No representation without taxation

Le recenti rivelazioni su brogli praticati in Oceania nel corso delle ultime elezioni politiche non fanno che confermare l’opinione che ho sempre avuto riguardo al voto degli italiani all’estero: si tratta di una legge insensata, che non avrebbe dovuto essere approvata e che andrebbe abrogata subito (nonostante abbia il merito, se così lo si può chiamare, di aver procurato al centrosinistra la sua risicatissima maggioranza in Senato).
Il fatto è che la questione del voto degli italiani all’estero riunisce due questioni totalmente diverse e separate. La prima è quella di permettere agli italiani che temporaneamente si trovano lontano dal loro seggio di poter votare ugualmente. La seconda è quella di dare il voto anche agli italiani che risiedono stabilmente all’estero, e pertanto non sono iscritti ad alcun seggio italiano.
Il primo problema mi pare abbastanza facilmente risolvibile (in molte nazioni il voto dall’estero, per posta o nei consolati, è una pratica consolidata) e decisamente importante. Ma la legge sul voto degli italiani all’estero non se ne occupa affatto. Tuttora, se sei in vacanza, sei uno studente Erasmus, o comunque ti trovi all’estero temporaneamente, non hai la possibilità di esercitare il tuo diritto di voto.
In compenso, la legge ha dato la possibilità di votare a centinaia di migliaia di italiani che risiedono stabilmente all’estero. La cosa è stata presentata come una grande conquista di civiltà non solo dai promotori della legge come Mirko Tremaglia, ma anche da esponenti di sinistra come Furio Colombo. Eppure, a me sembra palesemente un nonsenso. In pratica è stato concesso un diritto a persone che non hanno alcun dovere nei nostri confronti. Gli italiani all’estero non sono soggetti alle leggi italiane e non pagano le tasse in Italia; sono quindi dei soggetti totalmente irresponsabili, che possono prendere parte al processo decisionale senza subirne le conseguenze. Per fare un paragone, immaginate che una legge stabilisca che, nei condomini, 100 millesimi vadano assegnati agli ex inquilini dello stabile, che non abitano più lì, non contribuiscono alle spese, ma possono influenzare le decisioni dell’assemblea. Vi sembrerebbe logico?
Per giunta, la legge implica che ci siano candidati in collegi esteri che tengono la loro campagna elettorale all’estero, fuori dal territorio italiano. Il che implica sia l’impossibilità di far rispettare le norme, sia anche solo di garantire che la campagna elettorale si possa tenere (non è solo un’ipotesi: già il Canada ha espressamente vietato che si possa votare per elezioni straniere all’interno del suo territorio).
Le conseguenze sono evidenti: disparità di trattamento per i cittadini a seconda del luogo in cui risiedono, facilità di brogli,tutto per eleggere dei parlamentari che, non avendo particolari responsabilità verso i loro elettori, possono prestarsi come manovalanza per manovre politiche (Pallaro docet). Approvare queste legge è stato un errore che andrebbe corretto. Ma ormai gli italiani all’estero hanno i loro rappresentanti in Parlamento, sufficientemente numerosi e corteggiati da rendere pressoché certo che la legge rimarrà in vigore per sempre. Un’altra di quelle entità inutili e dannose che si sostentano a danno del Paese, mostri che l’eterno sonno dell’Italia partorisce a getto continuo.

Share Button

4 risposte a “No representation without taxation

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *