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Fanta-Scienza

Dopo aver parlato qui per anni di libri altrui, è la volta che finalmente vi parlo di un libro mio: da qualche giorno è in vendita Fanta-Scienza, un’antologia di racconti che ho curato personalmente e che contiene anche un mio racconto. Un libro la cui lavorazione è stata parecchio travagliata, e di cui ho deciso di svelare qui tutte le complicate vicissitudini.

L’idea mi venne diversi anni fa, quando Repubblica Sera mi commissionò un articolo prendendo come spunto l’antologia Hieroglyph curata da Neal Stephenson, che si proponeva di diffondere una fantascienza più ottimista e a questo scopo aveva fatto scrivere dei racconti ispirati dalle previsioni per il futuro espresse dai ricercatori dell’università dell’Arizona. Una delle persone cui chiesi un commento fu Bruce Sterling, che mi scrisse:

I hope that more schools will see the good sense of this effort and try it themselves.  If an Italian university tried it I would be the first to celebrate”.

L’approccio positivista di Stehpenson non mi convinceva affatto, ma l’idea di far collaborare ricercatori e scrittori per ottenere racconti di fantascienza mi sembrò molto interessante. Il suggerimento di Sterling che un’università italiana avrebbe potuto fare la stessa cosa mi diede la spinta definitiva. Ma chi in Italia nel mondo della ricerca avrebbe potuto darmi corda per un’idea del genere?

La risposta arrivò poco dopo quando intervistai per Nòva 24 Roberto Cingolani. L’intervista si trasformò in una chiacchierata a ruota libera che solo in minima parte trovò spazio nell’articolo, e mi fece tra l’altro scoprire in lui un appassionato di fantascienza (ricordo che citò Iain M. Banks, il tipo di scrittore che solo gli intenditori conoscono). Ci misi quasi due anni a trovare il coraggio di farmi avanti, ma alla fine gli chiesi via mail se il suo Istituto Italiano di Tecnologia sarebbe stato interessato a collaborare a un progetto del genere. Mi rispose così:

Come attività sarebbe fuori dai compiti istituzionali. Credo che l’unica cosa possibile per noi sia fornire un supporto individuale volontario. Ci sono ricercatori che potrebbero fornire opinioni sulla realizzabilità di idee e scenari fantascientifici, oppure fornire qualche spunto per nuovi racconti.

“L’unica cosa possibile” era anche l’unica che davvero mi serviva. Era in pratica un “sì”, sia pure condizionato. Ora bisognava fare il passo successivo: trovare un editore che fosse disposto a darmi un budget: non aveva senso, mi pareva, coinvolgere una prestigiosa istituzione scientifica, e far lavorare diverse persone, senza sapere chi avrebbe pubblicato il tutto, senza poter promettere dei compensi, e così via.

Purtroppo questa parte del piano si rivelò irrealizzabile. A parole tutti trovavano che l’idea fosse interessante, ma in pratica nessuno era interessato a pubblicarla. Dopo i primi rifiuti, chiesi addirittura consiglio a Giulio Mozzi, il quale fu estremamente gentile e si offrì spontaneamente di proporre il mio progetto ad alcuni editori di primo piano. Ma nemmeno col suo appoggio riuscii a destare l’interesse di qualcuno.

Stavo quasi per arrendermi, quando decisi di chiedere anche il parere del migliore amico che avessi nel mondo editoriale: Giuseppe Lippi, il curatore di Urania, con cui collaboravo da un ventennio. Lui ebbe una reazione entusiasta, e mi disse subito: “Ma te la pubblico io! Anzi, visto che per Urania sarebbe un po’ sprecato come progetto, farò il possibile per farla poi pubblicare negli Oscar.”

Non avrei mai sperato tanto: io stesso non avevo mai pensato che la mia destinazione potesse essere Urania: mi pareva che il carattere un po’ intellettuale della mia idea fosse poco adatto alla testata, che tra l’altro pubblicava molto raramente antologie, e ancor più raramente se di autori italiani. Ma se Giuseppe in persona la voleva, non sarei stato io a contraddirlo!

E così partii: tre anni fa ricontattai Cingolani, che mi mise in contatto con i responsabili della comunicazione IIT, che mi fornirono una lista di otto scienziati disposti a collaborare. Francesco Nori per la robotica, Marco De Vivo per la chimica farmacologica, Barbara Mazzolai per la robotica bioispirata, Paolo Decuzzi per la medicina di precisione, Guglielmo Lanzani per l’elettronica indossabile, Alberto Diaspro per la microscopia, Athanassia Athanassiou per la scienza dei materiali, Davide De Pietri Tonelli per la neurobiologia. Una specie di dream team! Non credevo ai miei occhi, la mia idea stava cominciando a prendere forma.

A quel punto cominciarono a profilarsi di fronte a me problemi cui non avevo affatto pensato fino ad allora. In particolare: come avrei scelto gli scrittori, e come avrei distribuito tra loro gli spunti forniti dai vari scienziati? Normalmente, quando si fa un’antologia, si contatta un numero di scrittori maggiore di quello necessario, in modo che, anche tenendo conto di defezioni, ritardi o racconti malriusciti, il numero di testi disponibili sia comunque sufficiente. Nel mio caso, ogni scrittore avrebbe lavorato su uno spunto diverso, in stretto contatto con uno scienziato disponibile a collaborare durante la lavorazione. Non era pensabile, dopo che il ricercatore si era gentilmente prestato al progetto, non utilizzare il suo spunto, ma non era pensabile nemmeno ripetere la procedura più di una volta se il racconto non fosse risultato buono. Era necessario scegliere nomi che dessero ottime garanzie di riuscita.

