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Looper

Nel futuro uccidere qualcuno e farla franca è diventato quasi impossibile, perciò per eliminare le persone scomode la malavita usa il viaggio nel tempo: le spedisce nel passato, dove troveranno un killer pronto a farle fuori. Questi killer vengono chiamati looper, perché la loro esistenza è un circolo chiuso: sanno che, per eliminare ogni prova, prima o poi si troveranno a uccidere una versione più anziana di se stessi.

Essendo Looper un thriller fantascientifico basato sui viaggi nel tempo, per giunta con un discreto successo di critica, mi aspettavo grandi cose. Invece ne sono rimasto piuttosto deluso. Non si può dire che il film sia privo di doti, ma mi è risultato impossibile entrare nella storia a causa delle continue incongruenze. Credo sia praticamente impossibile scrivere una storia di viaggi del tempo che non abbia delle falle logiche da qualche parte. Credo anche, però, che i film di questo genere si dividano in due categorie: quelli in cui le falle logiche vengono in mente solo dopo i titoli di coda, e quelli in cui sono talmente evidenti che le si vede in ogni scena. Purtroppo Looper appartiene alla seconda categoria.
Già la premessa principale appare piuttosto traballante. Perché, esattamente, è conveniente spedire le persone indietro nel tempo prima di ucciderle? Al riguardo il film è molto vago, si limita a dire che nel futuro le persone hanno addosso dei chip, ma non è chiaro cosa facciano questi chip per rendere impraticabile l’omicidio, o perché, se il problema è quello di nascondere le prove, non ci si limiti a spedire indietro nel tempo cadaveri, invece che persone vive.
Peraltro il film provvede presto a rendere il tutto ancora meno sensato, mostrandoci una scena in cui dei criminali rapiscono una persona allo scopo di spedirla nel passato dove sarà uccisa, e nel farlo non si fanno alcun problema a freddare un testimone lasciandone a terra il corpo. Dov’è la logica?
Poi ci sono le scene in cui, per comunicare con la versione futura di se stesse, le persone si incidono dolorosamente messaggi sul corpo, che si traducono in cicatrici sul corpo dell’alter ego. Molto suggestivo, però a me sembra che, se in passato mi sono inflitto delle cicatrici, dovrei ricordarmi di averle sempre avute, non dovrebbero apparirmi sul corpo dal nulla trent’anni dopo.
E poi ancora mi chiedo:

  • Perché un looper deve eliminare se stesso? Non sarebbe molto più sensato che a uccidere la sua versione anziana fosse un altro looper?
  • Premesso che la telecinesi e i poteri mentali sono roba da anni Cinquanta e non li vorrei vedere mai più in un film, non vi sembra un po’ cheap che nel futuro all’improvviso tutti abbiano poteri mentali, così, senza uno straccio di spiegazione?
  • Perché nella prima metà del film si sono presi tanta briga di creare un’ambientazione futuribile, e poi la seconda metà è ambientata in un posto che sembra la fattoria di Nonna Papera?
  • Non vi pare contraddittorio che Joe faccia il panegirico della moglie che con la forza del suo amore lo ha salvato dalla sua triste vita di criminale assassino, e subito dopo per salvarla non trovi di meglio che progettare una strage di bambini innocenti senza batter ciglio?
  • Visto che tutta la seconda parte del film ruota intorno al tentativo di impedire l’ascesa del criminale noto come lo Sciamano, non trovate sia una carenza notevole della sceneggiatura il fatto che questo personaggio non venga mai mostrato e non si sappia nulla di lui e delle sue azioni?
  • Non vi sembra un po’ eccessivo che Joe riesca a vincere uno scontro in cui è solo, legato, disarmato e bendato contro una dozzina di criminali armati fino ai denti? (Non sto esagerando.)
  • Visto che Abe viene dal futuro e conosce tutto quello che succederà, perché non sa che Joe lo ammazzerà? E perché non arriva qualcun altro dal futuro a impedirlo?

