Conservare e tramandare

racconto di Clelia Farris

Questo racconto, pubblicato nell’antologia “Fanta-Scienza 2” è finalista al premio Italia nella categoria “racconto su pubblicazione professionale”

Come ogni estate, sono da mio padre. E come ogni estate è occupato negli scavi della solita città romana, sorta sopra le rovine di un porto fenicio. I porti fenici mi piacciono in modo particolare perché hanno due approdi separati da un promontorio: a seconda del vento che spira si può attraccare da est o da ovest.

Anche io ho due approdi: per sei mesi l’anno getto l’ancora da mia madre, per gli altri sei da mio padre. Con lui il vento spira freddo e rabbioso, perciò faccio molta attenzione a non stargli tra i piedi.

La mattina all’alba vado a nuotare nella zona proibita. L’acqua è tiepida, il mare terso come cielo. Le rocce sommerse sono tante pagnottelle rotonde sparse sulla tovaglia scura del fondale; quando ci passo in mezzo le alghe mi sfiorano e la loro carezza mi dà un brivido sulla pelle nuda. Oltre la strettoia si apre la pista da ballo. Qui posso muovermi in qualunque direzione, fare le capriole, toccare il fondo e risalire a tutta velocità. Non ci sono pesci, né meduse. Neppure una minuscola acciuga o un gamberetto. Il gran finale prevede uno slalom a tutta velocità tra le colonne. Sono cinque, sgretolate dal mare ad altezze diverse. Appartenevano al tempio di Esculapio, mi ha raccontato mio padre, ma nel corso dei millenni il livello del mare è salito e ora il tempio se l’è preso Nettuno.

Dopo la nuotata faccio la doccia, mi asciugo con molta cura e mi spalmo la crema prescritta dal dermatologo. Mi presento a colazione. Mio padre vuole che ci sediamo a mangiare insieme, a patto che io non lo distragga dalla lettura del giornale telematico. Devo essere invisibile, silenziosa, utile.

“A che punto sei con il mosaico?” mi chiede, senza guardarmi.

“Diciotto tessere.”

“Acceleriamo il lavoro.”

Finisco di mangiare in fretta e poi mi reco nell’atrium della villa. Cammino sulla passerella di legno che è stata posata sopra una parte del pavimento. Ai bordi della sala è rimasta una cornice di tesserine colorate che disegnano un contorno di foglie d’uva intorno a un’immagine centrale. Purtroppo la pavimentazione si è spaccata, forse a causa del crollo del tetto, e ora un monticello di frammenti occupa il centro della stanza.

Il mio compito estivo: analizzare con lo scanner ogni pezzetto colorato e ricostruire il mosaico. All’inizio avevo creduto che sarebbe stato facile; infilavo un frammento nella camera di analisi, facevo scorrere il raggio e sullo schermo del pc compariva l’immagine. Avevo sottovalutato la tridimensionalità. Il mosaico non è un puzzle piatto, anche quando sembra che due parti combacino secondo il disegno, poi la base non si incastra. Allora devo ruotare il frammento e scannerizzare ogni faccia, come se fosse un dado, e poi integrare i risultati per ottenere una figura tridimensionale.

In mezzo ai resti del mosaico, però, ci sono quelli del soffitto, probabilmente affrescato, e parti delle tegole, quindi devo “separare il grano dalla pula” come dice mio padre. Dice anche che l’archeologia è l’esercizio della pazienza. Sospiro. I sospiri aumentano l’umidità e l’umidità lascia una patina corrosiva sui reperti. Il bravo archeologo non sospira mai, lavora e tace.

Sto infilando il secondo frammento della giornata nella camera di analisi quando sento l’archeologo capo gridare. Mi affaccio sulla soglia del tablinum, la stanza accanto.

“Guarda, Aline, avevo ragione! Qui sotto c’è il magazzino della villa!”

Indica euforico lo schermo del suo pc in cui compare un’immagine buia. Qualche giorno fa aveva allargato con lo scalpello uno squarcio nell’angolo tra una parete e il pavimento; oggi è riuscito a infilarci la telecamera a cavo, che sta illuminando e filmando la camera sottostante.

“Doliae” continua mio padre. “È piena di doliae mezzo interrate, per conservare il grano o i legumi. Guarda, sono ancora sigillate!”

Sposta la telecamera usando i comandi manuali e inquadra il collo di una dolia, tappata da un disco di terracotta ricoperto di cera fusa.

“Bisognerebbe trovare il modo di aprirle per studiare il contenuto.” Fa avanzare la telecamera e nell’inquadratura appaiono altri recipienti più piccoli. “Anfore per il garum!” È sempre più emozionato. “Devo stendere subito una relazione. Ora vedremo se mi rifiuteranno ancora il finanziamento!”

Spegne la telecamera e apre un foglio elettronico. Batte sui tasti come una furia, parlottando fra sé. Il grande nemico non sono le intemperie o i danni del tempo, ma la burocrazia.

Io torno nell’atrium grattandomi il dorso delle mani, arrossato e caldo. Ogni ritrovamento mi emoziona. Dopo un po’ mio padre fa una telefonata e la sua voce si alza come un maestrale teso, per esplodere in raffiche impetuose che stenderebbero una siepe. Riprendo a grattarmi procurandomi delle strisce rosse sugli avambracci. Tiro le maniche della maglietta ma è inutile, sono corte.

“Aline!”

Balzo in piedi, lui sta già attraversando l’atrium a grandi passi, scuotendo le assi della passerella.

“Vado in città. Tornerò per cena. Tu continua a lavorare.”

Se ne va in un turbine d’ira, senza accorgersi dei miei rossori. Continuo a scannerizzare i frammenti, ma che noia! Mi viene in mente che potrei chiamare la mamma. Faccio squillare il telefono a lungo ma non ottengo risposta. Potrebbe essere già dentro la piramide. Gironzolo nel tablinum. L’apertura nel pavimento è un piccolo pozzo oscuro. Riaccendo la telecamera e la faccio avanzare tra le anfore. Un piccolo bip mi avverte che il cavo ha raggiunto la sua massima estensione. Manovro per farlo tornare indietro. Bip bip, il sistema di recupero si lamenta. Oh no! Cosa hai combinato? dice una voce nella mia testa, ed è la voce di mio padre. Il tubo flessibile si è incastrato sotto l’ansa di un manico.