Mi feci una lista di scrittori che mi sembravano in grado di scrivere dei racconti letterariamente validi e allo stesso tempo di non trascurare il lato scientifico della questione, e cominciai a contattarli, e qui ebbi un’altra sorpresa: diversi autori mi dissero di no, prima o dopo aver visto gli spunti, alcuni perché troppo impegnati, ma altri perché in dubbio di non saper produrre qualcosa di buono a partire da uno spunto così specifico. Tra l’altro si tirarono indietro due donne delle quali apprezzavo moltissimo l’approccio ai temi scientifici, il che non solo era un colpo per la riuscita dell’antologia in generale, ma anche per l’equilibrio di genere dell’insieme.

Mi ero posto anche il problema di come distribuire gli spunti. Se avessi scelto io, avrei rischiato di commettere degli errori, ma se avessi lasciato la scelta agli scrittori avrei rischiato litigi e disaccordi. Provai con questo sistema: chiesi al primo gruppo di sei scrittori coinvolti di scegliere almeno tre spunti, e io avrei attribuito loro uno dei tre scelti. In questo modo avrei mantenuto il controllo, ma nessuno avrebbe potuto dire di aver ricevuto uno spunto sgradito. Funzionò abbastanza bene, ma mi accorsi di una cosa: uno degli spunti non era stato preso in considerazione da nessuno, nemmeno come terza scelta. A quel punto dovetti ritornare su una mia decisione iniziale: quella di non partecipare all’antologia come autore. L’antologista che decide di includere un proprio racconto è sempre sospetto di scarsa imparzialità. E mi è capitato più di una volta di incontrare antologie in cui il racconto meno valido era proprio quello del curatore. È vero però che ci sono notevoli eccezioni (esempio: Mirrorshades curata da Bruce Sterling; sfido chiunque a dire che Mozart in Mirrorshades è un brutto racconto!). Decisi quindi che lo spunto scartato da tutti lo avrei tenuto per me, anche perché mi sembrava invece molto ricco di elementi interessanti.

A questo punto, con diversi autori già impegnati a scrivere, ero ragionevolmente sicuro di riuscire a portare a termine il lavoro. Tornai quindi a farmi sentire da Lippi per farmi dare un termine di consegna e magari firmare un contratto. Ma rimasi delusissimo: Lippi mi disse che, con la situazione che c’era a Urania in quel momento, temeva che se avesse proposto l’acquisto glielo avrebbero bocciato. Meglio che terminassi l’antologia e gli portassi il prodotto finito: solo allora avrebbe avuto qualche speranza di farlo accettare.

Non sapevo che le cose sarebbero ulteriormente peggiorate: di lì a poco Lippi dovette lasciare la curatela di Urania dopo oltre un quarto di secolo (pochi mesi dopo sarebbe morto, lasciando un vuoto incolmabile nella fantascienza italiana). Provai a proporre il libro alla nuova gestione della collana, ma mi fu risposto che non era il momento di pubblicare un’antologia di autori italiani, e che al massimo avrebbero potuto pubblicare in appendice alcuni dei racconti e delle interviste, quando ci fosse stato spazio.

Decisi di non accettare, ma fui molto scoraggiato: chiusa la possibilità di Urania, chi avrebbe potuto pubblicare il libro? Abbandonai il lavoro sull’antologia, trascurando di trovare autori per gli ultimi spunti, di scrivere il mio racconto e di curare l’editing, dedicandomi per un anno intero alla ricerca di qualcuno disposto a far uscire il libro in libreria. Un’esperienza per molti versi istruttiva, ma sicuramente frustrante. Ho continuato a rimbalzare da un editore all’altro, ricevendo ogni volta elogi per l’idea, però accompagnati da un gentile rifiuto: nel piano editoriale della casa editrice il mio libro non si inseriva bene. E ogni editore, per farsi perdonare, me ne presentava un altro: “vai da loro, loro sì che sono quelli giusti per te”. Ogni tanto, questa catena di Sant’Antonio editoriale si interrompeva: incontravo qualcuno che si diceva interessatissimo e proponeva un incontro di persona… per poi scomparire e non rispondere più a e-mail e telefonate. Tutto tempo perso, bisognava cercare ancora.

Ci è voluto un anno per convincermi che non c’era modo di fare uscire il testo in libreria. A quel punto, era urgente trovare una soluzione alternativa: le interviste stavano invecchiando, bisognava pubblicare tutto in un tempo ragionevole. Una volta accettato di far uscire il libro distribuendolo solo online, la scelta era ovvia: Delos Digital era l’editore che poteva garantirmi una buona visibilità e un eccellente supporto tecnico. Fortunatamente Silvio Sosio accettò dubito di pubblicare il progetto, e mi propose di far uscire il libro in occasione di StraniMondi 2019. Mi restavano quindi alcuni mesi di tempo per chiudere l’antologia.

