebbe un po’ sprecato come progetto, farò il possibile per farla poi pubblicare negli Oscar.”

Non avrei mai sperato tanto: io stesso non avevo mai pensato che la mia destinazione potesse essere Urania: mi pareva che il carattere un po’ intellettuale della mia idea fosse poco adatto alla testata, che tra l’altro pubblicava molto raramente antologie, e ancor più raramente se di autori italiani. Ma se Giuseppe in persona la voleva, non sarei stato io a contraddirlo!

E così partii: tre anni fa ricontattai Cingolani, che mi mise in contatto con i responsabili della comunicazione IIT, che mi fornirono una lista di otto scienziati disposti a collaborare. Francesco Nori per la robotica, Marco De Vivo per la chimica farmacologica, Barbara Mazzolai per la robotica bioispirata, Paolo Decuzzi per la medicina di precisione, Guglielmo Lanzani per l’elettronica indossabile, Alberto Diaspro per la microscopia, Athanassia Athanassiou per la scienza dei materiali, Davide De Pietri Tonelli per la neurobiologia. Una specie di dream team! Non credevo ai miei occhi, la mia idea stava cominciando a prendere forma.

A quel punto cominciarono a profilarsi di fronte a me problemi cui non avevo affatto pensato fino ad allora. In particolare: come avrei scelto gli scrittori, e come avrei distribuito tra loro gli spunti forniti dai vari scienziati? Normalmente, quando si fa un’antologia, si contatta un numero di scrittori maggiore di quello necessario, in modo che, anche tenendo conto di defezioni, ritardi o racconti malriusciti, il numero di testi disponibili sia comunque sufficiente. Nel mio caso, ogni scrittore avrebbe lavorato su uno spunto diverso, in stretto contatto con uno scienziato disponibile a collaborare durante la lavorazione. Non era pensabile, dopo che il ricercatore si era gentilmente prestato al progetto, non utilizzare il suo spunto, ma non era pensabile nemmeno ripetere la procedura più di una volta se il racconto non fosse risultato buono. Era necessario scegliere nomi che dessero ottime garanzie di riuscita.

Mi feci una lista di scrittori che mi sembravano in grado di scrivere dei racconti letterariamente validi e allo stesso tempo di non trascurare il lato scientifico della questione, e cominciai a contattarli, e qui ebbi un’altra sorpresa: diversi autori mi dissero di no, prima o dopo aver visto gli spunti, alcuni perché troppo impegnati, ma altri perché in dubbio di non saper produrre qualcosa di buono a partire da uno spunto così specifico. Tra l’altro si tirarono indietro due donne delle quali apprezzavo moltissimo l’approccio ai temi scientifici, il che non solo era un colpo per la riuscita dell’antologia in generale, ma anche per l’equilibrio di genere dell’insieme.

Mi ero posto anche il problema di come distribuire gli spunti. Se avessi scelto io, avrei rischiato di commettere degli errori, ma se avessi lasciato la scelta agli scrittori avrei rischiato litigi e disaccordi. Provai con questo sistema: chiesi al primo gruppo di sei scrittori coinvolti di scegliere almeno tre spunti, e io avrei attribuito loro uno dei tre scelti. In questo modo avrei mantenuto il controllo, ma nessuno avrebbe potuto dire di aver ricevuto uno spunto sgradito. Funzionò abbastanza bene, ma mi accorsi di una cosa: uno degli spunti non era stato preso in considerazione da nessuno, nemmeno come terza scelta. A quel punto dovetti ritornare su una mia decisione iniziale: quella di non partecipare all’antologia come autore. L’antologista che decide di includere un proprio racconto è sempre sospetto di scarsa imparzialità. E mi è capitato più di una volta di incontrare antologie in cui il racconto meno valido era proprio quello del curatore. È vero però che ci sono notevoli eccezioni (esempio: Mirrorshades curata da Bruce Sterling; sfido chiunque a dire che Mozart in Mirrorshades è un brutto racconto!). Decisi quindi che lo spunto scartato da tutti lo avrei tenuto per me, anche perché mi sembrava invece molto ricco di elementi interessanti.

A questo punto, con diversi autori già impegnati a scrivere, ero ragionevolmente sicuro di riuscire a portare a termine il lavoro. Tornai quindi a farmi sentire da Lippi per farmi dare un termine di consegna e magari firmare un contratto. Ma rimasi delusissimo: Lippi mi disse che, con la situazione che c’era a Urania in quel momento, temeva che se avesse proposto l’acquisto glielo avrebbero bocciato. Meglio che terminassi l’antologia e gli portassi il prodotto finito: solo allora avrebbe avuto qualche speranza di farlo accettare.

Non sapevo che le cose sarebbero ulteriormente peggiorate: di lì a poco Lippi dovette lasciare la curatela di Urania dopo oltre un quarto di secolo (pochi mesi dopo sarebbe morto, lasciando un vuoto incolmabile nella fantascienza italiana). Provai a proporre il libro alla nuova gestione della collana, ma mi fu risposto che non era il momento di pubblicare un’antologia di autori italiani, e che al massimo avrebbero potuto pubblicare in appendice alcuni dei racconti e delle interviste, quando ci fosse stato spazio.

Decisi di non accettare, ma fui molto scoraggiato: chiusa la possibilità di Urania, chi avrebbe potuto pubblicare il libro? Abbandonai il lavoro sull’antologia, trascurando di trovare autori per gli ultimi spunti, di scrivere il mio racconto e di curare l’editing, dedicandomi per un anno intero alla ricerca di qualcuno disposto a far uscire il libro in libreria. Un’esperienza per molti versi istruttiva, ma sicuramente frustrante. Ho continuato a rimbalzare da un editore all’altro, ricevendo ogni volta elogi per l’idea, però accompagnati da un gentile rifiuto: nel piano editoriale della casa editrice il mio libro non si inseriva bene. E ogni editore, per farsi perdonare, me ne presentava un altro: “vai da loro, loro sì che sono quelli giusti per te”. Ogni tanto, questa catena di Sant’Antonio editoriale si interrompeva: incontravo qualcuno che si diceva interessatissimo e proponeva un incontro di persona… per poi scomparire e non rispondere più a e-mail e telefonate. Tutto tempo perso, bisognava cercare ancora.