Un calore improvviso mi fa sudare le mani. Le sfrego sui pantaloni per asciugarle e lavoro a piccoli scatti con i pulsanti di avanti/indietro. Vedo fremere la parte esterna del cavo, sento un ticchettio lontano, ma è ancora intrappolato.

“Che cosa hai combinato?” ripete la voce, non più nella mia testa.

L’archeologo capo è tornato indietro. La rabbia gli fa sempre dimenticare di prendere qualcosa.

“Tu non hai la più pallida idea di quanto sia difficile procurarsi questa attrezzatura! E non immagini neppure il costo! Se la danneggio devo ripagarla.”

Si mette ad armeggiare con i pulsanti del controllo a distanza.

“Anche una scimmia sarebbe in grado di maneggiare questi strumenti! In ogni caso, tu non eri autorizzata a farlo!”

Lo osservo piena di speranza, mentre sento il calore esplodere tra le dita e mi gratto furiosamente. A ogni tasto premuto il controllo della telecamera fa bip, il cavo si tende e si rilascia, la rabbia di mio padre sale.

“Smettila di grattarti.”  Lo dice come se fosse la mia attività a intralciare il cavo. Mi fermo. Il bruciore mi solletica come una piuma rovente. Sfrego le dita tra di loro senza ricavarne alcun sollievo, anzi, il pizzicore aumenta. Mi sposto dietro di lui e riprendo a raschiare le unghie sulla pelle[I1] , cercando di non fare rumore. Mio padre vede anche con le spalle.

“Smettila di grattarti!” esplode, voltandosi. Io sussulto, incrocio le braccia sul petto ficcando le mani sotto le ascelle, ed evito di guardarlo. Sollevo lo sguardo solo quando sento il cigolio della sedia e capisco che è ritornato allo schermo.

Alla fine desiste e si lascia andare sulla sedia.

“Vae Victis” borbotta. Non so cosa voglia dire, ma non credo sia qualcosa di buono.

Non mi rivolge più la parola per diversi giorni e mi proibisce di continuare il lavoro di scannerizzazione dei frammenti del mosaico. E io, che detestavo quel compito monotono, lo rimpiango come uno dei momenti più belli dell’estate, e nuoto, ogni mattina aggiungendo le mie lacrime all’acqua salata.

Trascorro le giornate a strappare le erbacce che hanno invaso i bordi del cardo e del decumano; con la carriola trasferisco la terra scavata dagli studenti alla zona di setaccio.

“Non avvilirti” mi consola il custode del sito, il signor Manera. “Ogni compito è importante. Ogni azione contribuisce a conservare e tramandare la storia di questo luogo.”

Una mattina, mentre siamo a tavola, un colpo secco alla porta ci fa sobbalzare. Prima che mio padre dica avanti entra il signor Manera.

“Pacco per il professore” annuncia a voce troppo alta.

Mio padre riprende in mano la tazzina di caffè.

“Lo lasci su una sedia” dice, senza guardarlo.

“Oggi siamo stati attaccati via mare”continua il custode.“Quattro furbi su una barca a remi hanno provato a entrare nella zona proibita. Ho mandato subito il drone a fotografarli e li ho minacciati di una denuncia penale.”

“Non ho visto nessuno mentre nuotavo” mi sfugge.

“Facevano finta di pescare dall’altra parte della baia. Erano equipaggiati per le immersioni, credevano che sarebbe stato facile portare via qualche anfora o magari trascinare un’intera colonna con una rete. Ma io sorveglio!”

Mio padre si degna di annuire e mi intima con lo sguardo di tacere. Manera, scontento per non essere stato lodato, si porta due dita al berretto a mo’ di saluto ed esce, sbattendo la porta.

“Malas Maneras” borbotta mio padre.

Il pacco è un contenitore cubico di vetroresina con uno sportello superiore. Ci giro intorno, curiosa come un gatto.

“Posso aprirlo?”

“Hai esaurito la tua quota mensile di guai.”

Il mio entusiasmo si affloscia. Dopo aver terminato la colazione e la lettura delle notizie, mio padre si alza da tavola, apre la scatola, che all’interno è foderata di gomma, e ne estrae una sfera di metallo, piatta nella parte inferiore e dotata di un oblò nella parte superiore. Il vetro dell’oblò appare bagnato, l’interno è pieno d’acqua.

L’archeologo capo marcia fuori dalla vecchia caserma restaurata che utilizziamo come abitazione, e io dietro. Percorriamo il decumano in direzione della villa. Arrivati al tablinum, lui posa la sfera sul pavimento, vicino al cavo della telecamera, ancora impigliata; si siede davanti al computer e avvia lo scarico di un programma. Io mi chino a osservare l’oggetto misterioso e dall’altra parte della finestrella tonda compare un occhio dalla pupilla, scura. Oh! Mi scosto bruscamente e finisco col sedere per terra. L’occhio sbatte la palpebra, seccato. Che vuoi? Perché mi guardi? Sono impegnato!

“Qui siamo a posto” dice mio padre. “Apri lo sportello.”

“Devo liberare il mostro?”

Solleva lui stesso la levetta che chiude l’oblò. Io mi metto a distanza di sicurezza, dietro il pc. Sullo schermo si è aperta una finestra di interfaccia che contiene diverse icone.

Ciao! Questo è il tuo aiutante biosintetico.

Riceve le informazioni attraverso il wi-fi ma non è un robot. È un animale vivente condizionato.

Fai click sul simbolo e lui/lei ti darà una mano. Anzi, otto.

Nelle icone è disegnata una sorridente piovra arancione che compie diverse azioni: sbroglia una matassa di fili, ripulisce una statua, aderisce a un’anfora etrusca con tutti i suoi otto tentacoli…

“Questa mi sembra la più indicata.”

