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BitCity Magazine

BitCity Magazine - numero 0
Ciao a tutti!
Contrariamente a quanto avevo promesso (ma sono sicuro che ve lo aspettavate), ultimamente ho latitato un po’ dal blog. Il motivo è, ne più ne meno, il sovraccarico di lavoro.
Una delle cose che mi hanno portato via molto tempo è una nuova rivista che è uscita pochi giorni fa. Si chiama BitCity Magazine, ed è un periodico dedicato alla tecnologia. Al momento è previsto che esca una volta al mese, e solo in formato elettronico: potete leggerla sul sito, scaricarla in formato PDF per leggerla offline e, prossimamente, anche installare sul vostro smartphone o tablet apposite app per la lettura, in formato iOS o Android.
È ovviamente un parere di parte, ma sono convinto che la rivista sia ben fatta, con una bella grafica e articoli non banali. Soprattutto, è completamente gratuita. Potete leggerla o scaricarla senza pagare un centesimo, e così sarà anche per i prossimi numeri.
Di conseguenza, mi fareste un grande piacere se la scaricaste e leggeste. Ancora più grande sarebbe il piacere se faceste sapere a tutti i vostri contatti, amici e conoscenti che la rivista esiste.
Mi piacerebbe inoltre mi diceste che cosa vi piace della rivista, cosa invece non va, e cosa vorreste vedere sui numeri futuri. E sarebbe ancora meglio se, invece che farlo commentando qui o scrivendomi in privato, lo faceste su Facebook, su Twitter o su Google+.
Grazie e buona lettura!

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I bit della memoria

Anche se l’ipotesi che la mente sia un “software” è ancora molto controversa, viene comunque spontaneo paragonare il cervello a un computer, che usa i vari organi del corpo come periferiche ed elabora i dati che da essi riceve. Tuttavia, anche se questa idea è molto ben radicata, in realtà siamo parecchio lontani dall’aver capito in che modo il cervello opera sui dati. Se fosse simile a un computer, dovrebbe avere l’equivalente di una RAM per la memoria a breve trmine, e di un disco rigido (o SSD, se vogliamo fare i moderni) per quella a lungo termine. finora non sapevamo quali fossero gli equivalenti cerebrali di questi componenti; non sapevamo, cioè, come il cervello “fissa” i ricordi.  Gli esperimenti passati portano a ritenere che il formarsi di un ricordo equivalga al rafforzarsi di una determinata connessione tra alcuni neuroni del cervello, che li porta a scambiarsi impulsi elettrici secondo uno schema fisso. Queste connessioni, tuttavia, decadono in un tempo abbastanza breve, mentre i nostri ricordi possono rimanere per una vita intera. Ci deve essere quindi un meccanismo con cui il cervello “salva” queste connessioni per poi poterle ricreare quando servono.
Ora un gruppo di scienziati ha ipotizzato un meccanismo con cui questo processo può avvenire. Si tratta di una proteina, indicata col simbolo CaMKII, che viene prodotta durante il processo di creazione delle connessioni sinaptiche e va poi a legarsi con l’interno dei neuroni. In tale proteina rimane memorizzata la forma della connessione che l’ha generata.
La cosa più interessante è che le informazioni che vengono salvate nella proteina sono in forma binaria, come quelle dei computer: la proteina è di forma esagonale, e a ogni vertice può esserci o meno un gruppo fosfato. La presenza o assenza di questi gruppi equivale a un bit di informazione (0 o 1). La differenza rispetto ai computer è che, essendo gli elementi di proteina esagonali, un “byte” è composto da 6 bit invece che da 8.
Naturalmente il fatto che abbiamo scoperto la natura di questi bir non significa che siamo pronti a leggere i ricordi del cervello… ma il traguardo si è avvicinato un po’.
Maggiori informazioni sull’argomento nell’articolo che ho pubblicato su Nòva 24 di domenica scorsa, che potete leggere facendo clic qui sotto:

