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Memento – I sopravvissuti

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Le Detonazioni hanno trasformato la Terra in un luogo desolato: la civiltà è distrutta, e tutti gli umani sono stati trasformati in esseri deformi, fusi con oggetti, tra di loro e con la terra stessa. Si sono salvati solo i Puri, cioè coloro che abitano un enorme rifugio chiamato la Sfera, e attendono che il pianeta ritorni abitabile. Pressia, una ragazza la cui mano destra è fusa con una testa di bambola, è in fuga per evitare, al compimento dei 16 anni, di essere arruolata a forza nella milizia. Nel frattempo il suo coetaneo Partridge, figlio del leader della Sfera, fugge dal rifugio alla ricerca della madre, dopo aver scoperto che potrebbe essere sopravvissuta e nascosta da qualche parte all’esterno…

La fantascienza sarà pure moribonda, ma deve conservare almeno un po’ del suo appeal se Julianna Baggott, affermata autrice di romanzi sentimentali e per ragazzi, ha deciso di scrivere una distopia postcatastrofica nel segno della fantascienza più classica. Ammetto di essermici accostato con molto sospetto, timoroso di trovarmi di fronte all’ennesimo polpettone sentimentale a sfondo fantastico per adolescenti. Fortunatamente non è stato così: Memento – I sopravvissuti è un libro serio, non sdolcinato (anzi, a dirla tutta alquanto depressivo) e con qualche ambizione. Non è però un libro particolarmente riuscito, per i motivi che dirò.
La cosa migliore del romanzo è l’ambientazione: l’autrice mostra fantasia e abilità nel creare una galleria di personaggi deformi (il mio preferito è El Capitan, che si porta addosso il fratello minore come un doppio inseparabile, una specie di riedizione del Joe-Jim Gregory di Heinlein), destreggiandosi tra uno scoperto simbolismo e il puro gusto del bizzarro.
Il problema è che l’autrice riesce a sfruttare tali atmosfere solo in piccola parte. La trama è molto complicata ma priva di vere sorprese e, pur descrivendo un mondo degradato e violento, sembra sempre fermarsi un passo prima dal risultare autenticamente scioccante. La cosa meno riuscita sono i dialoghi, legnosi e talvolta ingenui. Ma soprattutto, il messaggio di fondo appare troppo scontato, e non va al di là di un generico antiautoritarismo con qualche venatura femminista.
Alla fine il risultato è un né-carne-né-pesce che rischia di non soddisfare nessuno: troppo deprimente per chi cerca il puro intrattenimento, troppo blando e schematico per gli autentici appassionati del genere. Per giunta, il finale è piuttosto interlocutorio: l’autrice intende scrivere altri due volumi prima di concedere agli eroi di compiere il loro destino. Grazie, ma credo che mi fermerò qui.

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In fondo il buio

Worlorn è un pianeta vagabondo, diventato abitabile solo per pochi anni in occasione del suo passaggio accanto a una supergigante rossa. Le popolazione umane dei Sistemi Esterni lo hanno scelto come sede di un grande Festival, ma ormai il pianeta è stato abbandonato e sta per ritornare nel buio. Quando Dirk, seguendo il richiamo di un antico amore, arriva su Worlorn, lo trova abitato da poche decine di persone, tra cui gli appartenenti a una civiltà imbarbarita il cui  codice d’onore lui non riesce a comprendere, e che potrebbe metterlo in pericolo…