Ci è voluto un anno per convincermi che non c’era modo di fare uscire il testo in libreria. A quel punto, era urgente trovare una soluzione alternativa: le interviste stavano invecchiando, bisognava pubblicare tutto in un tempo ragionevole. Una volta accettato di far uscire il libro distribuendolo solo online, la scelta era ovvia: Delos Digital era l’editore che poteva garantirmi una buona visibilità e un eccellente supporto tecnico. Fortunatamente Silvio Sosio accettò dubito di pubblicare il progetto, e mi propose di far uscire il libro in occasione di StraniMondi 2019. Mi restavano quindi alcuni mesi di tempo per chiudere l’antologia.

Più facile a dirsi che a farsi. Bisognava tappare un paio di buchi nell’organico con scrittori in grado di scrivere in fretta. Bisognava mettere a posto dettagli come l’introduzione, la quarta di copertina e soprattutto la copertina (per fortuna affidata a un grande nome come Franco Brambilla, grazie Delos!). Bisognava provare a ottenere una prefazione da Roberto Cingolani, che, colmo della sfortuna proprio due mesi prima dall’uscita del libro aveva lasciato la guida dell’IIT, dopo quindici anni, ed era superimpegnato col nuovo lavoro a Leonardo (alla fine riuscii a ottenerla, ma così all’ultimo momento che le prime copie cartacee stampate ne sono prive: diventeranno cimeli da collezionista?).

Ma soprattutto dovevo scrivere il mio racconto, che avevo iniziato cinque volte e cinque volte abbandonato, convinto che l’approccio non fosse quello giusto. Alla fine, spinto dalla disperazione, decisi di adottare un metodo per me del tutto inedito: presi gli incipit di tutti e cinque i tentativi falliti, e cercai di immaginare una trama che li comprendesse tutti. Strano a dirsi, funzionò. Perlomeno, è venuto fuori un racconto che mi pare più interessante rispetto alla mia media, con una trama poco lineare, un mucchio di personaggi e di cambi di tono. Aspetto di sentire il giudizio dei lettori. Sicuramente mi ha fatto un sacco di piacere l’apprezzamento di Guglielmo Lanzani, lo scienziato cui mi sono ispirato, al quale sembra essere piaciuto molto. Meno male!

Ultimo punto spinoso è stato quello del titolo. Come fare a trovarne uno che colpisse l’immaginazione del possibile acquirente, e allo stesso tempo desse un’idea generale del contenuto dell’antologia? Non era facile, dato che ogni racconto è ispirato a un campo completamente diverso della scienza. Dopo essermi arrovellato a lungo, escogitai un titolo che mi sembrava funzionare: Superrisoluzione. Si tratta di un termine preso dall’intervista con Alberto Diaspro sulla microscopia. Mi sembrava potesse suggerire la possibilità di guardare verso i nostri possibili futuri con l’accuratezza data da un microscopio (e ancora non sapevo che Franco Brambilla avrebbe messo degli enormi microscopi in copertina!).

Sono ancora convinto che l’idea potesse funzionare, ma tutti gli autori me la bocciarono senza mezzi termini: un parolone complicato che i lettori non avrebbero capito. Mi venne in soccorso Silvio Sosio, che propose Fanta-Scienza, col trattino. Un titolo che può sembrare banale, ma che in effetti sottolinea il senso dell’operazione: tornare in un certo senso alle origini della fantascienza, parlando di scienza vera. Lo abbiamo scelto e sembra avere funzionato: non dico che abbia suscitato grandi entusiasmi, ma è stato accettato da tutti senza problemi, e anche il senso del trattino sembra essere stato ben compreso.

Durante la complicata, pluriennale trafila che vi ho appena descritto, innumerevoli volte ho provato la tentazione di lasciar perdere e mollare tutto. Se non l’ho fatto è solo perché avevo chiesto ad almeno una ventina di persone di impegnarsi e dedicarci parte del loro tempo, e non sarebbe stato giusto sprecarlo così. Ora che sono arrivato in fondo, invece, sono contentissimo di non aver gettato la spugna. Tanto per cominciare, sono soddisfatto del risultato: il libro terminato non è molto lontano da quello che mi ero immaginato all’inizio del percorso.

Ma soprattutto, sembra destare un interesse e riscuotere un credito molto superiore a quello che mi aspettavo. Nelle sue prime settimane di vita ha raccolto gli elogi di Luca De Biase e Bruce Sterling, due persone per cui nutro un grandissimo rispetto. E sta raccogliendo un discreto interesse da parte della stampa. È troppo presto per valutare quanto riuscirà a vendere, ma mi sembra che si stia facendo notare, ben più di quanto era lecito immaginare. Speriamo che continui così.

Addirittura mi è già stato chiesto più volte se ci sarà un seguito, un Fanta-Scienza 2, o magari 3. Se me lo aveste chiesto un anno fa, avrei risposto: mai più! Ora invece sto cominciando a pensarci. Per me potrebbe davvero diventare un appuntamento annuale, magari con una formula un po’ diversa. Dipenderà molto dal successo del libro, e dalla collaborazione che mi permetterà di ottenere nel mondo scientifico e in quello editoriale.

In ogni caso non posso che ringraziare tutti coloro che, in tanti momenti, mi hanno incoraggiato e dato una mano. Ne è valsa davvero la pena!

Ora, se non l’avete ancora fatto, leggete il libro, o perlomeno compratelo!

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Motherless Brooklyn

Mi aspettavo molto da questo adattamento di uno dei noir più originali che siano mai stati scritti, Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem, ma devo dire di essere rimasto discretamente deluso: il film di Edward Norton mantiene solo una vaga parentela con l’originale, e ne attenua o elimina tutti i tratti di originalità, ottenendo un noir di discreta fattura ma derivativo e di poca sostanza.

