In morte di Stefano Di Marino

Mi rattrista molto la notizia della morte di Stefano Di Marino. Non ero un suo lettore, frequentava generi che non mi appassionano, ma mi era molto simpatico come persona. Lo conoscevo attraverso la comune amicizia con Giuseppe Lippi, quando lo incontravo mi salutava e, riconoscendo in me un altro adepto della confraternita della letteratura di genere, si metteva a chiacchierare.

Era uno degli ultimi scrittori-artigiani rimasti, capace di sfornare un romanzo in pochi giorni e passare subito al successivo, nascosto dietro innumerevoli pseudonimi, con una passione infinita per il suo lavoro. Uno che ricercava il dettaglio in modo maniacale, ed era diventato un’autorità sulle arti marziali e sulle armi, pubblicando anche vari saggi sull’argomento.

L’ultima volta che l’ho incontrato, in stazione a Milano alcuni anni fa, anche nelle poche parole scambiate traspariva la preoccupazione per il suo futuro. Se fosse nato statunitense sarebbe stato agiato e forse celebre, mentre l’editoria italiana non gli aveva mai dato la possibilità di uscire dal ghetto degli pseudonimi e delle pubblicazioni da edicola.

Ora che si è tolto la vita, tutti i maggiori quotidiani si sono occupati di lui. Ed è emerso il rispetto che si era guadagnato nella comunità degli scrittori. Purtroppo, ormai è tardi. Ma i suoi lettori non lo dimenticheranno.

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Cala il sipario sull’EmDrive

Vi ricordate l’EmDrive? Ne avevo parlato tempo fa su questo blog (quasi sette anni fa! Non ci posso credere!). Si trattava di un motore che, se avesse funzionato, avrebbe potuto rivoluzionare i viaggi spaziali. In pratica è una specie di forno a microonde che, secondo i suoi ideatori, dovrebbe generare una spinta senza bisogno di propellente. Il problema è che un motore del genere, se esistesse, violerebbe alcune delle più fondamentali leggi della fisica, e le spiegazioni date dai progettisti sul perché questo potrebbe avvenire erano considerate fumose e poco convincenti dalla comunità scientifica.

E tuttavia, negli esperimenti pratici il motore sembrava generare una spinta. Molto piccola. Molto più piccola di quanto previsto dagli ideatori. Così piccola da essere probabilmente frutto di un errore di misura. Epperò questa spinta c’era, ed era sufficiente per dire: chissà? Magari in questa storia c’è davvero qualcosa di vero, può nascondere quel tipo di scoperta inattesa che in molti romanzi di fantascienza dà il via a una nuova era di esplorazioni spaziali facili ed economiche…

Ma su questo tipo di fantasie è calata la scure dell’Università di Dresda. Che ha provato a ripetere l’esperimento dell’EmDrive con maggiore attenzione agli strumenti di misura, e ha ricavato che:

  • l’Emdrive non produce nessuna spinta, nemmeno di tre ordini di grandezza inferiore a quanto misurato in precedenza;
  • la spinta misurata negli altri esperimenti era dovuta a un surriscaldamento della bilancia usata per misurarla.

Niente da fare, quindi. L’EmDrive non funziona. Per muoverci nello spazio siamo limitati alle vecchie, collaudate, limitate tecnologie di sempre.

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Storie nascoste a Bolzano

In questi giorni è uscita (solo nelle librerie bolzanine) un’antologia che contiene il mio primo racconto scritto sul web e anche il mio primo totalmente autobiografico. L’antologia, a cura dell’Associazione Scrittori Bolzano, raccoglie una serie di racconti che hanno in comune il fatto di essere ambientati in città. Il mio testo è un veridico resoconto, narrato in tono horror-comico, delle mie avventure con artigiani e riparatori cittadini. Chi mi segue su Facebook già conosce la storia, gli altri se sono interessati devono acquistare il libro.

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Un ricordo di Ennio Morricone

Il mio primo incontro con Ennio Morricone per la verità non fu molto positivo. Dovevo avere otto o nove anni. Mio padre (piuttosto incoscientemente ma, immagino, erano altri tempi) mi portò al cinema sotto casa a vedere “C’era una volta il West”, pensando così di compiacere la mia passione per i western.

Quando arrivò la prima scena dei ricordi di Armonica, ne fui letteralmente terrorizzato e dovettero portarmi via dal cinema. Per anni conservai un ricordo vago della scena che mi aveva spaventato: una figura umana a colori falsati, immersa nella musica, una musica così drammatica da farmi presagire che qualcosa di terribile, irreparabile sarebbe accaduto.

La grande musica ha questo potere, di trasmettere emozioni senza filtro.

