Wired

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Ci fu un momento della mia vita in cui avrei fatto qualunque cosa per far parte della redazione di Wired. In effetti feci una cosa che non avevo mai fatto prima e non ho più fatto dopo nella mia vita: mi presentai a quello che era per me un perfetto sconosciuto, cioè Riccardo Luna, futuro direttore dell’edizione italiana di Wired, e gli proposi di prendermi nella redazione che, a quanto mi avevano detto, stava mettendo insieme. Mi concesse un colloquio, dove arrivai con una serie di proposte per futuri articoli. Se fosse stato un film, mi avrebbero nominato caporedattore sul posto. Non era un film, avevo probabilmente parecchio frainteso il tipo di rivista che sarebbe stata la futura Wired, e proprio non riuscii a impressionare Luna, che non solo non mi assunse, ma neppure mi riconobbe quando lo incontrai qualche mese dopo.
Quando la rivista arrivò in edicola senza di me, ci rimasi molto male, ma decisi comunque di tentare la via della collaborazione esterna. Anche lì non andò benissimo: sulla testata cartacea riuscii a pubblicare un solo articolo. Però non tutti i mali vengono per nuocere: qualche tempo dopo quell’articolo generò lo spunto che mi portò a una collaborazione molto più solida e soddisfacente, quella con Il Sole – 24 Ore.
L’articolo in questione è ancora visibile online:
Acqua, sale e un’idea

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