Dulcis in fundo, faccio notare che, la prima volta che si vede Joe il vecchio che tramortisce Joe il giovane, quest’ultimo si risveglia e si ritrova accanto un biglietto. Successivamente la scena si ripete, e vediamo Joe il vecchio che tramortisce Joe il giovane e si allontana a grandi passi nei campi, senza lasciare alcun biglietto. Ovvero, come utilizzare uno dei topoi più classici del cinema sui viaggi nel tempo, la scena ripetuta più volte da diversi punti di vista, e sbagliarlo di brutto.
Ora, dopo aver letto tutto questo, potreste pensare che Looper sia un film totalmente inguardabile. Quello che fa incazzare è che non è così, e che in realtà ha parecchi buoni momenti. Bruce Willis e Joseph Gordon-Levitt riescono piuttosto bene a interpetare la stessa persona con trent’anni di differenza. Pierce Gagnon riesce a essere un bambino decisamente inquietante. Alcune scene di montaggio alternato tra i due alter ego sono da applauso, e in generale tutte le scene d’azione funzionano molto bene. E il finale è un gran bel finale. Insomma, con una sceneggiatura un po’ più curata, sarebbe potuto essere molto migliore.
Se siete il tipo di spettatore che non si cura più di tanto delle incongruenze logiche, e bada sopratutto alla spettacolarità, credo che Looper potrebbe piacervi molto. Se però, come me, di un film del genere amate il meccanismo ben oliato e la coerenza dei dettagli, allora temo che vedrete in questo film soprattutto una grande occasione perduta.

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Le Brigate Fantasma

Le cosiddette Brigate Fantasma sono formate da soldati artificiali, che dal primo giorno di vita sono pronti a combattere e a obbedire agli ordini. Ma può considerarsi umano chi ha una personalità modellata prima della nascita?

Le Brigate Fantasma è il seguito di Morire per Vivere, nel senso che ha la stessa ambientazione ed è ambientato qualche anno dopo. Tuttavia le vicende dei due romanzi hanno in comune solo alcuni personaggi secondari, e non è quindi necessario leggerli in sequenza.
Recensendo Morire per Vivere, ho scritto di avere due riserve. La prima è che trovo poco credibile che una guerra interplanetaria si combatta con soldati di fanteria, sia pure potenziati. La seconda è che ho trovato troppo fastidiosamente militarista il sottinteso del romanzo, e cioè che l’espansionismo imperialista sia un dato comune a qualunque razza intelligente, e che l’unico modo per sopravvivere sia praticarlo meglio degli altri. Tesi, questa, che trovo criticabile non solo da un punto di vista ideologico ma anche semplicemente logico: l’Universo è straordinariamente vasto, e non si capisce bene per quali risorse dovremmo entrare in concorrenza con altre razze, specie considerato che esseri capaci di raggiungere altre stelle dovrebbero essere anche in grado di tenere sotto controllo la propria popolazione.
Queste riserve rimangono sostanzialmente invariate anche per questo secondo romanzo della serie (sebbene qui esistano degli accenni sul fatto che l’espansionismo terrestre potrebbe essere ingiusto e non necessario, che probabilmente verranno sviluppati negli episodi successivi, ancora inediti in Italia).
Al di là di questo, però, Scalzi si conferma un autore molto dotato, uno dei pochi in grado di scrivere romanzi avvincenti e divertenti, che non richiedono due lauree per essere compresi, ma che comunque pongono interrogativi interessanti.
Dal punto di vista della trama, Le Brigate Fantasma è per certi versi anche più interessante del predecessore. I dilemmi etici che i vari personaggi devono risolvere sono di non facile soluzione, e le svolte della trama arrivano spesso del tutto imprevedibili. Ho letto il romanzo volentieri e praticamente d’un fiato.
Volendogli fare delle critiche specifiche, ho trovato un po’ noiosa la parte dell’addestramento militare del protagonista, dato che non differisce molto da quella vista in Morire per Vivere. Inoltre l’umorismo nero visto nel romanzo precedente qui è un po’ più sottotono.
Ho poi seri dubbi scientifico-filosofici su un aspetto del romanzo, e cioè la possibilità di costruire esseri intelligenti ma privi di coscienza.
Questo tipo di dualismo (quello che Gilbert Ryle chiamava “the ghost in the machine“) è già stato confutato numerose volte (la confutazione più divertente mi sembra quella di Raymond M. Smullyan). Io credo che abbia ragione Daniel C. Dennett quando sostiene che non è possibile avere intelligenza vera senza coscienza.
Del resto lo stesso Scalzi cade in contraddizione quando dice che questi esseri si sentono incompleti e desiderano una coscienza: come può un essere privo di coscienza desiderare qualcosa?
Comunque sia, al di là dei miei molti dubbi, trovo Scalzi un autore interessante e una lettura molto piacevole. Consiglio quindi l’acquisto (anche perché stavolta la traduzione mi è sembrata esente da problemi vistosi).