Mio padre sfiora con un dito la prima icona, quella con l’intreccio di fili.

Riporto lo sguardo sulla sfera di metallo: lo sportellino è ancora aperto ma non è successo niente.

“Non esce!”

Mi avvicino in punta di piedi alla sfera, la superficie dell’acqua luccica come argento liquido, il mostro è scomparso. Poi qualcosa si stacca dall’affresco del muro, rotea otto braccia verdi a chiazze dorate, cambia colore alla velocità di un battito di ciglia, diventa grigio maculato e si getta nella cavità come se fosse in ritardo a un appuntamento.

Io salto all’indietro ma subito dopo mi affaccio sull’oscurità. Il cavo della telecamera vibra. Mi siedo sulle assi e attendo. Dopo qualche minuto il polpo riemerge. Mi era sembrato enorme, invece è grande quanto una pallina da tennis. Percorre il pavimento stando quasi eretto sulle punte dei tentacoli, come una mano che voglia misurare in palmi la distanza tra l’apertura e la sua casa; la cima della testa gli pende da un lato, come un berretto floscio.

Scivola all’interno della sfera con una fluidità liquida e appoggia due estremità in fuori, due braccia annoiate sul davanzale di una finestra.

Mio padre preme il pulsante di richiamo del cavo nel pannello di controllo; con un leggero fruscio il serpente nero si arrotola dentro la bobina, rimasta sul pavimento. Clac. La telecamera è tornata al suo posto.

Nei giorni seguenti scopro di essere stata retrocessa ad aiutante del polpo.

Mio padre ha spostato la sfera nell’atrium, accanto al mucchio di frammenti del mosaico. Attiva l’icona con il disegno della piovra che avvolge un’anfora. L’animale si sveglia, emerge dalla casa sferica, lucido e gocciolante; allora mio padre gli mette davanti un frammento irregolare di laterizio; il polpo accorre, come se avesse trovato il tesoro che cercava da tempo immemorabile, si getta sul coccio, lo strizza, lo rigira, lo impugna, lo ghermisce con tutti i tentacoli, e nel mentre sullo schermo si formano delle linee. Curve e rette si intersecano, si combinano, finché a un tratto i contorni lampeggiano e l’intero frammento appare ricostruito in 3D, perfetto in ogni dettaglio. Può essere ruotato, esaminato da ogni angolazione, ingrandito o rimpicciolito. E sulla superficie sono visibili i colori delle tessere del mosaico, nitidi come se fossero stati appena stesi.

“Il tuo compito consiste nel fornirgli un frammento alla volta” mi ha spiegato l’archeologo capo. “Dopo che l’ha analizzato lo registri, attribuisci un numero e una lettera all’immagine virtuale, lo stesso numero e lettera li applichi all’oggetto reale, e lo metti qui, nel recinto dei pezzi già classificati.”

Annuisco. Anche una scimmia saprebbe farlo.

Lui torna nel tablinum, a esplorare la dispensa. Io resto sola col polpo, che mi scruta in attesa. Gli getto i pezzi del mosaico come se gettassi un osso a un cane, e un paio di volte lo colpisco sul capoccione floscio. In questi casi si sfrega la testa con la punta di un tentacolo e io rido. Lui resta fermo e attende con aria vigile, come se cercasse di capire a che gioco sto giocando, e poi, visto che non faccio altre mosse, afferra il frammento per esaminarlo.

Se i frammenti sono piccoli gliene lancio due o tre insieme, ma l’invertebrato non si fa disorientare. Li analizza nell’ordine di tempo in cui gli sono caduti davanti; di sicuro l’algoritmo del programma lo aiuta a districarsi in queste situazioni. Di tanto in tanto si interrompe , ritorna dentro la sfera e ne esce gocciolante per riprendere a palpeggiare i frammenti.

“Non sei adatto a questo lavoro” gli dico. “L’archeologo deve sopportare il caldo, l’aria secca, il vento e il dispiacere.”

Quando gli parlo si raddrizza stirando il mantello, come se cercasse di darsi un tono, e cambia colore, passando dal grigio picchiettato di verde scuro a un rosa pallido. Forse percepisce lo spostamento dell’aria prodotto dalla voce. Quelle che nel suo ambiente naturale sarebbero onde liquide, qui potrebbero essere onde sonore.

Sbadiglio spesso, soprattutto quando il Sole è alto e il caldo aumenta. A un certo punto gli allungo un frammento e prima che lui riesca a prenderlo glielo sottraggo. Mi fissa spalancando gli occhi, poi li socchiude. Oh, sì, rifletti con calma, bestia idiota. Faccio il gesto di porgergli nuovamente il frammento e lo muovo a zig-zag per vedere se lo segue con lo sguardo, ma prima che riesca a completare il movimento mi ha afferrato le dita con due tentacoli.

La pietra cade mentre cerco di liberare la mano. I tentacoli sono viscidi, freddi, hanno una consistenza gommosa. Sono forti, anche. Non credevo che un animale così piccolo potesse avere tanta forza. Si avvinghia alle mie dita e le ventose si appiccicano alla pelle come tante piccole bocche risucchianti.

“Lasciami! Lasciami!” Mi sento avvampare, in faccia, lungo il braccio; il palmo della mano prigioniera mi prude e a un tratto anche il polpo diventa rosso. Rosso acceso a macchie scure. Per un attimo smetto di divincolare la mano, ci fissiamo col fiato sospeso, poi i tentacoli scivolano via lentamente.

“Ora di pranzo!”

Il custode è comparso all’ingresso dell’atrium.

Mi allunga una scodella di ceramica e io mi faccio avanti, stupita di dover mangiare qui. Il piatto è colmo di vongole crude.

“Sono per il polpo” dice il signor Manera. “Noi le mangeremo con la pasta, ben condite di aglio e bottarga.”