Per cominciare, Norton ne ha retrodatato l’ambientazione, passando dal 1999 al 1957, perché secondo lui “sullo schermo personaggi che agiscono come investigatori anni ’50 nella Brooklyn anni ’90 sarebbero sembrati troppo ironici”. Spariscono così due caratteristiche salienti del romanzo: l’ironia autoconsapevole e i riferimenti culturali anni ’90. Al loro posto abbiamo delle curatissime ambientazioni d’epoca e una polemica politica sulla gentrificazione di New York, roba sicuramente bella e interessante ma che con l’originale non ha nulla a che vedere.

Ma il punto principale è il modo in cui viene trattata la sindrome di Tourette del protagonista Lionel. Nel romanzo, in fin dei conti, la trama noir è un fatto secondario, un macguffin: la cosa importante è che vediamo le cose dal punto di vista di una persona che ha enormi difficoltà a rapportarsi col mondo, assistiamo alla sua lotta con se stesso che trapela da ogni frase. Anche nel film Lionel soffre di sindrome di Tourette (o almeno lo si presume, perché non viene mai nominata, anche perché nel 1957 era quasi sconosciuta), ma lo capiamo solo dai suoi tic: la voce interiore con cui commenta una gran parte delle scene è invece quella di una persona del tutto normale. In questo modo la condizione di Lionel cessa di essere il fulcro della storia per diventare solo un dettaglio insolito e buffo; ed è il maggiore tradimento che si poteva infliggere al libro.

Per il resto, la trama è completamente diversa: per inserire i suoi riferimenti alla politica degli anni ’50, Norton ha cambiato tutto, ha cancellato vari personaggi e li ha sostituiti con altri. La trama regge pure, ma ha una somiglianza un po’ troppo forte con quella di un classico come Chinatown di Polansky, e finisce in modo poco memorabile, con un happy ending contorto e tirato per i capelli.

Certo, se non si considera che si tratta di un adattamento, rimane un film discreto, con splendidi interni ed esterni d’epoca, un cast stellare (oltre a Edward Norton, ci sono Bruce Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Bobby Cannavale, Edward Kenneth Williams…) e un protagonista insolito. Ma resta un’occasione perduta.

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Hedy Lamarr

Oggi ricorre l’Ada Lovelace Day, cioè il giorno in cui i blogger sono invitati a fare un post che parli di una scienziata di sesso femminile (perlomeno credo che cada oggi, non ho mai capito perché debba essere una ricorrenza mobile e non cadere ogni anno nello stesso giorno).

Per quattro anni ho lasciato cadere a vuoto la ricorrenza, e anche quest’anno non ho molto tempo per scrivere, perciò vi proporrò un personaggio particolare. Una scienziata austriaca, come le altre due di cui ho scritto in passato, ma decisamente diversa dal punto di vista umano. Sia Lise Meitner, sia Emmy Noether, infatti, si possono considerare una specie di “suore della scienza”: donne che, per amore della ricerca, si sono votate a un’immagine pubblica austera e (per quanto è dato sapere) a un completo celibato, l’unico modo che consentiva loro, pur con qualche difficoltà, di dedicarsi alla ricerca in un mondo dominato da maschi.

Hedwig Eva Maria Kiesler, detta Hedy, nasce circa mezzo secolo dopo, nel 1914, e per lei le cose sono molto diverse. A soli diciotto anni interpreta un film cecoslovacco, Ekstase, e diventa famosa per essere la prima donna protagonista di un film a esibirsi in una scena di nudo integrale!

Continua la carriera di attrice e, per sfuggire all’antisemitismo montante (suo padre è ebreo), abbandona il marito (mercante d’armi e finanziatore dei nazisti) si rifugia prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Qui adotta il nome d’arte di Hedy Lamarr, e diventa Hollywood, celebrata per la sua bellezza, anche se il più delle volte relegata in parti che non le consentono di sfruttare appieno la sua bravura di attrice. La sua carriera di attrice si conclude sostanzialmente con gli anni ’50, dopodiché continua a vivere ai margini dello star system e muore all’inizio di questo millennio.

A questo punto vi immagino perplessi: non avrei dovuto parlare di una scienziata? Ebbene, il contributo di Hedy alla scienza è rimasto a lungo segreto, ed è emerso solo decenni dopo il fatto. Accadde agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, quando cerca un modo di dare il suo contributo alla lotta contro il nazismo, anche per acquisire benemerenze che facciano dimenticare la sua nazionalità austriaca. Hedy ha frequentato la facoltà di ingegneria, pur senza laurearsi, e dal marito ha appreso il funzionamento di molte armi. In particolare sa che è possibile teleguidare i siluri via radio, ma che le trasmissioni guida possono essere disturbate. Insieme a un amico, il compositore George Antheil, Hedy inventa e brevetta il Secret Communication System, un sistema che permette a trasmettitore e ricevitore di cambiare continuamente frequenza in modo imprevedibile, rendendo il segnale impossibile da disturbare.

Sul momento la cosa viene presa come una trovata pubblicitaria, e la Marina degli Stati Uniti non prende in considerazione la sua invenzione, che forse è anche troppo avanzata per un periodo in cui le radio sono ancora ingombranti apparecchi a valvole. Ma una ventina di anni dopo, a brevetto ormai scaduto, la Marina cambierà idea e adotterà il sistema di Hedy per proteggere le sue comunicazioni. E la sua idea si diffonderà: ancora oggi tutti i sistemi di comunicazione radio, come per esempio il Bluetooth, adottano sistemi di salto di frequenza derivati da quello di Hedy per mantenere la segretezza delle trasmissioni e renderle immuni ai disturbi.

Insomma, un’innovazione tecnologica molto importante. Probabilmente nulla di comparabile ai profondi risultati teorici di scienziate a tutto tondo come Lise Meitner ed Emmy Noether, ma comunque una bella lezione per chi pensa che una bella donna (e lei indubbiamente era bellissima) debba necessariamente essere una decerebrata.

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Mooncop

Uno come me, da sempre in bilico tra il proprio lato “umanistico” e quello “scientifico”, e impegnato a convincere gli altri che non c’è contraddizione tra i due, non può non provare una sfrenata ammirazione per Tom Gauld. Uno che riesce, mantenendo esattamente lo stesso stile, a disegnare vignette sia per il New Scientist che per le pagine letterarie del Guardian e del New Yorker. Uno il cui tumblr si chiama You’re Just Jealous of My Jetpack, cioè “siete solo gelosi del mio zaino-razzo”, frase che fa pronunciare al personaggio di un romanzo fantascientifico di fronte allo snobismo di altri personaggi che si considerano più “letterari”.