Il colossale successo, anche italiano, della serie televisiva Game of Thrones ha affollato le librerie di lettori in crisi di astinenza da opere di George R. R. Martin. Il quale, prima di cimentarsi nella smisurata saga A Song of Ice and Fire da cui la serie e tratta, aveva già alle spalle vari decenni di carriera come autore (non solo di fantasy, ma anche di fantascienza e horror). A prendersi il compito di riportare in libreria le vecchie opere di Martin è la benemerita casa editrice romana Gargoyle, che dopo l’horror Il battello del delirio pubblica ora il romanzo di esordio di Martin, il fantascientifico In fondo al buio (il prossimo sarà il thriller di ambientazione rock con elementi fantasy Armageddon Rag).
Il romanzo è uscito nel 1977 col titolo Dying of the Light, ed è già stato pubblicato in Italia da Armenia e poi da Fanucci col titolo La luce morente. Gargoyle lo ripropone in una nuova traduzione di Tarallo e Tintori; non so come fossero le precedenti, ma questa versione mi pare di buona qualità, e non ho riscontrato problemi (io avrei tradotto in italiano i nomi con un significato inglese, come Challenge, Ironjade ecc., ma è questione di gusto personale). Da criticare invece i troppi refusi e il titolo, decisamente meno evocativo ed elegante rispetto al precedente (e poi, a mio avviso, non si dovrebbe cambiare il titolo di un libro già edito, se non per ottimi motivi).
Ho detto che In fondo il buio è un libro fantascientifico, ma è vero solo fino a un certo punto. Lo è in quanto ambientato in un plausibile futuro dell’umanità, senza magia e affini; tuttavia la storia sfrutta pochissimo gli elementi tecnologici, e avrebbe potuto essere ambientata anche in un universo fantasy facendo pochissimi cambiamenti. Peraltro i riferimenti scientifici, anche se scarsi, sono ben curati (¹).
Sostanzialmente i punti di forza di In fondo il buio sono due. Il primo è l’ambientazione: Worlorn è uno scenario affascinante. Martin non ci sommerge di dettagli come farebbero altri autori, e molto resta indeterminato, ma ci dà tutte le informazioni necessarie perché possiamo percepirlo come un mondo con una sua identità e che sta lentamente ma inesorabilmente morendo. Anche le descrizioni delle città abbandonate, ciascuna con le peculiarità della razza che l’ha costruita, sono affascinanti. In particolare Kryne Lamiya, la città musicale che canta incessantemente la vanità del tutto, è un’invenzione degna del miglior Ballard.
Il secondo punto di forza è l’interazione tra i personaggi. Già agli esordi Martin aveva la dote che gli ha permesso di ottenere tanto successo con le Cronache del ghiaccio e del fuoco, e cioè la capacità di creare personaggi non stereotipati, con personalità complesse e credibili. In Martin non esistono figure positive e negative, ognuno ha i propri limiti e le proprie motivazioni con cui il lettore può empatizzare, tutti commettono errori, e spesso non è facile determinare chi abbia ragione e chi torto. Il risultato è una trama avvincente e imprevedibile.
In fondo il buio è la storia di un uomo che, avvicinandosi alla vecchiaia, si trova a vivere su un pianeta che è la perfetta metafora della vanità dell’esistenza umana, e deve affrontare la prospettiva della morte e dell’oblio nella consapevolezza di non aver raggiunto i propri obiettivi e di non essere stato all’altezza di ciò che voleva diventare. Nel confrontarsi con la cultura retrograda e ostile di Alto Kavalan, Dirk troverà nuovi modi per definire se stesso, e ne uscirà cambiato in modo sorprendente, anche se il finale del tutto antitrionfalistico lo lascerà comunque pieno di dubbi ad affrontare un destino incerto.
Nel complesso il libro è una lettura molto piacevole e non risente dei suoi 35 anni di età. È un ottimo esempio di come si possa costruire un romanzo con una notevole dose di azione in modo non banale e con personaggi ricchi di spessore. Non arrivo a definirlo indispensabile (il suo difetto principale: è un po’ troppo monotematico), ma chi apprezza Martin e la sua abilità nel distillare psicologie può acquistarlo a colpo sicuro. Lo sconsiglierei unicamente a chi apprezza solo il lato tecnologico della fantascienza e a chi ama i ritmi concitati (è un romanzo a lenta combustione: prima che i conflitti tra i personaggi si scatenino deve trascorrere quasi metà della trama). In ogni caso grazie a Gargoyle per riportare in libreria gemme dimenticate della fantascienza (il mese prossimo sarà il turno di Città delle Illusioni di Ursula K. LeGuin.).
 
(¹): Per esempio, ho molto apprezzato che la descrizione del sistema di sette stelle che Worlorn ha sfiorato rispetti la meccanica celeste: i sei soli più piccoli che circondano la supergigante ruotano tutti sulla stessa orbita a 60° l’uno dall’altro, occupando i rispettivi punti lagrangiani, e quindi il sistema è intrinsecamente stabile. La cosa non ha alcuna importanza per la trama e può essere colta solo da chi conosce la meccanica spaziale, ma è il tipo di dettaglio che mi fa stimare l’autore.
Vale anche la pena di notare, anche se Martin non poteva saperlo quando scrisse il romanzo, che i pianeti vagabondi come Worlorn potrebbero essere estremamente comuni nella nostra Galassia. Secondo un recente studio del professor Chandra Wickramasinghe potrebbero essere più numerosi delle stesse stelle.

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365 racconti sulla fine del mondo

