Tra mezzo secolo, l’Australia è ridotta a un deserto di polvere senza vegetazione, dove per girare all’aperto è consigliabile usare giacche protettive, occhiali e filtri. Tao-Yi e Navin sono una giovane coppia benestante, che raramente esce di casa, e lavora e passa gran parte del tempo libero immersa in una realtà virtuale chiamata Gaia. Tuttavia Tao-Yi, che deve dedicarsi anche alle cure di una madre anziana, non apprezza molto la realtà virtuale, mentre Navin, che su Gaia può sfuggire alle sofferenze che gli procura un corpo malato, non vorrebbe mai lasciarla. Quando viene introdotta una tecnologia che permette alle persone di abbandonare il proprio corpo e trasferirsi permanentemente nella realtà virtuale, la frattura nella coppia si aggrava…
Ho scoperto l’esistenza di Grace Chan attraverso il bellissimo racconto Aly, e mi sono subito messo alla ricerca di altri suoi testi da leggere. Con enorme sorpresa ho scoperto che il suo finora unico romanzo era già stato tradotto in Italia più di un anno fa dall’editore torinese Sui Generis (che, confesso, non avevo mai sentito nominare prima). L’ho subito comprato, e non ne sono rimasto deluso.
I concetti fantascientifici su cui si basa Every Version of You non sono nulla di particolarmente originale; si potrebbe dire che sono ormai quasi dei luoghi comuni all’interno della fantascienza (basti guardare una serie televisiva come Upload): la realtà virtuale condivisa, e la digitalizzazione della coscienza. Quello che rende il romanzo degno di essere letto è però la grande sensibilità psicologica con cui il tutto viene messo in scena.
Per tenere desta l’attenzione del lettore, Grace Chan non ha bisogno di titillarlo con pericoli mortali o complotti, e nemmeno con antagonisti malvagi o sleali. Il bello di Every Version of You è che ci possiamo immedesimare in tutti i personaggi: Tao-Yi e Navin, come pure le persone che li circondano, hanno ragioni perfettamente comprensibili per compiere le loro scelte, e proprio per questo soffriamo con loro, nel contemplare l’inevitabilità delle fratture che si creano nelle loro relazioni. L’autrice è davvero magistrale nel descrivere l’effetto della tecnologia sulla psiche.
Anche se il libro è anche un atto d’accusa nei confronti del presente, rappresentando un mondo in una crisi climatica tanto irreversibile da rendere attraente per quasi chiunque una fuga verso una realtà artificiale, l’autrice si astiene dal descrivere come ci si è arrivati. Su questo devo dire di essere ambivalente nel giudizio. Da un lato ritengo che l’originalità e il valore del romanzo sia proprio nel suo essere profondamente filosofico, nel concentrarsi sul significato delle cose attraverso l’emotività della protagonista. Dall’altro però ho trovato il libro un po’ carente nella sua descrizione della società futura. Tutti i personaggi sembrano lavorare all’interno dell’industria culturale o del benessere, e non è chiaro né chi produca i beni materiali necessari, né come vengano prese le decisioni politiche. Immagino che forse approfondire questi temi avrebbe distolto da quello che è il nucleo tematico del romanzo, però penso che qualche dettaglio in più avrebbe giovato alla solidità dell’ambientazione.
La traduzione mi è sembrata molto curata, scorrevole e con la giusta attenzione ai dettagli. L’unica critica che farei è sull’uso dello schwa, che mi è sembrato messo un po’ a casaccio e senza rispettare le regole normalmente usate dall’italiano inclusivo (si tratta comunque solo di una manciata di pagine, lo dico anche a beneficio degli odiatori dello schwa che si rifiutano di approcciare libri che contengono questo simbolo).
In ogni caso consiglio molto questo libro, che mi ha tanto coinvolto dal dispiacermi di essere arrivato alla fine.
Il Ministero del Tempo è una branca segreta del governo britannico che, utilizzando una macchina del tempo, ha recuperato da varie epoche passate sette persone che altrimenti sarebbero morte. Ciascuna di loro è stata affidata a un agente del ministero, il cosiddetto “ponte”, che ha il compito di conviverci e facilitarne in ogni modo l’adattamento al tempo presente. Alla protagonista del romanzo viene affidato il tenente Graham Gore, uno dei membri della spedizione Franklin che nel 1845 perirono nell’Artico alla ricerca del Passaggio a Nord Ovest. Mentre Gore si adatta con qualche difficoltà ma anche con entusiasmo a vivere nel nostro tempo, la protagonista deve affrontare la crescente attrazione che prova per il suo protetto, ma anche una serie di indizi che mostrano che qualcosa non quadra all’interno del Ministero…
Confesso che inizialmente non avevo degnato di molta attenzione questo romanzo che, per come veniva presentato, mi sembrava essere una storia romantica in cui il lato fantascientifico era solo un pretesto. Ho deciso di leggerlo solo perché l’autrice Kaliane Bradley prendeva parte a Stranimondi 2025, e mi seccava perdere l’occasione di incontrare una scrittrice di livello internazionale e di farle delle domande sensate sul suo libro.
Così l’ho letto, e non me ne sono affatto pentito. Perché, sì, è verissimo che il romanzo è sostanzialmente una storia romantica; ma il lato fantascientifico non è affatto un pretesto. Anche se rimane sottotraccia per gran parte del romanzo, alla fine emerge una storia piuttosto complessa di intrighi temporali. E anche la parte sentimentale non è affatto priva di contenuto, ma è un modo per parlare in modo insolito di temi importanti come l’eredità del colonialismo.
Mi è piaciuto tutto quanto? Ovviamente ho delle critiche. Per cominciare, mi avrebbe fatto piacere che il viaggio nel tempo fosse trattato in modo un po’ più approfondito e credibile. Qui il suo funzionamento viene dato per scontato e sembra più una magia che una tecnologia, un po’ come in un telefilm di Doctor Who. Poi devo dire che la mia sospensione dell’incredulità ha scricchiolato un po’ vedendo la facilità con cui Gore si adatta a ogni dettaglio dell’era moderna. È vero che si tratta di un giovane uomo che probabilmente è quanto di meglio la sua epoca potesse offrire in termini di adattabilità e intraprendenza. Tuttavia fatico a credere che un uomo dell’Ottocento possa nel giro di pochi mesi imparare a navigare su Internet, a cavalcare una motocicletta, a usare il telefono e la televisione incontrando difficoltà tutto sommato minori, senza avere delle crisi di rigetto.
Tutto sommato, comunque, non ho avuto difficoltà ad appassionarmi a questo libro, e lo consiglio a chiunque non ritenga obbligatoria una scena d’azione ogni capitolo. Aggiungo che l’autrice è molto simpatica e alla mano, tanto che ha addirittura voluto una copia del mio Tecnologie del futuro, e si è pure lasciata fotografare col libro in mano, come vedete qui sotto. Quindi le devo tutta la pubblicità possibile! 😉
Il sottoscritto con Kaliane Bradley (foto di Barbara Bucci)
È tantissimo tempo che non scrivo su questo blog, e ho deciso, volendo ricominciare, valeva la pena di farlo con un long form. E quale migliore occasione della mia visita al Trieste Science+Fiction Festival?