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Lo Hobbit – un viaggio inaspettato

Bilbo Baggins è uno hobbit, che vive felice e tranquillo nella sua casa nella Contea. La sua vita viene sconvolta quando un suo conoscente, lo stregone Gandalf, lo obbliga a ospitare tredici nani vagabondi, che progettano di invadere la tana di un drago per recuperare il tesoro dei loro antenati. Non si sa bene come, Bilbo finisce per aggregarsi alla compagnia in qualità di scassinatore. E lì cominciano i suoi guai…

Chiunque abbia letto Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien si è probabilmente chiesto come sia possibile che un agile romanzetto destinato principalmente ai bambini si sia trasformato, nelle mani di Peter Jackson, in un trilogia di film di almeno nove ore complessive di durata. La risposta è che Peter e le sue sceneggiatrici non si sono limitati a tradurre in film la trama del romanzo, ma ci hanno inserito anche altre trame che provengono invece dalle appendici del Signore degli Anelli, dal Silmarillion e da altri scritti di Tolkien, in modo da ricollegarsi alla precedente trilogia cinematografica e spiegare in dettaglio tutti gli eventi accaduti in precedenza.
Motivo? “Operazione commerciale”, sento dire qualcuno, e indubbiamente questo è in parte vero. Tuttavia, prima di buttare la croce addosso a Jackson, va detto che Lo hobbit è un romanzo che narrativamente ha molto poco senso. Tolkien lo scrisse perché il suo editore gli aveva chiesto di scrivere un libro per bambini, e lui eseguì prendendo una fetta della colossale mitologia che stava concependo, e tagliando via tutti i passaggi troppo complicati. Il risultato è molto divertente e appassionante, ma anche piuttosto confuso. Per esempio, a un certo punto del libro Gandalf ha un impegno e scompare, per poi riapparire molto più avanti senza spiegare il motivo della sua assenza (gli esperti sanno che è stato a Dol Guldur, dove ha scoperto la vera identità del Negromante, ha parlato con Thrain prigioniero e ha scoperto l’esistenza dell’Anello del Potere, ma questo nel libro non c’è). Bilbo incontra Gollum e gli ruba l’Anello, ma non viene spiegato chi sia, e tantomeno quale sia l’origine dell’oggetto. Il “cattivo” del romanzo viene ucciso da un tizio mai visto prima. E così via. Insomma, non è stata poi una cattiva idea aggiungere un po’ di roba per ricavarne una storia un po’ più sensata.
Va anche detto che, mentre in Il signore degli anelli c’era pochissimo spazio per l’invenzione, data l’enorme quantità di materiale di cui tenere conto, qui Jackson, Walsh e Boyens (con Guillermo Del Toro, che sarebbe dovuto essere il regista) hanno potuto aggiungere del loro, con ottimi risultati. Sono riusciti a caratterizzare molto bene i nani, che hanno tutti personalità differenti e riconoscibili nonostante siano in tredici (in definitiva meglio che nel romanzo di Tolkien, dove sono una massa un po’ indifferenziata). E hanno trasferito con successo nel film un po’ di quell’estetica del gioco di ruolo che ha preso spunto da Tolkien per diventare un mondo a sé stante. Guardate per esempio il nano Dwalin, col cranio tatuato e la doppia ascia: sembra uscito direttamente da Warhammer, e proviene perciò non dall’immaginario tolkieniano, ma da quello degli innumerevoli fan che sui romanzi di Tolkien hanno ricamato, facendoli propri. Cosa che a me non dispiace affatto.
Soprattutto, gli autori si sono presi la libertà di mettere sotto i riflettori Radagast il bruno, personaggio molto minore del Signore degli anelli che era stato escluso dalla trilogia precedente, e al quale invece viene affidato qui un ruolo piuttosto importante. A partire dai pochi cenni dati da Tolkien, gli autori hanno creato qui un personaggio molto ben caratterizzato. Anche questo può essere visto come una concessione all’estetica del gioco di ruolo, in cui spesso sono proprio i personaggi minori a poter essere riplasmati per nuove avventure. Non so se Tolkien avrebbe apprezzato il Radagast di Jackson che viaggia per i boschi su una slitta trainata da enormi conigli, ma a me è piaciuto.