È disponibile da ieri, pubblicato da Delos Books, il volume 365 racconti sulla fine del mondo. Il titolo è del tutto autoesplicativo: si tratta di 365 racconti brevissimi (2000 caratteri al massimo ciascuno), ognuno collocato in una data dell’anno in corso e sul tema della fine del mondo, attualmente tanto di moda (se state pensando che il 2012 è bisestile e quindi le storie dovrebbero essere 366, sappiate che ad Alan D. Altieri è stato concesso il doppio dello spazio, estendendosi su 28 e 29 febbraio).
Motivo principale per cui vi parlo di questa antologia è che contiene anche un mio miniracconto, intitolato Cielo blu e posizionato al 26 novembre. È quello che si può definire un “racconto espresso”: dal momento in cui ho cominciato a scriverlo a quello in cui è stato accettato nell’antologia è passata poco più di un’ora! Dubito che un mio exploit del genere si ripeterà mai più. 😀
Ho partecipato volentieri all’iniziativa perché mi offriva la possibilità di mettermi alla prova, ma inizialmente consideravo l’operazione una “furbata”: con 365 autori, basta che ciascuno ne compri tre copie è se si superano già le 1000 copie vendute, assicurando un buon ritorno economico; facile perciò che si pensasse a soddisfare la vanità degli autori più che l’interesse del lettore generico. Devo dire però che mi sono completamente ricreduto; il libro ha una bella veste grafica, viene ben promosso (e si parla già di future edizioni), ma soprattutto, dai primi racconti che ho letto, mi sembra che la qualità sia piuttosto alta. Del resto, vedo che tra gli autori ci sono non solo esordienti, ma anche vari nomi noti e della cui abilità di scrittori mi fido.
Se tutto questo vi ha incuriosito, il libro lo trovate qui. Se poi doveste comprarlo, fatemi sapere cosa ne pensate del mio racconto.

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Flashback

More about FlashbackTra un quarto di secolo, gli Stati Uniti sono precipitati in una profonda decadenza. Non solo hanno completamente perso lo status di superpotenza e sono ridotti a vassalli di Stati più ricchi, non solo sono devastati da secessioni, criminalità, terrorismo e rivolte interne, ma la quasi totalità della popolazione è ormai dipendente dal flashback, una droga che consente di rivivere a piacere i propri ricordi preferiti. Proprio a causa del flashback, che usa di continuo per far rivivere il ricordo della moglie Dara, uccisa in un incidente stradale, Nick Bottom è stato cacciato dalla polizia e ha abbandonato il figlio adolescente. Quando però un ricco magnate giapponese, il cui figlio è stato assassinato sei anni prima, gli offre una forte somma per riaprire l’indagine rimasta senza colpevoli, Nick accetta di malavoglia l’incarico.

Soltanto un paio di mesi fa avevo scritto che, finché Dan Simmons avesse continuato a scrivere libri eccezionali come Drood, delle sue opinioni politiche mi sarebbe importato poco. Purtroppo però quelle opinioni hanno finito col tracimare anche nei suoi libri, e il risultato è qualcosa che definire impresentabile è ancora poco.
Ma andiamo con ordine: in primo luogo dimenticatevi le fantasmagoriche invenzioni di romanzi come Hyperion: Flashback è un thriller ambientato in un futuro molto vicino al nostro presente. La fattura è professionale, e la trama è avvincente a sufficienza da volerlo leggere fino in fondo, ma come romanzo di indagine non spicca particolarmente, anche a causa dei personaggi piuttosto stereotipati. Il protagonista è un ex-poliziotto che usa la droga per rivivere il ricordo della moglie morta, e al suo fianco c’è un giapponese tutto di un pezzo che ha giurato di fare seppuku in caso di fallimento della missione: non è roba particolarmente originale, e a volte si ha l’impressione di leggere una specie di cocktail tra Strange Days e Black Rain (del resto i riferimenti cinematografici hanno una parte importante nel romanzo). Certo, in quasi 600 pagine si trova qualche buona idea (ho apprezzato particolarmente le magliette animate da intelligenze artificiali, come pure il riferimento shakespeariano che Simmons riesce a innestare sul suo protagonista), ma certamente non al livello cui l’autore ci ha abituato.
La parte “interessante” del romanzo non dovrebbe però essere l’indagine, ma lo sfondo, l’ambientazione in una versione decaduta degli Stati Uniti. Ed è qui che nascono i problemi. Perché Simmons ci ha riversato una visione politica talmente rozza, estremista e reazionaria da far apparire tutti i candidati repubblicani alle ultime primarie come dei timidi moderati.
Il Male in Flashback è rappresentato dall’Islam, che non solo ha unificato tutto il Medio Oriente, il Nordafrica e parte dell’Asia in un unico Califfato, con triplice capitale a Teheran, Riad e Damasco (evidentemente le eterne rivalità tra sunniti e sciiti sono state miracolosamente accantonate), ma si è anche mangiato buona parte dell’Europa, avvolgendola in una cappa oscurantista. E già qui si potrebbe dire perlomeno che Simmons non è stato molto originale: tanto per fare un esempio, molti dei racconti dell’antologia italiana Sul Filo del Rasoio si svolgono in scenari simili, e sarebbe legittimo aspettarsi da uno dei massimi autori statunitensi qualcosa di più innovativo dello spauracchio che da anni viene agitato dall’ultradestra USA. Ma al di là di questo, va detto che l’Islam viene descritto da Simmons con toni che sfiorano (e forse raggiungono) il razzismo, e che sarebbero più adatti alla terra di Mordor che non a una delle principali religioni del pianeta. L’Islam di Simmons sembra perseguire l’odio e il Male al di là di qualunque logica politica. Nel romanzo il Califfato è la principale superpotenza mondiale e gli Stati Uniti ne sono diventati succubi al punto da permettere che si costruisca una moschea su Ground Zero e vi si festeggi ogni giorno l’anniversario dell’11 settembre, ma gli islamici non sono comunque soddisfatti e lanciano attentati suicidi sugli USA con cadenza praticamente giornaliera. E, nonostante Israele sia stato abbandonato dagli USA, cosa che dovrebbe averlo reso inerme o quasi di fronte alla superpotenza islamica, il Califfato ha preferito distruggerlo con 11 bombe atomiche, rendendolo inabitabile e facendo piovere radiazioni anche sui palestinesi (se questa visione non vi sembra abbastanza faziosa, aggiungo che gli israeliani, con lo spirito pacifista che li ha sempre contraddistinti, nel romanzo hanno rinunciato spontaneamente alla rappresaglia nucleare che avevano il potere di scatenare). Nessun personaggio del libro prende mai le difese dell’Islam, e persino le nazioni dell’Estremo Oriente che non hanno mai avuto attriti con la religione di Maometto pensano che si tratti di una minaccia gravissima. Per usare le parole di uno dei personaggi, l’Islam è

