Anche nel 2025 sono riuscito ad andare al Trieste Science + Fiction Festival e a vedere un po’ di film in concorso. A differenza degli altri anni, sono stato sfortunato, e tra i film che sono riuscito a vedere non c’è stato nessuno di quelli premiati. In particolare non sono riuscito a vedere Redux Redux, vincitore sia del premio Asteroide, sia del premio Wonderland, che mi dicono essere bellissimo. In attesa di recuperarlo (al momento non sembra essere disponibile nel nostro Paese), e con enorme ritardo (abbiate pazienza, ma non riesco proprio a stare dietro a questo blog!), ecco le recensioni di tutti i film che sono invece riuscito a vedere.
Transcending Dimensions
di Toshiaki Toyoda, Giappone
Un carismatico santone è a capo di una setta su un monte giapponese, dove convince gli adepti a mozzarsi i mignoli che usa come componenti per i propri incantesimi. Una misteriosa ragazza assolda un killer per eliminare il santone e trovare il proprio fidanzato, che è scomparso dopo aver aderito alla setta. Costui è in realtà prigioniero in una clinica, dove i suoi trip mistici vengono monitorati per scoprire come accedere ad altre dimensioni…

Questo è uno di quei film che ti fanno esclamare “Ma cosa diavolo ho appena visto?!” quando esci dalla sala. Forse, se fossi giapponese, o se avessi visto i cortometraggi della serie Wolf Shrine, di cui a quanto pare questo film è un seguito, saprei spiegare meglio di cosa parla Trascending Dimensions. Ma non sono giapponese e questa è la prima opera di Toyoda che vedo, quindi devo rassegnarmi al fatto di non essere riuscito a capire se questo sia più un film serio o un film grottesco (i due registri continuano ad alternarsi), o che cosa succeda davvero nella seconda parte. Quello che posso dire è che, nonostante queste mie défaillances, il film mi ha colpito moltissimo. Toyoda è uno di quei rari registi dotati di uno stile personalissimo e in grado di sorprenderti continuamente con trovate geniali. Se aggiungiamo le musiche bizzarre e di atmosfera (opera dei britannici Sons of Kemet) e la carismatica interpretazione di Chihara Junia nella parte del santone, ne ho abbastanza per dire che questo è un film che va visto, perché è un esperienza cinematografica non paragonabile a nessun altra. Dove altro potete vedere un monaco che attraversa le dimensioni a bordo di un’astronave a forma di mignolo mozzato?
Affection
di BT Meza, USA
Dopo un incidente stradale, Ellie si risveglia in una casa isolata in compagnia del marito e della figlioletta. Solo che non ricorda affatto di essere Ellie, e pensa di essere un’altra persona, di cui ha tutti i ricordi. Il marito le dice che si tratta di un’allucinazione dovuta allo shock, e di averla portata in campagna proprio per consentirle di recuperare la memoria. Solo che la memoria non torna, e sempre più particolari non combaciano…

Affection inizia molto bene, calando efficacemente lo spettatore in un’atmosfera di paranoia e suspence, e giocando bene le sue carte nel far crescere la tensione senza cadute e senza rivelare troppo. I problemi cominciano nella seconda parte, quando da thriller/horror il film imbocca una svolta fantascientifica, e lo spettatore comincia a porsi delle domande. Da dove arriva la mirabolante e futuribile tecnologia che si rivela essere alla base di tutto, visto che il film sembra ambientato in un’epoca per il resto indistinguibile dal presente? Perché tale tecnologia sembra incontrare persistenti problemi di funzionamento con la madre, ma non con la figlia? A chi appartengono esattamente i ricordi che la protagonista si ritrova nella testa? Per quale motivo è stato realizzato il videomessaggio in cui la protagonista trova provvidenzialmente la spiegazione di tutto? A tutte queste domande il film risponde in modo poco soddisfacente, e la storia finisce per apparire forzata e poco credibile, un mero pretesto per mettere in scena un finale truculento, in cui anche il messaggio sulla sindrome maschile del controllo mascherata da affetto finisce per perdersi. Uno dei tanti film fantastici poco convincenti che affollano le piattaforme streaming.
Falsehood
di Ethan Hickey, Canada
Negli USA del futuro è possibile leggere, estrarre e cancellare la memoria delle persone, e il governo può controllare la circolazione di specifici ricordi. Uno in particolare, detto “Il Ricordo della Menzogna”, relativo a una passata spedizione su Marte, è proibito e può essere detenuto da una sola persona, detta il Custode del Ricordo. Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali, la candidata sfidante annuncia che renderà pubblico il Ricordo, mentre il presidente in carica afferma che divulgarlo sarebbe un danno enorme per la società…