Ero leggermente dubbioso di fronte alla prospettiva di una storia “lunga” di Gauld: mi sembrava che il suo stile , già così rarefatto nelle sue vignette e strisce brevi, mal si prestasse a una forma più lunga. Sono felice di ammettere che mi sbagliavo: non solo Mooncop è una piacevolissima lettura, ma è una storia che solo nello stile minimalista di Gauld poteva essere espressa.

Il titolo significa “poliziotto lunare”, ma non aspettatevi scene d’azione. Il protagonista è un tutore della legge il cui coefficiente di risoluzione dei casi è pari al 100%… ma solo perché non ci sono mai casi da risolvere! La Luna è un luogo semideserto e in via di progressivo abbandono da parte degli esseri umani che, dopo averla colonizzata, non sembrano trovare alcun vero motivo per restarci. L’unico che sembra apprezzarla ancora è il nostro poliziotto, che dopo una serie di poetici e bizzarri incontri troverà (forse?), contemplando la Terra nel cielo, un motivo per restare. Una storia che si legge in un baleno, e che fa capire perché Gauld è un convincente interprete della realtà di oggi: per la sua capacità di esprimere la malinconia di un mondo dove il meraviglioso e il banale, il futuribile e il vetusto si accostano e si mescolano senza soluzione di continuità.

L’edizione italiana è di ottima qualità, il (poco) testo è tradotto da una scrittrice sulla cresta dell’onda, Claudia Durastanti.

Disclaimer: recensione scritta sulla base di copia ricevuta in omaggio, non sollecitata.

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Un ricordo di Camilleri

Per ricordare Andrea Camilleri, vi racconto come entrai, per così dire, in contatto con lui.

Poco meno di 20 anni fa ero entrato da non molto nella redazione di Computer Idea, e mi avevano affidato (o, meglio, affibbiato) la recensione di un videogioco tratto Il cane di terracotta di Camilleri. (In realtà chiamarlo “videogioco” è eccessivo: era una storia a bivi con animazioni in Flash, quello che anche allora si poteva considerare una “poverata”.)

Mi venne un’idea: “E se invece di sforzarmi di rendere interessante questa roba provassi a intervistare Camilleri? Potrei chiedergli del suo rapporto coi computer, del perché abbia fatto diventare Catarella l’esperto di informatica di Montalbano, e altre cose del genere!”. Ottimo, ma sarei riuscito a ottenere l’intervista con un personaggio di quel calibro?
“Tentar non nuoce!”, mi dissi, e telefonai alla Sellerio.

La persona che mi rispose mi disse: “Guardi, posso darle il suo numero privato, così si metterà d’accordo lei”. Non potevo credere di essere così fortunato. Al primo tentativo avevo ottenuto il numero di Camilleri. Bastava provare!

Telefonai al numero. Mi rispose Camilleri. Sotto forma di un nastro registrato con la sua voce. Che diceva all’incirca:

MI CHIAMATE TUTTI I GIORNI PER CHIEDERMI DI PARTECIPARE A INTERVISTE, PRESENTAZIONI, TRASMISSIONI, MANIFESTAZIONI. BASTA! NON HO TEMPO! DEVO LAVORARE! DEVO SCRIVERE! LASCIATEMI IN PACE!

😀

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Game of Thrones: il mio parere

Sono passati otto anni da quando commentavo con questo post e questo articolo su Players la fine della prima stagione di Game of Thrones. È buffo pensare a quanto siano cambiate le cose da allora. Nel 2011, avendo letto tutti i libri, il mio parere era quello di una persona esperta di un argomento per quasi tutti nuovo e sconosciuto. Oggi si discute di Game of Thrones anche sul tram e dal parrucchiere, e prestigiosi opinionisti si sono impegnati a commentare in diretta ogni puntata; il mio parere sarà quindi una goccia nel colossale oceano del chiacchiericcio mondiale sull’argomento. Proprio perché l’universo mondo si sta esprimendo, comunque, stavolta non ho voluto esimermi dal dire la mia.

(È anche buffo rivangare le domande che mi ponevo allora. “Riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riusciranno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, draghi, giganteschi metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensabili alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Alla fine l’audience ha continuato a crescere fino a livelli da record, i soldi per i draghi si sono trovati eccome, del fatto che gli attori siano invecchiati più del dovuto non è importato a nessuno. L’unico dubbio che purtroppo si è rivelato fondato è la capacità di Martin di terminare di scrivere i libri rimanendo in vantaggio sulla serie TV: non solo non c è riuscito, ma in questi otto anni non ha pubblicato più nulla di nuovo, e da questo derivano gran parte dei problemi delle ultime stagioni.)

Vi anticipo subito in breve cosa ne penso. Credo che il finale di Game of Thrones in sé sia sostanzialmente sensato e in tono con la serie: un finale meno amaro e più trionfalistico sarebbe stato fuori luogo. È probabile che sia stato dettato da Martin stesso, ed è “martiniano” proprio in quanto delude le aspettative più ovvie e infrange i canoni del genere. Purtroppo però il modo in cui ci si è arrivati è invece profondamente insoddisfacente, e ha abbassato di molto la media di una serie che aveva raggiunto livelli qualitativi altissimi.

(Da qui in poi, è superfluo dirlo, saranno SPOILER a manetta!)

Di chi è la colpa? Mi spiace dirlo, ma il principale responsabile resta comunque George R. R. Martin. Il quale non solo in otto anni non ha scritto l’atteso finale della saga, ma già negli ultimi libri pubblicati dà l’impressione di averne perso il controllo. Di questo parlerò in modo più approfondito in un post specificamente dedicato all’argomento, ma comunque voglio sottolineare che negli ultimi due libri pubblicati, A Feast for Crows e A Dance with Dragons, i contorni di un possibile finale sembrano sbiadire invece che farsi più definiti; i personaggi principali si impantanano in complicazioni sempre più intricate, ed entrano in gioco nuovi personaggi e nuove rivelazioni di cui non si sentiva esattamente il bisogno, a rendere ancora più problematica la posizione di chi volesse tirare le fila di tutto il materiale senza tralasciare niente. Insomma, se la serie non è finita in modo degno, la colpa è in primo luogo del fatto che è tratta da una saga che per ora è tronca, e chissà se un finale lo avrà mai.

