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In memoria: Iain M. Banks

L’altro ieri la casa editrice Orbit ha annunciato la dipartita, a soli 59 anni, dello scrittore scozzese Iain Banks.
Non si tratta di una notizia inattesa, dato che lui stesso aveva rivelato, con un messaggio pieno di quell’umorismo nero che spesso riversava nei suoi scritti, di soffrire di un cancro che gli avrebbe lasciato da vivere “al massimo un anno”. In realtà non ha avuto che un paio di mesi, insufficienti anche per vedere l’uscita del suo ultimo romanzo, The Quarry.
Banks è stato uno di quegli autori imprescindibili, di cui chiunque è in grado di vedere l’importanza. Con i suoi romanzi della serie della Cultura ha riconciliato la fantascienza avventurosa e quella più concettuale, mostrando che potevano felicemente e fruttuosamente coesistere.
Amava profondamente il genere, e uno dei suoi ultimi atti pubblici è stato chiarire che per lui la fantascienza (che aveva il vezzo di firmare con la “M” puntata, a differenza che altrove) non è mai stata un modo per guadagnar soldi facilmente e avere la possibilità di scrivere romanzi “veri”, bensì la sua vera passione di scrittore, perseguita anche contro l’interesse economico. (Il che peraltro non gli ha impedito di scrivere anche splendide opere di non fantascienza.)
Purtroppo non ho aneddoti da raccontare su di lui. Non l’ho mai incontrato. Mi sarebbe piaciuto moltissimo, ed ero convinto che prima o poi sarebbe capitato. Non avrei mai immaginato che potesse lasciarci così presto.
In Italia, purtroppo, si è smesso di pubblicarlo da oltre un decennio (il suo romanzo tradotto più recente è del 2000), e anche la sua morte ha avuto ben poco risalto silla stampa italiana, nonostante i numerosi riconoscimenti provenienti da tutto il mondo letterario (e non solo fantascientifico), gente del calibro di Christopher Brookmyre, Neil Gaiman, Charles Stross, Richard Morgan
Nel mio piccolissimo, sto preparando un articolo retrospettivo su di lui che usscirà tra breve su Players.

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La luce del sole

Più riguardo a La luce del SoleUna bambina si risveglia, senza alcuna memoria di ciò che le è successo, in mezzo a uno scenario di distruzione. Tutto ciò che sa è che la luce del sole la respinge e che ha una terribile sete. Di sangue…

La luce del Sole (Fledgling) è l’ultimo romanzo scritto da Octavia E. Butler prima di morire, che Fanucci pubblica a otto anni dall’uscita negli USA.
Confesso di non aver mai letto nulla della Butler prima d’ora (una grossa lacuna, lo so, ma non si può leggere tutto!), e perciò mi sono accostato alla lettura con molta curiosità, data l’ottima fama che circonda questa autrice. Purtroppo però sono rimasto deluso: non posso dire se a non essere nelle mie corde sia la Butler o questo romanzo in particolare, però non lo trovo molto riuscito.
Per spiegarvi il perché sarò costretto a fare dei grossi “spoiler” , quindi se non volete che vi guasti qualche sorpresa non leggete oltre (allora però evitate anche di leggere la quarta di copertina, che spiattella molti segreti che invece il lettore dovrebbe apprendere solo gradualmente).
La cosa che mi ha convinto meno del romanzo è proprio la sua idea di base, e cioè che esista una razza, quella degli Ina, il cui comportamento è molto simile a quello dei tradizionali vampiri, ma che non ha nulla di soprannaturale.
Gli Ina per sopravvivere hanno bisogno di bere sangue, preferibilmente umano. La loro saliva contiene delle sostanze che rendono gli esseri umani docili, dipendenti e manipolabili a piacimento. Inoltre la luce diretta del sole provoca loro gravi ustioni, e di giorno cadono in un sonno profondo.
Tuttavia gli Ina non hanno nulla di soprannaturale. Non sono morti viventi, e si riproducono normalmente facendo sesso tra loro (anche se non disdegnano affatto il sesso con gli umani): non è possibile diventare Ina attraverso un morso. Si riflettono negli specchi, non temono i crocifissi, possono essere uccisi dalle pallottole (anche se hanno grandi capacità di rigenerazione). Inoltre tendono a non uccidere gli umani col morso , ma a crearsi un harem di “simbionti” che si lasciano mordere volontariamente per il piacere che ne ricavano.
A me sembra che questa versione dei vampiri tolga praticamente tutto il fascino e il mistero che normalmente si associa con la loro figura. Il morto che ritorna tra i vivi, l’umano che si trasforma in mostro, il soprannaturale, l’intrinseca malvagità, l’essere costretti a uccidere per sopravvivere: tutto quello che ha fatto la fortuna della narrativa vampiresca va perso. E senza guadagnarci nulla in realismo, poiché l’esistenza degli Ina mi pare tanto inspiegabile quanto quella della loro controparte soprannaturale. Sono, parlando francamente, la versione noiosa dei vampiri.
A questo si aggiunge il fatto che il romanzo imbocca tante direzioni senza seguirne alcuna fino in fondo. La parte iniziale è quella che regge meglio: la protagonista ha perso la memoria, sa di essere sopravvissuta a un eccidio, e cerca di capire quale sia la propria natura, che cosa le sia successo e come fare a rimanere in vita. Trovo discutibile il fatto che la protagonista possa ricordare facilmente come si usa un computer, ma abbia dimenticato totalmente tutto ciò che riguarda gli Ina (razza cui appartiene fin dalla nascita). Tuttavia questa parte ha se non altro una discreta suspence, e gira piuttosto bene.
A un quarto di romanzo, però, la protagonista si ricongiunge alla propria razza, dopodiché è tutto un susseguirsi di complicate spiegazioni sui costumi e la cultura Ina. Ho trovato questa soluzione molto pesante: avrei preferito di gran lunga apprendere le loro abitudini vedendole in diretta, piuttosto che attraverso una persona che ha perso la memoria e necessita di spiegazioni per ogni cosa.
Inoltre a questo punto il romanzo prende due direzioni: da un lato la scoperta e la punizione di coloro che hanno commesso l’eccidio, che avvengono molto lentamente ma senza alcun rivolgimento o autentico colpo di scena. Dall’altro c’è il tentativo della protagonista di crearsi la propria comunità poliamorosa di simbionti, un tema potenzialmente molto interessante, ma anche qui a mio avviso non sufficientemente sviluppato: la Butler è piuttosto brava a gestire le psicologie e le reazioni dei personaggi, ma tutto risulta un po’ troppo breve e schematico. Del resto, per descrivere bene un rapporto amoroso che coinvolge una mezza dozzina di persone sarebbe stato necessario dedicargli l’intero libro.
Aggiungo che ho trovato lo stile della Butler a volte prolisso e pedante, con dialoghi e descrizioni che si prolungano oltre il necessario descrivendo minuzie.
Riassumendo, La luce del sole mi è parso interessante soprattutto per le sue tematiche sociali, con una descrizione del funzionamento di una comunità di “vampiri” sicuramente ingegnosa. Nel suo insieme, però, la struttura del romanzo convince poco; si lascia leggere, ma incorre in lungaggini ed inutili complicazioni, e non porta fino in fondo nessuna delle idee che propone.

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Looper

Nel futuro uccidere qualcuno e farla franca è diventato quasi impossibile, perciò per eliminare le persone scomode la malavita usa il viaggio nel tempo: le spedisce nel passato, dove troveranno un killer pronto a farle fuori. Questi killer vengono chiamati looper, perché la loro esistenza è un circolo chiuso: sanno che, per eliminare ogni prova, prima o poi si troveranno a uccidere una versione più anziana di se stessi.

Essendo Looper un thriller fantascientifico basato sui viaggi nel tempo, per giunta con un discreto successo di critica, mi aspettavo grandi cose. Invece ne sono rimasto piuttosto deluso. Non si può dire che il film sia privo di doti, ma mi è risultato impossibile entrare nella storia a causa delle continue incongruenze. Credo sia praticamente impossibile scrivere una storia di viaggi del tempo che non abbia delle falle logiche da qualche parte. Credo anche, però, che i film di questo genere si dividano in due categorie: quelli in cui le falle logiche vengono in mente solo dopo i titoli di coda, e quelli in cui sono talmente evidenti che le si vede in ogni scena. Purtroppo Looper appartiene alla seconda categoria.
Già la premessa principale appare piuttosto traballante. Perché, esattamente, è conveniente spedire le persone indietro nel tempo prima di ucciderle? Al riguardo il film è molto vago, si limita a dire che nel futuro le persone hanno addosso dei chip, ma non è chiaro cosa facciano questi chip per rendere impraticabile l’omicidio, o perché, se il problema è quello di nascondere le prove, non ci si limiti a spedire indietro nel tempo cadaveri, invece che persone vive.
Peraltro il film provvede presto a rendere il tutto ancora meno sensato, mostrandoci una scena in cui dei criminali rapiscono una persona allo scopo di spedirla nel passato dove sarà uccisa, e nel farlo non si fanno alcun problema a freddare un testimone lasciandone a terra il corpo. Dov’è la logica?
Poi ci sono le scene in cui, per comunicare con la versione futura di se stesse, le persone si incidono dolorosamente messaggi sul corpo, che si traducono in cicatrici sul corpo dell’alter ego. Molto suggestivo, però a me sembra che, se in passato mi sono inflitto delle cicatrici, dovrei ricordarmi di averle sempre avute, non dovrebbero apparirmi sul corpo dal nulla trent’anni dopo.
E poi ancora mi chiedo:

  • Perché un looper deve eliminare se stesso? Non sarebbe molto più sensato che a uccidere la sua versione anziana fosse un altro looper?
  • Premesso che la telecinesi e i poteri mentali sono roba da anni Cinquanta e non li vorrei vedere mai più in un film, non vi sembra un po’ cheap che nel futuro all’improvviso tutti abbiano poteri mentali, così, senza uno straccio di spiegazione?
  • Perché nella prima metà del film si sono presi tanta briga di creare un’ambientazione futuribile, e poi la seconda metà è ambientata in un posto che sembra la fattoria di Nonna Papera?
  • Non vi pare contraddittorio che Joe faccia il panegirico della moglie che con la forza del suo amore lo ha salvato dalla sua triste vita di criminale assassino, e subito dopo per salvarla non trovi di meglio che progettare una strage di bambini innocenti senza batter ciglio?
  • Visto che tutta la seconda parte del film ruota intorno al tentativo di impedire l’ascesa del criminale noto come lo Sciamano, non trovate sia una carenza notevole della sceneggiatura il fatto che questo personaggio non venga mai mostrato e non si sappia nulla di lui e delle sue azioni?
  • Non vi sembra un po’ eccessivo che Joe riesca a vincere uno scontro in cui è solo, legato, disarmato e bendato contro una dozzina di criminali armati fino ai denti? (Non sto esagerando.)
  • Visto che Abe viene dal futuro e conosce tutto quello che succederà, perché non sa che Joe lo ammazzerà? E perché non arriva qualcun altro dal futuro a impedirlo?

Dulcis in fundo, faccio notare che, la prima volta che si vede Joe il vecchio che tramortisce Joe il giovane, quest’ultimo si risveglia e si ritrova accanto un biglietto. Successivamente la scena si ripete, e vediamo Joe il vecchio che tramortisce Joe il giovane e si allontana a grandi passi nei campi, senza lasciare alcun biglietto. Ovvero, come utilizzare uno dei topoi più classici del cinema sui viaggi nel tempo, la scena ripetuta più volte da diversi punti di vista, e sbagliarlo di brutto.
Ora, dopo aver letto tutto questo, potreste pensare che Looper sia un film totalmente inguardabile. Quello che fa incazzare è che non è così, e che in realtà ha parecchi buoni momenti. Bruce Willis e Joseph Gordon-Levitt riescono piuttosto bene a interpetare la stessa persona con trent’anni di differenza. Pierce Gagnon riesce a essere un bambino decisamente inquietante. Alcune scene di montaggio alternato tra i due alter ego sono da applauso, e in generale tutte le scene d’azione funzionano molto bene. E il finale è un gran bel finale. Insomma, con una sceneggiatura un po’ più curata, sarebbe potuto essere molto migliore.
Se siete il tipo di spettatore che non si cura più di tanto delle incongruenze logiche, e bada sopratutto alla spettacolarità, credo che Looper potrebbe piacervi molto. Se però, come me, di un film del genere amate il meccanismo ben oliato e la coerenza dei dettagli, allora temo che vedrete in questo film soprattutto una grande occasione perduta.

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Le Brigate Fantasma

Le cosiddette Brigate Fantasma sono formate da soldati artificiali, che dal primo giorno di vita sono pronti a combattere e a obbedire agli ordini. Ma può considerarsi umano chi ha una personalità modellata prima della nascita?

Le Brigate Fantasma è il seguito di Morire per Vivere, nel senso che ha la stessa ambientazione ed è ambientato qualche anno dopo. Tuttavia le vicende dei due romanzi hanno in comune solo alcuni personaggi secondari, e non è quindi necessario leggerli in sequenza.
Recensendo Morire per Vivere, ho scritto di avere due riserve. La prima è che trovo poco credibile che una guerra interplanetaria si combatta con soldati di fanteria, sia pure potenziati. La seconda è che ho trovato troppo fastidiosamente militarista il sottinteso del romanzo, e cioè che l’espansionismo imperialista sia un dato comune a qualunque razza intelligente, e che l’unico modo per sopravvivere sia praticarlo meglio degli altri. Tesi, questa, che trovo criticabile non solo da un punto di vista ideologico ma anche semplicemente logico: l’Universo è straordinariamente vasto, e non si capisce bene per quali risorse dovremmo entrare in concorrenza con altre razze, specie considerato che esseri capaci di raggiungere altre stelle dovrebbero essere anche in grado di tenere sotto controllo la propria popolazione.
Queste riserve rimangono sostanzialmente invariate anche per questo secondo romanzo della serie (sebbene qui esistano degli accenni sul fatto che l’espansionismo terrestre potrebbe essere ingiusto e non necessario, che probabilmente verranno sviluppati negli episodi successivi, ancora inediti in Italia).
Al di là di questo, però, Scalzi si conferma un autore molto dotato, uno dei pochi in grado di scrivere romanzi avvincenti e divertenti, che non richiedono due lauree per essere compresi, ma che comunque pongono interrogativi interessanti.
Dal punto di vista della trama, Le Brigate Fantasma è per certi versi anche più interessante del predecessore. I dilemmi etici che i vari personaggi devono risolvere sono di non facile soluzione, e le svolte della trama arrivano spesso del tutto imprevedibili. Ho letto il romanzo volentieri e praticamente d’un fiato.
Volendogli fare delle critiche specifiche, ho trovato un po’ noiosa la parte dell’addestramento militare del protagonista, dato che non differisce molto da quella vista in Morire per Vivere. Inoltre l’umorismo nero visto nel romanzo precedente qui è un po’ più sottotono.
Ho poi seri dubbi scientifico-filosofici su un aspetto del romanzo, e cioè la possibilità di costruire esseri intelligenti ma privi di coscienza.
Questo tipo di dualismo (quello che Gilbert Ryle chiamava “the ghost in the machine“) è già stato confutato numerose volte (la confutazione più divertente mi sembra quella di Raymond M. Smullyan). Io credo che abbia ragione Daniel C. Dennett quando sostiene che non è possibile avere intelligenza vera senza coscienza.
Del resto lo stesso Scalzi cade in contraddizione quando dice che questi esseri si sentono incompleti e desiderano una coscienza: come può un essere privo di coscienza desiderare qualcosa?
Comunque sia, al di là dei miei molti dubbi, trovo Scalzi un autore interessante e una lettura molto piacevole. Consiglio quindi l’acquisto (anche perché stavolta la traduzione mi è sembrata esente da problemi vistosi).

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In memoria – Riccardo Valla

Riccardo Valla

Riccardo Valla (a destra) con Vittorio Catani. Foto: © Marco Passarello

Mi spiace dover proseguire il nuovo corso di questo blog con un’altra commemorazione, ma ieri ci ha lasciato improvvisamente Riccardo Valla, uno dei più noti e stimati traduttori italiani di fantascienza.

Riccardo era molto attivo nell’ambiente dei fan, e ho avuto la fortuna di incontrarlo in svariate occasioni. Era una persona di straordinaria cultura, e anche un esempio raro (soprattutto in Italia!) di intellettuale in grado di trattare con la stessa disinvoltura argomenti scientifici e umanistici, dalla relatività all’opera lirica, dalla meccanica quantistica alla poesia.

Per questo motivo gli venivano spesso affidati autori scientificamente “difficili” come Greg Egan, ma il numero di romanzi di fantascienza che ha tradotto in più di quarant’anni di carriera è sterminato (e non solo di fantascienza: si è occupato di molti altri libri, tra cui il famigerato Il codice Da Vinci, del quale realizzò anche una parodia intitolata Il coccige Da Vinci) e copre ogni sfumatura del genere.

La sua traduzione che preferisco in assoluto è quella di Cyberiade di Stanislaw Lem, che mi pare uno dei più perfetti esempi di come il traduttore possa mettersi al servizio di un autore per valorizzarlo (nonostante Riccardo abbia lavorato con l’intermediazione dell’inglese!). Un capolavoro in cui la sua doppia sensibilità, umanistica e scientifica, viene valorizzata appieno.

Negli ultimi anni Riccardo aveva frequentato molto meno i raduni dei fan, facendoci un po’ preoccupare per la sua salute, ma ultimamente sembrava stesse benissimo, tanto che solo l’altro ieri ci aveva invitato tutti ad andarlo a trovare a Torino per mangiare una pizza e visitare la mostra dedicata a Urania. Purtroppo il giorno dopo un infarto lo ha stroncato all’improvviso. Ci ha lasciato un altro degli uomini che incarnavano fisicamente la fantascienza in Italia.

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In memoria: Gerry Anderson

Non posso riprendere in mano questo blog senza commemorare la scomparsa di Gerry Anderson, avvenuta un paio di settimane fa. Anderson è stato un produttore televisivo che ha avuto una parte importantissima nello scolpire il mio immaginario.

Gerry Anderson con i suoi modellini


Insieme alla moglie Sylvia, Anderson ha prodotto per la televisione britannica un gran numero di serie fantascientifiche per ragazzi. Erano realizzate con un sistema che aveva battezzato Supermarionation, che utilizzava, al posto degli attori, marionette comandate elettricamente, con un particolare circuito elettrico che sincronizzava automaticamente il movimento delle labbra col parlato degli attori. Le marionette non erano particolarmente realistiche, specialmente a causa del loro innaturale testone, necessario per ospitare i meccanismi. Le parti che mi piacevano di più erano quelle in cui si vedevano all’opera i veicoli, le cui animazioni erano invece molto credibili. Si vedeva benissimo che erano stati pensati non solo per fare scena, ma per essere tecnicamente realistici.
La mia preferita di queste serie era Stingray, che raccontava le avventure di un sottomarino impegnato nella lotta contro una razza di esseri subacquei. Il bello della serie era il realismo delle storie, che non solo descrivevano correttamente i pericoli delle immersioni, come l’embolia, ma avevano un protagonista conteso tra due donne, una cosa abbastanza insolita in un telefilm per ragazzi!

Il sottomarino Stingray

Mi piaceva molto anche Joe 90, il cui protagonista era un ragazzino che, grazie a un macchinario inventato dal padre, assimilava conoscenze di ogni tipo e diventava un agente segreto: praticamente la summa delle mie fantasie di bambino. Per qualche ragione, invece, non mi è mai capitato di vedere Thunderbirds, la serie animata più popolare di Anderson.

Il mio primo incontro con l’immaginario di Anderson, però, avvenne con la prima serie con attori da lui realizzata: UFO. Fu trasmessa in Italia per la prima volta nel periodo 1971-74, quando avevo appena cominciato ad andare a scuola, e avevo nei suoi confronti un atteggiamento ambivalente: da un lato ero assolutamente affascinato dai suoi veicoli, dall’altro le atmosfere cupe e violente della serie mi spaventavano, e gli alieni (umanoidi che indossavano tute spaziali piene di liquido verde, e i cui occhi apparivano senza iride a causa delle lenti a contatto protettive che erano costretti a indossare) mi terrorizzavano!

Solo col tempo sono riuscito a superare la paura, e a guardare gli episodi senza fuggire via dal televisore. Da ragazzino mi appassionavano più che altro i veicoli, come i cingolati SHADOmobile, l’aereo da caccia Sky One lanciato da un sottomarino, e soprattutto gli intercettori, che partivano dalla Luna per abbattere le astronavi aliene prima che arrivassero sulla Terra. Mio cugino possedeva i fantastici modellini Dinky Toys in metallo pressofuso dei veicoli della serie, che lanciavano davvero i missili, e ho passato un enorme quantità di tempo a giocarci, anche se il divertimento maggiore era indossare un casco spaziale di plastica, urlare “Intercettori 1 e 2, lancio immediato!”, e buttarsi in velocità sotto il letto matrimoniale di mia nonna, fingendo che fosse il tunnel-scivolo che i piloti usavano al momento del lancio.

Un intercettore della serie "UFO"


Di recente ho riguardato la serie in DVD, e devo dire che dopo quarant’anni regge ancora piuttosto bene, con personaggi spigolosi e trame per nulla scontate (il mio episodio preferito è Questione di priorità, in cui il capitano Foster si perde sulla Luna insieme all’alieno che ha appena abbattuto, e tra i due si crea un’alleanza per sopravvivere, con un finale tragico). La colonna sonora di Barry Gray (che ha accompagnato Anderson per tutta la sua carriera) è ottima, e non dimentichiamo le splendide ragazze che costituivano il personale di Base Luna, vestite di tutine attillate e di parrucche viola (cosa che ho scoperto solo in seguito, visto che all’epoca la TV italiana era in bianco e nero!). Credo che la loro comandante, il tenente Ellis, abbia contribuito non poco a scolpire il mio nascente immaginario erotico (scopro solo ora che l’attrice che la interpretava è la sorella maggiore di Nick Drake).

Quella sventola del tenente Ellis di Base Luna


La serie cui sono più affezionato in assoluto, però, è Space: 1999, progettata inizialmente come seguito di UFO e poi invece realizzata come serie autonoma. Anche questa serie (che narrava della vita su una base lunare dopo che un incidente ha spinto la Luna fuori dalla sua orbita) aveva atmosfere molto cupe, ma alla guerra contro gli alieni si sostituiva il mistero dello spazio e della sua immensità e incomprensibilità, una cosa che oggi si è quasi completamente perduta, ma che era alla base del fascino che aveva per me allora la fantascienza.
Vista oggi, devo dire, la serie ha i suoi problemi, sia di scarso realismo scientifico, sia di eccesso di verbosità (anche se ricordo che alcuni episodi avevano comunque terrorizzato noi ragazzini delle medie di allora). Ma, come in ogni serie di Anderson, i veicoli sono di un realismo assoluto. Credo che l’Aquila di Space: 1999 sia uno dei veicoli spaziali più belli di sempre, con i suoi motori posizionati al posto giusto e soprattutto con la sua costruzione modulare, una specie di impalcatura mobile al cui centro può esserci un modulo abitativo, una gru o qualunque altra cosa servisse alla trama. Sembrava veramente qualcosa che poteva essere realizzato di lì a poco. E, anche se il 1999 è passato da tempo, è rimasta in me la speranza di poter vedere prima o poi astronavi fatte così.

La migliore creatura di Anderson: l'"Aquila" di "Spazio 1999"


Esistono progetti per una versione modernizzata di Space:1999, che dovrebbe chiamarsi Space: 2099. Speriamo vadano in porto: sarebbe un bel tributo all’immaginario di Anderson. Che rimarrà sempre uno degli autori che più mi hanno fatto sognare.
 

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Memento – I sopravvissuti

More about Memento

Le Detonazioni hanno trasformato la Terra in un luogo desolato: la civiltà è distrutta, e tutti gli umani sono stati trasformati in esseri deformi, fusi con oggetti, tra di loro e con la terra stessa. Si sono salvati solo i Puri, cioè coloro che abitano un enorme rifugio chiamato la Sfera, e attendono che il pianeta ritorni abitabile. Pressia, una ragazza la cui mano destra è fusa con una testa di bambola, è in fuga per evitare, al compimento dei 16 anni, di essere arruolata a forza nella milizia. Nel frattempo il suo coetaneo Partridge, figlio del leader della Sfera, fugge dal rifugio alla ricerca della madre, dopo aver scoperto che potrebbe essere sopravvissuta e nascosta da qualche parte all’esterno…

La fantascienza sarà pure moribonda, ma deve conservare almeno un po’ del suo appeal se Julianna Baggott, affermata autrice di romanzi sentimentali e per ragazzi, ha deciso di scrivere una distopia postcatastrofica nel segno della fantascienza più classica. Ammetto di essermici accostato con molto sospetto, timoroso di trovarmi di fronte all’ennesimo polpettone sentimentale a sfondo fantastico per adolescenti. Fortunatamente non è stato così: Memento – I sopravvissuti è un libro serio, non sdolcinato (anzi, a dirla tutta alquanto depressivo) e con qualche ambizione. Non è però un libro particolarmente riuscito, per i motivi che dirò.
La cosa migliore del romanzo è l’ambientazione: l’autrice mostra fantasia e abilità nel creare una galleria di personaggi deformi (il mio preferito è El Capitan, che si porta addosso il fratello minore come un doppio inseparabile, una specie di riedizione del Joe-Jim Gregory di Heinlein), destreggiandosi tra uno scoperto simbolismo e il puro gusto del bizzarro.
Il problema è che l’autrice riesce a sfruttare tali atmosfere solo in piccola parte. La trama è molto complicata ma priva di vere sorprese e, pur descrivendo un mondo degradato e violento, sembra sempre fermarsi un passo prima dal risultare autenticamente scioccante. La cosa meno riuscita sono i dialoghi, legnosi e talvolta ingenui. Ma soprattutto, il messaggio di fondo appare troppo scontato, e non va al di là di un generico antiautoritarismo con qualche venatura femminista.
Alla fine il risultato è un né-carne-né-pesce che rischia di non soddisfare nessuno: troppo deprimente per chi cerca il puro intrattenimento, troppo blando e schematico per gli autentici appassionati del genere. Per giunta, il finale è piuttosto interlocutorio: l’autrice intende scrivere altri due volumi prima di concedere agli eroi di compiere il loro destino. Grazie, ma credo che mi fermerò qui.

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Fantascienza XL

Dall’altro ieri è in edicola il primo numero col nuovo stile della rivista XL che, pur avendo mantenuto il nome, è in formato più compatto (e a mio avviso, di più comoda lettura).
Il motivo di cui ve ne parlo, però, non è il nuovo stile, bensì due nuove rubriche che saranno gestite dal sottoscritto. Una sarà un piccolo spazio destinato alle recensioni di nuove uscite di fantascienza, all’interno di X-Voto – Libri. L’altra sarà una rubrica di diverse pagine denominata Futurama, in cui presenteremo ogni mese un racconto di fantascienza d’epoca, illustrato da un artista moderno, e con un breve commento da parte mia. Questo mese si comincia con Ray Bradbury, di cui presentiamo un estratto da Cronache Marziane, splendidamente illustrato dall’amico Franco Brambilla.
Inutile dirvi quanto mi faccia piacere poter parlare di fantascienza ai lettori di una testata ad amplissima diffusione come XL. In particolare, quando il direttore Luca Valtorta mi ha proposto di occuparmene nel corso di una chiacchierata durante Lucca Comics & Games, pensavo di avere trovato il lavoro ideale. Cosa c’è di meglio di essere pagato per scegliere dei bei racconti classici? C’è però il rovescio della medaglia, e cioè che la scelta deve sottostare a diversi limiti, il più grosso dei quali è la lunghezza. Lo spazio a disposizione sulle pagine di XL sembra tanto, ma alla fine si tratta di meno di 20.000 caratteri, quando la stragrande maggioranza dei racconti celebri ne misura almeno 30.000, e spesso molti di più. Oltre a questo, il racconto deve offrire spunti per le illustrazioni, e deve incontrare non solo il mio gusto ma anche quello della redazione. Insomma, certe volte trovare un candidato è veramente difficile. Il che non toglie che si tratti di una bellisisma sfida, che sto affrontando con piacere e che cercherò di svolgere nel migliore dei modi. Sono graditissimi i suggerimenti (anche se, ovviamente, non è detto che possa seguirli, perlomeno non tutti).
Se il tempo me lo consentirà, cercherò di svolgere regolarmente approfondimenti su questo blog, sia per quanto riguarda i racconti di Futurama, sia per i romanzi segnalati.