Per la cronaca, ci sono andato non con lo spirito del critico ma del turista: ero lì per divertirmi e vedere amici, non sono rimasto per tutta la durata del festival e ho visto solo i film che mi era comodo vedere, senza fare una selezione ragionata. Nondimeno l’esperienza è stata molto positiva, e quindi ora vi racconto quello che ho visto.
I film che mi sono piaciuti molto:
Mars Express
di Jérémie Périn, Francia
Anno 2200, i robot sono molto diffusi, sia come entità autonome sia come “sostituti”per umani che non dispongono più del proprio corpo. I robot sono incapaci di fare del male agli esseri umani, ma ci sono attivisti che praticano su di loro un jailbreaking per dare loro la totale libertà, cosa che ha provocato rivolte e un’atmosfera di sospetto e ostilità. Aline è una detective della città di Noctis su Marte, cui viene chiesto di indagare sulla sparizione di una studentessa. Mentre i cadaveri si accumulano, gradatamente l’indagine porta alla luce un complotto che coinvolge l’intera popolazione robotica.
Mars Express ha fatto man bassa: ha vinto il premio Asteroide assegnato ai film di registi emergenti, il premio della critica, il premio della trasmissione Wonderland; in pratica, quasi tutto quello che poteva vincere. Meritatamente, perché da tanto tempo non mi capitava di rimanere tanto coinvolto da un film di fantascienza (e parlo in generale, non solo di film di animazione).
La cifra di Mars Express è l’essenzialità: uno stile di animazione che non ricerca gli effetti fini a se stessi ma si mette al servizio della storia. Una storia intricata e nera degna dei migliori polar francesi, con personaggi pieni di ombre che possono vivere momenti di travolgente umorismo ma un attimo dopo finiscono ammazzati senza che ci si soffermi un secondo a compiangerli. Una vicenda complessa e coerente, che ci lancia senza spiegazioni in un mondo alieno come solo la migliore fantascienza sa fare, e che solo negli ultimi dieci minuti si concede di volare alto uscendo dai bassifondi ed evocando scenari grandiosi.
Ho trovato la sceneggiatura di Mars Express molto più convincente di quella di molti recenti blockbuster hollywoodiani. Spero tanto che possa trovare una distribuzione in Italia.
La guerra del Tiburtino III
di Luna Gualano, Italia
Una popolazione aliena, piccoli vermiin grado di penetrare attraverso le narici nel cervello degli esseri umani prendendo il controllo delle loro azioni, sta invadendo il pianeta Terra cominciando dal quartiere Tiburtino III di Roma. A scoprire gli invasori e a mettere i bastoni tra le ruote del loro piano di conquista sarà un’improbabile squadra formata da un piccolo spacciatore, un suo squinternato amico, la sua barista di fiducia e una influencer modaiola capitata nel quartiere in cerca di visibilità.
Il cinema italiano non sta vivendo il suo momento migliore, ma per fortuna ogni tanto capita ancora di incontrare un film italiano fatto bene, e capita sempre più spesso che sia un film di genere. È sicuramente il caso di questa commedia fantascientifica in salsa romana, che ho iniziato a guardare senza aspettarmi nulla e che ho trovato davvero simpatica e divertente.
La guerra del Tiburtino III mi è piaciuto per come riesce a prendere sul serio la sua bizzarra trama. Se l’idea iniziale è demenziale e i suoi sviluppi pure, nondimeno i personaggi sono credibili e ben cesellati, con grande cura dei dettagli e senza eccessi o sbavature, e la storia viene portata avanti rimanendo coerente con le sue assurde premesse (ed è proprio questo che la rende così divertente). Non mancano gli spunti di satira politica e di costume, azzeccati ma senza mai prendere il sopravvento sulla trama (ed è un bene).
Se il film funziona così bene è anche merito di un casting molto azzeccato, con tutti gli attori perfettamente in parte. Chi ha amato Boris sarà felice di ritrovare alcuni interpreti della serie: se Francesco Pannofino si limita a una comparsata, troviamo Carolina Crescentini nella parte della madre del protagonista, ma soprattutto Paolo “Biascica” Calabrese, azzeccatissimo come regina aliena incarnata in un borgataro romano, che rigurgita uova dalla bocca intonando maledizioni sprezzanti nei confronti dei “mammiferi”. Impagabile.
La guerra del Tiburtino III merita di arrivare al grande pubblico, spero che i distributori trovino il coraggio di proporlo fuori dalle porte di Roma.
Gli altri film che ho visto in questa edizione:
Creep box
di Patrick Biesemans, USA
Una tecnologia innovativa permette di ricreare temporaneamente la personalità di persone defunte, che possono esprimersi a voce attraverso quelli che vengono definiti “sussurri”. Il dottor Caul ne è il principale esperto, ma deve affrontare numerosi problemi: le dubbie implicazioni etiche, i finanziatori che spingono sull’aspetto commerciale trascurando quello scientifico, e il desiderio di usare lui stesso i sussurri per comunicare con la moglie morta suicida.
Creep Box nasce dall’acclamato cortometraggio con lo stesso titolo uscito l’anno precedente, che nei suoi primi minuti riproduce molto da vicino (con alcuni attori cambiati). Ma, se il corto era estremamente efficace, la trasformazione in lungometraggio non è riuscita alla perfezione.
Il film riesce piuttosto bene a creare un’atmosfera di suspense, con l’evocazione delle personalità dei defunti che sembra la versione ipertecnologica di una seduta spiritica (con parole chiave scandite a mò di formule magiche per favorire la connessione), e mette sul tavolo una serie di problematiche interessanti: le voci sono solo simulazioni, o sono veramente persone? Quanto ci si può fidare di quello che dicono? Fa davvero bene ai loro cari poterci parlare? Grazie anche alla solida interpretazione del protagonista Geoffrey Cantor nei panni del cupo e tormentato professor Caul, si rimane catturati dalla storia nonostante l’assenza di scene d’azione o effetti speciali. Purtroppo però il regista non sa sfruttare adeguatamente l’ottimo materiale, e cade nel finale, dove tutto si fa confuso e non si risponde ad alcuna delle domande poste. Peccato.
Pandemonium
Di Quarxx, Francia
Dopo un incidente stradale, Nathan scopre di essere morto e destinato all’Inferno. In attesa di sapere quale sarà la sua pena, assiste alle storie di altri dannati: una bambina che ha sterminato l’intera famiglia, e una madre che ha causato il suicidio della figlia ignorando le sue richieste di aiuto.
Mi riesce difficile emettere un giudizio su questo film, perché da ogni scena emerge chiaramente una interessante personalità di autore, e tuttavia non mi è del tutto chiaro dove il regista volesse andare a parare.