Più facile a dirsi che a farsi. Bisognava tappare un paio di buchi nell’organico con scrittori in grado di scrivere in fretta. Bisognava mettere a posto dettagli come l’introduzione, la quarta di copertina e soprattutto la copertina (per fortuna affidata a un grande nome come Franco Brambilla, grazie Delos!). Bisognava provare a ottenere una prefazione da Roberto Cingolani, che, colmo della sfortuna proprio due mesi prima dall’uscita del libro aveva lasciato la guida dell’IIT, dopo quindici anni, ed era superimpegnato col nuovo lavoro a Leonardo (alla fine riuscii a ottenerla, ma così all’ultimo momento che le prime copie cartacee stampate ne sono prive: diventeranno cimeli da collezionista?).

Ma soprattutto dovevo scrivere il mio racconto, che avevo iniziato cinque volte e cinque volte abbandonato, convinto che l’approccio non fosse quello giusto. Alla fine, spinto dalla disperazione, decisi di adottare un metodo per me del tutto inedito: presi gli incipit di tutti e cinque i tentativi falliti, e cercai di immaginare una trama che li comprendesse tutti. Strano a dirsi, funzionò. Perlomeno, è venuto fuori un racconto che mi pare più interessante rispetto alla mia media, con una trama poco lineare, un mucchio di personaggi e di cambi di tono. Aspetto di sentire il giudizio dei lettori. Sicuramente mi ha fatto un sacco di piacere l’apprezzamento di Guglielmo Lanzani, lo scienziato cui mi sono ispirato, al quale sembra essere piaciuto molto. Meno male!

Ultimo punto spinoso è stato quello del titolo. Come fare a trovarne uno che colpisse l’immaginazione del possibile acquirente, e allo stesso tempo desse un’idea generale del contenuto dell’antologia? Non era facile, dato che ogni racconto è ispirato a un campo completamente diverso della scienza. Dopo essermi arrovellato a lungo, escogitai un titolo che mi sembrava funzionare: Superrisoluzione. Si tratta di un termine preso dall’intervista con Alberto Diaspro sulla microscopia. Mi sembrava potesse suggerire la possibilità di guardare verso i nostri possibili futuri con l’accuratezza data da un microscopio (e ancora non sapevo che Franco Brambilla avrebbe messo degli enormi microscopi in copertina!).

Sono ancora convinto che l’idea potesse funzionare, ma tutti gli autori me la bocciarono senza mezzi termini: un parolone complicato che i lettori non avrebbero capito. Mi venne in soccorso Silvio Sosio, che propose Fanta-Scienza, col trattino. Un titolo che può sembrare banale, ma che in effetti sottolinea il senso dell’operazione: tornare in un certo senso alle origini della fantascienza, parlando di scienza vera. Lo abbiamo scelto e sembra avere funzionato: non dico che abbia suscitato grandi entusiasmi, ma è stato accettato da tutti senza problemi, e anche il senso del trattino sembra essere stato ben compreso.

Durante la complicata, pluriennale trafila che vi ho appena descritto, innumerevoli volte ho provato la tentazione di lasciar perdere e mollare tutto. Se non l’ho fatto è solo perché avevo chiesto ad almeno una ventina di persone di impegnarsi e dedicarci parte del loro tempo, e non sarebbe stato giusto sprecarlo così. Ora che sono arrivato in fondo, invece, sono contentissimo di non aver gettato la spugna. Tanto per cominciare, sono soddisfatto del risultato: il libro terminato non è molto lontano da quello che mi ero immaginato all’inizio del percorso.

Ma soprattutto, sembra destare un interesse e riscuotere un credito molto superiore a quello che mi aspettavo. Nelle sue prime settimane di vita ha raccolto gli elogi di Luca De Biase e Bruce Sterling, due persone per cui nutro un grandissimo rispetto. E sta raccogliendo un discreto interesse da parte della stampa. È troppo presto per valutare quanto riuscirà a vendere, ma mi sembra che si stia facendo notare, ben più di quanto era lecito immaginare. Speriamo che continui così.

Addirittura mi è già stato chiesto più volte se ci sarà un seguito, un Fanta-Scienza 2, o magari 3. Se me lo aveste chiesto un anno fa, avrei risposto: mai più! Ora invece sto cominciando a pensarci. Per me potrebbe davvero diventare un appuntamento annuale, magari con una formula un po’ diversa. Dipenderà molto dal successo del libro, e dalla collaborazione che mi permetterà di ottenere nel mondo scientifico e in quello editoriale.

In ogni caso non posso che ringraziare tutti coloro che, in tanti momenti, mi hanno incoraggiato e dato una mano. Ne è valsa davvero la pena!

Ora, se non l’avete ancora fatto, leggete il libro, o perlomeno compratelo!

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Mooncop

Uno come me, da sempre in bilico tra il proprio lato “umanistico” e quello “scientifico”, e impegnato a convincere gli altri che non c’è contraddizione tra i due, non può non provare una sfrenata ammirazione per Tom Gauld. Uno che riesce, mantenendo esattamente lo stesso stile, a disegnare vignette sia per il New Scientist che per le pagine letterarie del Guardian e del New Yorker. Uno il cui tumblr si chiama You’re Just Jealous of My Jetpack, cioè “siete solo gelosi del mio zaino-razzo”, frase che fa pronunciare al personaggio di un romanzo fantascientifico di fronte allo snobismo di altri personaggi che si considerano più “letterari”.