Ma una pari responsabilità ce l’hanno a mio avviso anche i due showrunner Benioff e Weiss, i quali, dopo aver terminato il materiale originale da cui attingere, hanno deciso che sarebbero arrivati al finale dettato da Martin in soli tredici episodi. C’è chi dice che sia stata una decisione obbligata, dovuta al lievitare dei costi della serie. Costoro non tengono conto però del fatto che, all’epoca, la stampa specializzata fu unanime nell’attribuire interamente agli sceneggiatori la volontà di chiudere in fretta, contro i desideri della stessa HBO, che sarebbe stata disposta a concedere persino altri cinquanta episodi. Una decisione che temo dettata, più che da una visione artistica, da interessi economici (è stato appena annunciato che sceneggeranno il prossimo film di Star Wars, una delle più redditizie franchise hollywoodiane), sicuramente legittimi, ma che non sono andati nell’interesse del mantenimento della qualità.

Abbiamo visto per prima cosa una colossale operazione di potatura, con un gran numero di personaggi eliminati prematuramente senza andare troppo per il sottile. Con vittime principali Rickon Stark (rimasto nascosto per intere stagioni e poi tirato fuori dal cilindro solo per farlo immediatamente ammazzare da Ramsay Bolton) e tutti gli avversari politici di Cersei Lannister, fatti fuori letteralmente col lanciafiamme (un’esplosione di altofuoco che li ha cancellati dalla serie dal primo all’ultimo).

Questo forse era inevitabile: chiunque volesse portare la serie a un finale in tempi ragionevoli doveva per forza di cose concentrarsi su alcune linee narrative e rinunciare a dare un senso di compiutezza alle storie di ogni singolo personaggio minore. Quello che risulta difficile perdonare a Benioff e Weiss è l’aver trattato con pari sufficienza e sbrigatività anche i personaggi e le storie maggiori. Una volta sfrondato l’albero, il materiale per arrivare a una degna conclusione ci sarebbe stato, ma non è stato sfruttato a dovere. Abbiamo visto invece alcuni personaggi subire una sorta di de-evoluzione, abbandonando senza motivo il percorso costruito in tante stagioni per tornare a essere repliche sbiadite di ciò che erano all’inizio, come se gli autori si sentissero più a loro agio a lavorare con cliché che con personaggi complessi.

Per esempio Jaime Lannister: da cattivo disposto a qualunque nefandezza per amore della sorella-amante Cersei, nel corso delle stagioni era diventato sempre più umano, ed era sembrato trovare nell’amore per Brienne di Tarth la spinta definitiva per diventare una persona diversa. Ma se nei libri le cose sembrano andare davvero così, all’inizio della settima stagione gli sceneggiatori hanno pensato bene di fargli quasi-stuprare la sorella accanto al cadavere del figlio facendogli concepire un altro bambino, riportando il personaggio alle origini. In TV Jaime resta così, irrisolto: disobbedisce alla sorella e si reca al Nord a combattere insieme ai suoi nemici, sembra concedersi finalmente all’amore per Brienne… e poi si rimangia tutto per tornare con la sorella e morire insensatamente con lei. Una scelta che non solo è molto difficile da giustificare a livello psicologico, ma che va a contraddire la cosiddetta “profezia del valonqar”, un dettaglio che a suo tempo Benioff e Weiss avevano giudicato tanto importante da contravvenire alla loro stretta regola che bandisce i flashback. Abbiamo visto quindi una giovane Cersei ricevere da una veggente la predizione che sarebbe stata uccisa dal fratello minore. Fratello che lei identificava in Tyrion, ma che i bene informati sapevano poter essere anche Jaime, suo gemello ma nato per secondo. Ma nel finale Cersei muore dopo che entrambi i fratelli si sono impegnati per salvarle la vita, mandando al diavolo la profezia (e la coerenza narrativa). [Nota: mi fanno notare che nella versione televisiva la profezia non fa cenno al valonqar; tenere a mente tutte le differenze tra libri e serie TV è davvero complicato!]

Identico discorso si può fare per Arya Stark, che abbiamo visto affrontare volontariamente un addestramento disumano che l’ha trasformata in un’assassina priva di sentimenti pur di poter avere la sua vendetta. Una volta che Arya è tornata a Grande Inverno, però, tutto questo viene quasi dimenticato. Si addolcisce, decide addirittura di punto in bianco di perdere la verginità, nel combattere contro i non-morti sembra aver perduto i suoi poteri mimetici e tornare a essere una ragazzina in lotta con poteri più grandi di lei. Poi sembra ricordarsi di essere un’assassina, uccide addirittura il Re della notte e parte col Mastino in cerca della vendetta definitiva contro Cersei. Ma nel finale basta una frase buttata lì dal Mastino per indurla a rinunciare, per poi vagare impotente attraverso la città in fiamme in una lunga scena che non porta a nulla. Il suo è diventato un personaggio irrisolto e senza scopo, tanto è vero che la sceneggiatura ha creato dal nulla un suo desiderio di esplorare il mondo a ovest di Westeros pur di darle un’uscita di scena purchessia.

(A proposito del Mastino, anche lui nel lungo viaggio a fianco di Arya sembrava aver trovato una sorta di redenzione, e invece lo vediamo morire insieme al fratello in un lungo duello, molto spettacolare ma del tutto ininfluente ai fini della storia: che morisse o vivesse uno o l’altro dei Clegane, o ambedue, nulla cambierebbe per qualunque altro personaggio.)

Ma il problema più grave di queste ultime stagioni è l’avere sprecato in gran parte tutta l’attesa e la tensione che erano state costruite intorno a due filoni principali: l’elemento profetico-soprannaturale, e le vicende parallele dei due eredi Targaryen, Jon/Aegon e Daenerys, il ghiaccio e il fuoco che, in tutta evidenza, costituiscono il nucleo centrale di una saga che, nella sua versione letteraria, si chiama A Song of Ice and Fire.