Il prologo di Pandemonium è forse la sua parte migliore: il dialogo tra i due personaggi appena morti e che gradatamente si rendono conto di dover andare uno all’Inferno e l’altro in Paradiso (ma ci sarà una sorpresa) ha i toni di un efficacissima commedia nera. L’episodio dedicato alla bambina assassina ha invece la forma di una farsa gotica e inquietante (con una protagonista tredicenne di eccezionale bravura), mentre il successivo, con la madre che per tutto il tempo continua a parlare al cadavere della figlia senza voler accettare il suo suicidio, è di un’angoscia davvero lancinante. Nel finale si ritorna al Nathan della parte iniziale, con un ulteriore sorpresa: il diavolo a cui è stato affidato se lo lascia scappare, e viene spedito sulla Terra per riprenderselo. Potrebbe essere l’inizio di un film bizzarro e divertente, ma invece arrivano i titoli di coda.
Nel presentare il film, Quarxx ha dichiarato che la sua intenzione iniziale era di girare nove episodi, uno per ciascun girone dell’Inferno, e di essere stato dissuaso dalle difficoltà tecniche dell’impresa. Forse se davvero avesse girato più episodi sarebbe più facile dare un senso al film, mentre così la totale diversità delle tre storie presentate rende difficoltoso tirare le somme. Forse il tema potrebbe essere quello della negazione: tutti i personaggi del film in qualche modo non accettano la propria dannazione. Nathan contesta che il proprio peccato meriti l’Inferno, la bambina attribuisce i propri delitti a un immaginario mostro-servitore che fa impiccare al proprio posto, mentre la madre non vuole vedere il suicidio della figlia. A questa negazione fa da contraltare una logica spietata: nonostante nessuno dei personaggi ci sembri davvero meritare l’Inferno (anche la malvagità della bambina è quella inconsapevole di chi non sa valutare la gravità dei propri atti), tutti vengono dannati. Meritiamo tutti l’Inferno, sembra dire il regista, e non lo vogliamo vedere.
A Million Days
di Mitch Jenkins, UK
Con la Terra devastata dal cambiamento climatico, l’umanità affida le sue speranze a un’astronave costruita per fondare una colonia sulla Luna. Tuttavia un esame delle simulazioni condotte da un’intelligenza artificiale fa sorgere il sospetto che quest’ultima stia manipolando la missione per fini ignoti, mentre emergono collegamenti con un incidente che ha causato la morte di un’astronauta cinque anni prima…
A Million Days inizia con alcune scene ambientate in orbita, facendo pensare a un’avventura spaziale, ma è solo un contentino dato allo spettatore: tutto il resto del film ha un impianto strettamente teatrale, un lungo dialogo tra personaggi in cui gli eventi vengono solo evocati senza mai essere mostrati. Un impianto di questo tipo per reggersi avrebbe bisogno di una logica ferrea, mentre purtroppo la trama imbastita dagli sceneggiatori è piena di vaghezze e approssimazioni. Il cambiamento climatico evocato in apertura non è che un macguffin, dato che gli scopi della missione salvifica non vengono mai definiti con precisione. L’idea di fondo (un’intelligenza artificiale che si ribella ai suoi creatori per meglio perseguire gli obiettivi che le sono stati affidati) non è certamente nuova, risale perlomeno a 2001: Odissea nello spazio, più di mezzo secolo fa! La sceneggiatura cerca di accumulare colpi di scena attribuendo sempre nuove mirabolanti capacità all’intelligenza artificiale, ma in questo modo rende sempre più difficile la sospensione dell’incredulità: se può fare tutte queste cose, non si capisce perché abbia dovuto ricorrere a un piano così contorto per ottenere quello che vuole.
In conclusione, un film che mantiene molto meno di quello che promette.
Herd
di Steven Pierce, USA
Una coppia lesbica in crisi cerca di ritrovare la concordia attraverso una settimana di campeggio, ignara che nella zona è scoppiata un’epidemia che trasforma le persone in mostri aggressivi. Ma forse ancora più pericolose dell’epidemia sono le milizie armate che si sono formate per combatterla, ignorando gli appelli alla calma del governo statunitense.
Herd si potrebbe definire un film di zombie revisionista. Sì, perché, anche se quelli mostrati dal film si chiamano “hep” e il regista non vorrebbe fossero chiamati zombie, è inutile negare l’evidenza: siamo di fronte a un film di zombie che mette in scena tutti i cliché del genere, anche se poi ne capovolge il senso: a mano a mano si scopre infatti che gli zombie non sono poi così pericolosi, e che la vera minaccia sono invece le bande armate che sorgono per rimediare alla supposta inerzia del governo, e che finiscono per incrementare la violenza combattendosi tra loro. È trasparente l’atto d’accusa contro l’America rurale, insofferente di ogni regola e autorità e pronta a usare la violenza contro ogni diverso, che siano zombie od omosessuali.
Va sicuramente elogiato il tentativo di rinnovare un genere ormai abusato applicandogli un nuovo sottotesto politico. Detto questo, però, il film non convince del tutto: il messaggio risulta troppo trasparente e a volte eccessivamente retorico, mentre per il resto la regia non si distacca dalla routine del genere. Sufficiente ma niente di più.
The Moon
di Kim Yong-Hwa, Corea del Sud
Non posso in buona fede recensire questo film perché ne ho visto solo un terzo, e poi sono uscito dalla sala per andare alla presentazione di un libro. Posso dire che quello che ho visto non mi ha entusiasmato: il solito film con l’astronauta perduto nello spazio, solo in salsa coreana. Abbiamo già dato.
Bonus: i film dell’anno scorso
Al Trieste Science + Fiction Festival sono andato anche l’anno scorso, a presentare Fanta-Scienza 2, e nell’occasione sono riuscito a vedere un paio di film, che avrei voluto recensire qui ma non ho trovato il tempo. Quindi li recupero ora!
LOLA
di Andrew Legge, U.K.
Negli anni ’30 due geniali sorelle orfane che vivono sole in una villa nella campagna britannica inventano una macchina in grado di captare le trasmissioni televisive del futuro. Per un po’ si limitano ad ammirare le popstar come David Bowie ma, quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, non resistono alla tentazione di usare la macchina per scoprire in anticipo dove cadranno le bombe tedesche. Le conseguenze saranno dirompenti.
Davvero un piccolo capolavoro questo film che si è meritato il premio Méliès d’argent (riservato ai lungometraggi di produzione europea) e anche il premio di Wonderland. Essendo passato un anno dalla sua uscita potete addirittura guardarvelo a costo zero su RaiPlay, e vi consiglio caldamente di farlo!
Il merito di LOLA non è nell’idea in sé, che in fondo è una classica storia di paradossi temporali affine a tante altre viste in precedenza. Quello per cui si distingue è sono lo stile e il rigore con cui la mette in scena. LOLA è interamente realizzato con la tecnica del found footage, come se fosse stato girato (in un magnifico bianco e nero) con una cinepresa dell’epoca per documentare eventi reali (e il motivo per cui questo filmato è presente nel nostro universo verrà spiegato nel finale).
Con due interpreti bravissime e carismatiche che si rubano la scena a vicenda, il film riesce a porre importanti domande sul senso della nostra presenza nella storia, senza mai cessare di essere avvincente. Per me il migliore dei film che ho visto a Trieste.