una barbarica religione del deserto intenzionata a dominare la Terra e a trattare le religioni conquistate come schiavi meno che umani.

Non mi metto neppure a elencare i motivi per cui affermazioni simili siano del tutto prive di basi storiche o politiche e andrebbero semplicemente rifiutate da qualunque persona sensata (d’accordo, lo dice un personaggio, non lo dice Simmons, però nulla lascia pensare che l’autore possa non condividere la sostanza di questo pensiero).
Fosse solo questo, si tratterebbe soltanto di un caso di isterismo islamofobo abbastanza comune negli USA post-11-settembre. Purtroppo c’è anche dell’altro. Simmons, sempre per bocca dei suoi personaggi e senza esporre alcun punto di vista contrario, nel corso del romanzo ci spiega perché gli USA sono caduti in decadenza e sono impotenti di fronte all’avanzata dell’Islam. E la colpa è degli intellettuali terzomondisti, che si sono stupidamente interrogati sulle colpe dell’America aprendo le porte ai nuovi Hitler; dei pacifisti, che hanno perseguito un’assurda politica di disarmo mentre il nemico si armava; degli ecologisti, che hanno reso l’America dipendente da tecnologie costose e destinate al fallimento (sì, perché nel mondo degradato descritto da Simmons ci sono migliaia di pale eoliche inutilizzate per mancanza di manutenzione, mentre le centrali nucleari, chissà perché, funzionano benissimo; il riscaldamento globale, invece, è solo una ciarlataneria priva di fondamento scientifico); dei programmi a favore delle minoranze, che hanno dato il potere a incapaci e corrotti invece che a chi lo meritava veramente; e infine di Barack Obama, che con i suoi costosi progetti di equità sociale ha portato il Paese alla bancarotta.
Contro Obama Simmons ha il dente particolarmente avvelenato: per lui le timidissime riforme dell’attuale presidente, credeteci o no, stanno trasformando gli USA in un Paese socialista. E si va ancora oltre: Simmons non spiega in modo molto chiaro cosa sia avvenuto (forse un po’ di pudore ce l’ha anche lui), ma nel mondo che descrive i Repubblicani non esistono più, e il loro pensiero si può ascoltare solo su radio clandestine. Ebbene sì: nel paese del maccartismo, per Dan Simmons è sufficiente che un presidente voglia dare l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini per evocare il partito unico e la dittatura del proletariato.
Devo aggiungere altro? Mi sembra che il quadro sia chiaro. Flashback è un fanta-thriller scritto con una buona tecnica (e per questo nella mia rubrica su XL si prenderà una risicata sufficienza), ma è anche un libro becero, razzista e, sì, anche profondamente ignorante. Come un letterato del livello di Simmons possa esprimersi politicamente in questo modo, per me resterà un mistero, ed è forse un sintomo di quell’incombente decadenza degli USA che con questo libro l’autore intenderebbe contrastare.
La cosa più triste è proprio che, come metafora, il libro funziona comunque nel rappresentare il popolo statunitense come perso in un artificiale sogno di glorie passate mentre il suo Paese va in pezzi. Simmons crede di aver descritto i propri compatrioti, ma in realtà ha descritto se stesso: un uomo che pensa che negando tutti i problemi, cercando un nemico esterno e mandandogli contro i ranger del Texas a cavallo tutto si risolverà. Esca dal sogno, mister Simmons.

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Il ciclo di vita degli oggetti software

More about Il ciclo di vita degli oggetti softwareSu Data Earth, uno dei tanti ambienti virtuali a disposizione del pubblico (qualcosa di simile a una versione estremamente sofisticata di Second Life) vengono venduti i “digenti”, creature domestiche virtuali, dotate di intelligenza artificiale e in grado di apprendere. Se per alcuni non sono più che giocattoli, per altri diventano l’equivalente di figli che vanno educati e protetti. Col tempo si presentano problemi che nessuno si aspettava. Cosa succede se la piattaforma software che li ospita diventa obsoleta? Come finanziare le tecnologie che possono consentire loro di continuare a esistere e ad apprendere?  In che forma legale si può garantire loro tutela e autodeterminazione? E soprattutto, bisogna lasciarli liberi anche quando non condividiamo le loro scelte?