Poso il piatto davanti alla sfera. L’animale si è rifugiato al suo interno ma dall’oblò scruta incuriosito i miei movimenti. La sua pelle è ritornata grigia, si confonde con l’acqua. Anche i miei rossori sono svaniti. I tentacoli si allungano e afferrano ciascuno una vongola.

“Forse bisogna aprirle.” Lo detesto ma non gli negherei mai il cibo.

Con un’abilità da prestigiatore il polpo divarica le conchiglie e fa scomparire il mollusco sotto di sé, dove si trova la bocca.

Il custode ride. “Hai visto? Riescono ad aprire qualunque cosa. Le vongole però non sono il loro cibo preferito.”

“Cosa gli piace?”

“Quando esploravo i fondali qui attorno c’era un solo modo per far uscire un polpo dalla tana. Dovevi legare un granchio a una lenza e farla penzolare davanti all’ingresso.”

Ammicca, come se mi avesse appena rivelato un segreto. “Ne prendevo a decine, sotto il promontorio roccioso che divide la zona proibita dalla spiaggia.”

“Granchi o polpi?”

“Tutt’e due. E saraghi, piccoli muggini, sogliole. Una volta ho inseguito una cernia di tre chili! Ancora mi ricordo il profumo, quando l’ho arrostita.”

“Lei faceva il pescatore, signor Manera?”

“Uscivo di notte con la Pastinaca, la mia barchetta, e gettavo le reti in certi punti che conoscevo solo io. All’alba mi immergevo con muta e fucile. A quell’ora le prede più grosse uscivano dalla tana per mangiare. Prendevo murene lunghe un metro! Ritornavo al porticciolo dopo le dieci della mattina e vendevo tutto lì, sulla banchina.”

Si interrompe per un attimo, commosso. “Le cose cambiano. Ora non ci sono più pesci e quindi niente più pescatori.”

Io penso che se ogni tanto avesse conservato le reti, e rispettato i tempi di riproduzione, i pesci ci sarebbero ancora e lui potrebbe continuare a pescarli, ma sto zitta, so che gli adulti si infuriano quando gli si fanno notare certe cose.

“Sono stato fortunato a essere assunto dalla Sovrintendenza per questo sito, almeno sono vicino al mare.”

Anche a me piace lavorare vicino al mare. Il polpo ha finito di mangiare, lasciando intorno a sé una strage di gusci vuoti.

“Allora, come ti trovi col tuo famulus?”

A pranzo mio padre mi si rivolge affabile e io capisco che la mia punizione è terminata. Mastica lentamente, gustando le pietanze che ha preparato la signora Manera, la moglie del custode.

“Credevo che il famulus fosse una cosa da streghe.”

“Era il servitore del dominus e faceva parte della familia.”

Dunque la nostra familia si è allargata.

“Cambia spesso il colore della pelle.”

“Si mimetizza per sfuggire ai predatori.”

Comprendo la mimetizzazione ma non capisco perché sia diventato rosso quando anche io sono arrossita.

“ Quanti pezzi ha analizzato oggi?”

“Quarantadue.” Non posso negare che sia più rapido di me e dello scanner.

“Come fa ad analizzare i frammenti così in fretta?”

“Ha il cervello nei tentacoli. I neuroni che noi abbiamo in testa, lui ce li ha nelle zone prensili, quindi l’informazione tattile è elaborata a livello locale e trasmessa subito al computer.”

Imbattibile.

Dopo pranzo ritorno nell’atrium. Il polpo ha radunato i gusci di vongola vuoti disponendoli intorno alla sfera, alcuni appiattiti, le bivalve che ricordano le ali di una farfalla; altri con la parte concava verso l’altro, come tante piccole fontane in attesa di essere riempite, altri ancora allineati in fila con la parte curva rivolta a destra.

“E questo cosa vorrebbe essere? Il tuo mosaico?”

Picchietto con l’indice su un guscio, spostandolo in avanti. Dalla sfera si allunga un tentacolo, ma invece di rimettere a posto la conchiglia toccata da me sposta quella accanto, facendola avanzare di qualche centimetro nella direzione in cui ho mosso la mia.

“Scacchi di mare?” E faccio una seconda mossa. Lui reagisce muovendo tutte le vongole contemporaneamente.

“Vietato usare più di un tentacolo alla volta!”

Si blocca e mi fissa spalancando gli occhi. Con una manata raccolgo tutti i gusci e li chiudo dentro un barattolo di vetro che usavo per le schegge del mosaico. Glielo agito davanti facendo risuonare le conchiglie all’interno.

“E ora come fai?”

Arrotola due tentacoli intorno al barattolo e io mollo subito la presa, ho paura che mi tocchi di nuovo. Lo scuote, avvolge il coperchio con un terzo tentacolo. Oh, non è vero che puoi aprire tutto. Però la scena mi fa venire un’idea. Dovrei procurarmi dei granchi.

“Signora Manera, domani andrà in paese a fare la spesa?”

Dopo cena sono entrata in cucina e ho trovato la nostra cuoca impegnata a riempire la lavastoviglie.

“Sì, Aline. Ti occorre qualcosa?”

“Potrebbe comprare dei granchi?”

“Devi fare un regalo al tuo aiutante? Siete già diventati amici?”

“Lei sa cosa piace ai polpi!”

“Ho studiato biologia marina al centro sperimentale di Genova. Facevamo un sacco di esperimenti sui polpi.”

“Come mai non ci lavora più?”

“Tagli alla ricerca, purtroppo.”

“Perché il polpo cambia colore all’improvviso?”

“Qualcuno ritiene che sia un’espressione elettrochimica casuale, come se lo strato epiteliale che contiene i cromatofori…” Smette di parlare per un istante. “Voglio dire, si pensa che la pelle decida per conto suo quale colore assumere, anche in assenza di stimoli. Ma è un’analisi superficiale. Non tiene conto del fatto che i polpi hanno il pensiero nei tentacoli.”

“Cioè i polpi parlano usando i colori?”