Ero leggermente dubbioso di fronte alla prospettiva di una storia “lunga” di Gauld: mi sembrava che il suo stile , già così rarefatto nelle sue vignette e strisce brevi, mal si prestasse a una forma più lunga. Sono felice di ammettere che mi sbagliavo: non solo Mooncop è una piacevolissima lettura, ma è una storia che solo nello stile minimalista di Gauld poteva essere espressa.

Il titolo significa “poliziotto lunare”, ma non aspettatevi scene d’azione. Il protagonista è un tutore della legge il cui coefficiente di risoluzione dei casi è pari al 100%… ma solo perché non ci sono mai casi da risolvere! La Luna è un luogo semideserto e in via di progressivo abbandono da parte degli esseri umani che, dopo averla colonizzata, non sembrano trovare alcun vero motivo per restarci. L’unico che sembra apprezzarla ancora è il nostro poliziotto, che dopo una serie di poetici e bizzarri incontri troverà (forse?), contemplando la Terra nel cielo, un motivo per restare. Una storia che si legge in un baleno, e che fa capire perché Gauld è un convincente interprete della realtà di oggi: per la sua capacità di esprimere la malinconia di un mondo dove il meraviglioso e il banale, il futuribile e il vetusto si accostano e si mescolano senza soluzione di continuità.

L’edizione italiana è di ottima qualità, il (poco) testo è tradotto da una scrittrice sulla cresta dell’onda, Claudia Durastanti.

Disclaimer: recensione scritta sulla base di copia ricevuta in omaggio, non sollecitata.

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1984: l'invasione

invading the vintage
È più di un anno che mi dico che vorrei rimettere in funzione questo blog ed è più di un anno che rimando. Ma questa è veramente un’occasione che non posso lasciar scappare.
L’amico Franco Brambilla, che tutti conoscono, tra le altre cose, per la sua attività di copertinista di Urania, ha usato una mia foto come base per un’illustrazione della serie Invading the vintage. L’idea della serie è quella di aggiungere astronavi, robot, alieni e altri elementi fantascientifici a foto d’epoca, creando un effetto straniante di commistione tra passato e futuro.
Nella foto in questione avevo 18 anni, avevo appena passato l’esame di maturità, ero magro come un chiodo e non mi ricordo se stavo partendo per la mia prima vacanza da solo all’estero oppure stavo tornando. L’anno, per aggiungere un ulteriore dettaglio fantascientifico, era il 1984.
Il risultato lo vedete qui sopra. Finire dentro l’immaginario di un artista come Franco è un piacere e un onore.

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Archeoacustica


Oggi su Nòva 24 apparirà un mio articolo in cui intervisto il professor Carl Haber, inventore di una tecnologia per estrarre l’audio con un procedimento ottico da antiche registrazioni, realizzate con macchinari pionieristici su supporti così fragili che rischierebbero di rovinarsi se venissero ascoltati anche una sola volta col metodo tradizionale.
Mentre ascoltavo il professore parlare di come realizza scansioni dettagliatissime delle superfici dei supporti fonografici per poi usare un algoritmo in grado di “ascoltare” i suoni che contengono senza toccarli, mi è venuto in mente un racconto di fantascienza. Lo ha scritto Rudy Rucker nel 1981, si intitola Buzz ed è apparso in Italia nel 1996 col titolo di Ronzio, all’interno dell’antologia Cuori Elettrici curata da Daniele Brolli. In Ronzio degli scienziati ritengono che sulla superficie di un antico vaso egiziano possano essere rimasti incisi dei suoni, grazie al fatto che il coltello del vasaio ha trasformato le vibrazioni dell’aria in solchi che poi si sono solidificati. Costruiscono un macchinario per riascoltare quei suoni, ma nel farlo finiscono col far risuonare un antico incantesimo che ha effetti inaspettati.
Sono rimasto a lungo indeciso se fosse il caso di fare una domanda così strana a un serio professore di fisica, ma alla fine mi sono deciso, e gli ho chiesto se fosse davvero possibile che dei suoni dell’antichità fossero rimasti incisi accidentalmente nel modo descritto dal racconto, e in tal caso se la sua tecnica fosse in grado di recuperarli. Mi ha lasciato di stucco dicendomi: “Questa domanda mi è stata posta centinaia di volte”. Dopodiché mi ha spiegato che si è molto discusso di questa possibilità, che viene definita archeoacustica, ma secondo lui non è molto plausibile che possa realizzarsi in pratica. Haber ha studiato approfonditamente gli esperimenti dei primi pionieri della registrazione audio, e si è reso conto che per l’incisione di suoni intelligibili hanno dovuto affrontare grandissimi sforzi e ricorrere a espedienti ingegnosi. La probabilità che lo stesso risultato possa essere ottenuto per caso, senza la volontà di ottenerlo, a suo avviso è davvero bassa. “Però vorrei specificare una cosa”, ha aggiunto. “Se davvero dei suoni fossero rimasti incisi in quel modo, la mia tecnologia sarebbe perfettamente in grado di tirarli fuori”.
Quindi l’idea di poter ascoltare suoni di epoche precedenti l’invenzione del fonografo e del registratore è molto probabilmente solo un sogno. Un sogno peraltro ricorrente: proprio in questi giorni leggevo, nell’introduzione all’interessantissimo libro Alla ricerca del suono perfetto – Una storia della musica registrata di Greg Milner, che lo stesso Guglielmo Marconi faceva fantasticherie del genere. Avendo osservato che un suono non si interrompe mai davvero, ma si smorza diminuendo di intensità per diventare inaudibile, aveva pensato che, con apparecchiature sufficientemente sensibili, si sarebbero potuti recuperare anche i suoni di epoche molto lontane. In particolare, avrebbe voluto poter ascoltare il Discorso della Montagna come l’aveva pronunciato lo stesso Gesù.
Marconi non conosceva l’odierna teoria dell’informazione, e non si rendeva conto che qualunque suono è destinato a perdersi nel rumore di fondo fino a non essere più in alcun modo decifrabile. Ma quello di far rivivere i rumori del passato, rendendolo in qualche modo ancora vivo e presente, è troppo affascinante per perdere del tutto la speranza. Chissà che un giorno qualche complesso entanglement quantistico non ci consenta di percepire le vibrazioni di atomi di un lontano passato, come inserendo un microfono in un’altra epoca. E chissà cosa potremmo scoprire ascoltando.