È indiscutibile che Ted Chiang sia tra gli autori più interessanti e talentuosi della fantascienza contemporanea. Ogni sua opera affronta problemi scientifici, epistemologici o filosofici da un punto di vista totalmente inedito, e lo fa con strumenti stilistici ogni volta differenti e sorprendenti. Ha il rigore scientifico di un Greg Egan, ma riesce nello stesso tempo a risultare molto più leggibile anche ai profani, e a coinvolgere emotivamente il lettore in modo molto più approfondito.
Non fa eccezione questo suo primo approccio al romanzo (comunque molto breve). L’obiettivo di Il ciclo di vita degli oggetti software (esplicitato in un’interessante intervista pubblicata su Robot #64), è quello di fornire un punto di vista nuovo rispetto alla visione narrativa dell’intelligenza artificiale. Questa, infatti è sempre stata rappresentata come qualcosa di compiuto, che nasce già pronto e superiore agli esseri umani. Tuttavia, fa notare Chiang, è molto improbabile che sia così. Molto probabilmente una vera intelligenza artificiale dovrà affrontare gli stessi problemi che affrontano gli umani, e cioè crescere gradatamente imparando dall’esperienza.
La lettura di questo libro mi ha fatto pensare a Bob Shaw, filtrato attraverso il minimalismo americano: un’idea semplice e ben definita, esplorata fino alle sue estreme e non immediatamente prevedibili conseguenze (ovverosia quello che la fantascienza dovrebbe sempre fare), attraverso una serie di quadretti familiari, descritti in maniera diretta e priva di orpelli.
Dal punto di vista delle idee, il romanzo di Chiang è quantomai stimolante. Forse è presto per dirlo, ma potrebbe essere uno di quei libri che portano a un cambiamento di paradigma: sarà difficile d’ora in poi immaginare a un’intelligenza artificiale prescindendo dai digenti e da quello che possono insegnarci. Come lettore, tuttavia, provo per la prima volta un briciolo di insoddisfazione nei confronti di un’opera di Chiang. Lo stile adottato in questo caso, estremamente distaccato e con continui salti temporali, rende difficile affezionarsi ai personaggi, proprio quando le situazioni descritte dall’autore implicano sentimenti profondi e coinvolgenti. Inoltre il romanzo termina proprio in un momento, l’equivalente dell’inizio dell’adolescenza per i digenti, che lascia il lettore con la curiosità di come si evolveranno le cose. Insomma, visto che Chiang si è cimentato per la prima volta in un romanzo, avrei preferito che non fosse un romanzo brevissimo, visto che i temi presentati avrebbero tranquillamente retto un maggiore approfondimento. Cionondimeno, resta una delle uscite fantascientifiche più interessanti degli ultimi tempi.
Il libro è uscito in Italia in un’ottima edizione della Delos Books. Chi sa bene l’inglese può anche leggerselo gratuitamente qui.

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The Windup Girl

More about The Windup GirlTra qualche secolo. L’esaurimento del petrolio ha provocato un crollo della società globale. Gran parte delle specie vegetali sono state spazzate via da orrende epidemie create dalle società agricole occidentali per costringere il mondo a usare i loro prodotti geneticamente modificati. Tra i pochi luoghi che si sono salvati dal caos c’è la Thailandia, protetta da draconiane leggi ambientaliste e dal possesso di una delle ultime banche di sementi non contaminate.
Mentre lo scontro tra ambientalisti e filooccidentali scuote il Paese, seguiamo le vicende di quattro personaggi. Anderson Lake, statunitense che si finge imprenditore, ma in realtà vuole impadronirsi dei segreti genetici thailandesi. Il suo segretario Hock Seng, paranoico rifugiato cinese pronto a qualsiasi imbroglio pur di ricostituire la perduta fortuna economica. Jaidee Rojjanasukchai, incorruttibile militare che si oppone al rilassamento delle leggi ambientaliste e al riavvicinamento con l’Occidente. E infine Emiko, una “ragazza caricata a molla”, donna artificiale giapponese costretta a prostituirsi per sopravvivere, poiché la sua stessa esistenza in Thailandia è un reato.