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Space Opera

Dopo una guerra che ha quasi distrutto la Galassia, i tanti popoli alieni hanno deciso di seguire una regola: quando una specie si evolve a sufficienza da poter diventare un pericolo, bisogna decidere se può essere considerata o meno senziente. Se la risposta è sì, verrà accolta pacificamente nel consesso delle altre civiltà galattiche. Altrimenti verrà sterminata senza pietà e cancellata dall’universo. Il criterio è semplice: per essere riconosciuta senziente, la specie sotto esame deve partecipare all’annuale concorso canoro interplanetario e riuscire a non arrivare all’ultimo posto. È arrivato il momento dei terrestri. Il problema è che, secondo gli alieni, l’unica band della Terra che ha qualche possibilità di incontrare il gusto galattico è un gruppo scalcinato, dimenticato e sciolto dopo la morte della batterista: Decibel Jones & the Absolute Zeros…

È stata davvero una piacevole sorpresa l’uscita di questo libro per i tipi della neonata casa editrice 21lettere. Negli ultimi anni l’Italia è rimasta tagliata fuori dalla stragrande maggioranza delle novità editoriali in campo fantascientifico. Il fatto che il romanzo di un’autrice da noi ancora sconosciuta arrivi nelle librerie appena un anno dopo la sua uscita è quindi decisamente insolito. Se poi aggiungiamo che si tratta di un libro molto particolare, e anche difficile da tradurre, l’evento ha quasi del miracoloso.

L’autrice Catherynne M. Valente (è uno pseudonimo, un po’ autolesionista, data la quasi impossibilità di azzeccare lo spelling giusto al primo tentativo) è statunitense, ha già pubblicato un buon numero di romanzi fantascientifici e fantastici, ha vinto il premio Tiptree ed è stata candidata allo Hugo (anche con questo libro), al World Fantasy, al Locus e chi più ne ha più ne metta. Questa volta ha deciso di scrivere un romanzo dichiaratamente ispirato alla Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, mettendoci dentro la sua grande passione per l’Eurovision Song Contest.

A favore del libro ci sono molti argomenti. In primo luogo, l’idea di base è veramente grandiosa. Non appena ho saputo che si parlava di legare il destino della Terra a una gara canora interplanetaria, mi è immediatamente venuta una gran voglia di leggerlo. Con un’idea così, ho pensato, praticamente il libro si scrive da solo.

In secondo luogo, l’evocazione di Douglas Adams non è campata in aria. Si potrebbe ritenere un po’ presuntuoso voler seguire le orme di uno degli autori più venduti e più amati della storia della fantascienza, ma è innegabile che Valente indossi piuttosto bene questi ingombranti panni, riuscendo a evocare in ogni pagina la scrittura di Adams senza mai sembrare una pedissequa imitazione, anzi, mantenendo sempre la propria individualità.

In terzo luogo, Valente è riuscita in un’impresa notevole: dar vita a un repertorio di ben diciotto razze aliene, tutte ugualmente bizzarre, assurde e ben caratterizzate, dipingendo un quadro molto solido e dettagliato dei loro reciproci rapporti. Un lavoro notevole, forse persino un po’ sprecato per questo contesto (al confronto l’universo di Adams appare volutamente molto più casuale, un luogo in cui qualunque cosa può accadere in qualsiasi momento), ma comunque non alla portata di tutti .

Infine, il pregio maggiore: nelle pagine di Space Opera Valente riesce anche a infilare con estrema naturalezza una serie di stoccate al modo di vivere di noi esseri umani. Che era anche uno dei pregi di Adams, e che non era affatto scontato trovare in una sua epigona: non è affatto facile riuscire a essere profondi con leggerezza.

Vi sto dicendo che Space Opera è un capolavoro, o perlomeno un libro che non può assolutamente non piacervi? Ebbene no. Perché purtroppo il libro ha anche dei difetti. Grossi difetti. Che purtroppo riescono a vanificare gran parte di ciò che ho appena detto.

Il problema più grande di Space Opera è la quasi completa assenza di una trama. Il libro comincia ex abrupto con l’arrivo degli alieni sulla Terra, cui seguono l’annuncio del concorso e la partenza di Decibel Jones per lo spazio. A questo punto ci si aspetterebbe, sulla falsariga della Guida Galattica, un ottovolante di avventure assurde e mirabolanti che mettano in pericolo la vita e la salute mentale dei protagonisti fino all’ultima pagina. Invece non succede più niente. Le successive duecento e passa pagine sono occupate da quello che sostanzialmente è un colossale spiegone: mentre Jones e il suo compare viaggiano verso la meta tentando di comporre una canzone, un narratore onnisciente ci racconta tutto quello che è necessario sapere, e anche buona parte di quello che sarebbe superfluo sapere, sulla biografia della band, sulle diciotto razze senzienti che popolano la Galassia, sulle varie edizioni passate del concorso canoro, e così via.