The Breach
di Rodrigo Gudiño, Canada
Quando un cadavere con inspiegabili ferite e deformità viene trovato sulle rive di un lago, lo sceriffo locale non può esimersi dall’andare a ispezionare il luogo da cui sembra provenire, in un’area praticamente disabitata. Lo accompagnano un amico e l’ex fidanzata.
Può essere che agli appassionati di horror questo film dica qualcosa, ma io l’ho trovato davvero pessimo. La trama di base è una delle più vecchie e scontate del genere (sappiamo fin da principio che nella casa sperduta in mezzo al nulla troveremo uno scienziato pazzo che ha oltrepassato limiti che l’uomo non dovrebbe valicare), e i tentativi di renderla interessante sono confusi e contraddittori, e hanno sempre meno senso a mano a mano che si procede. Non sembra esserci un sottotesto, a meno che non lo si voglia vedere nel personaggio interpretato dal chitarrista dei Rush, Alex Lifeson, che sembra l’evidente parodia di un complottista (però alla fine ha ragione lui, quindi… dove si va a parare?). Vedibile solo se ci si accontenta di un po’ di avventura e suspense senza altro dietro.
Recensione del fumetto “Highwayman” di Koren Shadmi.
Avevo già apprezzato moltissimo Koren Shadmi per Abaddon, inquietante variazione sul tema dell’Inferno. Molto meno mi era piaciuto Rise of the Dungeon Master, biografia a fumetti di Gary Gygax in cui il disegno di Shadmi veniva banalizzato dalla poco efficace sceneggiatura di David Kushner. Ora arriva questo Highwayman, dove l’autore di origine israeliana torna a curare anche la sceneggiatura e arriva di nuovo ai massimi livelli con una storia puramente fantascientifica, diventata immediatamente la mia preferita nella sua produzione.
Siamo sempre dalle parti dell’Inferno, anche se in questo caso è un Inferno in terra. Il protagonista è un uomo senza qualità colpito dalla maledizione dell’immortalità: quando muore resuscita poco dopo, guarito e pronto a riprendere il cammino. Nei sei episodi che compongono la storia (più un settimo collocato al penultimo posto, che in un flashback ambientato nell’America dei primi pionieri ci fa conoscere l’origine del suo tormento) l’uomo vaga alla ricerca della Fonte, obiettivo che dovrebbe spiegargli il perché della sua situazione e dargli finalmente la pace. A ogni episodio corrisponde un forte salto temporale, dal periodo tra le due guerre fino a un futuro lontanissimo, e il viaggiatore si trova a testimoniare della progressiva distruzione della vita sul nostro pianeta e della terribile decadenza della civiltà umana, incontrando nel frattempo altri che condividono, sempre senza comprenderlo, il suo destino di immortale.
Quello di Highwayman non è uno spunto particolarmente originale, ma la sua forza è nella solidità della realizzazione. Una serie di personaggi credibili e memorabili, e una serie di sprazzi vertiginosi che permettono alla mente del lettore di riempire gli spazi lasciati vuoti e disegnare una visione inquietante del futuro dell’umanità. Il tratto di Shadmi è essenziale, non sfrutta grandi effetti ma minuscoli dettagli significativi che vanno a colpire l’immaginazione.
Quello che ho apprezzato di più è l’assenza totale di misticismo e finalismo nel punto di vista dall’autore. La spiegazione finale arriva ed è amara, banale e priva di vero senso come tutto il resto. Il protagonista rifiuta granitico ogni tentativo di giustificare la sofferenza con un fine più grande, ma rimane tenacemente attaccato alla propria umanità, alla propria condizione di testimone dell’Universo che è l’unica cosa che dia un senso al tutto.
Questo è uno di quei libri che ho deciso di leggere nell’istante stesso in cui ne ho appreso l’esistenza. Come occasionale autore di fantascienza, infatti, mi sono sempre posto il problema di come creare degli alieni che non fossero i soliti “umanoidi un po’ strani” che si incontrano spesso nelle space opera, ma che dessero veramente un effetto di alienità, pur essendo credibili dal punto di vista fantascientifico.
Da questo punto di vista il contenuto mantiene solo in parte quanto promette il titolo. Anche se l’autore appare ferratissimo nel campo della fantascienza (sono decine i titoli di libri e film, famosi e oscuri, recenti o d’epoca, citati a proposito), ha deciso di rimanere fermamente ancorato a ciò che conosciamo davvero, e cioè la vita sulla Terra, senza seguire ipotesi più fantasiose. Non si parla quindi, se non per accenni, di forme di vita con basi diverse dal carbonio, tantomeno di idee più eterodosse come forme di vita basate su pura energia.
Quello che il libro fa, invece, è esaminare quello che sappiamo di come si è evoluta la vita sulla Terra e analizzare quale sarebbe potuto essere il risultato se le cose fossero state diverse in qualche momento dell’evoluzione. Un approccio forse meno utile all’autore di fantascienza (non del tutto inutile, comunque, anzi: nel corso della lettura mi sono venute in mente diverse razze aliene davvero bizzarre), ma non meno interessante.
Consiglio quindi Come costruire un alieno a chiunque abbia voglia di rinfrescare e aggiornare le sue conoscenze su biologia, evoluzione, etologia, nonché scoprire molte delle tante stranezze che il corso dell’evoluzione ha prodotto sul nostro pianeta. Di particolare interesse la bibliografia, che offre molti modi per approfondire i temi che nel testo forzatamente vengono solo accennati. Il testo è accessibile anche ai non addetti ai lavori; tuttavia, anche se il tono è colloquiale, l’approccio è rigoroso, e richiede quindi una certa attitudine a letture scientifiche complesse.
Volendo fare una critica, direi che il più grave difetto di Come costruire un alieno è la completa assenza di illustrazioni. Viene citata ogni sorta di strana creatura, e sapere che aspetto hanno un desulfovibrio audaxviator o un eterocefalo glabro senza dover googlare avrebbe sicuramente facilitato l’immersione nella lettura.
Disclaimer: libro ricevuto in visione, su mia richiesta, da Codice Edizioni
Dopo una guerra che ha quasi distrutto la Galassia, i tanti popoli alieni hanno deciso di seguire una regola: quando una specie si evolve a sufficienza da poter diventare un pericolo, bisogna decidere se può essere considerata o meno senziente. Se la risposta è sì, verrà accolta pacificamente nel consesso delle altre civiltà galattiche. Altrimenti verrà sterminata senza pietà e cancellata dall’universo. Il criterio è semplice: per essere riconosciuta senziente, la specie sotto esame deve partecipare all’annuale concorso canoro interplanetario e riuscire a non arrivare all’ultimo posto. È arrivato il momento dei terrestri. Il problema è che, secondo gli alieni, l’unica band della Terra che ha qualche possibilità di incontrare il gusto galattico è un gruppo scalcinato, dimenticato e sciolto dopo la morte della batterista: Decibel Jones & the Absolute Zeros…
È stata davvero una piacevole sorpresa l’uscita di questo libro per i tipi della neonata casa editrice 21lettere. Negli ultimi anni l’Italia è rimasta tagliata fuori dalla stragrande maggioranza delle novità editoriali in campo fantascientifico. Il fatto che il romanzo di un’autrice da noi ancora sconosciuta arrivi nelle librerie appena un anno dopo la sua uscita è quindi decisamente insolito. Se poi aggiungiamo che si tratta di un libro molto particolare, e anche difficile da tradurre, l’evento ha quasi del miracoloso.
