Archivi categoria: Cinema

The Double (anteprima)

Paul, agente della CIA in pensione, viene consultato dal suo capo poiché la spia russa cui aveva dato la caccia per vent’anni, nome in codice Cassius, sembra improvvisamente rientrata in azione. Paul si dice convinto che Cassius sia morto, e inizialmente si rifiuta di avere a che fare con Ben, il giovane criminologo che ritiene di poter stanare la spia. Tuttavia, quando gli viene detto che Brutus, il più letale collaboratore di Cassius, è vivo e in prigione, accetta di collaborare.

Chissà come mai all’improvviso sono tornati i film di spionaggio, resi praticamente obsoleti dalla fine della Guerra Fredda? Comunque sia, questo The Double, opera di un duo produttore/regista noto finora solo per sequel e remake, parte pieno di buone intenzioni, ma non riesce a rinverdire i fasti del genere.
Il film parte molto bene, facendo crescere gradatamente la suspence con una serie di personaggi e situazioni semplici ma ben costruiti, e poi buttando tutto all’aria dopo mezz’ora, con un colpo di scena che ci mostra che tutto quello che credevamo di aver capito era sbagliato. Una volta scoperte le carte, però, la tensione cala parecchio. Una delle cause è che lo spessore politico del film è nullo. Per giustificare tanto movimento di spie russe a Washington si inventa un improvviso peggioramento delle relazioni USA/Russia, ma senza motivarlo in alcun modo. Così non solo va persa una delle principali attrattive dei film di spionaggio, cioè quello di svelare i retroscena della politica mondiale, ma tutte le indagini condotte per catturare le spie diventano forzatamente vaghe e poco credibili. Alla fine tutto si risolve con inseguimenti e sparatorie, e il colpo di scena finale, che potenzialmente avrebbe potuto risollevare il film, viene buttato via in una scena di scarso impatto. In generale, la regia si eleva raramente sopra un livello da telefilm poliziesco. Peccato, perché il film, pur essendo la copia di una copia (mi fa venire in mente Senza via di scampo, che a sua volta era un remake), nella prima parte allinea alcune buone idee (il piano di fuga di Brutus, per esempio) che avrebbero meritato di essere sostenute fino in fondo.
Tra gli attori, Richard Gere se la cava bene nel difficile compito di apparire credibile, a 62 anni, nel ruolo di duro uomo d’azione, ed è efficace anche il Brutus di Stephen Moyer (il vampirone della serie True Blood). Il coprotagonista Topher Grace non brilla particolarmente in un ruolo che gli offre poche possibilità, mentre Martin Sheen appare un po’ imbalsamato come capo della CIA.
Il film uscirà nelle sale il prossimo 9 marzo. Io l’ho visto in lingua originale.

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Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Sherlock Holmes è determinato a sconfiggere il malvagio professor Moriarty, che dietro la facciata di tranquillo accademico manovra crimini e  organizza attentati senza mai lasciare tracce. Moriarty gli fa sapere che, se insisterà a cercare di fermarlo, lo colpirà negli affetti più cari, incluso il dottor Watson, che sta per sposarsi e non ne vuole più sapere di aiutare Holmes nelle sue imprese. Ma Holmes non accetta di arrendersi: non gli resta perciò che proteggere Watson all’insaputa di quest’ultimo…