Mi direte: è proprio necessaria una trama in un libro del genere? A mio avviso, eccome! Tanto più il contenuto vira verso il bizzarro e l’insensato, tanto più è utile che ci sia una vicenda intorno alla quale il lettore possa organizzare le informazioni. Se andiamo a guardare il romanzo ispiratore di Valente, la Guida Galattica, vediamo che al povero Arthur Dent capitano cose dal principio alla fine. Cose che, oltre a essere divertenti di per loro, offrono un comodo aggancio per le bizzarre dissertazioni dell’autore. Se assistiamo alla distruzione della Terra e alla cattura del protagonista da parte degli orribili vogon, saremo curiosi di leggere la spiegazione su chi siano questi alieni, molto più che se l’autore ce lo dicesse di punto in bianco prima ancora di averli fatti agire.

In Space Opera, purtroppo, questo non succede. Troppe informazioni vengono passate al lettore ben prima che sia stata stimolata la sua curiosità in proposito. Io non sono un fanatico a oltranza dello show, don’t tell, ma in questo libro è davvero tutto tell e niente show: persino la presentazione dei personaggi viene lasciata quasi interamente a lunghe dissertazioni invece che a dialoghi e azione. Ed è un peccato, anche e soprattutto perché l’autrice avrebbe tutte le capacità necessarie per fare diversamente. Lo vediamo nelle ultime 120 pagine del romanzo, quando finalmente gli Absolute Zeros sono arrivati sul pianeta Litost per cantare e suonare, e allora improvvisamente succedono cose, si pronunciano dialoghi e tutto diventa estremamente più appassionante e divertente. E allora perché non farlo prima?!

Altro problema, strettamente collegato col precedente, è quello dello stile. Perché le suddette dissertazioni sono scritte inanellando frasi lunghissime, piene di subordinate, infarcite di citazioni, allusioni, espressioni gergali, similitudini bislacche e chi più ne ha più ne metta. Ne leggi una, e rimani ammirato. Leggi un intero capitolo composto quasi esclusivamente da frasi del genere, e fai fatica. Ti capita di arrivare in fondo a una frase ed esserti dimenticato di cosa stava parlando. Ricominci daccapo, e quando arrivi di nuovo in fondo ancora non sei sicuro, e torni all’inizio del paragrafo. Anche apprezzando l’attenzione per lo stile, il rischio è che il ritmo e l’ironia vadano perduti.

Le cose ovviamente peggiorano leggendo il romanzo in traduzione. Non per criticare Alice Zanzottera, che ha affrontato con impegno e fantasia un compito difficilissimo, però la struttura sintattica dell’italiano appesantisce ulteriormente frasi già complicate. Forse sarebbe stato necessario spezzare qualche frase, anche a costo di allontanarsi dall’originale.

Insomma, questo libro lo dovete leggere o no? Secondo me vale comunque la pena, perché è insolito, originale e pieno di idee. Se però, come la promozione fatta dall’editore suggerirebbe, vi aspettate qualcosa in stile Guida Galattica, sappiate che qui incontrerete parecchie difficoltà in più.

Disclaimer: il libro mi è stato inviato gratuitamente, non sollecitato, dalla casa editrice.

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Motherless Brooklyn

Mi aspettavo molto da questo adattamento di uno dei noir più originali che siano mai stati scritti, Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem, ma devo dire di essere rimasto discretamente deluso: il film di Edward Norton mantiene solo una vaga parentela con l’originale, e ne attenua o elimina tutti i tratti di originalità, ottenendo un noir di discreta fattura ma derivativo e di poca sostanza.

Per cominciare, Norton ne ha retrodatato l’ambientazione, passando dal 1999 al 1957, perché secondo lui “sullo schermo personaggi che agiscono come investigatori anni ’50 nella Brooklyn anni ’90 sarebbero sembrati troppo ironici”. Spariscono così due caratteristiche salienti del romanzo: l’ironia autoconsapevole e i riferimenti culturali anni ’90. Al loro posto abbiamo delle curatissime ambientazioni d’epoca e una polemica politica sulla gentrificazione di New York, roba sicuramente bella e interessante ma che con l’originale non ha nulla a che vedere.

Ma il punto principale è il modo in cui viene trattata la sindrome di Tourette del protagonista Lionel. Nel romanzo, in fin dei conti, la trama noir è un fatto secondario, un macguffin: la cosa importante è che vediamo le cose dal punto di vista di una persona che ha enormi difficoltà a rapportarsi col mondo, assistiamo alla sua lotta con se stesso che trapela da ogni frase. Anche nel film Lionel soffre di sindrome di Tourette (o almeno lo si presume, perché non viene mai nominata, anche perché nel 1957 era quasi sconosciuta), ma lo capiamo solo dai suoi tic: la voce interiore con cui commenta una gran parte delle scene è invece quella di una persona del tutto normale. In questo modo la condizione di Lionel cessa di essere il fulcro della storia per diventare solo un dettaglio insolito e buffo; ed è il maggiore tradimento che si poteva infliggere al libro.