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Computer quantici

La produzione di un chip quantico a 16 bit D-Wave


Dal nome sembrerebbero un gadget tratto da qualche gioco di ruolo di fantascienza come Eclipse Phase. Ma in realtà i computer quantici sono qualcosa che potrebbe esistere presto (o forse già esiste) e che potrebbe far fare all’informatica un salto in avanti di portata incalcolabile.
Cos’è un computer quantico? Sappiamo tutti che, per manipolare l’informazione, i computer riducono tutto in bit, cioè cifre binarie che possono assumere il valore di 0 o 1. Il processore del computer con cui state leggendo questo post possiede un registro in cui sono salvati i bit su cui sta lavorando (probabilmente 32 o 64 bit), e a ogni ciclo di funzionamento compie delle operazioni matematiche su questi bit cambiandone il valore.
I bit in questione sono rappresentati dallo stato di componenti all’interno del processore. In un computer normale si tratta di componenti macroscopiche (per modo di dire, perché nei chip odierni ci vuole un microscopio molto potente per vederle; ma comunque si tratta ancora di oggetti formati da un bel numero di atomi). In un computer quantico, invece, per rappresentare queste unità minime di informazione si utilizzano particelle subatomiche. Per esempio, si può decidere che se o spin (momento angolare) di un elettrone è in un verso, vale 0, altrimenti vale 1.
I bit codificati in questo modo vengono chiamati qbit. Che ci si guadagna? Il punto è che, quando si lavora in questa scala di grandezze, entra in gioco la meccanica quantistica, che ci dice che lo stato di una particella non è mai definito, ma è una sovrapposizione di tutti gli stati possibili, a meno che un osservatore non lo vada a verificare. In pratica lo spin del nostro elettrone, mentre non lo guardiamo, non va né del tutto in un senso né nell’altro, ma è un mix delle due possibilità. Questo, che a prima vista potrebbe sembrare un problema, può essere utilizzato a nostro vantaggio per certi tipi di calcoli. Per esempio, se  vogliamo risolvere un problema che richiede di verificare il valore di una funzione per n valori diversi e poi farne la media, con un computer classico dobbiamo eseguire il calcolo n volte. Se invece usiamo un computer quantico i cui qbit possono assumere simultaneamente n valori diversi, è possibile eseguire il calcolo una sola volta e ottenere un risultato che, statisticamente, sarà pari alla media di tutti i risultati, risparmiando un gran numero di cicli di calcolo. Al crescere del numero dei qbit, la quantità dei cicli di calcolo risparmiati cresce esponenzialmente, tanto che un computer quantico con varie centinaia di qbit a disposizione potrebbe facilmente superare la potenza di tutti i computer oggi disponibili per l’umanità.
Ovviamente, una cosa è enunciare il principio, un’altra è metterlo in pratica. “Scrivere” un dato usando singole particelle subatomiche richiede componenti estremamente sofisticate, che stiamo cominciando a malapena a concepire. Inoltre, perché sia possibile lavorare con i qbit, occorre sfruttare un’altra proprietà della meccanica quantistica, che è l’entanglement. In pratica, se una serie di particelle viene prodotta da un unico processo quantistico, e poi andiamo a misurare una proprietà di una di esse (che, come abbiamo visto prima, è indefinita fino al momento dela misura), faremo diventare definita la proprietà non solo della particella misurata, ma di tutte le particelle coinvolte. Questo ci aiuta a misurare in una sola volta lo stato di tutti i qbit, ma nondimeno, al crescere del loro numero, produrre insiemi di qbit legati dall’entanglement diventa molto complicato. Infine, perché tutto questo abbia un senso occorre che non ci siano influenze dal mondo esterno: qualunque interfernza causa la decoerenza, cioè interrompe l’entanglement e rende impossibile leggere il valore dei qbit. Per evitare la decoerenza occorre prendere misure drastiche, come lavorare vicino allo zero assoluto.