L’autrice Catherynne M. Valente (è uno pseudonimo, un po’ autolesionista, data la quasi impossibilità di azzeccare lo spelling giusto al primo tentativo) è statunitense, ha già pubblicato un buon numero di romanzi fantascientifici e fantastici, ha vinto il premio Tiptree ed è stata candidata allo Hugo (anche con questo libro), al World Fantasy, al Locus e chi più ne ha più ne metta. Questa volta ha deciso di scrivere un romanzo dichiaratamente ispirato alla Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, mettendoci dentro la sua grande passione per l’Eurovision Song Contest.
A favore del libro ci sono molti argomenti. In primo luogo, l’idea di base è veramente grandiosa. Non appena ho saputo che si parlava di legare il destino della Terra a una gara canora interplanetaria, mi è immediatamente venuta una gran voglia di leggerlo. Con un’idea così, ho pensato, praticamente il libro si scrive da solo.
In secondo luogo, l’evocazione di Douglas Adams non è campata in aria. Si potrebbe ritenere un po’ presuntuoso voler seguire le orme di uno degli autori più venduti e più amati della storia della fantascienza, ma è innegabile che Valente indossi piuttosto bene questi ingombranti panni, riuscendo a evocare in ogni pagina la scrittura di Adams senza mai sembrare una pedissequa imitazione, anzi, mantenendo sempre la propria individualità.
In terzo luogo, Valente è riuscita in un’impresa notevole: dar vita a un repertorio di ben diciotto razze aliene, tutte ugualmente bizzarre, assurde e ben caratterizzate, dipingendo un quadro molto solido e dettagliato dei loro reciproci rapporti. Un lavoro notevole, forse persino un po’ sprecato per questo contesto (al confronto l’universo di Adams appare volutamente molto più casuale, un luogo in cui qualunque cosa può accadere in qualsiasi momento), ma comunque non alla portata di tutti .
Infine, il pregio maggiore: nelle pagine di Space Opera Valente riesce anche a infilare con estrema naturalezza una serie di stoccate al modo di vivere di noi esseri umani. Che era anche uno dei pregi di Adams, e che non era affatto scontato trovare in una sua epigona: non è affatto facile riuscire a essere profondi con leggerezza.
Vi sto dicendo che Space Opera è un capolavoro, o perlomeno un libro che non può assolutamente non piacervi? Ebbene no. Perché purtroppo il libro ha anche dei difetti. Grossi difetti. Che purtroppo riescono a vanificare gran parte di ciò che ho appena detto.
Il problema più grande di Space Opera è la quasi completa assenza di una trama. Il libro comincia ex abrupto con l’arrivo degli alieni sulla Terra, cui seguono l’annuncio del concorso e la partenza di Decibel Jones per lo spazio. A questo punto ci si aspetterebbe, sulla falsariga della Guida Galattica, un ottovolante di avventure assurde e mirabolanti che mettano in pericolo la vita e la salute mentale dei protagonisti fino all’ultima pagina. Invece non succede più niente. Le successive duecento e passa pagine sono occupate da quello che sostanzialmente è un colossale spiegone: mentre Jones e il suo compare viaggiano verso la meta tentando di comporre una canzone, un narratore onnisciente ci racconta tutto quello che è necessario sapere, e anche buona parte di quello che sarebbe superfluo sapere, sulla biografia della band, sulle diciotto razze senzienti che popolano la Galassia, sulle varie edizioni passate del concorso canoro, e così via.
Mi direte: è proprio necessaria una trama in un libro del genere? A mio avviso, eccome! Tanto più il contenuto vira verso il bizzarro e l’insensato, tanto più è utile che ci sia una vicenda intorno alla quale il lettore possa organizzare le informazioni. Se andiamo a guardare il romanzo ispiratore di Valente, la Guida Galattica, vediamo che al povero Arthur Dent capitano cose dal principio alla fine. Cose che, oltre a essere divertenti di per loro, offrono un comodo aggancio per le bizzarre dissertazioni dell’autore. Se assistiamo alla distruzione della Terra e alla cattura del protagonista da parte degli orribili vogon, saremo curiosi di leggere la spiegazione su chi siano questi alieni, molto più che se l’autore ce lo dicesse di punto in bianco prima ancora di averli fatti agire.
In Space Opera, purtroppo, questo non succede. Troppe informazioni vengono passate al lettore ben prima che sia stata stimolata la sua curiosità in proposito. Io non sono un fanatico a oltranza dello show, don’t tell, ma in questo libro è davvero tutto tell e niente show: persino la presentazione dei personaggi viene lasciata quasi interamente a lunghe dissertazioni invece che a dialoghi e azione. Ed è un peccato, anche e soprattutto perché l’autrice avrebbe tutte le capacità necessarie per fare diversamente. Lo vediamo nelle ultime 120 pagine del romanzo, quando finalmente gli Absolute Zeros sono arrivati sul pianeta Litost per cantare e suonare, e allora improvvisamente succedono cose, si pronunciano dialoghi e tutto diventa estremamente più appassionante e divertente. E allora perché non farlo prima?!
Altro problema, strettamente collegato col precedente, è quello dello stile. Perché le suddette dissertazioni sono scritte inanellando frasi lunghissime, piene di subordinate, infarcite di citazioni, allusioni, espressioni gergali, similitudini bislacche e chi più ne ha più ne metta. Ne leggi una, e rimani ammirato. Leggi un intero capitolo composto quasi esclusivamente da frasi del genere, e fai fatica. Ti capita di arrivare in fondo a una frase ed esserti dimenticato di cosa stava parlando. Ricominci daccapo, e quando arrivi di nuovo in fondo ancora non sei sicuro, e torni all’inizio del paragrafo. Anche apprezzando l’attenzione per lo stile, il rischio è che il ritmo e l’ironia vadano perduti.
Le cose ovviamente peggiorano leggendo il romanzo in traduzione. Non per criticare Alice Zanzottera, che ha affrontato con impegno e fantasia un compito difficilissimo, però la struttura sintattica dell’italiano appesantisce ulteriormente frasi già complicate. Forse sarebbe stato necessario spezzare qualche frase, anche a costo di allontanarsi dall’originale.
Insomma, questo libro lo dovete leggere o no? Secondo me vale comunque la pena, perché è insolito, originale e pieno di idee. Se però, come la promozione fatta dall’editore suggerirebbe, vi aspettate qualcosa in stile Guida Galattica, sappiate che qui incontrerete parecchie difficoltà in più.
Disclaimer: il libro mi è stato inviato gratuitamente, non sollecitato, dalla casa editrice.
Mi aspettavo molto da questo adattamento di uno dei noir più originali che siano mai stati scritti, Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem, ma devo dire di essere rimasto discretamente deluso: il film di Edward Norton mantiene solo una vaga parentela con l’originale, e ne attenua o elimina tutti i tratti di originalità, ottenendo un noir di discreta fattura ma derivativo e di poca sostanza.
Per cominciare, Norton ne ha retrodatato l’ambientazione, passando dal 1999 al 1957, perché secondo lui “sullo schermo personaggi che agiscono come investigatori anni ’50 nella Brooklyn anni ’90 sarebbero sembrati troppo ironici”. Spariscono così due caratteristiche salienti del romanzo: l’ironia autoconsapevole e i riferimenti culturali anni ’90. Al loro posto abbiamo delle curatissime ambientazioni d’epoca e una polemica politica sulla gentrificazione di New York, roba sicuramente bella e interessante ma che con l’originale non ha nulla a che vedere.
Ma il punto principale è il modo in cui viene trattata la sindrome di Tourette del protagonista Lionel. Nel romanzo, in fin dei conti, la trama noir è un fatto secondario, un macguffin: la cosa importante è che vediamo le cose dal punto di vista di una persona che ha enormi difficoltà a rapportarsi col mondo, assistiamo alla sua lotta con se stesso che trapela da ogni frase. Anche nel film Lionel soffre di sindrome di Tourette (o almeno lo si presume, perché non viene mai nominata, anche perché nel 1957 era quasi sconosciuta), ma lo capiamo solo dai suoi tic: la voce interiore con cui commenta una gran parte delle scene è invece quella di una persona del tutto normale. In questo modo la condizione di Lionel cessa di essere il fulcro della storia per diventare solo un dettaglio insolito e buffo; ed è il maggiore tradimento che si poteva infliggere al libro.
Per il resto, la trama è completamente diversa: per inserire i suoi riferimenti alla politica degli anni ’50, Norton ha cambiato tutto, ha cancellato vari personaggi e li ha sostituiti con altri. La trama regge pure, ma ha una somiglianza un po’ troppo forte con quella di un classico come Chinatown di Polansky, e finisce in modo poco memorabile, con un happy ending contorto e tirato per i capelli.
Certo, se non si considera che si tratta di un adattamento, rimane un film discreto, con splendidi interni ed esterni d’epoca, un cast stellare (oltre a Edward Norton, ci sono Bruce Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Bobby Cannavale, Edward Kenneth Williams…) e un protagonista insolito. Ma resta un’occasione perduta.
Uno come me, da sempre in bilico tra il proprio lato “umanistico” e quello “scientifico”, e impegnato a convincere gli altri che non c’è contraddizione tra i due, non può non provare una sfrenata ammirazione per Tom Gauld. Uno che riesce, mantenendo esattamente lo stesso stile, a disegnare vignette sia per il New Scientist che per le pagine letterarie del Guardian e del New Yorker. Uno il cui tumblr si chiama You’re Just Jealous of My Jetpack, cioè “siete solo gelosi del mio zaino-razzo”, frase che fa pronunciare al personaggio di un romanzo fantascientifico di fronte allo snobismo di altri personaggi che si considerano più “letterari”.
Ero leggermente dubbioso di fronte alla prospettiva di una storia “lunga” di Gauld: mi sembrava che il suo stile , già così rarefatto nelle sue vignette e strisce brevi, mal si prestasse a una forma più lunga. Sono felice di ammettere che mi sbagliavo: non solo Mooncop è una piacevolissima lettura, ma è una storia che solo nello stile minimalista di Gauld poteva essere espressa.
Il titolo significa “poliziotto lunare”, ma non aspettatevi scene d’azione. Il protagonista è un tutore della legge il cui coefficiente di risoluzione dei casi è pari al 100%… ma solo perché non ci sono mai casi da risolvere! La Luna è un luogo semideserto e in via di progressivo abbandono da parte degli esseri umani che, dopo averla colonizzata, non sembrano trovare alcun vero motivo per restarci. L’unico che sembra apprezzarla ancora è il nostro poliziotto, che dopo una serie di poetici e bizzarri incontri troverà (forse?), contemplando la Terra nel cielo, un motivo per restare. Una storia che si legge in un baleno, e che fa capire perché Gauld è un convincente interprete della realtà di oggi: per la sua capacità di esprimere la malinconia di un mondo dove il meraviglioso e il banale, il futuribile e il vetusto si accostano e si mescolano senza soluzione di continuità.
L’edizione italiana è di ottima qualità, il (poco) testo è tradotto da una scrittrice sulla cresta dell’onda, Claudia Durastanti.
Disclaimer: recensione scritta sulla base di copia ricevuta in omaggio, non sollecitata.
Sono passati otto anni da quando commentavo con questo post e questo articolo su Players la fine della prima stagione di Game of Thrones. È buffo pensare a quanto siano cambiate le cose da allora. Nel 2011, avendo letto tutti i libri, il mio parere era quello di una persona esperta di un argomento per quasi tutti nuovo e sconosciuto. Oggi si discute di Game of Thrones anche sul tram e dal parrucchiere, e prestigiosi opinionisti si sono impegnati a commentare in diretta ogni puntata; il mio parere sarà quindi una goccia nel colossale oceano del chiacchiericcio mondiale sull’argomento. Proprio perché l’universo mondo si sta esprimendo, comunque, stavolta non ho voluto esimermi dal dire la mia.
(È anche buffo rivangare le domande che mi ponevo allora. “Riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riusciranno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, draghi, giganteschi metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensabili alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Alla fine l’audience ha continuato a crescere fino a livelli da record, i soldi per i draghi si sono trovati eccome, del fatto che gli attori siano invecchiati più del dovuto non è importato a nessuno. L’unico dubbio che purtroppo si è rivelato fondato è la capacità di Martin di terminare di scrivere i libri rimanendo in vantaggio sulla serie TV: non solo non c è riuscito, ma in questi otto anni non ha pubblicato più nulla di nuovo, e da questo derivano gran parte dei problemi delle ultime stagioni.)
Vi anticipo subito in breve cosa ne penso. Credo che il finale di Game of Thrones in sé sia sostanzialmente sensato e in tono con la serie: un finale meno amaro e più trionfalistico sarebbe stato fuori luogo. È probabile che sia stato dettato da Martin stesso, ed è “martiniano” proprio in quanto delude le aspettative più ovvie e infrange i canoni del genere. Purtroppo però il modo in cui ci si è arrivati è invece profondamente insoddisfacente, e ha abbassato di molto la media di una serie che aveva raggiunto livelli qualitativi altissimi.
(Da qui in poi, è superfluo dirlo, saranno SPOILER a manetta!)
Di chi è la colpa? Mi spiace dirlo, ma il principale responsabile resta comunque George R. R. Martin. Il quale non solo in otto anni non ha scritto l’atteso finale della saga, ma già negli ultimi libri pubblicati dà l’impressione di averne perso il controllo. Di questo parlerò in modo più approfondito in un post specificamente dedicato all’argomento, ma comunque voglio sottolineare che negli ultimi due libri pubblicati, A Feast for Crows e A Dance with Dragons, i contorni di un possibile finale sembrano sbiadire invece che farsi più definiti; i personaggi principali si impantanano in complicazioni sempre più intricate, ed entrano in gioco nuovi personaggi e nuove rivelazioni di cui non si sentiva esattamente il bisogno, a rendere ancora più problematica la posizione di chi volesse tirare le fila di tutto il materiale senza tralasciare niente. Insomma, se la serie non è finita in modo degno, la colpa è in primo luogo del fatto che è tratta da una saga che per ora è tronca, e chissà se un finale lo avrà mai.
Ma una pari responsabilità ce l’hanno a mio avviso anche i due showrunner Benioff e Weiss, i quali, dopo aver terminato il materiale originale da cui attingere, hanno deciso che sarebbero arrivati al finale dettato da Martin in soli tredici episodi. C’è chi dice che sia stata una decisione obbligata, dovuta al lievitare dei costi della serie. Costoro non tengono conto però del fatto che, all’epoca, la stampa specializzata fu unanime nell’attribuire interamente agli sceneggiatori la volontà di chiudere in fretta, contro i desideri della stessa HBO, che sarebbe stata disposta a concedere persino altri cinquanta episodi. Una decisione che temo dettata, più che da una visione artistica, da interessi economici (è stato appena annunciato che sceneggeranno il prossimo film di Star Wars, una delle più redditizie franchise hollywoodiane), sicuramente legittimi, ma che non sono andati nell’interesse del mantenimento della qualità.
Abbiamo visto per prima cosa una colossale operazione di potatura, con un gran numero di personaggi eliminati prematuramente senza andare troppo per il sottile. Con vittime principali Rickon Stark (rimasto nascosto per intere stagioni e poi tirato fuori dal cilindro solo per farlo immediatamente ammazzare da Ramsay Bolton) e tutti gli avversari politici di Cersei Lannister, fatti fuori letteralmente col lanciafiamme (un’esplosione di altofuoco che li ha cancellati dalla serie dal primo all’ultimo).
Questo forse era inevitabile: chiunque volesse portare la serie a un finale in tempi ragionevoli doveva per forza di cose concentrarsi su alcune linee narrative e rinunciare a dare un senso di compiutezza alle storie di ogni singolo personaggio minore. Quello che risulta difficile perdonare a Benioff e Weiss è l’aver trattato con pari sufficienza e sbrigatività anche i personaggi e le storie maggiori. Una volta sfrondato l’albero, il materiale per arrivare a una degna conclusione ci sarebbe stato, ma non è stato sfruttato a dovere. Abbiamo visto invece alcuni personaggi subire una sorta di de-evoluzione, abbandonando senza motivo il percorso costruito in tante stagioni per tornare a essere repliche sbiadite di ciò che erano all’inizio, come se gli autori si sentissero più a loro agio a lavorare con cliché che con personaggi complessi.
Per esempio Jaime Lannister: da cattivo disposto a qualunque nefandezza per amore della sorella-amante Cersei, nel corso delle stagioni era diventato sempre più umano, ed era sembrato trovare nell’amore per Brienne di Tarth la spinta definitiva per diventare una persona diversa. Ma se nei libri le cose sembrano andare davvero così, all’inizio della settima stagione gli sceneggiatori hanno pensato bene di fargli quasi-stuprare la sorella accanto al cadavere del figlio facendogli concepire un altro bambino, riportando il personaggio alle origini. In TV Jaime resta così, irrisolto: disobbedisce alla sorella e si reca al Nord a combattere insieme ai suoi nemici, sembra concedersi finalmente all’amore per Brienne… e poi si rimangia tutto per tornare con la sorella e morire insensatamente con lei. Una scelta che non solo è molto difficile da giustificare a livello psicologico, ma che va a contraddire la cosiddetta “profezia del valonqar”, un dettaglio che a suo tempo Benioff e Weiss avevano giudicato tanto importante da contravvenire alla loro stretta regola che bandisce i flashback. Abbiamo visto quindi una giovane Cersei ricevere da una veggente la predizione che sarebbe stata uccisa dal fratello minore. Fratello che lei identificava in Tyrion, ma che i bene informati sapevano poter essere anche Jaime, suo gemello ma nato per secondo. Ma nel finale Cersei muore dopo che entrambi i fratelli si sono impegnati per salvarle la vita, mandando al diavolo la profezia (e la coerenza narrativa). [Nota: mi fanno notare che nella versione televisiva la profezia non fa cenno al valonqar; tenere a mente tutte le differenze tra libri e serie TV è davvero complicato!]
Identico discorso si può fare per Arya Stark, che abbiamo visto affrontare volontariamente un addestramento disumano che l’ha trasformata in un’assassina priva di sentimenti pur di poter avere la sua vendetta. Una volta che Arya è tornata a Grande Inverno, però, tutto questo viene quasi dimenticato. Si addolcisce, decide addirittura di punto in bianco di perdere la verginità, nel combattere contro i non-morti sembra aver perduto i suoi poteri mimetici e tornare a essere una ragazzina in lotta con poteri più grandi di lei. Poi sembra ricordarsi di essere un’assassina, uccide addirittura il Re della notte e parte col Mastino in cerca della vendetta definitiva contro Cersei. Ma nel finale basta una frase buttata lì dal Mastino per indurla a rinunciare, per poi vagare impotente attraverso la città in fiamme in una lunga scena che non porta a nulla. Il suo è diventato un personaggio irrisolto e senza scopo, tanto è vero che la sceneggiatura ha creato dal nulla un suo desiderio di esplorare il mondo a ovest di Westeros pur di darle un’uscita di scena purchessia.
(A proposito del Mastino, anche lui nel lungo viaggio a fianco di Arya sembrava aver trovato una sorta di redenzione, e invece lo vediamo morire insieme al fratello in un lungo duello, molto spettacolare ma del tutto ininfluente ai fini della storia: che morisse o vivesse uno o l’altro dei Clegane, o ambedue, nulla cambierebbe per qualunque altro personaggio.)
Ma il problema più grave di queste ultime stagioni è l’avere sprecato in gran parte tutta l’attesa e la tensione che erano state costruite intorno a due filoni principali: l’elemento profetico-soprannaturale, e le vicende parallele dei due eredi Targaryen, Jon/Aegon e Daenerys, il ghiaccio e il fuoco che, in tutta evidenza, costituiscono il nucleo centrale di una saga che, nella sua versione letteraria, si chiama A Song of Ice and Fire.
I tre principali temi soprannaturali della serie sono stati: il tentativo di Melisandre, la Donna Rossa, di mettere al servizio del proprio ambiguo dio R’hllor (in grado di resuscitare i morti e di proteggere dalle tenebre, ma anche pronto a esigere spietati tributi di sangue) il futuro re dei Sette Regni, che lei erroneamente identifica con Stannis, ma che da tutti gli indizi sembra invece essere Jon Snow; il viaggio iniziatico di Bran per diventare il Corvo con Tre Occhi e acquisire il dono della profezia; e soprattutto l’arrivo dell’Inverno e l’atteso attacco degli Estranei con la loro schiera di non-morti.