The Windup Girl arriva con le migliori presentazioni: doppia vittoria, all’Hugo e al Nebula, nel 2009, e uno strillo tratto da Time che proclama “il degno erede di William Gibson”. In effetti si tratta di un bel romanzo, avvincente e ben costruito, che si legge volentieri, anche se non è il capolavoro che tanti elogi rendevano lecito aspettarsi.
Paolo Bacigalupi (che per inciso non è italiano ma statunitense, e non sa neppure pronunciare il suo cognome) ha creato una trama molto solida, in cui le storie di quattro personaggi completamente diversi per appartenenza sociale ed etnica si incrociano di continuo senza che la cosa appaia forzata. A un certo punto uno dei quattro muore, ma continua a partecipare al romanzo sotto forma di fantasma nella testa di un altro personaggio, un virtuosismo letterario che ho molto apprezzato.
Il punto di forza del romanzo è l’ambientazione, una Bangkok assediata non solo dai nemici esterni, ma anche dal mare che minaccia di sommergerla. Lo scenario politico, in cui le tensioni dovute alla scarsità di cibo ed energia si mescolano a quelle di natura etnica e religiosa, è tra i più realistici che mi sia capitato di incontrare in un romanzo di fantascienza. Bacigalupi fa un ottimo lavoro nel mettere a confronto i modi di pensare derivati da culture diverse, aggiornandoli a un mondo in cui orribili malattie genetiche sono sempre in agguato e l’energia per fare quasi qualunque cosa deve provenire dal sudore di qualcuno.
La principale critica che muovo a The Windup Girl è di natura tecnologica. Per quanto il mondo evocato dal romanzo sia coerente e affascinante, l’ingegnere che è in me ha diverse obiezioni. Per cominciare, in caso di esaurimento del petrolio mi aspetterei un fortissimo incremento nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. In particolare, un Paese costiero e tropicale come la Thailandia potrebbe sfruttare con grande efficienza il solare, l’eolico, le maree o il gradiente di salinità. Nulla di tutto ciò avviene nel romanzo, dove si utilizzano centrali termoelettriche a carbone dove indispensabile, e per il resto ci si arrangia con energia di origine umana o animale. Si gira una manovella persino per far funzionare una radiolina portatile, roba che anche oggigiorno potrebbe funzionare a energia solare. Una simile assenza di energie alternative è inspiegabile, tanto più che il livello tecnologico è rimasto elevato, e si vedono numerosi esempi di nuovi materiali.
Anche l’utilizzo di energia animale all’interno della produzione industriale (in particolare con l’uso di elefanti geneticamente modificati, detti megodonti) fa molto colore, ma sfugge alle regole della logica. Un elefante “funziona” a biomassa. Per quanto possa essere efficiente, la stessa biomassa che gli si dà come foraggio potrebbe essere trasformata in alcool e usata per far funzionare un motore, che occupa meno spazio di un elefante, non deve riposare, non sporca, non si ammala, richiede meno supervisione umana, e probabilmente ha anche un rendimento migliore in termini di sfruttamento delle calorie.
Del tutto assurdo poi è il fatto che l’energia venga immagazzinata sotto forma meccanica, torcendo molle ad altissima resistenza: chi ha disinventato dinamo, alternatore, accumulatore, batteria e motore elettrico?
Insomma, l’impressione è che Bacigalupi nel creare il suo mondo si sia fatto guidare più dal potenziale simbolico delle situazioni (ogni cosa appare “caricata a molla”, inclusa la ragazza artificiale che è il fulcro della vicenda) che non da un’analisi scientificamente ed economicamente solida. Il che, per un romanzo che tratta un tema così attuale come la scarsità di energia, a me pare un difetto non da poco.
Secondariamente, anche se ho ammirato l’abilità con cui Bacigalupi riesce a inserire il lettore in un mondo nuovo con un calibrato mix di neologismi e di termini provenienti dal thailandese, va detto che a volte si lascia andare a sciatte ripetitività. Per esempio, la parola “grimaces” viene usata letteralmente centinaia di volte per descrivere i personaggi; mi meraviglio che nessun editor (visto che all’estero esistono ancora) se ne sia accorto.
In conclusione, The Windup Girl è un romanzo con molti pregi, che si legge d’un fiato nonostante la lunghezza, e narra una vicenda molto reale in cui nessun personaggio è esente da ombre. Ne consiglio la lettura. Però per essere “il degno successore di William Gibson” occorre fare ancora un po’ di strada.

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La pesatura dell'anima

More about La pesatura dell'animaIn un Egitto alternativo interamente basato sulle biotecnologie, la poliziotta Naïma viene chiamata a far parte della squadra dei Sette, un gruppo eterogeneo che investiga su casi di omicidio. Usa metodi violenti e discutibili, ma c’è una ragione: se riesce a portare il colpevole al cospetto di Iside entro 24 ore, si può scambiare la sua anima con quella della vittima, riportandola in vita…