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Torna StraniMondi

Un breve post per ricordarvi che il prossimo 15 e 16 ottobre si terrà a Milano la seconda edizione di StraniMondi, la manifestazione dedicata all’editoria fantastica e fantascientifica.
Organizzata da tre delle principali case del settore, e cioè Delos Books, Hypnos e Zona 42, e con la partecipazione della quasi totalità dei piccoli editori del settore, è davvero un evento imperdibile per chi è interessato alla letteratura fantastica. Già l’edizione dell’anno scorso è stata davvero riuscita, come ho scritto altrove, ma quest’anno partecipano ancora più editori (ben 26) e c’è uno schieramento di ospiti stranieri davvero notevole, capitanato da uno degli autori di fantascienza contemporanei che più apprezzo, e cioè Alastair Reynolds.
Ci sarò sicuramente anch’io, anche se non so ancora dirvi se parteciperò a qualche evento.
Vi ricordo infine che StraniMondi viene finanziata attraverso un crowdfunding. Quest’anno la raccolta fndi sta andando molto meglio dell’anno scorso, ma comunque sia se volete dare una mano agli organizzatori o assicurarvi qualcuna delle ricompense speciali previste per i partecipanti andate pure a preiscrivervi presso l’apposito sito Kickstarter.
Ci vediamo lì!

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Sole Pirata (autopromozione)

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È già nelle librerie (e negli e-book store) Sole pirata, terzo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi, come i due volumi precedenti.
Si tratta della conclusione del ciclo (esistono altri due romanzi ambientati in Virga, ma le cui vicende sono slegate da quelle dei libri precedenti; per il momento la loro pubblicazione in Italia non è prevista). Questa volta la trama ruota soprattutto intorno all’ammiraglio Chaison Fanning, imprigionato alla fine del primo volume, e ai suoi tentativi di rientrare in patria. Chi era rimasto deluso dal fatto che il romanzo precedente si svolgesse interamente all’intenro di un habitat, qui avrà il piacere di ritrovare i grandi spazi e gli assurdi panorami del mondo di Virga.
Il libro è acquistabile sia in versione cartacea, sia in ebook, presso il sito della casa editrice, oltre che in alcune librerie selezionate. Ci sarà sicuramente una presentazione del libro a Milano nel corso di StraniMondi, ma ancora non so dirvi la data.