Cocentissima delusione per quello che sulla carta sembrava uno dei film più interessanti della rassegna, ma che a mio avviso non mantiene nulla di quello che promette. Cominciamo col dire che lo spunto fantascientifico si smonta subito: le scene iniziali ci mostrano una “polizia della memoria” in azione, alludono all’esistenza di trafficanti di ricordi, fanno pensare a un ossessivo controllo del pensiero dei cittadini, ma tutto questo scompare rapidamente dall’orizzonte e non se ne parla praticamente più. Resta in ballo il concetto di un ricordo segretamente conservato da una sola persona, il che, oltre a essere abbastanza privo di senso (se lo si ritiene così pericoloso, perché non cancellarlo del tutto?), non è che un macguffin: se al posto di questa tecnologia futuribile di conservazione dei ricordi ci fosse stata una foto o una videocassetta, dal punto di vista della trama sarebbe la stessa cosa.
Dopodiché tutto il film è costruito sull’alternativa tra rivelare una verità che potrebbe essere distruttiva per la società o mantenere in piedi un’utile menzogna, il che potrebbe anche essere un tema interessante. Senonché l’argomento del segreto è l’esistenza di una qualche entità creatrice dell’umanità, e qui cadono davvero le braccia: davvero nel 2025 si può fare un film in cui tutti sembrano convinti che la religione sia l’unico collante della società, senza il quale precipiteremmo nella barbarie? (Del resto, anche l’idea per cui un astronauta allontanandosi dalla Terra incontri il Creatore poteva avere senso nel 1949, quando ne scriveva Dino Buzzati, ma ora sinceramente mi pare improponibile).
E non è tutto: non solo le tematiche che si vorrebbero “politiche” appaiono risibili, ma gli autori hanno pensato bene di declinarle sotto forma di family drama. Quindi, invece che azione, il film ci propina noiosissimi conflitti tra fratello e sorella, e tra padre, figlia e zia, su come meglio onorare l’eredità della madre/nonna. Persino dal punto di vista visivo il film delude, con una fotografia inspiegabilmente buia e ambientazioni più adatte, appunto, a un family drama che a un thriller fantapolitico.
L’ultimo insulto: c’è pure un finale aperto, perché agli autori non bastava tirarla in lungo per un unico film, intendono farne una trilogia. Grazie tante, ma a me è bastato il primo!
Junk World
di Takahide Hori, Giappone
Dopo una guerra durata un secolo e mezzo e che ha semidistrutto la Terra, gli esseri umani e i mulligan, androidi creati come schiavi e che si sono ribellati, hanno fatto pace e si sono divisi il pianeta. Dopo che da una città abbandonata sono stati captati misteriosi segnali, umani e mulligan decidono di mandare in esplorazione una spedizione congiunta…

Anche questo film giapponese è un seguito (del film Junk Head del 2017), ma in questo caso non è un problema, si può seguire tranquillamente senza averlo visto. Si tratta di un’animazione in stop-motion davvero sontuosa, che lascia ammirati per ingegnosità, fluidità e livello di dettaglio. Ma non è tutto, perché il film è anche dotato di una trama davvero interessante, che dopo un solido avvio di fantascienza militare precipita in un vortice di viaggi nel tempo che abbraccia ere geologiche e generazioni con una logica ferrea. Il tutto raccontato in uno stile personalissimo, che mescola, alla giapponese, che mescola senza problemi il dramma con il grottesco (citerò solo la tribù di androidi vestiti in costume sadomaso!).
Se si può fare una critica al film, è di aver voluto forse strafare: nella seconda iterazione del viaggio nel tempo ci sono alcune scene ripetute da un diverso punto di vista ma che non aggiungono molto alla comprensione della storia e si sarebbero potute evitare; mentre la terza iterazione risulta più debole delle altre e fa finire il film in modo meno incisivo di quanto avrebbe potuto. Ma Junk World resta comunque un film assolutamente da vedere per gli appassionati del genere.
The Restoration at Grayson Manor
di Glenn McQuaid, Irlanda/Austria
Boyd è il rampollo di una ricca famiglia irlandese, in perenne conflitto con una madre dispotica, alla quale si rifiuta di dare un erede. Le sue passioni sono suonare nei locali e rimorchiare sconosciuti per praticare sesso gay promiscuo scandalizzando la genitrice. Quando si ritrova con entrambe le mani mozzate in un incidente, la madre lo confina nella dimora di famiglia, dove un’improbabile equipe formata da un medico geniale ma in disgrazia, un’infermiera preda di strane crisi e un ambiguo badante avrà il compito di rimpiazzargli gli arti con avveniristiche protesi comandate dal subconscio…