Il primo Sherlock Holmes di Guy Ritchie mi era sostanzialmente piaciuto. A fianco di tante operazioni che, nel tentativo di “modernizzare” un personaggio famoso, lo snaturano completamente (tipo trasformare I tre moschettieri in un’avventura steampunk, per dire), il regista inglese ha compiuto un’operazione molto più sofisticata, recuperando le caratteristiche del personaggio letterario che erano state gradatamente dimenticate nella vulgata cinematografia e televisiva. Nella fattispecie: Sherlock Holmes non è (solo) un freddo ragionatore: è un uomo d’azione, un drogato e sostanzialmente un pazzo lunatico. A questa ottima intuizione si aggiunge che Ritchie è un mago del montaggio, e riesce a rendere i ragionamenti sovrannaturalmente complicati di Holmes facendoci entrare nella sua testa con un velocissimo flusso di immagini invece che somministrarci i consueti noiosi spiegoni.
Se avevo delle riserve sul primo film era perché questa ottima costruzione del personaggio e le inquietanti atmosfere gotiche non andavano poi a parare da nessuna parte: il cattivo e il suo complotto erano poco significativi e non davano soddisfazione. Per fortuna qui si è corretto il tiro, si è chiamato in causa l’arcinemico di Holmes in persona, il professor Moriarty, interpretato in modo più che convincente da Jared Harris, e le cose funzionano meglio, tanto che si può tranquillamente dire che questo è uno di quei rari seguiti migliori del film iniziale. La tensione non cala mai, c’è un perfetto equilibrio tra dramma e commedia, e le trovate di Holmes sono sempre sorprendenti (e inverosimili se ci si pensa per un secondo, ma questo è vero anche per i romanzi di Doyle). La scena che mi è piaciuta di più è quella finale, in cui Moriarty e Holmes giocano a scacchi e con montaggio alternato Watson mette in pratica le deduzioni dell’investigatore: una costruzione impeccabile. Ritchie è davvero uno che ci sa fare, peccato per quell’incidente di percorso di sposare Madonna (finché è stato suo marito ha prodotto l’unico film brutto della sua carriera).
Certo, ci sono anche cose che non funzionano, per esempio il personaggio femminile. Tolta di mezzo in fretta Irene Adler, viene sostituita con una chiromante zingara che segue ovunque Holmes & Watson senza mai interagire con loro. Un personaggio inutile (e l’interpretazione incolore di Noomi Rapace non aiuta). Ma in generale tutti i personaggi secondari non convincono molto. Per esempio, usare Stephen Fry come Mycroft Holmes è stata una scelta di casting pressoché perfetta, ma poi il personaggio rimane sospeso per aria, come se gli sceneggiatori fossero indecisi su come usarlo.
Giudizio sintetico: se fanno il terzo andrò a vederlo.
Per un errore una bozza incompleta di questo post è rimasta a lungo online. Me ne scuso.

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Ruggine

Torino, anni Settanta. In un quartiere operaio popolato da immigrati meridionali, i bambini hanno occupato un deposito di rottami abbandonato, e ci vivono i loro giochi e i loro riti, separati dagli adulti. Di fronte al pedofilo assassino che si nasconde dietro la maschera rispettabile di un pediatra, scopriranno che devono cavarsela da soli.

Mi è piuttosto difficile scrivere u na recensione equilibrata di Ruggine, in quanto è un film tratto dal romanzo di un amico (Stefano Massaron), e tramite lui ho in qualche modo “vissuto” tutte le fasi della sua preparazione, fino a guardarlo insieme il giorno della prima milanese. Il che mi ha ovviamente caricato di un’aspettativa del tutto speciale.
Per la verità temevo che un film tratto da Ruggine avrebbe calcato la mano sul lato thriller e morboso del romanzo, glissando sugli aspetti più introspettivi . Daniele Gaglianone, invece, ha fatto tutto il contrario, riducendo al minimo le parti di azione, procedendo per ellissi nelle scene più sanguinarie, e dedicandosi quasi interamente alla crescita interiore dei personaggi.
Quello che mi ha colpito di più di Ruggine è l’aspetto visivo. A partire dal lungo piano sequenza che verso l’inizio ci fa conoscere il quartiere e tutti i ragazzini che lo abitano, fino all’ultima scena in cui i tre protagonisti, ormai adulti, siedono in un jumbo tram le cui contorsioni sembrano nascondelri l’uno agli altri, come la vita che li ha separati, Gaglianone si dimnostra un regista capace e inventivo, in grado di caricare emotivamente le proprie scene prima ancora che i personaggi aprano bocca. Mi ha fatto pensare a uno dei miei film preferiti in assoluto (tra l’altro tematicamente molto simile): Riflessi sulla Pelle di Philip Ridley.
Aggiungo che la ricostruzione storica è di prim’ordine fin nei minimi dettagli,tanto che guardando il film mi sono scoperto a ricordare dettagli della mia infanzia che avevo dimenticato.
L’interpretazione di Filippo Timi è stata criticata da molti come troppo caricata, ma io ritengo che fosse invece quello che ci voleva: il film è visto con lo sguardo dei bambini, e Timi è come deve essere un orco: eccessivo, teatrale e sfrenato. I bambini stessi, poi, sono perfetti e assolutamente “veri”.
Con tutti questi pregi, va detto che Ruggine non è perfettamente riuscito: per quanto io apprezzi i film che si affidano molto alle immagini, credo che questo possa risultare a volte poco comprensibile nei suoi dettagli da chi non ha letto il libro. Inoltre le parti ambientate nel presente si dilungano inutilmente anche dopo aver trasmesso il loro messaggio. Insomma, credo che un ritmo un po’ più sostenuto gli avrebbe giovato. Nondimeno mi ha lasciato un’impressione molto positiva, e credo che meriti una visione.