I tre principali temi soprannaturali della serie sono stati: il tentativo di Melisandre, la Donna Rossa, di mettere al servizio del proprio ambiguo dio R’hllor (in grado di resuscitare i morti e di proteggere dalle tenebre, ma anche pronto a esigere spietati tributi di sangue) il futuro re dei Sette Regni, che lei erroneamente identifica con Stannis, ma che da tutti gli indizi sembra invece essere Jon Snow; il viaggio iniziatico di Bran per diventare il Corvo con Tre Occhi e acquisire il dono della profezia; e soprattutto l’arrivo dell’Inverno e l’atteso attacco degli Estranei con la loro schiera di non-morti.

Di tutto questo è rimasto ben poco. Melisandre ricompare dal nulla solo per dare un (poco significativo) aiuto in battaglia e poi lasciarsi morire, come se il suo scopo fosse sempre stato quello di sconfiggere gli Estranei e non quello di far sì che R’hlorr diventasse il dio dei Sette Regni. Il dono della profezia di Bran, raggiunto a prezzo di enormi sacrifici e della morte di diverse persone, si dimostra sostanzialmente inutile: Bran conosce tutto quello che succederà ma non ne mette a parte nessuno, né sembra essere in grado di intervenire per modificare ciò che accadrà. L’unica utilità del dono di Bran è di farne il bersaglio del Re della notte, cosa che causerà la dipartita di quest’ultimo, ma tutta questa fretta del Re di uccidere Bran rimane immotivata. (Inoltre il quasi assoluto distacco dalle vicende umane ostentato da Bran una volta acquisito il dono risulterà in totale contrasto con la sua pronta e convinta accettazione del trono nel finale!)
Infine l’inverno degli Estranei: qui almeno abbiamo avuto una colossale battaglia al buio e al gelo, ma alzi la mano chi non è rimasto deluso nel vedere l’intero esercito dei non morti sconfitto da una singola pugnalata (possibilità che non era mai stata ventilata in precedenza) e l’inverno che sarebbe dovuto essere epocale finire nel giro di un paio di episodi.

Quanto a Jon, la sua vera identità di erede dei Targaryen è stato un segreto svelato a poco a poco con indizi sapientemente dosati, poi con due flashback inequivocabili, tenuto nascosto al protagonista fino all’ultima stagione… e, quando finalmente lui lo viene a sapere, non accade praticamente nulla. Sostanzialmente gli unici effetti causati dalla rivelazione sono l’esecuzione di Varys e creare una prima frattura tra Jon e Daenerys, ma a parte questo se la rivelazione non ci fosse stata e fosse rimasto fino alla fine il bastardo di Ned Stark il finale avrebbe potuto svolgersi nello stesso modo. Questa è forse la più grossa delusione di tutta la serie.

Infine, Daenerys, che ha polarizzato le discussioni in rete tra chi ha trovato assurdo il suo diventare la “cattiva” della saga dopo esserne stata sempre una delle principali eroine, e chi invece riteneva che le sue azioni passate già ne dimostrassero la natura tirannica ereditata dal padre Aerys il Folle. Il problema è, a mio avviso, ancora una volta la troppa fretta. Che Daenerys, data la sua intransigenza e la sua granitica convinzione di avere diritto al trono, potesse entrare in contrasto con gli altri eroi e finire per compiere azioni ingiustificabili, era del tutto plausibile. Purtroppo la cosa è stata gestita malissimo, con una Daenerys che di punto in bianco compie una strage di innocenti del tutto immotivata, mentre in precedenza ogni sua azione, anche la più spietata, aveva sempre avuto stringenti motivazioni politiche. La tesi per cui la sua sarebbe stata una decisione conscia di governare attraverso il terrore non regge: avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato punendo esemplarmente i nobili come aveva fatto più volte in passato, non la gente inerme, distruggendo l’immagine di protettrice dei deboli che si era faticosamente costruita in tante battaglie. Il suo non sembra un atto logico, ma un impazzimento inspiegabile al solo scopo di giustificare la sua imminente uccisione.

Con tutto questo non voglio dire di non essermi divertito a guardare l’ultima stagione di Game of Thrones, che ci ha dato un gran numero di scene altamente spettacolari e ci ha fatto comunque trepidare per i suoi personaggi (il fatto che praticamente da una settimana in rete non si discuta di altro che del loro destino è in sé un evento storico per la televisione). E non voglio nemmeno dire che avrei voluto che finisse in modo diverso: che alla fine Daenerys non riesca a diventare la liberatrice dai sette regni ma si trasformi in una tiranna e muoia, che Jon non salga mai sul trono nonostante ne sia l’erede e tutte le profezie lo vogliano, che il re alla fine diventi qualcun altro, sono tutte cose che rientrano perfettamente nello spirito iconoclasta della saga. Vorrei solo che ci si fosse arrivati con meno fretta, portando a compimento tutti gli archi narrativi che erano stati tracciati, e senza tante evidenti forzature.

In questi giorni in rete è circolato un gran numero di difese d’ufficio del finale, quasi tutte argomentate principalmente sulla sua validità simbolica. E c’è persino chi ha sostenuto che, uccidendo Danerys, Jon avrebbe dimostrato di essere il “principe promesso” profetizzato da Azor Ahai, che avrebbe liberato il mondo dalle tenebre incarnate non dagli Estranei, come tutti pensavano, ma da Daenerys. A me questa tesi fa sorridere. A parte il fatto che Azor Ahai esiste solo nei libri, e in TV non se n’è mai parlato, la validità di un finale non si può giudicare a partire da valutazioni puramente esterne. Una storia deve trovare in sé la sua giustificazione, senza doversi apoggiare a metanarrazioni e metaanalisi per trovare un senso.