Per il resto, la trama è completamente diversa: per inserire i suoi riferimenti alla politica degli anni ’50, Norton ha cambiato tutto, ha cancellato vari personaggi e li ha sostituiti con altri. La trama regge pure, ma ha una somiglianza un po’ troppo forte con quella di un classico come Chinatown di Polansky, e finisce in modo poco memorabile, con un happy ending contorto e tirato per i capelli.

Certo, se non si considera che si tratta di un adattamento, rimane un film discreto, con splendidi interni ed esterni d’epoca, un cast stellare (oltre a Edward Norton, ci sono Bruce Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Bobby Cannavale, Edward Kenneth Williams…) e un protagonista insolito. Ma resta un’occasione perduta.

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Fanta-Scienza

Dopo aver parlato qui per anni di libri altrui, è la volta che finalmente vi parlo di un libro mio: da qualche giorno è in vendita Fanta-Scienza, un’antologia di racconti che ho curato personalmente e che contiene anche un mio racconto. Un libro la cui lavorazione è stata parecchio travagliata, e di cui ho deciso di svelare qui tutte le complicate vicissitudini.

L’idea mi venne diversi anni fa, quando Repubblica Sera mi commissionò un articolo prendendo come spunto l’antologia Hieroglyph curata da Neal Stephenson, che si proponeva di diffondere una fantascienza più ottimista e a questo scopo aveva fatto scrivere dei racconti ispirati dalle previsioni per il futuro espresse dai ricercatori dell’università dell’Arizona. Una delle persone cui chiesi un commento fu Bruce Sterling, che mi scrisse:

I hope that more schools will see the good sense of this effort and try it themselves.  If an Italian university tried it I would be the first to celebrate”.

L’approccio positivista di Stehpenson non mi convinceva affatto, ma l’idea di far collaborare ricercatori e scrittori per ottenere racconti di fantascienza mi sembrò molto interessante. Il suggerimento di Sterling che un’università italiana avrebbe potuto fare la stessa cosa mi diede la spinta definitiva. Ma chi in Italia nel mondo della ricerca avrebbe potuto darmi corda per un’idea del genere?

La risposta arrivò poco dopo quando intervistai per Nòva 24 Roberto Cingolani. L’intervista si trasformò in una chiacchierata a ruota libera che solo in minima parte trovò spazio nell’articolo, e mi fece tra l’altro scoprire in lui un appassionato di fantascienza (ricordo che citò Iain M. Banks, il tipo di scrittore che solo gli intenditori conoscono). Ci misi quasi due anni a trovare il coraggio di farmi avanti, ma alla fine gli chiesi via mail se il suo Istituto Italiano di Tecnologia sarebbe stato interessato a collaborare a un progetto del genere. Mi rispose così:

Come attività sarebbe fuori dai compiti istituzionali. Credo che l’unica cosa possibile per noi sia fornire un supporto individuale volontario. Ci sono ricercatori che potrebbero fornire opinioni sulla realizzabilità di idee e scenari fantascientifici, oppure fornire qualche spunto per nuovi racconti.

“L’unica cosa possibile” era anche l’unica che davvero mi serviva. Era in pratica un “sì”, sia pure condizionato. Ora bisognava fare il passo successivo: trovare un editore che fosse disposto a darmi un budget: non aveva senso, mi pareva, coinvolgere una prestigiosa istituzione scientifica, e far lavorare diverse persone, senza sapere chi avrebbe pubblicato il tutto, senza poter promettere dei compensi, e così via.

Purtroppo questa parte del piano si rivelò irrealizzabile. A parole tutti trovavano che l’idea fosse interessante, ma in pratica nessuno era interessato a pubblicarla. Dopo i primi rifiuti, chiesi addirittura consiglio a Giulio Mozzi, il quale fu estremamente gentile e si offrì spontaneamente di proporre il mio progetto ad alcuni editori di primo piano. Ma nemmeno col suo appoggio riuscii a destare l’interesse di qualcuno.

Stavo quasi per arrendermi, quando decisi di chiedere anche il parere del migliore amico che avessi nel mondo editoriale: Giuseppe Lippi, il curatore di Urania, con cui collaboravo da un ventennio. Lui ebbe una reazione entusiasta, e mi disse subito: “Ma te la pubblico io! Anzi, visto che per Urania sarebbe un po’ sprecato come progetto, farò il possibile per farla poi pubblicare negli Oscar.”