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Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

690 d.C.: Wu Zetian sta per essere incoronata, unica donna nella storia, Imperatrice della Cina. Per celebrare l’incoronazione è in costruzione un’enorme statua del Budda accanto al palazzo imperiale. Quando due funzionari addetti all’opera vengono consumati da un fuoco interno che molti attribuiscono all’ira divina, la futura sovrana manda a chiamare l’abile funzionario Di Renjie, che aveva fatto imprigionare otto anni prima per sedizione, e gli ordina di indagare sul caso.

Non sono del tutto sicuro di essere pienamente in grado di giudicare un film di genere proveniente da Hong-Kong: per esempio, mi ritrovo a chiedermi se il fatto che gli attori si comportino come se la gravità non esistesse sia un dato affascinante o uno stereotipo abusato quanto quelli hollywoodiani. Il leggere le recensioni altrui, poi, contribuisce a confondermi: in rete si legge che Di Renje rappresenterebbe il dirompente ingresso in una storia tradizionale cinese di un detective di stampo occidentale alla Sherlock Holmes, che non crede al soprannaturale e risolve i casi con il solo aiuto della logica. Ebbene, forse le intenzioni erano queste, però se la soluzione “razionale” del caso include l’evocazione di demoni, scarabei magici che secernono esplosivi, e una tecnica di agopuntura talmente sofisticata che permette di modificare la muscolatura del volto fino ad assumere l’aspetto di un’altra persona, allora mi chiedo dove sia il punto.
Va poi detto che non solo l’imperatrice Wu Zetian è un personaggio storico reale, ma anche Di Renjie è esistito sul serio, sebbene l’originale fosse più un abile funzionario che un investigatore (questa caratterizzazione gli fu data dal giallista olandese Robert Van Gulik, che a sua volta si era ispirato a un romanzo cinese del XVIII secolo). E si suppone che il cinese medio sappia molto più di noi su cotanti personaggi. Sarà per questo che a me i film storici di Tsui Hark appaiono come lunghissimi trailer in cui hanno infilato tutte le scene di battaglia e tagliato quelle scene in cui si spiega chi sono i personaggi e cosa stanno facendo? Per esempio, a un certo punto qui viene detto che l’imperatrice è malvagia e ha fatto imprigioanre centinaia di persone. Ma viene detto così, en passant. Non c’è nessuna scena che ti faccia capire se davvero lei sia malvagia o quanto lo sia: evidentemente si dà per scontato che tu lo sappia già.
E a questo punto vorrei anche sapere: che signfifica il fatto che in tutti questi film cinesi l’eroe che si ribella finisce sempre per tornare sui suoi passi e accettare la necessità di sostenere il potere costituito? E’ eredità confuciana, necessità di non irritare il Partito Comunista al potere, o cosa?
Tutto questo per dirvi che non ho capito se Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma sia un buon film o no. Comunque c’è una buona dose di duelli tra spadaccini che volano, gente che si fa strada a mani nude attraverso nugoli di frecce densi da oscurare il sole, bellissime donne-guerriere, combattimenti dentro colossali statue in fiamme, e tutto quello che volete, quindi la sua dose di divertimento la dà. Io comunque preferisco Tsui Hark quando mette in scena le sparatorie con donne partorienti, come in Time and Tide.