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Ghostbusters

Ghostbusters
Come si fa un remake perché sia soddisfacente? Probabilmente ognuno ha una risposta diversa a questa domanda (e ho sentito più di una persona sostenere che un remake non è mai soddisfacente). Da parte mia, penso che un remake riuscito sia quello sufficientemente fedele al vecchio film da conservarne in qualche modo lo spirito e l’identità, e sufficientemente infedele perché vedendolo si abbia l’impressione che ci sia qualcosa di valido in più. Purtroppo il remake di Ghostbusters si ferma a metà strada, riproponendo in modo simpatico gli stilemi dell’originale ma senza riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo e diverso che sia anche interessante.
Negli USA il film è stato preceduto da una vergognosa campagna d’odio sessista in opposizione alla scelta di un cast tutto al femminile, considerata un tradimento del film originale. Ma in realtà quella di invertire il genere dei personaggi (peraltro rimasti caratterialmente molto vicini a quelli del 1984) non era affatto una cattiva idea, così come potenzialmente buoni sono gli altri cambiamenti apportati alla trama del film. Per esempio l’aggiunta del segretario tutto muscoli e niente cervello Kevin, interpretato da un Chris Hemsworth tanto a suo agio nell’autoparodia da rubare la scena alle protagoniste. O anche l’avere attribuito l’origine dell’invasione di fantasmi ai rancori di un povero frustrato in cerca di vendetta sul mondo, un tema che, in quest’epoca di attentati, avrebbe anche potuto donare al film una certa profondità.
Il problema è però nella sceneggiatura del regista Paul Feig, che sembra assumere come pubblico di riferimento lo spettatore che fa zapping casuale, e perciò costruisce il film come una sequenza di sketch, passando da uno spunto all’altro senza averne sviluppato a dovere alcuno e, quel che è peggio, senza mai prendere una direzione precisa.
Il film del 1984 ha avuto tanto successo perché rappresenta la perfetta fantasia nerd: un gruppo di maschi che parlano un gergo astruso e sono appassionati di strane tecnologie cerca di farsi notare, inizialmente non viene preso sul serio, ma poi salva il mondo e ottiene la gloria e le ragazze. Nel volgerlo al femminile si poteva scegliere se raccontare esattamente la stessa storia a ruoli invertiti, o se invece sottolineare le differenze che il cambio di genere comporta. Il film però non fa né l’una né l’altra cosa. Non mi viene in mente neppure una scena in cui l’essere donne delle protagoniste crei loro qualche difficoltà. Tuttavia svanisce la questione dei rapporti con l’altro sesso: tre delle quattro protagoniste sembrano asessuate, e l’interesse per gli uomini si riduce alle smanie di Erin per il segretario Kevin, annunciate a gran voce ma mai messe in pratica. Insomma, il potenziale dell’idea va sostanzialmente sprecato, probabilmente in omaggio all’etica del “film per famiglie” (dove invece l’originale voleva proprio stuzzicare la sessualità nerd, con scene come quella in cui Sigourney Weaver posseduta dal demone chiede a Bill Murray “Vuoi tu questo corpo?”).
Anche il rapporto con il sindaco, il cui segretario nel film originale era l’avversario principale e il bersaglio di un’esplicita aggressività (“Sì, è vero, sì: quest’uomo non ha le palle!”), qui è ambiguo e inconcludente. Forse nell’America post 11 settembre non è più concesso farsi beffe dell’autorità e sottintendere che non sia in grado di proteggere i cittadini. Sta di fatto che Feig tenta di dipingere il sindaco Andy Garcia contemporaneamente come un avversario e un alleato, col risultato di annoiare. Quanto al nuovo avversario introdotto, lo sfigato che cerca vendetta ponendosi a capo di un’orda di fantasmi, avrebbe avuto un potenziale enorme se il regista avesse sfruttato la misoginia del personaggio per creare un contrasto vero con le eroine. Ma anche qui tutto si risolve con una battutina (“Sparate come ragazze”).
Servite così male dalla sceneggiatura, le pur brave protagoniste (Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, quasi tutte veterane del Saturday Night Live, proprio come gli attori originali) si ritrovano ad annaspare, strappando talvolta il sorriso ma senza le battute fulminanti che ci sarebbero volute. Con questo non voglio dire che il film sia un disastro. Al contrario, la sua notevole durata (116 minuti, parecchio per una commedia) è trascorsa piacevolmente. Merito in parte degli effetti speciali, davvero spettacolari (io li ho trovati persino troppo realistici, e ho pensato che il me stesso bambino si sarebbe spaventato; ma accanto a me c’era Aurora, di quattro anni, che ha continuato imperterrita a sgranocchiare i suoi popcorn, quindi forse i bambini di oggi sono più difficili da terrorizzare). E merito soprattutto della sceneggiatura originale di Ivan Reitman, Dan Aykroyd e Harold Ramis, che anche così rimaneggiata resta comunque esemplare nel mescolare fantascienza, horror e commedia. Alla fine, se lo si prende per quello che è, e cioè un tentativo senza grandi ambizioni di riciclare una storia di successo, il nuovo Ghostbusters si lascia vedere, ed è sicuramente meglio del pessimo seguito girato nel 1989, Ghostbusters II. Se vi può bastare…

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Regina del Sole (autopromozione)

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Sta per arrivare nelle librerie (e negli e-book store) Regina del sole, secondo volume del ciclo di Virga, scritto dal canadese Karl Schroeder e tradotto dal sottoscritto insieme a mia moglie Silvia Castoldi.
Quella di Schroeder è una fantascienza visionaria: Virga è un universo artificiale, in cui non ci sono pianeti e lo spazio non è vuoto ma pieno d’aria, il che comporta una fisica piuttosto diversa da quella cui siamo abituati. Questi concetti insoliti vengono però bilanciati da trame molto avventurose e pirotecniche.
Rispetto al suo predecessore (che vi consiglio comunque di leggere per primo), ho trovato Regina del Sole ancora più divertente. Merito del fatto che questa volta la protagonista assoluta è Venera Fanning, l’avventuriera che abbiamo imparato ad amare nel primo volume e che è sicuramente il più riuscito personaggio del ciclo.
Se siete vicini a Milano e volete saperne di più, vi ricordo che domenica 11 ottobre alle ore 11.30, nel corso della convention StraniMondi dedicata alla letteratura fantastica, ci sarà la presentazione ufficiale del romanzo. Sarò presente anch’io, insieme agli editori, a Silvia e ad altri collaboratori di Zona 42.
Il libro è già acquistabile in versione cartacea o ebook.