Non avrei mai sperato tanto: io stesso non avevo mai pensato che la mia destinazione potesse essere Urania: mi pareva che il carattere un po’ intellettuale della mia idea fosse poco adatto alla testata, che tra l’altro pubblicava molto raramente antologie, e ancor più raramente se di autori italiani. Ma se Giuseppe in persona la voleva, non sarei stato io a contraddirlo!

E così partii: tre anni fa ricontattai Cingolani, che mi mise in contatto con i responsabili della comunicazione IIT, che mi fornirono una lista di otto scienziati disposti a collaborare. Francesco Nori per la robotica, Marco De Vivo per la chimica farmacologica, Barbara Mazzolai per la robotica bioispirata, Paolo Decuzzi per la medicina di precisione, Guglielmo Lanzani per l’elettronica indossabile, Alberto Diaspro per la microscopia, Athanassia Athanassiou per la scienza dei materiali, Davide De Pietri Tonelli per la neurobiologia. Una specie di dream team! Non credevo ai miei occhi, la mia idea stava cominciando a prendere forma.

A quel punto cominciarono a profilarsi di fronte a me problemi cui non avevo affatto pensato fino ad allora. In particolare: come avrei scelto gli scrittori, e come avrei distribuito tra loro gli spunti forniti dai vari scienziati? Normalmente, quando si fa un’antologia, si contatta un numero di scrittori maggiore di quello necessario, in modo che, anche tenendo conto di defezioni, ritardi o racconti malriusciti, il numero di testi disponibili sia comunque sufficiente. Nel mio caso, ogni scrittore avrebbe lavorato su uno spunto diverso, in stretto contatto con uno scienziato disponibile a collaborare durante la lavorazione. Non era pensabile, dopo che il ricercatore si era gentilmente prestato al progetto, non utilizzare il suo spunto, ma non era pensabile nemmeno ripetere la procedura più di una volta se il racconto non fosse risultato buono. Era necessario scegliere nomi che dessero ottime garanzie di riuscita.

Mi feci una lista di scrittori che mi sembravano in grado di scrivere dei racconti letterariamente validi e allo stesso tempo di non trascurare il lato scientifico della questione, e cominciai a contattarli, e qui ebbi un’altra sorpresa: diversi autori mi dissero di no, prima o dopo aver visto gli spunti, alcuni perché troppo impegnati, ma altri perché in dubbio di non saper produrre qualcosa di buono a partire da uno spunto così specifico. Tra l’altro si tirarono indietro due donne delle quali apprezzavo moltissimo l’approccio ai temi scientifici, il che non solo era un colpo per la riuscita dell’antologia in generale, ma anche per l’equilibrio di genere dell’insieme.

Mi ero posto anche il problema di come distribuire gli spunti. Se avessi scelto io, avrei rischiato di commettere degli errori, ma se avessi lasciato la scelta agli scrittori avrei rischiato litigi e disaccordi. Provai con questo sistema: chiesi al primo gruppo di sei scrittori coinvolti di scegliere almeno tre spunti, e io avrei attribuito loro uno dei tre scelti. In questo modo avrei mantenuto il controllo, ma nessuno avrebbe potuto dire di aver ricevuto uno spunto sgradito. Funzionò abbastanza bene, ma mi accorsi di una cosa: uno degli spunti non era stato preso in considerazione da nessuno, nemmeno come terza scelta. A quel punto dovetti ritornare su una mia decisione iniziale: quella di non partecipare all’antologia come autore. L’antologista che decide di includere un proprio racconto è sempre sospetto di scarsa imparzialità. E mi è capitato più di una volta di incontrare antologie in cui il racconto meno valido era proprio quello del curatore. È vero però che ci sono notevoli eccezioni (esempio: Mirrorshades curata da Bruce Sterling; sfido chiunque a dire che Mozart in Mirrorshades è un brutto racconto!). Decisi quindi che lo spunto scartato da tutti lo avrei tenuto per me, anche perché mi sembrava invece molto ricco di elementi interessanti.

A questo punto, con diversi autori già impegnati a scrivere, ero ragionevolmente sicuro di riuscire a portare a termine il lavoro. Tornai quindi a farmi sentire da Lippi per farmi dare un termine di consegna e magari firmare un contratto. Ma rimasi delusissimo: Lippi mi disse che, con la situazione che c’era a Urania in quel momento, temeva che se avesse proposto l’acquisto glielo avrebbero bocciato. Meglio che terminassi l’antologia e gli portassi il prodotto finito: solo allora avrebbe avuto qualche speranza di farlo accettare.

Non sapevo che le cose sarebbero ulteriormente peggiorate: di lì a poco Lippi dovette lasciare la curatela di Urania dopo oltre un quarto di secolo (pochi mesi dopo sarebbe morto, lasciando un vuoto incolmabile nella fantascienza italiana). Provai a proporre il libro alla nuova gestione della collana, ma mi fu risposto che non era il momento di pubblicare un’antologia di autori italiani, e che al massimo avrebbero potuto pubblicare in appendice alcuni dei racconti e delle interviste, quando ci fosse stato spazio.