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Capitan America: Il Primo Vendicatore

Capitan America: Il primo vendicatore[Questa recensione appare in contemporanea su Fantasy Magazine. La versione che pubblico qui è alquanto diversa, un po’ per adattarla al format che adotto in questo blog, un po’ perché, dopo aver scritto in fretta e furia la versione per FM (che usciva a mezzanotte della notte scorsa!), mi sono venute in mente modifiche e aggiunte, un po’ perché non ho voglia di polemizzare col pubblico indifferenziato di FM.]

1941. Steve Rogers è un ragazzo piccolo, mingherlino e asmatico, ignorato dalle donne, vessato dai bulli e impossibilitato a realizzare il suo sogno: arruolarsi per combattere contro i nazisti. Finché il professor Erskine non lo sceglie come cavia per un esperimento destinato a realizzare il Super Soldato…

Non sono mai stato un grande fan di Capitan America. Sarò superficiale, ma è difficile non considerarlo la personificazione dell’arroganza statunitense. un supersoldato, vestito a stelle e strisce, che per giunta combatte per conto dello S.H.I.E.L.D., una specie di versione superpotenziata della C.I.A. Grazie, no.
Perciò sono andato al cinema con aspettative decisamente moderate. E invece Capitan America: Il primo vendicatore, nella sua prima parte, è riuscito a divertirmi e ad appassionarmi non poco, tirando fuori il lato umano del personaggio e persino buttando lì qualche spunto non banale sul significato degli eroi, della guerra e della propaganda. Peccato che poi, arrivati al dunque, il regista Joe Johnston preferisca andare sul sicuro, privilegiando battaglie e sparatorie e dimenticandosi buona parte della carne che aveva messo al fuoco.
La storia del piccolo uomo che improvvisamente trova un superpotere che lo mette in grado di realizzare i suoi sogni e sconfiggere i suoi nemici è l’essenza del genere supereroistico, e qui è stata realizzata in modo tale che è difficile non lasciarsene coinvolgere. È davvero stupefacente come Chris Evans sia stato rimpicciolito digitalmente in modo assolutamente credibile, tanto da far venire il dubbio che a interpretare Steve “prima e dopo la cura” siano due attori diversi. Ma il bello è che dopo la trasformazione Cap non diventa subito l’eroe che conosciamo, ma viene arruolato in un ridicolo spettacolo di propaganda. Mi è sembrato notevole da parte degli autori cominciare l’epopea di Cap con una serie di scene che mettono in ridicolo la sua calzamaglia rossabiancablu e sembrano denunciare la falsità e la retorica che si nasconde dietro ogni guerra. Tutto questo mentre il professor Erskine, tedesco espatriato, insegna a Cap a non odiare il proprio nemico.
Anche tecnicamente il film gioca le sue carte migliori all’inizio, allineando una serie di caratteristi eccezionali: Hugo Weaving come Teschio Rosso, assolutamente perfetto nella sua gelida malvagità; Tommy Lee Jones nella parte del burbero generale; Stanley Tucci come scienziato in lotta contro l’ottusità politico-militare; ma anche il meno conosciuto Dominic Cooper che tratteggia un ottimo Howard Stark (il padre di Tony Stark, alias Iron Man) che ricorda il personaggio storico di Howard Hughes. La ricostruzione storica (o meglio: pseudostorica) è riuscitissima, con apparecchiatura fantascientifiche dall’aspetto retrò che danno davvero la sensazione di qualcosa che i nazisti avrebbero potuto creare se ne avessero avuto la tecnologia a disposizione. Il tutto condito con una sana dose di ironia che rende il tutto sinceramente divertente.
Peccato che tutto questo gran lavoro di costruzione dell’atmosfera e dei personaggi vada poi in buona parte sprecato quando Capitan America trova finalmente la sua ragione d’essere e comincia a combattere sul serio con il Teschio Rosso. Intendiamoci: chi è di bocca buona e si accontenta di vedere un sacco di mazzate ed esplosioni spettacolari non rimarrà deluso: il dipartimento effetti speciali ha fatto il suo lavoro con diligenza. Tuttavia da questo momento in poi la trama diventa spietatamente lineare. Sembra di guardare un film di guerra al triplo della velocità: in teoria dovremmo appassionarci vedendo le diverse personalità dei commilitoni di Cap amalgamarsi fino a formare una squadra unita, e commuoverci di fronte alla morte eroica di qualcuno di loro, ma in realtà i personaggi rimangono sullo schermo talmente poco che di loro non ci importa molto.
Anche l’idea di avere un supereroe dentro la Seconda Guerra Mondiale non viene sfruttata bene, dato che non c’è alcuna relazione con gli eventi storici reali, e nemeno con l’idea generale di una guerra in corso (Cap e compagni entrano ed escono dalla Germania come se ci fosse una porta girevole). E anche l’idea potenzialmente interessante di un Teschio Rosso che si ribella a Hitler per continuare in proprio i suoi disegni viene appena accennata e poi lasciata cadere. Ma soprattutto è deludente il Teschio Rosso stesso che, dopo avere incontrato Cap la prima volta, si limita a perdere una battaglia dopo l’altra fino alla sconfitta definitiva, senza mai inventarsi uno straccio di trovata diabolica che possa non dico creare un colpo di scena, ma almeno impensierire un pochino il nostro eroe. Il finale non ve lo dico, ma ve lo potete immaginare, visto che tutti sanno che il personaggio di Capitan America parteciperà al prossimo film dedicato ai Vendicatori, ambientato ai giorni nostri.
In conclusione, questo Capitan America è un film riuscito solo a metà. Molto più curato della media del genere, con un cast di supporto eccezionale (ma anche Chris Evans fa una figura migliore che come Torcia Umana), a tratti molto divertente, ma che purtroppo non mantiene tutto quanto promette. Colpa anche della regia professionale ma non memorabile di Johnston. Ah, e comincio a essere stufo di questo 3D che aggiunge pochissimo alle scene e ne appiattisce i colori.