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La Rete bussa alla porta dell'infanzia

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Una scena del film “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze
 
Di fronte all’incontro tra i bambini e la Rete, l’atteggiamento dei genitori oggi è di solito ambiguo. Da un lato, manifestano un malcelato orgoglio se il pupo riesce a destreggiarsi tra le icone di un tablet e magari a scaricare e installare da solo il giochino che gli interessa. Dall’altro, però, sono terrorizzati all’idea che il pargolo possa, attraverso Internet, venire a contatto con il vasto mondo senza il filtro genitoriale. Da cui il proliferare dei software di parental control, farraginosi e inefficaci tentativi di porre un freno alla curiosità degli infanti senza bloccare del tutto l’agognato accesso alla Rete. Questo perché oggi Internet è vista come un territorio selvaggio in cui si annidano mostri in agguato (mentre al contrario il televisore viene considerato innocuo, e si trova normale lasciarlo acceso a tutte le ore del giorno di fronte ai bambini a mostrare contenuti spesso inadatti).
Le cose, però, potrebbero cambiare presto: la Rete sta per arrivare ai bambini assumendo un aspetto del tutto rassicurante, quello di giocattoli parlanti connessi a un’intelligenza artificiale in cloud. Ne ho parlato su Nòva qualche tempo fa: i CogniToys sfrutteranno le risorse di Watson di IBM, una delle IA più potenti e versatili in circolazione, per conversare in modo intelligente coi bambini. Qualcosa mi dice che, di fronte a un dinosauro parlante dall’aria innocua che risponde pazientemente e correttamente a tutte le domande del figlio, i genitori saranno felicissimi di delegargli almeno una parte dei compiti educativi e godersi un po’ di tranquillità.
Non è difficile immaginare scenari in cui qualcosa può andare storto. A cominciare dalla possibilità che qualcuno possa, per divertimento o, peggio, con cattive intenzioni, hackerare i giocattoli e arrivare a molestare i bambini proprio nel cuore delle loro casa, dove i genitori li ritengono al sicuro. A mio avviso però è molto più grave il rischio che siano i gestori del sistema a comportarsi scorrettamente. Avrebbero in mano un enorme patrimonio di dati sulla personalità dei bambini nel periodo più delicato dello sviluppo. Senza controlli molto stretti, cosa gli impedirebbe di sfruttarli molti anni dopo, usandoli per manipolare le persone? Per esempio cercando di venderti un prodotto con annunci pubblicitari mirati, collegati alla tua filastrocca preferita, che neppure ricordi più ma è sepolta nel tuo inconscio? Addirittura: cosa gli impedirebbe di sfruttare la situazione per precondizionare i bambini, associando situazioni piacevoli con determinati suoni, melodie o parole che vent’anni dopo verrebbero inclusi in prodotti o slogan politici? E poi, al di là di questo, non si correrà il rischio che i genitori si affidino troppo a queste macchine, non fornendo ai bambini il contatto umano di cui hanno bisogno? È una situazione che la fantascienza ha già preso in considerazione: l’esempio migliore è il terrorizzante racconto Il veldt di Ray Bradbury, in cui bambini abituati a vivere nella realtà virtuale di una nursery reagiscono con violenza quando i genitori pentiti decidono di farli uscire.
Lo scenario che più mi inquieta però, paradossalmente è quello opposto, in cui tutto funziona a meraviglia. Sì, perché non si può negare che l’idea abbia anche delle potenzialità davvero interessanti. Sappiamo bene che i bambini crescono tanto più intelligenti quanto più stimoli ricevono nella prima infanzia. Se questi giocattoli manterranno le promesse, potrebbero diventare molto più stimolanti di qualunque babysitter umano: instancabili, sempre attenti, infinitamente pazienti, in grado di accedere a tutta la conoscenza del mondo, e per giunta con la possibilità di attingere a un database crescente di esperienze fatte con migliaia o milioni di infanti di ogni luogo. Potenzialmente potrebbe essere una rivoluzione nel campo dell’educazione. Quanto potrebbero imparare i bambini, avendo un simile maestro sempre a disposizione giorno e notte, in grado di insegnare sfruttando la loro curiosità e non in maniera coercitiva? È da vedere, forse moltissimo. Potrebbe essere un passo avanti di proporzioni inattese nel progresso dell’umanità.
Mi chiedo però come sarebbe la transizione. Già oggi i genitori guardano con sospetto e preoccupazione i loro figli nativi digitali perennemente attaccati a uno smartphone. Come reagirebbero a bambini che, educati da un’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni ne saprebbero più di loro su tantissimi argomenti? Anche in questo caso mi viene in mente uno scenario da fantascienza, questa volta quello di un romanzo di Arthur Clarke in cui i figli degli uomini, stimolati da una razza aliena, sviluppano potenzialità enormi, diventando qualcosa di diverso dagli esseri umani e staccandosi dai genitori. L’opera, che quest’anno diventerà anche una serie televisiva di SyFy Channel, si intitola appunto Childhood’s End, la fine dell’infanzia (ma curiosamente il titolo italiano vede le cose dal lato opposto, ed è Le guide del tramonto).
Non mi piace fare l’apocalittico, e in realtà credo che se avessi dei figli sarei già in lista per comprargli un CogniToy. Ma credo anche che farei in modo di tenerlo spento quando non sono presente. Non si sa mai…

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È il caso di farci riconoscere dagli alieni?