Decisi di non accettare, ma fui molto scoraggiato: chiusa la possibilità di Urania, chi avrebbe potuto pubblicare il libro? Abbandonai il lavoro sull’antologia, trascurando di trovare autori per gli ultimi spunti, di scrivere il mio racconto e di curare l’editing, dedicandomi per un anno intero alla ricerca di qualcuno disposto a far uscire il libro in libreria. Un’esperienza per molti versi istruttiva, ma sicuramente frustrante. Ho continuato a rimbalzare da un editore all’altro, ricevendo ogni volta elogi per l’idea, però accompagnati da un gentile rifiuto: nel piano editoriale della casa editrice il mio libro non si inseriva bene. E ogni editore, per farsi perdonare, me ne presentava un altro: “vai da loro, loro sì che sono quelli giusti per te”. Ogni tanto, questa catena di Sant’Antonio editoriale si interrompeva: incontravo qualcuno che si diceva interessatissimo e proponeva un incontro di persona… per poi scomparire e non rispondere più a e-mail e telefonate. Tutto tempo perso, bisognava cercare ancora.

Ci è voluto un anno per convincermi che non c’era modo di fare uscire il testo in libreria. A quel punto, era urgente trovare una soluzione alternativa: le interviste stavano invecchiando, bisognava pubblicare tutto in un tempo ragionevole. Una volta accettato di far uscire il libro distribuendolo solo online, la scelta era ovvia: Delos Digital era l’editore che poteva garantirmi una buona visibilità e un eccellente supporto tecnico. Fortunatamente Silvio Sosio accettò dubito di pubblicare il progetto, e mi propose di far uscire il libro in occasione di StraniMondi 2019. Mi restavano quindi alcuni mesi di tempo per chiudere l’antologia.

Più facile a dirsi che a farsi. Bisognava tappare un paio di buchi nell’organico con scrittori in grado di scrivere in fretta. Bisognava mettere a posto dettagli come l’introduzione, la quarta di copertina e soprattutto la copertina (per fortuna affidata a un grande nome come Franco Brambilla, grazie Delos!). Bisognava provare a ottenere una prefazione da Roberto Cingolani, che, colmo della sfortuna proprio due mesi prima dall’uscita del libro aveva lasciato la guida dell’IIT, dopo quindici anni, ed era superimpegnato col nuovo lavoro a Leonardo (alla fine riuscii a ottenerla, ma così all’ultimo momento che le prime copie cartacee stampate ne sono prive: diventeranno cimeli da collezionista?).

Ma soprattutto dovevo scrivere il mio racconto, che avevo iniziato cinque volte e cinque volte abbandonato, convinto che l’approccio non fosse quello giusto. Alla fine, spinto dalla disperazione, decisi di adottare un metodo per me del tutto inedito: presi gli incipit di tutti e cinque i tentativi falliti, e cercai di immaginare una trama che li comprendesse tutti. Strano a dirsi, funzionò. Perlomeno, è venuto fuori un racconto che mi pare più interessante rispetto alla mia media, con una trama poco lineare, un mucchio di personaggi e di cambi di tono. Aspetto di sentire il giudizio dei lettori. Sicuramente mi ha fatto un sacco di piacere l’apprezzamento di Guglielmo Lanzani, lo scienziato cui mi sono ispirato, al quale sembra essere piaciuto molto. Meno male!

Ultimo punto spinoso è stato quello del titolo. Come fare a trovarne uno che colpisse l’immaginazione del possibile acquirente, e allo stesso tempo desse un’idea generale del contenuto dell’antologia? Non era facile, dato che ogni racconto è ispirato a un campo completamente diverso della scienza. Dopo essermi arrovellato a lungo, escogitai un titolo che mi sembrava funzionare: Superrisoluzione. Si tratta di un termine preso dall’intervista con Alberto Diaspro sulla microscopia. Mi sembrava potesse suggerire la possibilità di guardare verso i nostri possibili futuri con l’accuratezza data da un microscopio (e ancora non sapevo che Franco Brambilla avrebbe messo degli enormi microscopi in copertina!).

Sono ancora convinto che l’idea potesse funzionare, ma tutti gli autori me la bocciarono senza mezzi termini: un parolone complicato che i lettori non avrebbero capito. Mi venne in soccorso Silvio Sosio, che propose Fanta-Scienza, col trattino. Un titolo che può sembrare banale, ma che in effetti sottolinea il senso dell’operazione: tornare in un certo senso alle origini della fantascienza, parlando di scienza vera. Lo abbiamo scelto e sembra avere funzionato: non dico che abbia suscitato grandi entusiasmi, ma è stato accettato da tutti senza problemi, e anche il senso del trattino sembra essere stato ben compreso.