“Esprimono il pensiero attraverso le variazioni di colore. O meglio, quando stanno elaborando qualche dato, esterno o interno, lo fanno anche con i neuroni che si trovano nei tentacoli e questo suscita i cambiamenti di colore.”

Resto in silenzio, anche io analizzo i nuovi dati.

“Anni fa era uscito un articolo che riportava uno studio molto approfondito sulla faccenda” continua la signora Manera. “In sintesi diceva che i polpi possono vedere attraverso la pelle e rispondono ai cambiamenti luminosi modificando i cromatofori, cioè le cellule che compongono la pelle.”

“E cosa succede quando… toccano qualcosa?”

“La riconoscono. È la caratteristica che gli permette di analizzare gli oggetti.”

Il programma sfrutta le virtù naturali del polpo.

“Qualche anno fa avevamo due polpi nel sito” continua la signora Manera. “L’archeologa che era qui prima di tuo padre gli aveva fatto mappare tutto il vasellame che trovava, così lo digitalizzava rapidamente.”

“Che fine hanno fatto?”

“Il professore le ha detto di portarseli via. C’eri tu e doveva darti qualcosa da fare che durasse tutta l’estate.”

Mi addormento con la testa che ronza e ancora la mattina dopo, durante la nuotata, ci sono tanti pensieri che cozzano tra loro, assordanti e confusi. Neppure il silenzio dell’alba li rende chiari.

Mi tuffo, nuoto verso le colonne e, per la prima volta, le tocco. Sono vellutate a causa delle alghe che le ricoprono, ma sotto i polpastrelli sento le scanalature verticali che le percorrono dalla base alla cima. E più tardi, nell’atrium, provo a toccare un frammento a occhi chiusi, stringendolo tra le mani. Anche in questo caso ho la sensazione di acquisire informazioni che gli occhi non trasmettono. La ruvidità dei bordi, alcuni punti acuminati, il senso del peso. Tutte cose che non figurano nelle loro versioni tridimensionali su schermo.

Il polpo è uscito dalla sfera e si è avvicinato timidamente; la sua pelle trascolora dal grigio chiaro maculato di verde scuro al rosa pallido attraversato da uno sciame di  macchie gialle. Mi sfiora un ginocchio con la punta di un tentacolo, come se volesse dirmi fai giocare anche me.

A metà mattina la signora Manera mi porta un cesto di granchi vivi. Granchiolini di scoglio crepitanti e impazienti. Si china per osservare il polpo e quello interrompe l’analisi del frammento, la scruta per un istante e poi le spruzza contro un getto d’acqua che la colpisce alle braccia. Io sono sorpresa, lei se la ride.

“I polpi sono scorbutici per eredità genetica” mi spiega. “Non formano un gruppo sociale, vivono solitari nelle loro tane, mangiano, dormono, cambiano colore e poco altro.”

“A me non ha mai tirato acqua.”

“Si vede che gli sei simpatica. Sono selettivi nella scelta degli umani con cui entrano in contatto. Al centro sperimentale avevamo un polpo che spruzzava qualunque estraneo si avvicinasse alla vasca.”

“Forse gli manca il mare.”

“Se stai pensando di portarlo a nuotare con te, lascia perdere. Ai polpi non piace nuotare.”

“Com’è possibile?”

“Il polpo ha tre cuori. Gliene servono due solo per pompare il sangue nei tentacoli, il terzo irrora il resto del corpo ma fa una gran fatica e l’attrito dell’acqua lo stanca, per questo preferisce strisciare sui fondali.”

Che delusione. Per un attimo mi ero immaginata una danza subacquea in due.

“Potrei chiamarlo Trecuori.” E nel momento in cui pronuncio la frase, Trecuori mi guarda e la sua pelle si accende di un porpora maculato.

La signora Manera mi saluta, io mi metto subito all’opera per realizzare la mia idea. Ho sigillato il tappo del barattolo che contiene i gusci di vongola con la cera fusa. Lo consegno a Trecuori, che lo stringe in un abbraccio ottuplice. La gioia dura poco, perché subito scopre di non poter ricostituire la decorazione domestica. Batte sul vetro con i tentacoli. Scuote il recipiente. Ci si acchioccia sopra. Mi guarda.

“Eh no, non puoi appellarti alla divinità. Devi usare la testa. Anzi, le braccia.”

La sequenza di azioni inutili si ripete poi, quasi per caso, avvolge un tentacolo intorno al coperchio e allora tiro fuori un granchio vivo dal cesto e glielo faccio penzolare davanti agli occhi. Allunga un tentacolo, io gli sottraggo la preda.

Andiamo avanti a lungo, con lui che si gingilla col barattolo e io che lo stuzzico, picchiettando sul coperchio con un altro granchio. A un certo punto, con uno scatto fulmineo, mi afferra l’indice della mano destra, il granchio sfugge, zampetta via lateralmente e Trecuori, invece di inseguirlo, resta avvinto al mio dito come se fosse preso da un incantesimo. Mi sento avvampare ma non ho paura né ribrezzo, penso che voglia giocare. Non ho mai avuto un compagno di giochi.

Mi trascina verso la sfera, quasi volesse invitarmi a entrare nella sua casa. Lo assecondo.

“Dovrei rimpicciolire parecchio per entrare lì.” Con la coda dell’occhio percepisco il granchio che si sposta lateralmente, in cerca di un rifugio sotto le rotelle della sedia da lavoro. Trecuori lascia andare il mio dito e con un balzo piomba sopra il crostaceo allargando il mantello, la pelle diventa blu cupo, come un supereroe alieno. Sento il crac del guscio e il fuggiasco incontra la sua fine.

Durante il giorno mi è difficile proseguire con l’addestramento, l’analisi dei frammenti si prende tutto il tempo, perciò decido di farlo dopo cena.

Al tramonto il custode si fa sostituire da due cani-robot programmati per la sorveglianza. Non sono aggressivi, registrano e segnalano ogni movimento all’interno del sito e danno l’allarme, un allarme sonoro, se “fiutano” un estraneo. Tutte le persone che lavorano nel sito sono state fatte annusare dai cani, perciò la mia presenza lascia indifferenti i custodi a quattro zampe e posso raggiungere l’atrium senza problemi.

Il fascio di luce della torcia fa uscire Trecuori dalla tana. Gli metto davanti il barattolo coi gusci di vongola e ricominciamo con i tentativi. Ogni volta che si avvicina al coperchio e lo manipola lo premio con un granchio, quando invece perde tempo in azioni inutili, lo lascio a bocca asciutta.

Una notte mi trattengo più del solito. La Luna è tramontata, il vento è caduto, l’aria ristagna densa di umidità. Trecuori è particolarmente svogliato, in certi momenti sembra prendermi in giro, tambureggia sul coperchio con la punta di un tentacolo e aspetta di [I5] vedere se ci casco. La testa mi ciondola per la stanchezza, un paio di volte chiudo gli occhi, forse mi addormento, perché quando li riapro sento un rumore insolito, fuori dalla villa.

Sto per alzarmi in piedi quando Trecuori si avventa sopra il barattolo dei gusci, rompe il sigillo e svita il tappo. Le conchiglie sono sue. Griderei un evviva se non avessi paura di essere scoperta. Spengo la torcia e attendo che gli occhi si abituino all’oscurità. Il rumore sembra scomparso. Afferro il cesto dei granchi e mi lascio condurre dai piedi di filata verso il letto. A metà strada scorgo una figura che emerge dal mare. Sono allo scoperto, posso solo rannicchiarmi nel punto in cui mi trovo, sperando di essere scambiata per un cippo. L’intruso avanza ondeggiando a gambe larghe e solo quando si siede sopra un muretto capisco che si sta togliendo le pinne. Camminava a ritroso, non poteva vedermi. Tenendomi bassa, mi acquatto dietro un cespuglio.

Uno scalpiccio alle spalle mi fa irrigidire. Mi volto lentamente, col cuore che tambureggia. Uno dei cani-robot si sta avvicinando, i suoi occhi sono due biglie azzurre luccicanti nella notte. Sta puntando verso il sub. Tra poco suonerà l’allarme e lo sconosciuto sarà illuminato da un fascio di luce emessa dal robot, filmato e registrato.

Il sub è chino in un punto della viuzza secondaria che porta ai resti del panificio. Non riesco a vedere cosa sta facendo. Il cane gli passa accanto e prosegue il suo giro, risalendo l’acciottolato in direzione del foro.

La serenità della mattina dopo mi fa quasi credere di essermi sognata tutto.

Mentre ritorno alla caserma, con l’asciugamano sulle spalle, faccio una deviazione per la stradina del panificio e mi fermo davanti a una grata di ferro arrugginito che chiude l’accesso a una cisterna. Il Sole è troppo basso per illuminare il fondo, però intravedo il luccichio di un filo di plastica bagnato di rugiada. Infilo due dita nella fessura del listello a cui è legato e lo sollevo; all’altra estremità è sospesa una piccola anfora.

In diversi momenti della colazione apro la bocca, pronta a rivelare tutto all’archeologo capo, e la richiudo. Penso che potrei recuperare l’anfora dalla cisterna e fargli credere di averla vista durante il mio solito giro in mare. Trecuori potrebbe digitalizzarla e forse nella didascalia scriverebbero: trovata da Aline Laguiniere Rais.

Trecuori è dentro la sfera, sonnecchia felice circondato dal suo mosaico di conchiglie, alle quali ha aggiunto alcune schegge di pavimento. Lo metto alla prova ancora una volta, raccolgo le vongole, le chiudo nel barattolo e glielo do. Senza alcun problema, e senza bisogno della ricompensa, svita il tappo e si riprende il contenuto.

Ora devo solo aspettare il momento giusto.

E il momento arriva! L’archeologo capo si sposta allo scavo delle terme, il tablinum è libero. Trasferisco la sfera e il suo abitante nell’altra stanza, accanto all’apertura che conduce sotto il pavimento. Mostro a Trecuori il barattolo vuoto. Lui esce pigramente dalla tana e osserva perplesso il contenitore, senza muovere un tentacolo.

“Vai giù e apri uno dei vasi piccoli. Portami il suo contenuto.”

Trecuori striscia sul pavimento, poi si ferma. Forse ha bisogno di un rinforzo.

Corro in cucina. I granchi stanno lessando dentro una pentola. La signora Manera dice che me ne procurerà altri, ma a me serve un’esca subito. Con una forchetta ne pesco alcuni, ancora integri, e li metto nel barattolo.  Ritorno, sempre di corsa, nel tablinum e ci trovo mio padre, seduto davanti al computer, l’aria seccata.

“Un’altra delle tue, Aline? Cosa devi fare con quei granchi? Dov’è il polpo?”

Trecuori è sparito.  Si sente un tramestio sotterraneo che mi fa prudere all’istante la pelle di tutto il corpo. Anche l’archeologo capo l’ha sentito e il desiderio di grattarmi diventa intollerabile. Mi carezzo le braccia e i gomiti, con fare indifferente, mentre mio padre si avvicina a grandi passi all’apertura nel pavimento. Sono terrorizzata da quello che potrebbe essere successo, il polpo sta fracassando tutte le anfore nel tentativo di aprirle, oppure è rimasto intrappolato di sotto e bisognerà scavare per recuperarlo, ma tutte queste considerazioni passano in secondo piano nel momento in cui l’archeologo capo mi dà le spalle e io posso grattarmi come una disperata.

“Lo hai fatto entrare nella dispensa. Quale programma hai usato?”

Spingo le unghie con forza sugli avambracci e lacero la pelle, il sangue me la riga.

“Aline?”

Sta per voltarsi quando una figura tenebrosa si affaccia dalla cavità. Una massa indistinta di fango e tentacoli fuoriesce del tutto dal buco.

“È sporco.” Con un dito mio padre rimuove la pasta scura rimasta appiccicata al corpo del polpo e la sfrega tra i polpastrelli, valutandola. “Sembra materia organica.”