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Morire per vivere

La Terra ha ormai colonizzato un gran numero di pianeti, ma una legge-quarantena che protegge il nostro mondo dalle contaminazioni proibisce a chi se ne va di ritornare indietro. John Perry ha 75 anni, è appena rimasto vedovo, e non si aspetta più molto dalla vita. Accetta perciò di arruolarsi nelle Forze di Difesa Coloniale: dovrà combattere per due anni o più, ma in cambio, dicono, ritornerà artificialmente giovane…

È ormai rarissimo che in Italia vengano tradotti romanzi inediti di fantascienza  (fatta eccezione per quelli ispirati a film, TV o videogiochi). Lode quindi a Gargoyle che ha portato in Italia il primo volume della fortunata serie di John Scalzi, Old Man’s War.
La lettura del libro mi ha dato fin dall’inizio una sensazione di “vecchia fantascienza”, sia in senso positivo che negativo. Da un lato, fa piacere leggere un romanzo che non è un thriller mascherato, e nemmeno si basa su ipotesi scientifiche tanto esotiche da essere difficile da seguire, come spesso capita con i testi moderni. Dall’altro, però, l’opera presenta alcune mancanze che sono disposto a perdonare ai classici, ma non alla narrativa di questo millennio.
La prima cosa che colpisce della scrittura di Scalzi è che rinuncia a tutti gli abusati meccanismi che gli scrittori di genere odierni utilizzano per creare tensione: non ci sono narrazioni parallele, cambiamenti di punto di vista, flash-back o flash-forward. La narrazione è lineare, in prima persona e segue un unico personaggio. Questo può sembrare semplicistico, ma mi sono convinto che sia un pregio: Scalzi sa tenere viva l’attenzione del lettore sulla propria storia senza trucchi non necessari, e non è da tutti.
L’altra caratteristica notevole di Scalzi è l’originale ed efficace miscuglio di stili. Le scene di battaglia sono rappresentate con un convincente equilibrio tra avventura e crudo realismo, degno dei migliori romanzi d’azione. Gli alieni, invece, sono descritti con un paradossale umorismo nero che fa pensare quasi a un Robert Sheckley o a un Douglas Adams. Infine, il vero filo conduttore dell’opera è il tentativo del protagonista e dei suoi compagni di rimanere umani pur essendo catapultati in un mondo totalmente alieno con corpi e menti artificiali. Un tema non nuovo, ma che l’autore tratta seguendo una malinconica vena introspettiva, l’autentico pregio del romanzo.
Dal punto di vista del realismo tecnologico, alcune parti sono convincenti, altre molto meno. Mi è piaciuta molto la descrizione dei corpi dei soldati, del computer che hanno installato nella testa e dell’uso che ne fanno. Ho però forti dubbi sul fatto che una futura guerra interstellare si combatterà scaricando migliaia di fanti sulla superficie dei pianeti. Da questo punto di vista, trovavo più convincente Fanteria dello spazio (il libro, non il film), dove i “fanti” spaziali usano armature, volano, sparano armi nucleari e si muovono a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Mi è difficile credere una battaglia contro gli alieni somiglierebbe al Vietnam o allo sbarco in Normandia.
Più in generale, a parte la descrizione dell’esercito, manca un serio tentativo di creare un mondo credibile nel suo insieme dal punto di vista economico, sociale o tecnologico. La società delle colonie spaziali non viene mai mostrata, mentre le scene ambientate sulla Terra hanno un sapore addirittura retrò, potrebbero svolgersi negli anni Cinquanta. Paradossalmente, alle reclute vengono distribuiti dei “PDA” su cui scrivere usando uno stilo: roba che era già nei negozi quando il romanzo è uscito, e che oggi è già obsoleta (persino il termine PDA non si usa più!).
Quello che però non sono proprio riuscito a digerire in Morire per vivere è il sottinteso politico di fondo. Questo viene esplicitato in un discorso che un ufficiale fa alle reclute: la guerra è brutta, ma necessaria e inevitabile. Le risorse dell’Universo sono scarse, ed essere meno aggressivi significherebbe rimanere indietro rispetto alle altre razze e soccombere. Talvolta si può trovare una soluzione pacifica, ma nella maggioranza dei casi le culture aliene sono troppo diverse dalla nostra per trovare un terreno comune. Quindi la guerra è l’unica soluzione. E non solo la guerra difensiva, ma anche quella offensiva: una delle operazioni militari descritte è un attacco preventivo a una civiltà “concorrente”, la cui società ed economia vengono chirurgicamente devastate, riportandole a un’era preindustriale e riducendo la popolazione alla carestia e al caos.
So che non bisogna confondere le opinioni di un personaggio con quelle dell’autore, tuttavia Scalzi, perlomeno nel corso di questo romanzo, non ci offre alcuna visione alternativa. A qualcuno viene il dubbio che le cose potrebbero andare un po’ diversamente, ma né il protagonista né i suoi amici pensano mai di mettere in discussione la struttura di cui fanno parte. L’unico personaggio che si ribella viene rappresentato come un idiota sognatore che si fa ammazzare in modo ridicolo senza concludere nulla. L’esercito, d’altra parte, viene descritto come un’organizzazione dura e severa ma anche giusta ed efficientissima, del tutto scevra da bullismo, disorganizzazione, corruzione o incompetenza.
Inutile usare giri di parole: a mio avviso Morire per vivere trasuda militarismo, e fa un elogio della guerra e dell’imperialismo che riecheggia alla perfezione le posizioni dell’amministrazione Bush sullo “scontro di civiltà”. Probabilmente era difficile aspettarsi altro da un autore che ha fatto di Robert Heinlein il proprio modello, ma resto comunque molto deluso. Specie dopo aver letto romanzi come Il ritorno delle furie o Black Man di Richard Morgan, che descrivono azioni militari sposandole a un’analisi politica di ben altro colore (e spessore).
Riassumendo: Morire per vivere è un romanzo avvincente, divertente e ben scritto, che mescola in modo proporzionato azione pura, umorismo e la storia toccante di un uomo che rinasce in un mondo nuovo. Tuttavia per goderselo bisogna essere capaci di astrarsi dalla visione politica discutibile che l’autore usa come sfondo.
Concludo accennando alla traduzione, che si lascia leggere ma è sicuramente migliorabile. Anche se la scrittura piana di Scalzi volta in italiano rimane scorrevole e briosa, nel caso di espressioni idiomatiche o insolite la traduttrice ha preso più volte fischi per fiaschi. Un esempio: la frase “No shit”, che significa all’incirca “Sul serio”, “Vuoi scherzare” o “Proprio così”, viene tradotta letteralmente con un “No, merda” privo di senso.
AGGIORNAMENTO: Ho intervistato via e-mail John Scalzi (persona molto gentile e professionale), che di fronte alle mie domande “politiche” ha preso un po’ le distanze dalla mia interpretazione. Ne riparleremo tra qualche settimana, quando pubblicherò l’intervista.

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Il ciclo di vita degli oggetti software

More about Il ciclo di vita degli oggetti softwareSu Data Earth, uno dei tanti ambienti virtuali a disposizione del pubblico (qualcosa di simile a una versione estremamente sofisticata di Second Life) vengono venduti i “digenti”, creature domestiche virtuali, dotate di intelligenza artificiale e in grado di apprendere. Se per alcuni non sono più che giocattoli, per altri diventano l’equivalente di figli che vanno educati e protetti. Col tempo si presentano problemi che nessuno si aspettava. Cosa succede se la piattaforma software che li ospita diventa obsoleta? Come finanziare le tecnologie che possono consentire loro di continuare a esistere e ad apprendere?  In che forma legale si può garantire loro tutela e autodeterminazione? E soprattutto, bisogna lasciarli liberi anche quando non condividiamo le loro scelte?

È indiscutibile che Ted Chiang sia tra gli autori più interessanti e talentuosi della fantascienza contemporanea. Ogni sua opera affronta problemi scientifici, epistemologici o filosofici da un punto di vista totalmente inedito, e lo fa con strumenti stilistici ogni volta differenti e sorprendenti. Ha il rigore scientifico di un Greg Egan, ma riesce nello stesso tempo a risultare molto più leggibile anche ai profani, e a coinvolgere emotivamente il lettore in modo molto più approfondito.
Non fa eccezione questo suo primo approccio al romanzo (comunque molto breve). L’obiettivo di Il ciclo di vita degli oggetti software (esplicitato in un’interessante intervista pubblicata su Robot #64), è quello di fornire un punto di vista nuovo rispetto alla visione narrativa dell’intelligenza artificiale. Questa, infatti è sempre stata rappresentata come qualcosa di compiuto, che nasce già pronto e superiore agli esseri umani. Tuttavia, fa notare Chiang, è molto improbabile che sia così. Molto probabilmente una vera intelligenza artificiale dovrà affrontare gli stessi problemi che affrontano gli umani, e cioè crescere gradatamente imparando dall’esperienza.
La lettura di questo libro mi ha fatto pensare a Bob Shaw, filtrato attraverso il minimalismo americano: un’idea semplice e ben definita, esplorata fino alle sue estreme e non immediatamente prevedibili conseguenze (ovverosia quello che la fantascienza dovrebbe sempre fare), attraverso una serie di quadretti familiari, descritti in maniera diretta e priva di orpelli.
Dal punto di vista delle idee, il romanzo di Chiang è quantomai stimolante. Forse è presto per dirlo, ma potrebbe essere uno di quei libri che portano a un cambiamento di paradigma: sarà difficile d’ora in poi immaginare a un’intelligenza artificiale prescindendo dai digenti e da quello che possono insegnarci. Come lettore, tuttavia, provo per la prima volta un briciolo di insoddisfazione nei confronti di un’opera di Chiang. Lo stile adottato in questo caso, estremamente distaccato e con continui salti temporali, rende difficile affezionarsi ai personaggi, proprio quando le situazioni descritte dall’autore implicano sentimenti profondi e coinvolgenti. Inoltre il romanzo termina proprio in un momento, l’equivalente dell’inizio dell’adolescenza per i digenti, che lascia il lettore con la curiosità di come si evolveranno le cose. Insomma, visto che Chiang si è cimentato per la prima volta in un romanzo, avrei preferito che non fosse un romanzo brevissimo, visto che i temi presentati avrebbero tranquillamente retto un maggiore approfondimento. Cionondimeno, resta una delle uscite fantascientifiche più interessanti degli ultimi tempi.
Il libro è uscito in Italia in un’ottima edizione della Delos Books. Chi sa bene l’inglese può anche leggerselo gratuitamente qui.

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