Non donna di provincie, ma bordello

Sapete tutti come sono andate le cose: ieri in Parlamento si è votato su una proposta di legge costituzionale dell’IDV per abolire le provincie italiane. Date le molte assenze nella maggioranza (contraria, nonostante l’abolizione delle provincie fosse nel programma elettorale del PDL), la legge avrebbe potuto passare. Non è passata perché il PD, a differenza del resto dell’opposizione, centristi compresi, si è astenuto.
Accusato di aver fatto mancare il proprio voto affossando un obiettivo che in teoria condivideva, il PD si è difeso dicendo che la proposta dell’IDV è demagogica, perché prevede la pura e semplice abolizione delle provincie senza preoccuparsi di chi andrà a svolgere i compiti che ora sono di loro competenza. Il PD al contrario, ha una sua proposta di legge molto più articolata che prevede un riordino generale delle autonomie locali e si occupa di questi problemi. Nelle parole del responsabile degli enti locali del PD, Davide Zoggia: “Se si vuole fare serio bisogna quindi dire a chi, una volta abolite , vanno le funzioni delle province, almeno quelle essenziali, come verrà dislocato il personale che oggi vi lavora”.
Ora, se le cose stessero così, effettivamente il PD qualche ragione per astenersi (forse) ce l’avrebbe avuta. Ma andiamo a vedere la realtà dei fatti.
Secondo la proposta di legge IDV, le provincie vengono semplicemente abolite. La parola “provincie” scompare dalla Costituzione, e i beni e le funzioni provinciali vengono trasferiti a comuni e regioni. Il come questo avverrà è demandato a una futura legge che il Parlamento si impegna a emanare entro un anno dall’abolizione. In poche parole, le provincie vengono abolite in modo totale e irreversibile, delle conseguenze si discuterà poi. Viene però prevista la possibilità di creare delle “città metropolitane” (altra cosa di cui si favoleggia da quando ero bambino).
Cosa dice invece la proposta di legge PD? Anche qui si parla della costituzione di città metropolitane. Per il resto, le provincie vengono soppresse d’ufficio solo dove sorgano città metropolitane. Non si prevede un’autentica abolizione delle provincie, ma solo un riassetto, con una modifica dei compiti attribuiti alle provincie, demandato a una futura legge, e l’accorpamento o soppressione delle provincie troppo piccole, demandato agli enti locali.
Ora, dopo aver letto ambedue le proposte di legge, non mi pare proprio che la proposta del PD sia più precisa di quella dell’IDV riguardo a chi si assumerà le funzioni delle provincie. Ambedue le proposte, infatti, demandano questa decisione a una legge successiva e ancora inesistente. Anzi, semmai da questo punto di vista è più chiara la proposta IDV, che perlomeno specifica che le funzioni andranno suddivise tra regioni e comuni. La proposta PD demanda tutto a un fantomatico riassetto ancora da definire.
Ma la differenza principale tra le due proposte è un’altra. E cioè che con la proposta IDV le provincie cesserebbero effettivamente di esistere, ovunque. Nella proposta del PD, no! A ben vedere, quella del PD non è una proposta per l’abolizione delle provincie. È una proposta che prevede la riforma dell’istituzione provincia (in direzione per ora imprecisata), e apre la possibilità (ma solo a discrezione degli enti locali) di abolire alcune delle provincie più inutili.
Emergono così ancora una volta inalterati, nonostante il recente cambiamento della situazione politica, tutti i problemi che da sempre affliggono il PD. Che si dimostra ancora una volta un partito incapace di compiere delle scelte nette, pure nei casi in cui la volontà dell’elettorato è chiarissima. L’abolizione delle provincie è un tema che riscuote un larghissimo consenso sia nell’elettorato del PD sia in larghe fasce di elettori che non lo votano. Per non parlare del fatto che una sconfitta del governo su questo tema, che per la Lega è di grande importanza, avrebbe creato ulteriori difficoltà a una maggioranza già allo sbando. Eppure ci si è astenuti. È difficile non pensare che la dirigenza del PD sia più impegnata a preservare i propri equilibri interni che a opporsi al peggior governo della storia della Repubblica.
Il caso Milano e i referendum non hanno insegnato nulla. Pisapia ha proposto agli elettori delle posizioni chiare e senza ambiguità, anche su temi controversi come l’immigrazione e le moschee, e ha stravinto. Sui referendum invece, il PD ha mantenuto a lungo una posizione intermedia, ed è stato costretto poi a cambiare atteggiamento per non essere scavalcato dai suoi elettori. Eppure il PD continua a proporsi come un partito da Prima Repubblica, che chiede agli elettori un mandato in bianco per fare poi da camera di compensazione tra tutti gli interessi in gioco e non scontentare nessuno. È la stessa linea che ha portato alle sconfitte brucianti degli ultimi anni, e che consente a partiti come IDV e SEL di rosicchiargli consensi, presentandosi come coloro che fanno la vera opposizione.
Se il PD presentasse non un complicato programma, ma una dozzina di provvedimenti inequivocabili e senza mezze misure (come potrebbe essere appunto l’abolizione delle provincie senza se e senza ma), si impegnasse sul serio a realizzarli, e si dichiarasse disposto ad allearsi con chiunque li condivida, vincerebbe le elezioni a mani basse. Se non lo farà, per la pochezza dei suoi dirigenti, dopo vent’anni di berlusconismo, se si lascerà sfuggire questa occasione, non verrà perdonato. Né dai suoi elettori, né dalla Storia.

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Buongiorno Milano, buongiorno Italia


Non credo sia necessario che vi dica quanto sono contento della vittoria di Giuliano Pisapia a Milano. Soprattutto perché si tratta di un sentimento largamente condiviso. Per esempio da tutte le persone che si sono riversate in piazza Duomo ieri a Milano (“Sembravamo un Paese uscito da una dittatura”, ha detto un’amica, e con ragione: perché è paragonabile il peso con cui tutti questi anni di berlusconismo hanno gravato sulle coscienze di chi non si rassegna a vedere compressi i princìpi di legalita e democrazia). O tutti quelli (tantissimi!) che, mentre volantinavo in corso Buenos Aires, mi hanno detto “non voto a Milano, purtroppo, perché vorrei votare per Pisapia!”. O gli amici che nei giorni scorsi mi hanno tempestato di SMS da tutta Italia per esprimere partecipazione e poi per congratularsi.
Credo che il risultato del voto a Milano esprima due cose, molto importanti.
È stato sconfitto un modo disgustoso di fare politica, quello che considera l’elettore come un personaggio in preda soltanto di istinti bassi ed elementari, da vellicare senza ritegno. Nulla ci è stato risparmiato: accuse notoriamente false sbandierate all’ultimo istante per rendere impossibile la replica; clamorosi dietrofront su quelli che fino a ieri erano considerati fiori all’occhiello del proprio programma (l’Ecopass), e appelli al razzismo più bieco e senza attenuanti (l’ultimo giorno di campagna elettorale ho ricevuto una lettera firmata Letizia Moratti, che diceva testualmente: “Assurdo sarebbe consegnare Milano a chi vuol dare le case ai rom”; frasi che in ogni altro Paese europeo sarebbero monopolio di frange estremiste, da noi fanno parte del lessico abituale di una candidata che ama definirsi moderata). Si è visto, finalmente, che di fronte a un candidato credibile questi metodi non funzionano più.
Ma, soprattutto, è emerso un nuovo modo di fare politica, che vede finalmente la sinistra vincente. Pisapia ha vinto per tanti motivi. Ha vinto perché è stato scelto alle primarie, e non imposto da accordi politici presi in alto. Ha vinto perché è stato sostenuto lealmente e con convinzione da tutta la sua coalizione, inclusi i candidati che ha sconfitto alle primarie. Ha vinto, soprattutto, perché ha parlato di cose concrete che riguardano tutti i milanesi, ma non è arretrato di un millimetro sulle questioni di principio. Fino a pochi mesi fa, affermare che i milanesi musulmani hanno diritto a una moschea, perché in Italia c’è libertà di culto, sarebbe stato considerato un suicidio politico. Pisapia l’ha fatto, e ha vinto con larghissimo margine. E così ha dimostrato che in Italia esiste un elettorato maturo che è in grado di scegliere il migliore dei candidati, al di là delle barriere dell’appartenenza politica.
La sinistra negli ultimi anni ha preso tante batoste proprio perché si è lasciata ipnotizzare dalla vittoria di Berlusconi, e ha creduto alla favola per cui gli italiani sarebbero in maggioranza di centrodestra, e perciò l’unico modo per vincere le elezioni è quello di presentare un candidato di centrodestra. Quando Giuliano Pisapia ha vinto le primarie, diversi esponenti del PD milanese hanno mormorato: “Con un candidato che viene da SEL non vinceremo mai”. Addirittura qualcuno ha pronosticato pubblicamente che sarebbe arrivato terzo al primo turno. Erano completamente in torto, e ora spero che se ne rendano conto. Pisapia ha dimostrato che un candidato che presenta un buon programma senza rinunciare alle sue radici di sinistra prende anche il voto dei moderati, se è bravo. Io spero che la sinistra se ne renda conto anche a livello nazionale. E che non stia ad ascoltare i tromboni centristi a oltranza come Cacciari (il quale continua a sostenere che sarebbe stato meglio che la sinistra candidasse Albertini, il sindaco berlusconiano di 5 anni fa; una puttanata indegna di un uomo che ha fama di grande intelligenza; forse bisognerebbe spiegare al filosofo che, a differenza che nel suo campo di studi d’elezione, gli angeli, in politica bisogna attenersi al principio di realtà).
Purtroppo le dichiarazioni dei vari D’Alema, Letta e Bersani non lasciano ben sperare. Ma io credo che la forza degli elettori ormai sia superiore a quella dei dirigenti. Gli elettori di sinistra oggi si sono resi conto che possono vincere, se hanno dei candidati espressi da loro stessi e non da alchimie politiche. E, se i loro dirigenti non glieli faranno trovare, ne troveranno altri. Speriamo che la lezione di De Magistris a Napoli abbia insegnato qualcosa.

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