Clelia Farris è, a mio avviso, tra i migliori autori di fantascienza che abbiamo in Italia. I suoi romanzi hanno tutte le caratteristiche che vorrei trovare in  una buona opera del genere. In primo luogo, l’originalità: i tre titoli che ha pubblicato finora non fanno il verso a nessun filone della fantascienza anglosassone, e non si assomigliano nemmeno molto tra di loro: ogni libro è un’esperienza a sé. In secondo luogo, le idee: quella della Farris è una fantascienza che, pur senza addentrarsi in minuzie scientifiche o tecnologiche, non si limita a creare delle atmosfere, ma inventa situazioni realmente nuove e interessanti e le affronta in modo problematico, come accade nei capolavori del genere. Infine, la densità: non si accontenta certamente di una sola idea per romanzo, ma ce ne mette tante e le fa interagire tra loro in modo imprevedibile, dando davvero al lettore la sensazione di trovarsi in un mondo del tutto nuovo.
La pesatura dell’anima non fa eccezione. Già il tema principale, quello di una polizia in grado di far risorgere le vittime, è decisamente potente e pieno di implicazioni. Ma l’idea vincente è quello di ambientare il tutto in un mondo totalmente diverso dal nostro, un Egitto alternativo in un Universo alternativo, in cui l’uso dei metalli è proibito, le case e i mobili sono alberi modificati, mentre animali modificati fungono da mezzi di trasporto e di comunicazione. Un luogo tanto più affascinante in quanto viene dato per scontato: non c’è nessun personaggio che si prenda la briga di spiegarlo al lettore, che deve costruirselo nella sua mente decifrando frasi sibilline e neologismi. C’è persino un personaggio che parla uno slang malavitoso, che viene reso con un linguaggio del tutto campato in aria e pure perfettamente comprensibile, con un autentico virtuosismo letterario.
Dopo tanti elogi, però, devo dire che purtroppo La pesatura dell’anima non riesce a raggiungere i vertici di quello che finora è il capolavoro della Farris, Nessun uomo è mio fratello. Il libro diventa sempre più avvincente fino a circa metà; poi però è come se l’autrice ne perdesse il controllo. Troppi personaggi, con troppi cambi di punti di vista, che impediscono al lettore di immedesimarsi. Ma soprattutto, gradatamente il punto focale del romanzo cambia, passando dall’etica alla politica. Che sarebbe anche molto interessante, se non fosse che il sistema politico di questo Egitto inventato è descritto in modo troppo frammentario, e il lettore rimane spiazzato nel cercare di capire cosa stia realmente succedendo.
Nonostante questo, consiglio comunque la lettura di La pesatura dell’anima, un libro sorprendente che, anche se non perfettamente riuscito, rimane comunque parecchio sopra la media della fantascienza italiana,

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Korolev

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Nel 2084, una missione umana su Marte scopre i resti di un veicolo spaziale dall’aspetto antiquato, di cui nessuno conosce la provenienza. La spiegazione del mistero risale a più di un secolo prima, quando Sergei Korolev progettava le missioni spaziali dell’Unione Sovietica…

Ho sempre apprezzato lo stile di Paolo Aresi, che invariabilmente mi dà le stesse sensazioni della fantascienza di quando, bambino, ho cominciato ad apprezzare il genere. Quella fantascienza che non era inestricabilmente ibridata con thriller e noir, non richiedeva una laurea in fisica per essere compresa, non richiedeva personaggi complessi e non rivolgeva il suo sguardo verso lo spazio “interno”, ma aveva come protagonista assoluto l’universo extraterrestre e il senso di pericolo, mistero, meraviglia che questo può dare.
Non fraintendetemi: sono il primo ad apprezzare il fatto che la fantascienza non si sia ripiegata su se stessa e abbia trovato nuove strade. Ma certi temi non vanno dimenticati, e su di me hanno sempre un fascino particolare. E, quando leggo Aresi, rivivo le sensazioni che provavo quando leggevo per la prima volta Arthur C. Clarke.
L’effetto si è verificato anche leggendo Korolev. La prima parte, con la missione marziana che si ritrova di fronte all’oggetto misterioso, funziona alla perfezione nel rendere quel misto di eccitazione e angoscia che si prova di fronte all’inesplicabile. Ma anche la seconda parte, che introduce il personaggio storico di Korolev nella russia degli anni ’40, ’50 e ’60, è molto riuscita nel suo dare il senso di una vita e di un’epoca senza eccedere in lungaggini e didascalismi.
Non tutto però mi ha convinto in questo Urania. Comincio col dire che ho trovato stucchevole la trovata di dare a tutti i personaggi il cognome (e spesso anche il nome) di scrittori di fantascienza (o altri nomi celebri). Chiamare Clarke il comandante della base marziana ci poteva stare benissimo, ma quando si incontrano di continuo personaggi si chiamano Neil Gaiman, Hal Clement, Robert Heinlein o Edmond Hamilton, il tutto prende un’atmosfera surreale che allontana dalla storia.
Ma soprattutto, la terza parte, quella che dovrebbe risolvere ogni cosa e far prendere il volo al romanzo, sacrifica invece quasi tutto alla linearità dell’apologo morale. Ho trovato poco credibile e poco interessante il fatto che il mondo del 2084 sia politicamente diviso negli stessi blocchi rigidi degli anni ’50, con l’Europa totalmente succube degli USA e la Cina della Russia: il mondo multipolare che già oggi possiamo intravedere sarebbe stato uno scenario molto più ricco di spunti. Ma quello che mi ha lasciato più insoddisfatto come lettore è che, dopo averci fatto intravedere la possiiblità di epocali scoperte, il romanzo si concluda lasciando intatti tutti i misteri che aveva suscitato. È vero che Arthur C. Clarke ci ha insegnato che non è necessario spiegare tutto, però qui, dal punto di vista fantascientifico, nell’ultimo terzo del romanzo non succede più nulla di notevole. Solo un confronto politico-militare che si risolve senza sorprese.
Un peccato, perché la storia parte bene e avrebbe meritato uno sviluppo più approfondito. Comunque Korolev resta una piacevole lettura e un rinfrancante diversivo rispetto a tanta fantascienza di oggi che affatica il lettore senza dargli niente in cambio.