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I guardiani del destino

Un giovane politico americano di successo incontra per caso quella che sembra essere la donna della sua vita. Ma dei misteriosi “Guardiani” gli ordinano di non rivederla più, in quanto non fa parte del “Piano”. Scopre così che le vite degli uomini sono costantemente monitorate e “corrette” e che il libero arbitrio è un’illusione…

The Adjustment Bureau (questo il titolo originale di I guardiani del destino) è tratto da un racconto di Philip K. Dick. Di per sé questo non è garanzia di buon risultato. Dick non è affatto uno scrittore facile da rendere al cinema: le sue trame o sono statiche o si muovono in troppe direzioni contemporaneamente, costringendo gli sceneggiatori a reinterpretarlo. Anche Blade Runner, ormai un archetipo cinematografico, riesce a essere un grande film proprio tradendo sottilmente in molti modi l’opera originale. Per il resto, nonostante Dick sia un autore saccheggiatissimo, c’è ben poco di cui gioire. I tentativi più ambiziosi, Atto di Forza di Verhoeven e Minority Report di Spielberg, cominciano bene ma gradamente perdono la carica eversiva dickiana per trasformarsi in banali film di genere. D’altra parte, A Scanner Darkly, nella sua eccessiva fedeltà al testo, risulta  ingessato e poco significativo. Screamers a mio avviso ha una sceneggiatura imbarazzante, Impostor non l’ho visto ma se ne parla malissimo, e quanto a Paycheck è stato talmente esecrato che mi viene quasi voglia di difenderlo (ma me ne guardo bene!). Insomma, i successi sono ben pochi, specie a fronte di altri film che hanno sfruttato temi dickiani ma senza farlo in modo esplicito, come The Truman Show, Dark City o Vero come la finzione, per citare i primi tre che mi vengono in mente.
Tutto queso per dire che il regista George Nolfi (sceneggiatore al debutto nella regia), per convertire in film il breve racconto The Adjustment Team, aveva in qualche modo l’obbligo di tradirlo. Il modo che ha scelto, però, mi è rimasto sul gozzo.
I guardiani del destino è la storia di un uomo che, come tanti personaggi di racconti di Dick (uno tra tutti: l’eccezionale La formica elettrica) scopre per caso che la realtà è completamente diversa da come la conosceva, e che quelle che riteneva di essere sue libere scelte di vita sono in realtà state pianificate da forze al di fuori del suo controllo. Nella fattispecie, da una casta di grigi burocrati che lavorano “dietro le quinte ” del mondo e si preoccupano di far succedere cose apparentemente per caso, in modo che tutti continuino a seguire un misterioso “Piano” il cui scopo nessuno sembra conoscere.
Più che nell’interpretazione non particolarmente memorabile di Matt Damon, il film ha il suo maggior pregio nella rappresentazione dei Guardiani, grigi e annoiati, i cui sofisticatissimi strumenti di controllo hanno sempre un aspetto sorpassato e banale, come appropriato per una burocrazia opprimente e ottusa. E la parte migliore del film è indubbiamente quella in cui il protagonista lotta in modo sempre più disperato contro lo strapotere dei guardiani.
Purtroppo però Nolfi decide di risolvere il film con un lieto fine che stride terribilmente con tutto ciò che aveva costruito fino a quel momento. Io non sono contrario pregiudizialmente al romanticismo e ai finali positivi, tuttavia trovo insensato (oltre che un tradimento totale dello spirito dickiano) partire un racconto che parla della mancanza di libertà della condizione umana per poi alla fine rivoltare la frittata e dire: “abbiamo scherzato, l’Uomo è libero di fare ci che vuole se si impegna abbastanza”. Peccato, perché il film avrebbe meritato, ma questo finale proprio non sta in piedi.

Nota: Per uno strano scherzo delle leggi sul copyright, il racconto originale The Adjustment Team è oggi fuori diritti e di pubblico dominio. Chi volesse leggerlo lo può fare qui.
 

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Il primo incarico


1953. Nena è una giovane pugliese che riceve il primo incarico come maestra in uno sperduto paesino del Salento. È perciò costretta a lasciare la madre e il fidanzato per recarsi in un luogo che sembra rimasto al medioevo…

Devo ammetterlo: vedo film italiani piuttosto raramente. Un po’ me ne dispiace, perché mi piacerebbe tenermi più aggiornato su quello che si produce nel mio Paese. Tuttavia è innegabile che, se mi chiedessero di citare titoli di film italiani di questo millennio che mi siano piaciuti molto, me ne verrebbero in mente due o tre al massimo. Ed è normale che, a forza di noia e delusioni, si smetta anche di voler provare.
Perciò, quando degli amici mi hanno proposto di andare a vedere Il primo incarico dell’esordiente Giorgia Cecere, una parte di me ha sussurrato: “Te ne pentirai”. Però alla fine ha vinto l’altra metà, quella che ha ribattuto: “Ma no, diamo fiducia a un’esordiente, magari è bello, in fondo è in cartellone da più di un mese, non può essere così male”. Secondo voi chi aveva ragione?
Il film gioca tutte le sue carte migliori all’inizio. In effetti bisogna dire che la ricostruzione d’epoca e la fotografia del paesaggio del Salento sono di prim’ordine. Soprattutto, la scena della cena a casa dei contadini, che fanno alla maestra domande ingenue e imbarazzanti, è molto efficace, e rende tangibile la distanza immane che separa la ragazza di città che ha studiato e vuol essere “moderna” e la rigidità del mondo di campagna.
Certo, si tratta sempre del solito ritratto del nostro Sud arcaico e immutabile che abbiamo già visto mille volte (non manca nemmeno la scena col capannello di uomini che si volta a guardare la ragazza che passa), però almeno il compitino è bene impostato. Se la regista ci avesse mostrato come la maestrina riesce gradatamente a conquistare questa realtà ostile, a integrarsi nel paesino e a sviluppare un rapporto con i suoi abitanti, il film sarebbe stato banalotto ma guardabile.
Peccato però che la regista questo non ce lo mostri affatto. Il tema del rapporto con gli scolari e con il resto del paese viene semplicemente lasciato cadere. Fino a un certo punto gli scolari sono degli asini e non imparano niente, da un certo momento in poi sono tutti bravissimi. Come Nena ci sia riuscita non è dato sapere, perché la Cecere si concentra invece su una storia d’amore totalmente priva di senso, non solo anacronistica ma profondamente illogica.
Alcuni esempi. Nena, lasciata dal fidanzato, per reazione va a trombare con un aitante muratore del paese. Solo che i due vengono visti. Lo zio del giovane va a  trovare Nena e le dice: “Vi hanno visti, è uno scandalo, parlano di farti lasciare la scuola, ti conviene risolvere il problema sposando mio nipote”. E lei, dopo qualche resistenza pro forma, lo sposa. E qui, secondo me, la credibilità della trama va sotto le scarpe. In un paesino degli anni ’50 una maestra che avesse avuto una condotta non irreprensibile sarebbe stata scacciata a furor di popolo, non le avrebbero chiesto un assurdo matrimonio riparatore. Ma ancora più assurdo è che lei accetti di sposare un muratore ignorante solo per paura di perdere il posto, quando avrebbe potuto semplicemente darsi malata e lasciare il paese. Lui poi le spiega di averla sposata solo perché degli zingari lo avevano minacciato di accoltellarlo se non avesse sposato una trapezista che aveva disonorato (e anche qui la logica fa difetto:  perché gli zingari dovrebbero smettere di volerti accoltellare solo perché hai sposato un’altra?). E così via,  una forzatura dopo l’altra.
All’illogicità della trama fa da specchio una regia del tutto insufficiente ogni volta che ci sarebbe da mostrare un pochino di pathos. Per esempio, la scena del tentato suicidio è ridicola: sembra di vedere un tuffo in piscina (per non parlare del fatto che una persona che si butta in un pozzo rischia perlomeno delle fratture e l’ipotermia, ed è piuttosto complicato salvarla; ma questo è un classico del cattivo cinema italiano: se la sceneggiatura prevede qualcosa di poco credibile, si fa un bella ellissi per farlo succedere fuori scena, e il problema è risolto). E le scene di sesso sono di una tristezza infinita. Non dico che ci sarebbe voluto un remake di Nove settimane e mezzo, ma se mi mostri una ragazza che per disperazione va a letto con uno che conosce appena, e me la fai sembrare una scena tra due coniugi annoiati, qualcosa non va.
Credo poi che Il primo incarico meriterebbe due Oscar. Uno per il peggior uso delle musiche (ogni volta che c’è un climax emotivo, la regista fa partire un giro di chitarra che smorza la tensione invece di aumentarla), e uno per la scena più ridicola mai vista. Sì, perché la scena in cui lei reincontra il fidanzato, e per l’emozione lui comincia a sanguinare dal naso (non sto scherzando), peraltro senza macchiare con una sola goccia l’immacolata camicia, rappresenta un picco ineguagliato dell’assurdo e del risibile .
Nel mezzo di questo disastro c’è, dalla prima all’ultima scena, Elisabetta Ragonese. Che secondo me è anche una brava attrice: in Tutta la vita davanti mi era piaciuta. Però anche il più bravo degli attori avrebbe difficoltà a rendere credibile una trama così. La povera Elisabetta qui spesso adotta una recitazione esangue e monotona, come se non avesse la minima idea di cosa possa provare il suo personaggio di fronte a tali assurdità. Come biasimarla?
Non mi dilungo oltre: Il primo incarico è un film scritto male e girato peggio, per giunta con un finale che fa incazzare ulteriormente (la giovane maestrina che avrebbe la possibilità di fuggire con il suo amato, ma invece sceglie di ritornare al paesello dove ha trovato… cosa? Meglio non cercare di rispondere). La cosa che mi rattrista di più è che il pubblico, invece che dare fuoco al cinema al secondo giorno di proiezione, continua ad andarlo a vedere! Al Mexico la sala era mezza piena, e un cartello all’ingresso diceva: “Secondo mese!”.
Mi spiace se me la sto prendendo tanto con un film che forse non è più brutto di tanti altri film italiani che escono nelle sale e che io, semplicemente, ho scelto di non vedere. Però credo che, finché si continueranno a finanziare film inani come questo, e finché il pubblico andrà a vederli senza ribellarsi perché è convinto che se un film è “artistico” allora annoiarsi a morte è normale, il cinema italiano continuerà a restare cadavere.