Il D-Wave One, primo computer quantico commerciale


Nonostante tutto questo, esiste già chi produce un computer quantico: l’azienda canadese D-Wave ha recentemente venduto alla Lockeed-Martin per dieci milioni di dollari un primo esemplare di computer quantico, il D-Wave One. C’è però chi è scettico: un esperto del settore come Scott Aaronson ha dichiarato più volte che al momento attuale non esiste una tecnologia in grado di fare ciò che D-Wave dichiara (anche se ultimamente si è dichiarato disposto a rivedere il proprio giudizio di fronte a prove più approfondite).
Tuttavia c’è chi è ancora più scettico, e ritiene che i computer quantici siano una bufala, “Il moto perpetuo del 21esimo secolo”, qualcosa che è fisicamente impossibile costruire. Secondo costoro, al crescere del numero dei qbit cresce la difficoltà di leggerne i valori isolando il segnale dal rumore, e si raggiungerà ben presto un limite massimo oltre il quale i computer quantici non potranno andare. Un limite che non permetterà di usarli per scopi effettivamente utili. Aaronson non è d’accordo, e sul suo blog ha lanciato una sfida: pagherà 100.000  $ a chi dimostrerà in modo convincente che esiste un limite fisico, e non solo tecnologico, alla costruzione di computer quantici di potenza a piacere.
È una sfida che ha un sapore filosofico. Non si tratta solo di risolvere un problema tecnico, ma di andare a vedere se il mondo del tutto controintuitivo dei quanti, in cui non c’è nulla di definito e ogni cosa assume più stati contemporaneamente, è confinato nel regno dell’infinitamente piccolo, o se invece noi possiamo sfruttare le sue proprietà nel mondo macroscopico per effettuare un calcolo.  Finora chi si bocciava le teorie quantistiche come impossibili o assurde ha sempre avuto torto, vedremo come andrà questa volta.
Su questo tema ho scritto un articolo pubblicato sulla prima pagina di Nòva 24 di domenica 5 marzo. Potete leggerlo facendo clic quì sotto:

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Fantascienza XL

Dall’altro ieri è in edicola il primo numero col nuovo stile della rivista XL che, pur avendo mantenuto il nome, è in formato più compatto (e a mio avviso, di più comoda lettura).
Il motivo di cui ve ne parlo, però, non è il nuovo stile, bensì due nuove rubriche che saranno gestite dal sottoscritto. Una sarà un piccolo spazio destinato alle recensioni di nuove uscite di fantascienza, all’interno di X-Voto – Libri. L’altra sarà una rubrica di diverse pagine denominata Futurama, in cui presenteremo ogni mese un racconto di fantascienza d’epoca, illustrato da un artista moderno, e con un breve commento da parte mia. Questo mese si comincia con Ray Bradbury, di cui presentiamo un estratto da Cronache Marziane, splendidamente illustrato dall’amico Franco Brambilla.
Inutile dirvi quanto mi faccia piacere poter parlare di fantascienza ai lettori di una testata ad amplissima diffusione come XL. In particolare, quando il direttore Luca Valtorta mi ha proposto di occuparmene nel corso di una chiacchierata durante Lucca Comics & Games, pensavo di avere trovato il lavoro ideale. Cosa c’è di meglio di essere pagato per scegliere dei bei racconti classici? C’è però il rovescio della medaglia, e cioè che la scelta deve sottostare a diversi limiti, il più grosso dei quali è la lunghezza. Lo spazio a disposizione sulle pagine di XL sembra tanto, ma alla fine si tratta di meno di 20.000 caratteri, quando la stragrande maggioranza dei racconti celebri ne misura almeno 30.000, e spesso molti di più. Oltre a questo, il racconto deve offrire spunti per le illustrazioni, e deve incontrare non solo il mio gusto ma anche quello della redazione. Insomma, certe volte trovare un candidato è veramente difficile. Il che non toglie che si tratti di una bellisisma sfida, che sto affrontando con piacere e che cercherò di svolgere nel migliore dei modi. Sono graditissimi i suggerimenti (anche se, ovviamente, non è detto che possa seguirli, perlomeno non tutti).
Se il tempo me lo consentirà, cercherò di svolgere regolarmente approfondimenti su questo blog, sia per quanto riguarda i racconti di Futurama, sia per i romanzi segnalati.