“Garum” dichiaro con un filo di voce.

L’archeologo capo drizza la testa, mi lancia un’occhiata, poi ritorna a esaminare la poltiglia che ricopre Trecuori, quindi cerca un contenitore di vetro per reperti e ripulisce il mantello dell’animale a ditate, ottenendo una palla scura e morbida simile a sterco di pecora. Prende il telefono dalla tasca e chiama il laboratorio. Gli stanno per mandare un assistente con un vasetto, il contenuto dovrà essere analizzato subito. Chiude la telefonata e si sofferma a guardare Trecuori con aria pensosa.

“Ripulisci questo attrezzo, Aline. Usa acqua salata.”

Se ne va, con la sua camminata rapida e leggera. Come d’incanto, il prurito scompare. Mi chino e porgo la destra a Trecuori. “Ce l’hai fatta! Sei un eroe!” Gli stringo alcuni tentacoli fra le mani e lui si abbandona con fiducia ai miei tentacoli.

Prendo un paiolo e mi avvio verso il mare. Il Sole è quasi a picco, il cielo bianco, dal selciato sale un bollore acuto che cuoce le gambe e mi fa pensare alla pentola di granchi sul fornello.

Avanzo coi sandali di gomma sul muro mezzo sommerso del tempio di Esculapio. Si protende sull’acqua come un pontile, spesso lo uso per tuffarmi; è perfetto per riempire il paiolo di acqua pulita. Mi volto per tornare indietro, impacciata dal peso, e vedo il signor Manera chino nel punto in cui si trova la cisterna che ho esaminato stamattina. Solleva la grata con una zappa, tira su l’anfora, la avvolge in un panno e la fa sparire dentro uno zaino.

Resto ferma dove sono, i piedi a mollo, il paiolo colmo. Attendo che si volti, vorrei che vedesse la delusione sul mio viso, ma lui, con grande pacatezza, si rialza, si mette lo zaino in spalla, richiude e se ne va. Mi sembra perfino di sentirlo fischiettare.

Ceno da sola, perché l’archeologo capo è impegnato a stendere una relazione sulla recente scoperta di un deposito di garum nel sito.

“Cambieranno le ipotesi sulla città” mi spiega la signora Manera, che si è seduta a tavola per mangiare il gelato insieme a me. “Il garum era molto prezioso e il fatto che ce ne sia tanto nella villa significa che questo porto era più importante di quanto non si credesse.”

Io rispondo a monosillabi, neppure sento il sapore della fragola e del cioccolato. La guardo di sottecchi. Ero pronta a spiattellarle tutto, il sub notturno, l’anfora, il nascondiglio. Poi ho riflettuto e ora mi chiedo se non sia complice del marito. Gli adulti sono spesso inaffidabili, anche quelli che appaiono più onesti e cordiali.

Mio padre si presenta molto tardi, irrequieto per la fame e per la scoperta.

“Cosa ci fai ancora in piedi, Aline?”

Arrossisco. Vorrei raccontargli cosa succede nel suo sito, sotto il suo naso. Attendo che la signora Manera finisca di andare e venire dalla cucina alla tavola e quando, finalmente, siamo noi due soli, attacca a parlare lui. Mi riassume ciò che ha scritto nella relazione, con quel tono di euforia trattenuta che ho sentito ogni volta che uno scavo apriva nuove conoscenze e prospettive.

“Ho richiesto anche una squadra di polpi per recuperare le anfore integre. Allargheremo il passaggio e si potrà…”

“Altri polpi? Lavoreranno con Trecuori?”

“Trecosa?” Rovescia l’intero vassoio di calamari fritti nel suo piatto. “Ci servono modelli recenti, con programmi aggiornati, in grado di spostare gli oggetti senza danneggiarli.”

“È stato Trecuori a scendere sotto e ad aprire l’anfora. È un eroe. Siamo noi la squadra.”

“Aline, il polpo è un mezzo di ricerca, e neppure di prima scelta. Gli esemplari sofisticati li usano per ripulire le guglie della basilica di San Marco, a Venezia, o per esplorare le piramidi. Ho chiesto un collaboratore sintetico e mi hanno mandato uno scarto. Probabilmente è a fine ciclo.”

Un brivido di freddo mi percorre tutta. “Cosa significa fine ciclo?”

“I polpi vivono solo due anni. Anche queste versioni modificate. Dicono che non valesse la pena agire sul DNA per allungargli la sopravvivenza. Tutte balle. Obsolescenza programmata. Alle industrie produttrici conviene venderci altri polpi, aumentando il prezzo con la scusa dell’aggiornamento dei programmi.”

Attende una replica, ma io non riesco a mettere ordine nel vortice di pensieri che mi gira in testa.

“Non preoccuparti, avrai una decina di polpi tutti per te, un piccolo plotone ai tuoi ordini!”

La cuoca ritorna per portare via i piatti. Mi appello a lei, piena di speranza.

“Signora Manera, è vero che i polpi vivono solo per due anni? Com’è possibile? Sono grandi quanto un pappagallo e ci sono pappagalli centenari!”

“Intanto quella dei pappagalli è una leggenda, però hai ragione, alcuni piccoli animali terrestri vivono più a lungo di quelli marini. È la legge del mare. I polpi si riproducono con molta facilità, da due individui possono nascerne anche quattrocentomila…”

“Ah! Come ti dicevo! Le industrie si arricchiscono alle nostre spalle.”

Mi alzo in piedi, esasperata.

“Qual è l’età di Trecuori?”

L’archeologo capo si stringe nelle spalle. La signora Manera scuote la testa.

“Difficile da determinare. In genere, quando diventano anziani, cominciano a perdere la pelle e viene fuori il bianco della carne.”

“Imbiancano, come i vecchi” conclude mio padre, finendo di bere il vino.

Scappo da questi due insensibili studiosi. A metà strada faccio dietro-front, entro in cucina dalla portafinestra esterna e rubo due calamari crudi dal frigo, mentre nell’altra stanza mio padre chiacchiera con la signora Manera. Si è aggiunto anche il custode. Fanno un bel terzetto di ladri. Uno ruba le anfore sommerse, l’altro i meriti non suoi e la signora fa finta di niente. Andate tutti al diavolo!