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Boris – il film

Il regista René Ferretti, ormai in disgrazia, è costretto ad accettare lavori televisivi ancora più infami di quelli che girava in passato. Quando Sergio, il direttore di produzione, gli propone di dirigere un film tratto da La Casta, René pensa di avere finalmente l’occasione di riscattarsi dalla melma televisiva…

Con tutto l’affetto che posso portare agli autori e agli interpreti di quella che è stata una delle più grandi e rivoluzionarie serie televisive italiane di tutti i tempi, non c’è altro modo per dirlo: Boris – il film è una grandissima occasione perduta.
Il pregio maggiore di Boris serie TV era quello di costituire un perfetto controesempio di ciò che narrava. Tanto la telenovela Gli occhi del cuore che i personaggi realizzavano era becera, malfatta, noiosa, priva di qualità e di contenuti, tanto Boris risultava invece una serie raffinata, curatissima, divertente, originale e con un forte contenuto critico. Per cui si creava una tensione fortissima tra la TV “come potrebbe essere” e “com’è”, che amplificava sia il divertimento, sia l’efficacia del messaggio. Per replicare al cinema lo stesso meccanismo sarebbe stato perciò necessario realizzare un film che non fosse la semplice trasposizione al cinema di una serie TV, ma che fosse un prodotto cinematograficamente sensato da ogni punto di vista, e fruibile indipendentemente dalla conoscenza degli episodi precedenti.
In teoria gli autori della serie erano della stessa opinione. In pratica, però, hanno fatto il contrario. Il trio di sceneggiatori-promossi-registi Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, infatti, non solo non ha inserito nel film idee di regia particolarmente ardite, ma ha imbastito una sceneggiatura che di cinematografico ha poco o nulla: in pratica una quarta stagione televisiva di Boris. Dove sarebbe stato necessario sfoltire senza pietà i personaggi per concentrarsi sulla vicenda di René, si è invece scelto di dare uno spazio praticamente a chiunque fosse apparso in precedenza. Per giunta, dato che in questo modo il materiale era di gran lunga sovrabbondante (pare siano state superate le tre ore), per ridurre il tutto a una durata ragionevole sono stati fatti dei tagli, come direbbe René, a cazzo di cane.
Risultato: molti dei personaggi principali sono sacrificati, altri sembrano messi lì ad aspettare un ruolo che non arriva (mi dite a cosa serve Itala in questo film, per esempio?), alcuni filoni narrativi si perdono nel nulla (come il ritorno di fiamma tra Alessandro e Arianna, che non si risolve e nemmeno contribuisce alla storia principale) e alcune scene sono addirittura incomprensibili (per esempio quella in cui Biascica sorprende Alessandro e gli pone una serie di domande che, senza alcuna ragione, sembrano implicare un interesse erotico nei suoi confronti: è evidente che lì alla storia manca un pezzo). A questo punto si spera che un giorno esca in DVD una versione con le scene tagliate che ci chiarisca i tanti punti oscuri. Però io sono tra coloro che si irritano quando pagano il biglietto per un film e si trovano di fronte un lungo trailer.
Sono troppo esigente? Forse. Ma Boris ci aveva autorizzato ad avere aspettative elevate. È tutto da buttare il film? Ovviamente no. Boris – il film resta comunque molto divertente e caustico. La satira del mondo cinematografico italiano è feroce e puntuale. Le rivisitazioni dei vecchi personaggi, come l’ennesimo stratagemma usato per neutralizzare la pessima recitazione di Corinna, sono spesso esilaranti. E c’è almeno un personaggio nuovo, quello della Migliore Attrice Italiana (intepretato in modo magistrale dalla praticamente sconosciuta Rosanna Gentili), che strappa l’applauso. Gli interpreti sono sempre bravi e Pannofino bravissimo. Insomma, non vi dico di non vederlo (cosa che peraltro sarebbe inutile, visto che è uscito dalle sale da una vita), al contrario, compratevi il DVD (se e quando uscirà) e riderete spesso di gusto, probabilmente molto più di quanto non fareste con una media commediola italiana. Solo che questo non era una commediola italiana, era Boris – il film, accidenti.

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