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I guardiani del destino

Un giovane politico americano di successo incontra per caso quella che sembra essere la donna della sua vita. Ma dei misteriosi “Guardiani” gli ordinano di non rivederla più, in quanto non fa parte del “Piano”. Scopre così che le vite degli uomini sono costantemente monitorate e “corrette” e che il libero arbitrio è un’illusione…

The Adjustment Bureau (questo il titolo originale di I guardiani del destino) è tratto da un racconto di Philip K. Dick. Di per sé questo non è garanzia di buon risultato. Dick non è affatto uno scrittore facile da rendere al cinema: le sue trame o sono statiche o si muovono in troppe direzioni contemporaneamente, costringendo gli sceneggiatori a reinterpretarlo. Anche Blade Runner, ormai un archetipo cinematografico, riesce a essere un grande film proprio tradendo sottilmente in molti modi l’opera originale. Per il resto, nonostante Dick sia un autore saccheggiatissimo, c’è ben poco di cui gioire. I tentativi più ambiziosi, Atto di Forza di Verhoeven e Minority Report di Spielberg, cominciano bene ma gradamente perdono la carica eversiva dickiana per trasformarsi in banali film di genere. D’altra parte, A Scanner Darkly, nella sua eccessiva fedeltà al testo, risulta  ingessato e poco significativo. Screamers a mio avviso ha una sceneggiatura imbarazzante, Impostor non l’ho visto ma se ne parla malissimo, e quanto a Paycheck è stato talmente esecrato che mi viene quasi voglia di difenderlo (ma me ne guardo bene!). Insomma, i successi sono ben pochi, specie a fronte di altri film che hanno sfruttato temi dickiani ma senza farlo in modo esplicito, come The Truman Show, Dark City o Vero come la finzione, per citare i primi tre che mi vengono in mente.
Tutto queso per dire che il regista George Nolfi (sceneggiatore al debutto nella regia), per convertire in film il breve racconto The Adjustment Team, aveva in qualche modo l’obbligo di tradirlo. Il modo che ha scelto, però, mi è rimasto sul gozzo.
I guardiani del destino è la storia di un uomo che, come tanti personaggi di racconti di Dick (uno tra tutti: l’eccezionale La formica elettrica) scopre per caso che la realtà è completamente diversa da come la conosceva, e che quelle che riteneva di essere sue libere scelte di vita sono in realtà state pianificate da forze al di fuori del suo controllo. Nella fattispecie, da una casta di grigi burocrati che lavorano “dietro le quinte ” del mondo e si preoccupano di far succedere cose apparentemente per caso, in modo che tutti continuino a seguire un misterioso “Piano” il cui scopo nessuno sembra conoscere.
Più che nell’interpretazione non particolarmente memorabile di Matt Damon, il film ha il suo maggior pregio nella rappresentazione dei Guardiani, grigi e annoiati, i cui sofisticatissimi strumenti di controllo hanno sempre un aspetto sorpassato e banale, come appropriato per una burocrazia opprimente e ottusa. E la parte migliore del film è indubbiamente quella in cui il protagonista lotta in modo sempre più disperato contro lo strapotere dei guardiani.
Purtroppo però Nolfi decide di risolvere il film con un lieto fine che stride terribilmente con tutto ciò che aveva costruito fino a quel momento. Io non sono contrario pregiudizialmente al romanticismo e ai finali positivi, tuttavia trovo insensato (oltre che un tradimento totale dello spirito dickiano) partire un racconto che parla della mancanza di libertà della condizione umana per poi alla fine rivoltare la frittata e dire: “abbiamo scherzato, l’Uomo è libero di fare ci che vuole se si impegna abbastanza”. Peccato, perché il film avrebbe meritato, ma questo finale proprio non sta in piedi.

Nota: Per uno strano scherzo delle leggi sul copyright, il racconto originale The Adjustment Team è oggi fuori diritti e di pubblico dominio. Chi volesse leggerlo lo può fare qui.
 

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