Quando arrivo nell’atrium la sfera è vuota. Un suono curioso, come uno scoppiettio sommesso, mi fa spostare il raggio di luce; colgo un movimento dentro il riquadro di legno che contiene la ricostruzione del mosaico. Trecuori sta pattinando sui frammenti riaccostati, il mantello schiacciato e i tentacoli sparpagliati, che alza e abbassa con un movimento ritmico. Le ventose producono un leggero pop, come bolle che scoppiano, e la loro azione ha ripulito il disegno dalla patina del tempo. I colori sono ritornati brillanti; quella che prima sembrava una mano sono in realtà le piume di un uccello rosso vivo che spiega le ali.

Mi abbasso e mi appoggio su un’asse di legno. Subito Trecuori accorre e mi tocca con delicatezza le dita, come se avesse atteso il mio ritorno per tutta la sera e, nel frattempo, per non annoiarsi, si fosse dedicato alla ripulitura del mosaico. Rispondo stringendogli i tentacoli e gli  offro i calamari, sentendomi una traditrice.

Alla fine penso che l’archeologia tramandi e conservi una versione superficiale di ciò che è stato. Trecuori, con la sua conoscenza tattile, riceve un sapere più profondo di qualunque osservazione minuziosa.

Lo esamino con attenzione alla luce della torcia, la pelle è lucida e pulita, grazie al bagno nel paiolo pieno d’acqua di mare. Sembra un ragazzino e affronta la cena con lo stesso entusiasmo.

I pensieri riprendono a vorticarmi nella testa, che diventa sempre più pesante. Il paiolo pieno d’acqua, l’uccello di fuoco, la sensazione umida e fredda dei calamari morti nella mano, il loro odore mi è rimasto sulla pelle, l’odore del mare.

L’estate è quasi finita, ancora qualche giorno e tornerò dalla mamma.

L’archeologo capo è molto soddisfatto della stagione. Lo scavo è stato rifinanziato, sono arrivati alcuni giovani tecnici, esperti in indagini del sottosuolo; ogni area è stata radiografata coi raggi infrarossi e sono venute fuori altre dispense e cantine nascoste, colme di tesori archeologici. Questo ha confermato le sue ipotesi; la città, sebbene di provincia, era un porto intermediario degli scambi tra l’Italia, la Spagna e le coste africane.

Qualche sera fa, dopo cena, mi ha chiamata e mi ha fatto leggere alcune righe della relazione che pubblicherà a breve. Nel testo principale racconta in quale modo è arrivato a sospettare la presenza della camera sottostante il tablinum, e in una nota a piè di pagina ringrazia “la mia valida assistente Aline Laguiniere Rais, che mi ha spinto ad approfondire l’indagine”.

“Grazie, babbo.”

Mi congeda con un solenne battito di ciglia. Non ha mai avuto un gran senso della collaborazione, si è dimenticato di Trecuori, mentre io ci penso ogni giorno. Ogni giorno attivo i programmi per i polpi che ci hanno mandato in aiuto. Sono cinque energumeni o energumene con i tentacoli muscolosi e la testa piccina. Abbiamo dovuto allargare il passaggio per farli accedere alla dispensa.

La squadra di polpi conferma ciò che mi disse la signora Manera: sono solitari e antipatici. Trascorrono il tempo chiusi ciascuno nella propria sfera, dormono, mangiano, a volte litigano, se qualcuno si avvicina troppo a un’altra tana.

Trecuori è evaso. Il giorno seguente al recupero del garum è sparito. La sfera era disabitata, il paiolo vuoto. L’ho cercato ovunque, ho pianto, mi sono disperata, ma le mie lacrime non hanno convinto mio padre.

“Per un mese non potrai nuotare nella zona proibita” ha decretato.

Non era arrabbiato, in fondo il polpo era un modello dalle funzioni elementari, una scimmia d’acqua.

Oggi termina la punizione e io mi tuffo dal muro del tempio di Esculapio. Mi piacerebbe rivedere Trecuori, stringere i suoi tentacoli e farmi stringere da lui, però immagino abbia molto da esplorare, qui attorno. Nel mare capita come nella vita, si nuota lontano, ci si perde di vista.

Di sicuro si è trovato una bella tana fra un anemone di mare e un gruppo di cozze. In questo mese ho gettato in acqua calamari crudi, vongole, sardine, a seconda di quello che offriva la tavola; li legavo a un peso per farli affondare e mi sentivo come un antico che sacrificava a una divinità.

Il percorso sott’acqua è una passeggiata fra i perimetri squadrati delle botteghe, la bocca aperta del forno delle ceramiche, le rocce tonde.

Oltrepasso il vicoletto tra le grandi rocce coperte di alghe fluttuanti e per la meraviglia lascio andare il boccaglio. La pista da ballo è cambiata !È stata ripulita dalle ventose pazienti dell’unico inquilino di questo tratto di mare. Non è più una spianata irregolare di muschio bruno, alghe arricciate a campanella e sabbia. Sotto tanti secoli di acqua e detriti c’era un mosaico. Visto dall’alto, grazie alla lente dell’acqua, sembra la pagina di un atlante delle creature del mare squadernato sotto di me. Meduse dall’ombrello frastagliato si alternano a guizzanti delfini dal muso appuntito; murene a strisce gialle convivono insieme a una gran varietà di pesci di tutte le forme; gamberi rosa pallido, grandi quanto la mia mano, sbattono la pinna caudale danzando intorno ai calamari; le virgole scure e bitorzolute devono essere i cavallucci marini; le stelle rosso vivo sono stelle di mare, ormai estinte da un centinaio di anni.

E polpi. Polpi di ogni dimensione, srotolano lunghissimi tentacoli arricciati come a voler abbracciare tutte le creature del mare. Trecuori non è più solo.

—FINE—

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