The Restoration at Grayson Manor è basato su un’idea semplice ma geniale: prendere l’impianto del classico film horror della Hammer e reinterpretarlo in chiave gay ed esplicitamente sessuale, incentrandolo sul rapporto sadomasochistico tra una madre tirannica e castrante e un figlio apparentemente ribelle ma incapace di sottrarsi davvero al suo dominio.
Grazie alla bravura di Alice Krige (meglio nota come la regina dei Borg di Star Trek) nella parte della madre, il film funziona molto bene finché rimane una sguaiata commedia. Purtroppo, dopo aver pazientemente costruito le premesse per uno showdown orrorifico, non mantiene la promessa. Quando, come nelle attese, i personaggi cominciano a morire uno dopo l’altro, tutto avviene senza autentica suspence e anche senza vero orrore: lo spettatore non ha mai veramente dei dubbi su cosa ci sia alla base dei delitti, e gli ammazzamenti (complici anche degli effetti speciali non proprio di prima qualità) non spaventano e non sorprendono. Il paradossale finale è comunque soddisfacente, ma resta il rammarico per un film che, con una maggiore cura per il lato horror, avrebbe funzionato molto meglio.
Xeno
di Matthew Loren Oates, USA
New Mexico. Renée è una quindicenne scontrosa, in lotta con un patrigno infingardo e alcoolizzato e con una madre debole e succube, e la sua unica passione è allevare ragni, serpenti e altre creature repellenti. Quando si trova di fronte un alieno enorme, zannuto e bavoso, non esita un istante a cercare di aiutarlo e di farselo amico, nascondendolo a chi lo sta cercando…

Per me il film-rivelazione di questa rassegna. Sulla carta non prometteva molto: da E.T. a Super 8, da Lilo & Stitch a Il gigante di ferro, quanti film abbiamo già visto in cui uno o più ragazzini fanno amicizia con una creatura venuta dallo spazio braccata dagli adulti? Eppure, Xeno riesce a ritagliarsi un suo spazio di originalità all’interno di un sottogenere risaputo, grazie alla sua scelta di puntare tutto sul realismo e di non fare sconti allo spettatore. Qui l’alieno non è carino, è veramente un mostro repellente e pericoloso (e potrebbe davvero essere l’avanguardia di un’invasione), la famiglia di Renée è veramente disfunzionale (e non in modo simpatico), la stessa ragazzina ha un carattere decisamente abrasivo, e gli uomini del governo non sono affatto stupidi e ottusi, ma agiscono secondo una logica crudele ma non insensata. Il risultato è un film che emoziona (grazie anche alla buona interpretazione della protagonista Lulu Wilson) e che meriterebbe sicuramente una distribuzione in Italia, anche se dubito che accadrà, non trattandosi del classico film “per famiglie”. Vi esorto comunque a recuperarlo, se ci riuscite.
Chien 51
di Cédric Jimenez, Francia
La Parigi del prossimo futuro è suddivisa in zone, e solo a pochi è consentito di accedere a quelle più privilegiate. L’ordine è mantenuto grazie ad ALMA, un’intelligenza artificiale che monitora la città grazie a droni e meccanismi di riconoscimento facciale, e che è in grado di ricostruire con grande probabilità di successo come può essersi svolto un crimine. Quando l’ingegnere che ha programmato l’IA viene ucciso in un attentato, i sospetti cadono su un’organizzazione clandestina che si oppone ad ALMA.

Premessa: documentandomi su questo film ho scoperto che non solo è tratto da un romanzo, ma che il romanzo è già stato pubblicato in Italia da e/o come Cane 51! Ovviamente mi era sfuggito, perché come sempre è stato pubblicizzato come noir, senza minimamente far trasparire che si tratta di un romanzo di fantascienza.
In ogni caso, Chien 51 è un noir fantascientifico solido, asciutto e profondamente politico, che affronta due temi attualissimi come il pericolo del controllo sociale attraverso l’intelligenza artificiale e la distanza sempre maggiore che separa privilegiati e sfruttati, in modo efficace e mai predicatorio. Reinterpreta in modo originale il cliché della coppia di investigatori profondamente diversi ma uniti da uno scopo comune, ed è girato con un livello tecnico sorprendente, con scene d’azione ambientate in un mondo futuristico migliori, lo dico con convinzione, di quelle che attualmente offrono film e serie TV statunitensi.
Unico difetto: un finale forse un po’ semplicistico rispetto a quanto ci si poteva aspettare, anche se per nulla consolatorio. In ogni caso mi è piaciuto molto, e mi ha lasciato con la domanda: perché in Italia non è neppure lontanamente concepibile girare un film così?