Di tutto questo è rimasto ben poco. Melisandre ricompare dal nulla solo per dare un (poco significativo) aiuto in battaglia e poi lasciarsi morire, come se il suo scopo fosse sempre stato quello di sconfiggere gli Estranei e non quello di far sì che R’hlorr diventasse il dio dei Sette Regni. Il dono della profezia di Bran, raggiunto a prezzo di enormi sacrifici e della morte di diverse persone, si dimostra sostanzialmente inutile: Bran conosce tutto quello che succederà ma non ne mette a parte nessuno, né sembra essere in grado di intervenire per modificare ciò che accadrà. L’unica utilità del dono di Bran è di farne il bersaglio del Re della notte, cosa che causerà la dipartita di quest’ultimo, ma tutta questa fretta del Re di uccidere Bran rimane immotivata. (Inoltre il quasi assoluto distacco dalle vicende umane ostentato da Bran una volta acquisito il dono risulterà in totale contrasto con la sua pronta e convinta accettazione del trono nel finale!) Infine l’inverno degli Estranei: qui almeno abbiamo avuto una colossale battaglia al buio e al gelo, ma alzi la mano chi non è rimasto deluso nel vedere l’intero esercito dei non morti sconfitto da una singola pugnalata (possibilità che non era mai stata ventilata in precedenza) e l’inverno che sarebbe dovuto essere epocale finire nel giro di un paio di episodi.
Quanto a Jon, la sua vera identità di erede dei Targaryen è stato un segreto svelato a poco a poco con indizi sapientemente dosati, poi con due flashback inequivocabili, tenuto nascosto al protagonista fino all’ultima stagione… e, quando finalmente lui lo viene a sapere, non accade praticamente nulla. Sostanzialmente gli unici effetti causati dalla rivelazione sono l’esecuzione di Varys e creare una prima frattura tra Jon e Daenerys, ma a parte questo se la rivelazione non ci fosse stata e fosse rimasto fino alla fine il bastardo di Ned Stark il finale avrebbe potuto svolgersi nello stesso modo. Questa è forse la più grossa delusione di tutta la serie.
Infine, Daenerys, che ha polarizzato le discussioni in rete tra chi ha trovato assurdo il suo diventare la “cattiva” della saga dopo esserne stata sempre una delle principali eroine, e chi invece riteneva che le sue azioni passate già ne dimostrassero la natura tirannica ereditata dal padre Aerys il Folle. Il problema è, a mio avviso, ancora una volta la troppa fretta. Che Daenerys, data la sua intransigenza e la sua granitica convinzione di avere diritto al trono, potesse entrare in contrasto con gli altri eroi e finire per compiere azioni ingiustificabili, era del tutto plausibile. Purtroppo la cosa è stata gestita malissimo, con una Daenerys che di punto in bianco compie una strage di innocenti del tutto immotivata, mentre in precedenza ogni sua azione, anche la più spietata, aveva sempre avuto stringenti motivazioni politiche. La tesi per cui la sua sarebbe stata una decisione conscia di governare attraverso il terrore non regge: avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato punendo esemplarmente i nobili come aveva fatto più volte in passato, non la gente inerme, distruggendo l’immagine di protettrice dei deboli che si era faticosamente costruita in tante battaglie. Il suo non sembra un atto logico, ma un impazzimento inspiegabile al solo scopo di giustificare la sua imminente uccisione.
Con tutto questo non voglio dire di non essermi divertito a guardare l’ultima stagione di Game of Thrones, che ci ha dato un gran numero di scene altamente spettacolari e ci ha fatto comunque trepidare per i suoi personaggi (il fatto che praticamente da una settimana in rete non si discuta di altro che del loro destino è in sé un evento storico per la televisione). E non voglio nemmeno dire che avrei voluto che finisse in modo diverso: che alla fine Daenerys non riesca a diventare la liberatrice dai sette regni ma si trasformi in una tiranna e muoia, che Jon non salga mai sul trono nonostante ne sia l’erede e tutte le profezie lo vogliano, che il re alla fine diventi qualcun altro, sono tutte cose che rientrano perfettamente nello spirito iconoclasta della saga. Vorrei solo che ci si fosse arrivati con meno fretta, portando a compimento tutti gli archi narrativi che erano stati tracciati, e senza tante evidenti forzature.
In questi giorni in rete è circolato un gran numero di difese d’ufficio del finale, quasi tutte argomentate principalmente sulla sua validità simbolica. E c’è persino chi ha sostenuto che, uccidendo Danerys, Jon avrebbe dimostrato di essere il “principe promesso” profetizzato da Azor Ahai, che avrebbe liberato il mondo dalle tenebre incarnate non dagli Estranei, come tutti pensavano, ma da Daenerys. A me questa tesi fa sorridere. A parte il fatto che Azor Ahai esiste solo nei libri, e in TV non se n’è mai parlato, la validità di un finale non si può giudicare a partire da valutazioni puramente esterne. Una storia deve trovare in sé la sua giustificazione, senza doversi apoggiare a metanarrazioni e metaanalisi per trovare un senso.
Quello che fa grande una storia non è solo ciò che succede, ma soprattutto il modo in cui viene raccontato, facendocelo sentire come autentico e inevitabile: proprio ciò che in queste ultime stagioni è mancato. Game of Thrones è stata una grande, grandissima storia, che purtroppo nelle ultime due stagioni è stata raccontata male, in modo frettoloso e sciatto. Pensiamo solo all’ultima puntata, dove alla scena clou dell’uccisione di Daenerys e della distruzione del Trono di Spade (questa sì un’idea bellissima e potente!) segue una terrificante ellissi che ci porta direttamente a una trattativa diplomatica, lasciandoci in dubbio su come sia possibile che dopo un fatto del genere non si siano tutti scannati a vicenda invece che ritrovarsi in un’incruenta, anche se accesa, discussione. (Ma ci sarebbe molto altro da dire sul frettoloso montaggio di quest’ultima stagione, citerò solo il momento WTF in cui Jon lascia Verme Grigio intento a sgozzare prigionieri per andare a parlare con Danerys, si inerpica per una colossale scalinata e in cima trova… ancora Verme Grigio! Manca solo che gli chieda: “Ma hai preso l’ascensore?”.) E aggiungo: il fatto che in quattro e quattr’otto decidano che il Nord sarà un regno indipendente è una cosa che non ha senso, e sembra buttata lì solo per fare contenti i fan di Sansa.
Non firmerò certamente l’assurda petizione che chiede di rifare da capo il finale. Quel che è fatto è fatto, sono contento di aver seguito Game of Thrones per nove anni e otto stagioni, e non giudico tempo perso aver seguito questi ultimi sei episodi. Ma la convinzione che sarebbero potuti essere molto, molto migliori difficilmente qualcuno me la toglierà.