Durante la complicata, pluriennale trafila che vi ho appena descritto, innumerevoli volte ho provato la tentazione di lasciar perdere e mollare tutto. Se non l’ho fatto è solo perché avevo chiesto ad almeno una ventina di persone di impegnarsi e dedicarci parte del loro tempo, e non sarebbe stato giusto sprecarlo così. Ora che sono arrivato in fondo, invece, sono contentissimo di non aver gettato la spugna. Tanto per cominciare, sono soddisfatto del risultato: il libro terminato non è molto lontano da quello che mi ero immaginato all’inizio del percorso.

Ma soprattutto, sembra destare un interesse e riscuotere un credito molto superiore a quello che mi aspettavo. Nelle sue prime settimane di vita ha raccolto gli elogi di Luca De Biase e Bruce Sterling, due persone per cui nutro un grandissimo rispetto. E sta raccogliendo un discreto interesse da parte della stampa. È troppo presto per valutare quanto riuscirà a vendere, ma mi sembra che si stia facendo notare, ben più di quanto era lecito immaginare. Speriamo che continui così.

Addirittura mi è già stato chiesto più volte se ci sarà un seguito, un Fanta-Scienza 2, o magari 3. Se me lo aveste chiesto un anno fa, avrei risposto: mai più! Ora invece sto cominciando a pensarci. Per me potrebbe davvero diventare un appuntamento annuale, magari con una formula un po’ diversa. Dipenderà molto dal successo del libro, e dalla collaborazione che mi permetterà di ottenere nel mondo scientifico e in quello editoriale.

In ogni caso non posso che ringraziare tutti coloro che, in tanti momenti, mi hanno incoraggiato e dato una mano. Ne è valsa davvero la pena!

Ora, se non l’avete ancora fatto, leggete il libro, o perlomeno compratelo!

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Hedy Lamarr

Oggi ricorre l’Ada Lovelace Day, cioè il giorno in cui i blogger sono invitati a fare un post che parli di una scienziata di sesso femminile (perlomeno credo che cada oggi, non ho mai capito perché debba essere una ricorrenza mobile e non cadere ogni anno nello stesso giorno).

Per quattro anni ho lasciato cadere a vuoto la ricorrenza, e anche quest’anno non ho molto tempo per scrivere, perciò vi proporrò un personaggio particolare. Una scienziata austriaca, come le altre due di cui ho scritto in passato, ma decisamente diversa dal punto di vista umano. Sia Lise Meitner, sia Emmy Noether, infatti, si possono considerare una specie di “suore della scienza”: donne che, per amore della ricerca, si sono votate a un’immagine pubblica austera e (per quanto è dato sapere) a un completo celibato, l’unico modo che consentiva loro, pur con qualche difficoltà, di dedicarsi alla ricerca in un mondo dominato da maschi.

Hedwig Eva Maria Kiesler, detta Hedy, nasce circa mezzo secolo dopo, nel 1914, e per lei le cose sono molto diverse. A soli diciotto anni interpreta un film cecoslovacco, Ekstase, e diventa famosa per essere la prima donna protagonista di un film a esibirsi in una scena di nudo integrale!

Continua la carriera di attrice e, per sfuggire all’antisemitismo montante (suo padre è ebreo), abbandona il marito (mercante d’armi e finanziatore dei nazisti) si rifugia prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Qui adotta il nome d’arte di Hedy Lamarr, e diventa Hollywood, celebrata per la sua bellezza, anche se il più delle volte relegata in parti che non le consentono di sfruttare appieno la sua bravura di attrice. La sua carriera di attrice si conclude sostanzialmente con gli anni ’50, dopodiché continua a vivere ai margini dello star system e muore all’inizio di questo millennio.

A questo punto vi immagino perplessi: non avrei dovuto parlare di una scienziata? Ebbene, il contributo di Hedy alla scienza è rimasto a lungo segreto, ed è emerso solo decenni dopo il fatto. Accadde agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, quando cerca un modo di dare il suo contributo alla lotta contro il nazismo, anche per acquisire benemerenze che facciano dimenticare la sua nazionalità austriaca. Hedy ha frequentato la facoltà di ingegneria, pur senza laurearsi, e dal marito ha appreso il funzionamento di molte armi. In particolare sa che è possibile teleguidare i siluri via radio, ma che le trasmissioni guida possono essere disturbate. Insieme a un amico, il compositore George Antheil, Hedy inventa e brevetta il Secret Communication System, un sistema che permette a trasmettitore e ricevitore di cambiare continuamente frequenza in modo imprevedibile, rendendo il segnale impossibile da disturbare.