Quello che fa grande una storia non è solo ciò che succede, ma soprattutto il modo in cui viene raccontato, facendocelo sentire come autentico e inevitabile: proprio ciò che in queste ultime stagioni è mancato. Game of Thrones è stata una grande, grandissima storia, che purtroppo nelle ultime due stagioni è stata raccontata male, in modo frettoloso e sciatto. Pensiamo solo all’ultima puntata, dove alla scena clou dell’uccisione di Daenerys e della distruzione del Trono di Spade (questa sì un’idea bellissima e potente!) segue una terrificante ellissi che ci porta direttamente a una trattativa diplomatica, lasciandoci in dubbio su come sia possibile che dopo un fatto del genere non si siano tutti scannati a vicenda invece che ritrovarsi in un’incruenta, anche se accesa, discussione. (Ma ci sarebbe molto altro da dire sul frettoloso montaggio di quest’ultima stagione, citerò solo il momento WTF in cui Jon lascia Verme Grigio intento a sgozzare prigionieri per andare a parlare con Danerys, si inerpica per una colossale scalinata e in cima trova… ancora Verme Grigio! Manca solo che gli chieda: “Ma hai preso l’ascensore?”.) E aggiungo: il fatto che in quattro e quattr’otto decidano che il Nord sarà un regno indipendente è una cosa che non ha senso, e sembra buttata lì solo per fare contenti i fan di Sansa.

Non firmerò certamente l’assurda petizione che chiede di rifare da capo il finale. Quel che è fatto è fatto, sono contento di aver seguito Game of Thrones per nove anni e otto stagioni, e non giudico tempo perso aver seguito questi ultimi sei episodi. Ma la convinzione che sarebbero potuti essere molto, molto migliori difficilmente qualcuno me la toglierà.

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I briganti

Dopo un anno di pausa, dovuto ovviamente alla difficoltà di conciliare il blogging con il lavoro, ho deciso di riprendere segnalandovi la ripubblicazione di questo capolavoro del fumetto italiano.

I briganti è tratto dall’omonimo romanzo cinese del XIV secolo (omonimo in italiano; in originale il titolo suona come “storia in riva all’acqua”) e ambientato circa due secoli prima, e racconta le imprese di un gruppo di briganti che, diventati fuorilegge per i motivi più vari, utilizzano le loro capacità per mettere in difficoltà i corrotti governanti della provincia cinese dello Huinan. Una storia con qualche affinità con quella di Robin Hood, che nel corso del tempo ha conosciuto varie reinvenzioni e riscritture (anche il grande artista giapponese Hokusai ne fece una sua versione).

Magnus, uno dei più grandi e conosciuti fumettisti italiani, iniziò a lavorarci negli anni Settanta, basandosi sull’edizione parziale pubblicata da Einaudi (che non includeva il prologo, in cui 108 demoni si reincarnano in altrettanti briganti, cosa che conferisce alle loro imprese il sigillo della volontà divina). I primi due capitoli furono pubblicati nel 1975-76. I successivi due nel 1987-89. Magnus aveva previsto altri due capitoli per concludere la serie, ma impegnato in altri progetti non arrivò mai a completarli.

Non ho letto il romanzo originale, ma sembra che Magnus segua piuttosto da vicino la trama dell’edizione Einaudi. La grande libertà che si prende è il trasporre tutto in un atemporale universo science fantasy: i nomi dei personaggi e dei luoghi vengono conservati, ma tutto si svolge in un mondo in cui convivono archi, spade, armature, fulminatori, astronavi, che in un certo senso anticipa ciò che solo qualche anno dopo la pubblicazione delle prime tavole sarebbe stato reso mainstream da Star Wars. Amputata del prologo e mancante di un finale, la vicenda narrata procede in modo ondivago, dando voce ora a un personaggio, ora all’altro, e solo verso la fine si comincia a intravedere un quadro generale.

Su di me I briganti ha sempre esercitato un fascino enorme. Ricordo la prima volta che imbattei nel fumetto, a casa dell’amico Ernesto, e praticamente ne lessi metà all’istante, incapace di staccarmene. Non starò a dilungarmi sulla qualità dei disegni di Magnus, uno dei pilastri del fumetto italiano; di certo qui è possibile ammirarne l’evoluzione, dalle prime tavole molto in stile Alan Ford fino agli ultimi, sofisticatissimi disegni. Ma altrettanto mi coinvolge la sceneggiatura. Non solo la trasposizione di una storia antichissima in un contesto futuribile le dona una particolarissima sensazione di realtà, come fosse un documento storico proveniente da un mondo alternativo; ma la visione di Magnus riesce a rendere perfettamente la sensazione della caotica casualità da cui nasce l’ineluttabilità della storia. Ciascuno dei briganti diventa tale non per sua volontà; tutti loro erano personaggi onorati e rispettati, che finiscono per non avere altra scelta che mettersi contro la legge per l’azione congiunta di un sistema di governo corrotto e di imprevedibili capricci della sorte. Ne I briganti si vive o si muore, si viene esaltati o si precipita nell’abiezione per un nonnulla, e nessun personaggio è del tutto buono o cattivo, ma ognuno ha le proprie colpe e i propri meriti. Concedetemi un paragone oggi abusatissimo: è proprio il tipo di sguardo che ha fatto la fortuna di George R. R. Martin.

Questa è solo l’ennesima delle tante edizioni de I briganti. Ma se non l’avete ancora letto è un’ottima occasione per farlo: copertina rigida, ottima stampa (il fumetto è in bianco e nero) e un discreto apparato critico.

Disclaimer: L’occasione di pubblicare questo testo mi è stata data da Mondadori che, per motivi a me sconosciuti, mi ha improvvisamente incluso nella lista delle persone cui invia in visione i suoi fumetti. Che per un certo periodo si sono accumulati al mio vecchio indirizzo, prima che me ne accorgessi e gli facessi sapere che mi ero trasferito altrove da più di un anno. L’edizione che recensisco è pubblicata nella collana Oscar Ink.

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Resurrezione e ringraziamenti

Non so se qualcuno abbia notato la temporanea, e fortunatamente breve, scomparsa di questo blog dal web, ma in tal caso posso tranquillizzarlo: Vanamonde è tornato per restare.