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Morire per vivere

La Terra ha ormai colonizzato un gran numero di pianeti, ma una legge-quarantena che protegge il nostro mondo dalle contaminazioni proibisce a chi se ne va di ritornare indietro. John Perry ha 75 anni, è appena rimasto vedovo, e non si aspetta più molto dalla vita. Accetta perciò di arruolarsi nelle Forze di Difesa Coloniale: dovrà combattere per due anni o più, ma in cambio, dicono, ritornerà artificialmente giovane…

È ormai rarissimo che in Italia vengano tradotti romanzi inediti di fantascienza  (fatta eccezione per quelli ispirati a film, TV o videogiochi). Lode quindi a Gargoyle che ha portato in Italia il primo volume della fortunata serie di John Scalzi, Old Man’s War.
La lettura del libro mi ha dato fin dall’inizio una sensazione di “vecchia fantascienza”, sia in senso positivo che negativo. Da un lato, fa piacere leggere un romanzo che non è un thriller mascherato, e nemmeno si basa su ipotesi scientifiche tanto esotiche da essere difficile da seguire, come spesso capita con i testi moderni. Dall’altro, però, l’opera presenta alcune mancanze che sono disposto a perdonare ai classici, ma non alla narrativa di questo millennio.
La prima cosa che colpisce della scrittura di Scalzi è che rinuncia a tutti gli abusati meccanismi che gli scrittori di genere odierni utilizzano per creare tensione: non ci sono narrazioni parallele, cambiamenti di punto di vista, flash-back o flash-forward. La narrazione è lineare, in prima persona e segue un unico personaggio. Questo può sembrare semplicistico, ma mi sono convinto che sia un pregio: Scalzi sa tenere viva l’attenzione del lettore sulla propria storia senza trucchi non necessari, e non è da tutti.
L’altra caratteristica notevole di Scalzi è l’originale ed efficace miscuglio di stili. Le scene di battaglia sono rappresentate con un convincente equilibrio tra avventura e crudo realismo, degno dei migliori romanzi d’azione. Gli alieni, invece, sono descritti con un paradossale umorismo nero che fa pensare quasi a un Robert Sheckley o a un Douglas Adams. Infine, il vero filo conduttore dell’opera è il tentativo del protagonista e dei suoi compagni di rimanere umani pur essendo catapultati in un mondo totalmente alieno con corpi e menti artificiali. Un tema non nuovo, ma che l’autore tratta seguendo una malinconica vena introspettiva, l’autentico pregio del romanzo.
Dal punto di vista del realismo tecnologico, alcune parti sono convincenti, altre molto meno. Mi è piaciuta molto la descrizione dei corpi dei soldati, del computer che hanno installato nella testa e dell’uso che ne fanno. Ho però forti dubbi sul fatto che una futura guerra interstellare si combatterà scaricando migliaia di fanti sulla superficie dei pianeti. Da questo punto di vista, trovavo più convincente Fanteria dello spazio (il libro, non il film), dove i “fanti” spaziali usano armature, volano, sparano armi nucleari e si muovono a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Mi è difficile credere una battaglia contro gli alieni somiglierebbe al Vietnam o allo sbarco in Normandia.
Più in generale, a parte la descrizione dell’esercito, manca un serio tentativo di creare un mondo credibile nel suo insieme dal punto di vista economico, sociale o tecnologico. La società delle colonie spaziali non viene mai mostrata, mentre le scene ambientate sulla Terra hanno un sapore addirittura retrò, potrebbero svolgersi negli anni Cinquanta. Paradossalmente, alle reclute vengono distribuiti dei “PDA” su cui scrivere usando uno stilo: roba che era già nei negozi quando il romanzo è uscito, e che oggi è già obsoleta (persino il termine PDA non si usa più!).
Quello che però non sono proprio riuscito a digerire in Morire per vivere è il sottinteso politico di fondo. Questo viene esplicitato in un discorso che un ufficiale fa alle reclute: la guerra è brutta, ma necessaria e inevitabile. Le risorse dell’Universo sono scarse, ed essere meno aggressivi significherebbe rimanere indietro rispetto alle altre razze e soccombere. Talvolta si può trovare una soluzione pacifica, ma nella maggioranza dei casi le culture aliene sono troppo diverse dalla nostra per trovare un terreno comune. Quindi la guerra è l’unica soluzione. E non solo la guerra difensiva, ma anche quella offensiva: una delle operazioni militari descritte è un attacco preventivo a una civiltà “concorrente”, la cui società ed economia vengono chirurgicamente devastate, riportandole a un’era preindustriale e riducendo la popolazione alla carestia e al caos.
So che non bisogna confondere le opinioni di un personaggio con quelle dell’autore, tuttavia Scalzi, perlomeno nel corso di questo romanzo, non ci offre alcuna visione alternativa. A qualcuno viene il dubbio che le cose potrebbero andare un po’ diversamente, ma né il protagonista né i suoi amici pensano mai di mettere in discussione la struttura di cui fanno parte. L’unico personaggio che si ribella viene rappresentato come un idiota sognatore che si fa ammazzare in modo ridicolo senza concludere nulla. L’esercito, d’altra parte, viene descritto come un’organizzazione dura e severa ma anche giusta ed efficientissima, del tutto scevra da bullismo, disorganizzazione, corruzione o incompetenza.
Inutile usare giri di parole: a mio avviso Morire per vivere trasuda militarismo, e fa un elogio della guerra e dell’imperialismo che riecheggia alla perfezione le posizioni dell’amministrazione Bush sullo “scontro di civiltà”. Probabilmente era difficile aspettarsi altro da un autore che ha fatto di Robert Heinlein il proprio modello, ma resto comunque molto deluso. Specie dopo aver letto romanzi come Il ritorno delle furie o Black Man di Richard Morgan, che descrivono azioni militari sposandole a un’analisi politica di ben altro colore (e spessore).
Riassumendo: Morire per vivere è un romanzo avvincente, divertente e ben scritto, che mescola in modo proporzionato azione pura, umorismo e la storia toccante di un uomo che rinasce in un mondo nuovo. Tuttavia per goderselo bisogna essere capaci di astrarsi dalla visione politica discutibile che l’autore usa come sfondo.
Concludo accennando alla traduzione, che si lascia leggere ma è sicuramente migliorabile. Anche se la scrittura piana di Scalzi volta in italiano rimane scorrevole e briosa, nel caso di espressioni idiomatiche o insolite la traduttrice ha preso più volte fischi per fiaschi. Un esempio: la frase “No shit”, che significa all’incirca “Sul serio”, “Vuoi scherzare” o “Proprio così”, viene tradotta letteralmente con un “No, merda” privo di senso.
AGGIORNAMENTO: Ho intervistato via e-mail John Scalzi (persona molto gentile e professionale), che di fronte alle mie domande “politiche” ha preso un po’ le distanze dalla mia interpretazione. Ne riparleremo tra qualche settimana, quando pubblicherò l’intervista.

