Una sedia vuota

180001_1888058484459_4061087_nCi ha lasciato la settimana scorsa Tecla Dozio, che tutti i milanesi conoscono come “la libraia della Libreria del Giallo”, anche se la libreria l’aveva chiusa ormai da diversi anni. Ebbi la fortuna di conoscerla pochi giorni dopo il mio arrivo a Milano: ero finito in un pensionato universitario a pochi passi dalla sua sede, che allora stava in piazza San Nazaro in Brolo. La incontrai subito esplorando i dintorni, e divenne una tappa fissa dei miei giri, anche se il me stesso ventenne era un po’ intimidito da Tecla e dall’occhiataccia che mi aveva lanciato quando incautamente le avevo fatto ordinare una rivista dall’estero e poi, sentito il prezzo, avevo fatto marcia indietro. Ma continuai a frequentarla, anche dopo che fu costretta a spostarsi altrove.

Non mi dilungherò sull’importanza grandissima e innegabile che Tecla ha avuto per la narrativa gialla in Italia: su questo si sono già espresse persone ben più qualificate di me. Vorrei però aggiungere che la sua attività di patronaggio si è estesa anche alla fantascienza: un genere che sicuramente non amava quanto il giallo, ma che ha comunque molto aiutato, ospitando nella sua libreria numerose presentazioni ed eventi, che erano sempre occasioni di scambi e conoscenze. Grazie a Tecla ho avuto la possibilità non solo di incontrare di persona uno dei miti della mia adolescenza, il grande Robert Sheckley, ma addirittura di mangiare una pizza insieme a lui. Al nostro tavolo sedeva anche un altro personaggio appassionatissimo di fantascienza. Chiacchierammo a lungo, alla fine della serata saltò fuori che era Giuseppe Lippi, già allora curatore di Urania. Mi disse di mandargli un curriculum, e così iniziò la mia collaborazione con la testata, che dura ormai da una ventina d’anni.

Insomma, a Tecla devo molto, e penso proprio di non essere il solo. Purtroppo fu costretta a chiudere la sua attività. Quando le chiesi perché, mi disse che era stanca di dover chiedere periodicamente contributi agli amici, dato che la libreria non si reggeva da sola, e tutto l’aiuto che era riuscita a ottenere dal Comune era una sede in affitto in una viuzza decentrata dove non passava mai nessuno se non i clienti abituali. Ma anche dopo aver chiuso ed essersi trasferita in Lunigiana continuava a venire a Milano per presentare i libri. E tra noi si diceva: “Andiamo da Tecla?”. E ci si andava, senza neanche sapere quale fosse il titolo. Perché sapevamo che ne sarebbe valsa la pena, persino se libro e autore non erano un gran che: ci avrebbe pensato lei, con la sua verve, a renderli interessanti. E alla fine della presentazione lei avrebbe avuto un sorriso o una battutaccia per ciascuno dei presenti.

Ci era mancata la tua libreria, tu ci mancherai di più.

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