Sul momento la cosa viene presa come una trovata pubblicitaria, e la Marina degli Stati Uniti non prende in considerazione la sua invenzione, che forse è anche troppo avanzata per un periodo in cui le radio sono ancora ingombranti apparecchi a valvole. Ma una ventina di anni dopo, a brevetto ormai scaduto, la Marina cambierà idea e adotterà il sistema di Hedy per proteggere le sue comunicazioni. E la sua idea si diffonderà: ancora oggi tutti i sistemi di comunicazione radio, come per esempio il Bluetooth, adottano sistemi di salto di frequenza derivati da quello di Hedy per mantenere la segretezza delle trasmissioni e renderle immuni ai disturbi.

Insomma, un’innovazione tecnologica molto importante. Probabilmente nulla di comparabile ai profondi risultati teorici di scienziate a tutto tondo come Lise Meitner ed Emmy Noether, ma comunque una bella lezione per chi pensa che una bella donna (e lei indubbiamente era bellissima) debba necessariamente essere una decerebrata.

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Mooncop

Uno come me, da sempre in bilico tra il proprio lato “umanistico” e quello “scientifico”, e impegnato a convincere gli altri che non c’è contraddizione tra i due, non può non provare una sfrenata ammirazione per Tom Gauld. Uno che riesce, mantenendo esattamente lo stesso stile, a disegnare vignette sia per il New Scientist che per le pagine letterarie del Guardian e del New Yorker. Uno il cui tumblr si chiama You’re Just Jealous of My Jetpack, cioè “siete solo gelosi del mio zaino-razzo”, frase che fa pronunciare al personaggio di un romanzo fantascientifico di fronte allo snobismo di altri personaggi che si considerano più “letterari”.

Ero leggermente dubbioso di fronte alla prospettiva di una storia “lunga” di Gauld: mi sembrava che il suo stile , già così rarefatto nelle sue vignette e strisce brevi, mal si prestasse a una forma più lunga. Sono felice di ammettere che mi sbagliavo: non solo Mooncop è una piacevolissima lettura, ma è una storia che solo nello stile minimalista di Gauld poteva essere espressa.

Il titolo significa “poliziotto lunare”, ma non aspettatevi scene d’azione. Il protagonista è un tutore della legge il cui coefficiente di risoluzione dei casi è pari al 100%… ma solo perché non ci sono mai casi da risolvere! La Luna è un luogo semideserto e in via di progressivo abbandono da parte degli esseri umani che, dopo averla colonizzata, non sembrano trovare alcun vero motivo per restarci. L’unico che sembra apprezzarla ancora è il nostro poliziotto, che dopo una serie di poetici e bizzarri incontri troverà (forse?), contemplando la Terra nel cielo, un motivo per restare. Una storia che si legge in un baleno, e che fa capire perché Gauld è un convincente interprete della realtà di oggi: per la sua capacità di esprimere la malinconia di un mondo dove il meraviglioso e il banale, il futuribile e il vetusto si accostano e si mescolano senza soluzione di continuità.

L’edizione italiana è di ottima qualità, il (poco) testo è tradotto da una scrittrice sulla cresta dell’onda, Claudia Durastanti.

Disclaimer: recensione scritta sulla base di copia ricevuta in omaggio, non sollecitata.

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Un ricordo di Camilleri

Per ricordare Andrea Camilleri, vi racconto come entrai, per così dire, in contatto con lui.

Poco meno di 20 anni fa ero entrato da non molto nella redazione di Computer Idea, e mi avevano affidato (o, meglio, affibbiato) la recensione di un videogioco tratto Il cane di terracotta di Camilleri. (In realtà chiamarlo “videogioco” è eccessivo: era una storia a bivi con animazioni in Flash, quello che anche allora si poteva considerare una “poverata”.)

Mi venne un’idea: “E se invece di sforzarmi di rendere interessante questa roba provassi a intervistare Camilleri? Potrei chiedergli del suo rapporto coi computer, del perché abbia fatto diventare Catarella l’esperto di informatica di Montalbano, e altre cose del genere!”. Ottimo, ma sarei riuscito a ottenere l’intervista con un personaggio di quel calibro?
“Tentar non nuoce!”, mi dissi, e telefonai alla Sellerio.

La persona che mi rispose mi disse: “Guardi, posso darle il suo numero privato, così si metterà d’accordo lei”. Non potevo credere di essere così fortunato. Al primo tentativo avevo ottenuto il numero di Camilleri. Bastava provare!

Telefonai al numero. Mi rispose Camilleri. Sotto forma di un nastro registrato con la sua voce. Che diceva all’incirca:

MI CHIAMATE TUTTI I GIORNI PER CHIEDERMI DI PARTECIPARE A INTERVISTE, PRESENTAZIONI, TRASMISSIONI, MANIFESTAZIONI. BASTA! NON HO TEMPO! DEVO LAVORARE! DEVO SCRIVERE! LASCIATEMI IN PACE!

😀

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