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A pesca di neutrini

Una sfera di vetro, resistente alla pressione e contenente una trentina di fotomoltiplicatori, viene calata in mare (proprietà consorzio KM3NeT)


Mariastella Gelmini non lo sapeva, ma i neutrini sono particelle prive di carica elettrica e quasi prive di massa, che viaggiano nello spazio in linea retta senza farsi deviare da nulla e attraversano un pianeta come la Terra come se non esistesse neppure. Per questo motivo i neutrini sono un’ottima fonte di informazione su quello che succede in zone remote dell’Universo, dato che nulla li ferma o li sposta. Il problema è che particelle del genere sono anche molto difficili da individuare, dato che attraversano qualsiasi cosa come se fossero fantasmi. Un osservatorio per neutrini, quindi, funziona in modo molto particolare. Per cominciare, invece che guardare verso il cielo, guarda verso la Terra: in questo modo non viene disturbato da particelle di altro genere, mentre “vede” comunque i neutrini che attraversano facilmente il pianeta. In secondo luogo, l’osservatorio deve essere circondato da grandi quantità di materia. In questo modo, i neutrini che l’attraversano lasciano ogni tanto una debole traccia, un lampo di radiazioni che sensori sufficientemente acuti possono catturare e interpretare. E’ per questo che l’osservatorio del Gran Sasso sta sotto una montagna, e l’osservatorio Ice Cube sotto il ghiaccio dell’Antartide. Il prossimo osservatorio, invece, verrà costruito sul fondo del Mediterraneo, circondato non da roccia o ghiaccio, da dall’acqua.
Se volete saperne di più, leggete l’articolo che ho scritto in proposito su Nòva 24 di oggi, che trovate in edicola allegato a Il Sole 24 Ore, oppure facendo clic su:

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Game of Thrones – prima stagione


È terminata da qualche settimana sulla rete televisiva statunitense HBO la prima stagione di Game of  Thrones, serie televisiva tratta dalla saga A Song of Ice and Fire di George R. R. Martin. Per la precisione, questi primi episodi sono tratti dal primo libro della serie, A Game of Thrones (uscito in Italia sdoppiato in due titoli, Il trono di spade e Il grande inverno). A settembre gli episodi usciranno doppiati su Sky, ma io ho preferito guardarmeli subito in originale.
Vi dico subito che sono un fan sfegatato della serie libraria. È vero, Martin non ha inventato nulla di particolarmente nuovo, né dal punto di vista narrativo né da quello dell’invenzione fantastica. Però gli è riuscita un’impresa che moltissimi avevano tentato ma praticamente nessuno aveva portato a termine: emulare Tolkien nel creare un universo immaginario talmente coerente e dettagliato da prendere vita. E, per giunta, lo ha fatto non imitando pedissequamente il maestro, ma facendo tutto il contrario: a differenza della Terra di Mezzo, Westeros non è un luogo in cui si affrontano un Bene e un Male rigidamente definiti. Nell’universo di Martin gli dei sono presenze evanescenti, e persino la magia è in buona parte emarginata ai confini del mondo: al centro della scena ci sono gli uomini, con le loro debolezze e contraddizioni, con storie contrapposte in cui la ragione spesso sta da ambedue le parti o da nessuna. E che sono vittima dei capricci del caso, e muoiono in modi che non hanno nulla di eroico né di necessario. Un fantasy moderno, che non è fatto per mettere a tacere i dubbi, ma per suscitarne.
Sinceramente pensavo che rendere A Song of Ice and Fire in modo soddisfacente in un serial televisivo fosse quasi impossibile, ma mi sono dovuto ricredere in modo completo. Questa prima stagione, probabilmente anche grazie alla collaborazione dell’autore (che ha una lunga esperienza di sceneggiatore TV), ha una fedeltà assoluta alla lettera ma soprattutto allo spirito dell’originale.
Uno degli elementi maggiormente riusciti è stato il casting. Praticamente tutti i personaggi sono stati affidati ad attori molto bravi, molto somiglianti e molto  ben calati nella parte. Anche gli attori-ragazzini, che sono spesso il punto debole di queste produzioni, funzionano benissimo (particolarmente bravi quelli nelle parti di Arya e Joffrey), ma in particolare due interpreti giganteggiano: Sean Bean, che è un Eddard Stark solenne e schiacciato dal peso delle responsabilità; e Peter Dinklage che incarna Tyrion Lannister. O meglio, il secondo non giganteggia, visto che è un nano, ma è riuscito nella difficilissima impresa di rendere Tyrion in tutte le sue sfumature, al tempo stesso carismatico e vulnerabile (senza ricadere nella sindrome del “nano comico” che aveva piagato, purtroppo, il Gimli de Il signore degli anelli di Peter Jackson).
Più in generale, la complicatissima trama è resa molto bene, tagliando grandi quantità di dialoghi ma senza eliminare elementi importanti, anzi, riuscendo nonostante tutto a trasmettere ogni singolo dettaglio che forma la storia. Insomma, difficile immaginare che la serie potesse essere fatta meglio e il successo che le ha arriso ne è la prova.
Certo, bisognerà vedere cosa succederà nelle prossime stagioni. I dubbi sono molteplici: riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riuscrianno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, dragh, giganteshci metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensaibli alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Staremo a vedere. Certo, se riusciranno a mantenersi coerenti con le premesse, Game of Thrones rimarrà nella storia della televisione.
Ci sono altre due cose che vi voglio dire su questo argomento. La prima è che da oggi è finalmente disponibile per tutti (e non solo per gli utenti premium) il numero 6 di Players, che contiene anche un articolo del sottoscritto sulla suddetta serie. Non posso linkarvi direttamente l’articolo, ma lo trovate a pagina 44.
More about A Dance with DragonsLa seconda dovreste poterla osservare qui di lato: mi è arrivato qualche giorno fa il colossale tomo (più di 1000 pagine) di A Dance with Dragons, quinto volume di A Song of Ice and Fire, e me lo sto leggendo avidamente. Ci vorrà un po’, ma appena avrò finito saprete il mio parere. Per il momento posso dirvi che sono piuttosto confuso, dato che le vicende si ricollegano non al quarto volume, ma al terzo, che ho finito di leggere una decina di anni fa. Per giunta, poiché le storie corrono parallele a quelle del quarto libro, ci sono anche dei raccordi in cui vengono presentate scene già viste ma con gli occhi di un altro personaggio, per cui mi capita di avere sensazioni di deja vu e di non capire se sto rileggendo una scena già vista oppure no… insomma, con questa storia di dividere i libri in senso geografico e non temporale ha provocato un bel pasticcio, secondo me… comunque vi saprò dire presto.