Cos’era successo? Bisogna sapere che questo sito era ospitato da sette anni sui server del provider tedesco Strato. Al suo ingresso sul mercato italiano, mi aveva offerto un buono per due anni di hosting gratuito per far conoscere i suoi servizi. Poco dopo però aveva cambiato idea e si era ritirato dall’Italia. Per questo motivo aveva “congelato” i pochi clienti italiani, smettendo di farsi pagare e chiudendo la possibilità di acquistare nuovi prodotti e servizi, ma continuando a fornire i servizi preesistenti e l’assistenza. Per me una vera pacchia, in quanto ho potuto continuare per anni a farmi ospitare senza spendere un euro.

Tutte le belle cose però hanno una fine. Due mesi fa Strato ha deciso di smettere di erogare servizi a scrocco, e mi ha chiesto di sloggiare. Io ho subito elaborato un soddisfacente piano per trasferire il blog altrove, mi sono detto che potevo fare con calma, tanto avevo due mesi di tempo, e me ne sono ricordato… il giorno dopo la scadenza. Per fortuna sono riuscito a correre ai ripari: il sito è tornato online per intero o quasi nel giro di un paio di giorni.

Mi pare opportuno ringraziare in primo luogo Strato, che mi ha fornito per anni un servizio ottimo, efficiente e gratuito. La qualità della loro assistenza tecnica è ottima, e vi consiglio senza riserve i loro prodotti… purché risediate in Germania o in alcuni altri paesi europei, perché clienti italiani non ne possono accettare.

Un grandissimo ringraziamento va anche ad Alessandro Amodio, che conosco dai tempi della mitologica Fabula BBS, e che spontaneamente si è offerto di ospitare il sito sui server di OpenDoc. Non solo: ha anche perso un mucchio di tempo per aiutarmi a ricostruire il sito, aggirando il fatto che avevo lasciato scadere la mia possibilità di accedere direttamente ai server di Strato.

Ringrazio infine Edoardo Volpi Kellerman, che mi aveva fatto un’analoga offerta spontanea di ospitare il sito. Mi avrebbe fatto piacere poter accettare tutte e due le offerte. 🙂

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Carnivori

uppercover-1 John, anche se il nome è maschile, è una donna, soldata e biologa, creata in vitro per servire lo Stato, e finita in galera per non essersi prestata a ricerche poco etiche. Ora ha l’occasione di ottenere la libertà in anticipo, a condizione di partecipare a una bizzarra indagine richiesta da Enebra, l’intelligenza artificiale: il suo compito è verificare se il mulk, l’onnipresente cibo di origine vegetale che permette a quasi tutti di nutrirsi in modo etico, non abbia in realtà un’origine extraterrestre…
A un romanzo di fantascienza chiedo tre cose: che sia avvincente e ben costruito, con una trama priva di lungaggini; che sia originale e non interamente basato su stereotipi; e che abbia qualcosa di interessante da dire sul presente e sul futuro. Ultimata la lettura di Carnivori di Franci Conforti, posso  dire di non essere rimasto deluso su nessuno dei tre fronti.
È la fortissima attualità del tema di fondo la forza principale del romanzo. Credo si possa dire che uno dei segni distintivi del XXI secolo sia il diffondersi di stili di vita che si pongono come “etici” e hanno l’obiettivo di far vivere l’uomo minimizzando l’impatto ambientale e le sofferenze per gli altri esseri viventi. E tuttavia ognuna di queste filosofie di vita deve prima o poi confrontarsi col fatto che la vita stessa si basa su una catena in cui la nascita e la crescita di ogni essere si basa sulla morte di qualcun altro. Conforti ha la capacità, ben rara in un autore al suo primo romanzo, di prendere un tema così ricco di implicazioni e svilupparlo fino alle estreme conseguenze, senza alcun didascalismo, ma con un equilibrio che suscita continue domande al lettore.
Il tutto attraverso una trama solida che svela a poco a poco le sue carte, passando senza scossoni da uno scenario ristretto a quello di una catastrofe planetaria, mantenendo desta l’attenzione fino alla fine; e attraverso un’ambientazione futuribile coerente e credibile sia dal punto di vista scientifico e tecnologico che da quello politico. Conforti usa una tecnica che apprezzo molto, quella di mettere in primo piano un personaggio tutto sommato minore per parlare della vicenda molto più grande che si svolge sullo sfondo. Tuttavia, se una critica si può fare al romanzo, è l’unicità del personaggio cui è affidato questo punto di vista. John Smith è una militare addestrata a mettere gli ordini al di sopra dei sentimenti, e nel corso della vicenda ha contatti quasi esclusivamente con persone come lei. Questo rende l’opera un po’ “monocromatica”: l’utilizzo, anche episodico, di qualche punto di vista differente, a mio avviso, l’avrebbe resa più definita, avrebbe chiarito meglio alcuni passaggi, e avrebbe permesso al lettore di immergersi di più nell’ambientazione.
Nondimeno un’opera riuscita, che mostra come le nuove leve della fantascienza italiana possano puntare molto in alto.
P.S.: Nota di merito per Kipple per aver dato alle stampe un’opera così interessante, ma nota di demerito per averlo fatto con un numero del tutto inaccettabile di refusi. Kremo, trovati un correttore di bozze in gamba!

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1984: l'invasione

invading the vintage
È più di un anno che mi dico che vorrei rimettere in funzione questo blog ed è più di un anno che rimando. Ma questa è veramente un’occasione che non posso lasciar scappare.
L’amico Franco Brambilla, che tutti conoscono, tra le altre cose, per la sua attività di copertinista di Urania, ha usato una mia foto come base per un’illustrazione della serie Invading the vintage. L’idea della serie è quella di aggiungere astronavi, robot, alieni e altri elementi fantascientifici a foto d’epoca, creando un effetto straniante di commistione tra passato e futuro.
Nella foto in questione avevo 18 anni, avevo appena passato l’esame di maturità, ero magro come un chiodo e non mi ricordo se stavo partendo per la mia prima vacanza da solo all’estero oppure stavo tornando. L’anno, per aggiungere un ulteriore dettaglio fantascientifico, era il 1984.
Il risultato lo vedete qui sopra. Finire dentro l’immaginario di un artista come Franco è un piacere e un onore.

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