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.

La custodia dorata del disco posto sui Voyager, con le istruzioni per decifrarlo.


È il caso di inviare messaggi agli alieni per fargli sapere che siamo qui? Può sembrare una questione confinata ai romanzi di fantascienza, ma invece in questo momento ci sono persone serissime che la stano dibattendo animatamente.
Messaggi agli alieni in realtà ne abbiamo già mandati, però le probabilità che qualcuno possa riceverli sono piuttosto scarse. Abbiamo incluso messaggi sulle sonde spaziali destinate a lasciare il Sistema Solare: delle targhe sui Pioneer, dei dischi con codifica digitale sui Voyager. Tuttavia il loro viaggio è lentissimo: è ancora oggetto di discussione se siano uscite o meno dalla sfera di influenza del Sole, e passeranno decine di migliaia d’anni prima che transitino vicino a un’altra stella. Anche ammesso che esistano altri sistemi stellari abitati, potrebbero passare milioni di anni prima che ne incontrino uno, e anche in quel caso non è affatto detto che qualcuno si accorga del loro passaggio.
Quarant’anni fa, utilizzando il radiotelescopio di Arecibo in modalità trasmittente, abbiamo anche trasmesso un messaggio radio in direzione dell’ammasso globulare di Ercole M13, codificando alcune basilari informazioni sulla natura della vita sulla Terra. A prima vista potrebbe sembrare che questo messaggio abbia maggiori possibilità di essere ricevuto, dato che M13 contiene circa 350.000 stelle, e quindi  si potrebbe sperare che almeno una di esse abbia un pianeta abitato. A ben guardare, però, le cose stanno diversamente. Per cominciare, gli ammassi globulari sono un ambiente molto poco favorevole alla formazione di pianeti. Ma soprattutto, il messaggio impiegherà 25.000 anni ad arrivare fin laggiù,e  nel frattempo M13 si sarà spostato da tutt’altra parte. Salvo l’evento altamente improbabile che un alieno passi proprio sulla sua traiettoria al momento giusto, il messaggio si perderà nel nulla.
Ora però si sta pensando di cominciare a fare sul serio, a causa della frustrazione dei partecipanti a SETI. La sigla sta per Search of Extra Terrestrial Intelligence (ricerca di intelligenza extraterrestre), e indica un programma di ricerca privato che da più di 40 anni scandaglia in vari modi le frequenze radio per trovare i segni della presenza di alieni da qualche parte nell’Universo. Personalmente ho sempre pensato che l’approccio di SETI abbia dei limiti, dato che si basa sulla presenza di radiazioni elettromagnetiche per individuare le civiltà aliene. Non è detto che questo sia un buon metodo: la civiltà umana ha scoperto l’elettromagnetismo da meno di un secolo e mezzo. Magari tra cinquant’anni scoprirà qualcosa che renderà obsolete le comunicazioni basate sulle onde radio, che ci sembreranno antiquate come usare un eliografo invece che spedire una e-mail.
In ogni caso SETI non ha finora cavato un ragno dal buco, e perciò molti dei suoi adepti stanno pensando di passare a qualcosa che chiamano Active SETI (ricerca attiva di intelligenza extraterrestre) o METI (invio di messaggi verso l’intelligenza extraterrestre). Si tratterebbe in pratica di sistematizzare l’invio di messaggi verso l’esterno, nella speranza di farci sentire sul serio da qualcuno. Tuttavia c’è chi obietta fortemente a questo sviluppo. Farci notare da alieni di cui non sappiamo assolutamente nulla, dicono, è un salto nel buio. Guardando alla storia umana, dove spesso intere civiltà sono state completamente annichilite dall’incontro con un’altra tecnologicamente più avanzata, il contatto con gli extraterrestri comporterebbe grossi rischi. Soprattutto, si tratta di un’iniziativa che non dovrebbe essere presa per iniziativa di un singolo gruppo, ma andrebbe decisa dall’umanità nel suo insieme.
Su questo temo si è tenuta in questi giorni una serissima discussione presso l’AAAS (l’associazione americana per il progresso della scienza). A difendere la tesi per cui da un contatto con gli extraterrestri può venire solo del bene c’era l’attuale direttore della composizione dei messaggi interstellari di SETI, Douglas A. Vakoch. Curiosamente, a sostenere la tesi opposta c’era uno scrittore di fantascienza, cioè il tipo di persona che ci aspetteremmo più incline a voler incontrare gli alieni. In effetti David Brin è un bravissimo autore (il suo Thor Meets Captain America è uno dei miei racconti preferiti di sempre), ma è anche un astrofisico, ed è uno dei più convinti oppositori della ricerca attiva di intelligenze aliene.
Difficile dire di primo acchito chi abbia ragione. Da un lato, potremmo pensare che la nostra paura degli alieni sia solo un fatto culturale, un mero riflesso della nostra natura aggressiva e diffidente. Tuttavia è vero che non sappiamo assolutamente nulla di loro, nemmeno se esistano o no. Chi può dire se andando incontro agli extraterrestri non ci comporteremmo come i dodo che accoglievano fiduciosi gli spagnoli pronti a metterli in pentola? Proveremo a parlarne più in dettaglio in futuro.
 

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