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Per difendersi dai cigni neri


Dopo l’uscita del libro di Nassim Nicholas Taleb, il cigno nero è diventato simbolo dell’imprevedibilità. Secondo Taleb, i disastri economici (ma non solo quelli) derivano dal fatto che ci fidiamo troppo della nostra capacitàdi prevedere il futuro mediante modelli. Quando il modello all’improvviso si distacca dalla realtà, siamo del tutto indifesi.
C’è un’azienda italiana, Ontonix, che si occupa di valutare la vulnerabilità delle aziende, valutandone la complessità e gli effetti di possibili variazioni impreviste sul suo stato di salute. Per farlo non si serve di modelli, ma di una valutazione di tipo topologico che misura le mutue influenze (anche non evidenti) delle parti del sistema-azienda tra loro. E non solo di un’azienda: una branca di Ontonix, Ontomed, si occupa invece di valutare il rischio di crisi di pazienti in rianimazione!
Ho scritto un articolo in proposito (non lungo quanto avrei voluto) su Nòva 24. Potrete leggerlo facendo clic qui sotto:

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Bruce Sterling su "Players"

Nel periodo in cui non riuscivo ad aggiornare con regolarità il blog, una delle tante cose che ho scordato di segnalarvi è che ho cominciato una collaborazione con Players. Si tratta di una bella rivista, con un’ottima grafica, che si rivolge in primo luogo ai videogiocatori ma che parla di tutto quanto c’è di interessante, musica, letteratura, cinema, TV e altro. Esce soltanto online, scaricabile in PDF oppure leggibile attraverso un bel sistema che si chiama Issuu, e sta sperimentando interessanti metodi per autofinanziarsi.
Sul numero 2 di Players ho pubblicato un articolo su Bruce Sterling per accompagnare un’intervista raccolta dalla redazione. È roba di diversi mesi fa, ma la segnalo perché sono sicuro che tra i frequentatori del blog c’è qualcuno cui può interessare e che non l’ha ancora letta.
Andate qui per leggere il numero su Issuu, e qui per scaricarlo in formato PDF.

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Energia dall'acqua

Che succede quando l’acqua di un fiume si mescola con quella del mare? I due liquidi si mescolano e si ottiene dell’acqua con una salinità intermedia. Si tratta di un cosiddetto fenomeno irreversibile (cioè che avviene spontaneamente in una sola direzione: potete aspettare un’eternità, ma non vi succederà mai di vedere acqua dolce separarsi spontaneamente dal mare). In natura, quando accade un fenomeno di questo tipo, l’entropia del sistema aumenta. Se l’entropia aumenta, significa che il sistema è sceso a un livello di energia più basso. L’energia che manca, normalmente, si dissipa in calore. Ma, utilizzando qualche accorgimento tecnologico, è invece possibile pensare di sfruttare questa energia, costruendo centrali elettriché là dove fiumi si gettano nel mare. Per saperne di più, leggete il mio articolo in edicola oggi su Nòva 24, facendo clic qui sotto:(Il titolo che è stato dato all’articolo non corrisponde del tutto al contenuto, dato che l’osmosi riguarda il “vecchio” metodo per estrarre energia dal gradiente di salinità, non quello nuovo proposto da vari ricercatori italiani.)

Nel 2009 avevo già scritto per Wired un altro breve articolo sull’argomento.

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