Per il resto, i pregi e i difetti del film sono sostanzialmente gli stessi della trilogia precedente. Tra i pregi metto la capacità di gestire il complicato universo tolkieniano rimanendogli fedele, e soprattutto il casting. Credo che la scelta di mettere Martin Freeman nella parte di Bilbo sia stata geniale, dato che mette in luce le affinità con il personaggio del dottor Watson che interpreta nella serie televisiva Sherlock: ambedue sono persone coraggiose ma tranquille, che sono messe a dura prova dal confronto con dei compagni completamente fuori di testa. (Nei prossimi film arriverà anche Benedict Cumberbatch, alias Sherlock Holmes, nella doppia parte del Negromante e del drago Smaug).
Tra i difetti metto, anche qui come nella serie precedente, un’enfasi un po’ eccessiva sulle scene di combattimento rispetto al resto, e poi alcuni particolari cambiati senza motivo e in modo peggiorativo, che risaltano molto proprio perché il contesto generale è quello di una grande fedeltà. Ho trovato sensato che l’orco Azog e suo figlio Bolg siano stati unificati in un unico personaggio, ma mi ha infastidito tantissimo che sia stato cambiato l’episodio dei tre troll Guglielmo, Berto e Maso. È la mia scena preferita del romanzo, si faceva riferimento ad essa anche nella trilogia precedente, e non vedevo l’ora di vederla (*). Arrivati al dunque, vedo che i nani, invece che essere catturati con l’astuzia uno ad uno, mettono in piedi una battaglia, e poi si arrendono quando i troll minacciano di uccidere Bilbo. È vero che non è molto logico che i nani si lascino ingannare dagli stupidissimi troll, come avviene nel libro, però che si arrendano (con la prospettiva di finire arrostiti subito dopo) ha ancora meno senso. Inoltre il trucco con cui il gruppo riessce a salvarsi, invece che essere portato avanti da Gandalf, diventa in gran parte opera di Bilbo. Questo può avere senso in quanto gli autori volevano mostrare Bilbo che gradatamente conquista la fiducia dei nani, però rimango ugualmente insoddisfatto: volevo vedere Gandalf che imita le voci dei troll!
Dal punto di vista visivo, non posso unirmi alle tante critiche verso l’uso della tecnologia a 48 fps: non ho notato particolari irregolarità nei movimenti, mentre ho trovato il film molto più luminoso rispetto a quanto siamo abituati. È la prima volta che guardo un film in 3D senza avere una sensazione di oscurità.
Semmai, l’uso del 3D fa sì che, a parte le scene d’azione appositamente concepite, il film appaia parecchio più statico dei precedenti, per la difficoltà di muovere la macchina.
In ogni caso, il giudizio finale è che guardando il film mi sono divertito non poco. Jackson è riuscito a mettere insieme il consueto mix di umorismo, azione ed epicità, e se avete apprezzato la trilogia precedente, se avete amato il romanzo o se vi piacciono i giochi di ruolo, non rimarrete delusi. Non è nulla di nuovo rispetto al Signore degli Anelli, ma nemmeno lo fa rimpiangere. E mi sono piaciute le libertà che Jackson si è preso nel manipolare l’universo tolkieniano. Direi che può bastare.
 
(*) In realtà ero convinto di ricordare alla perfezione questa scena, ma nei commenti mi hanno fatto notare che non era così. Ho quindi corretto il post.

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Memento – I sopravvissuti

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Le Detonazioni hanno trasformato la Terra in un luogo desolato: la civiltà è distrutta, e tutti gli umani sono stati trasformati in esseri deformi, fusi con oggetti, tra di loro e con la terra stessa. Si sono salvati solo i Puri, cioè coloro che abitano un enorme rifugio chiamato la Sfera, e attendono che il pianeta ritorni abitabile. Pressia, una ragazza la cui mano destra è fusa con una testa di bambola, è in fuga per evitare, al compimento dei 16 anni, di essere arruolata a forza nella milizia. Nel frattempo il suo coetaneo Partridge, figlio del leader della Sfera, fugge dal rifugio alla ricerca della madre, dopo aver scoperto che potrebbe essere sopravvissuta e nascosta da qualche parte all’esterno…

La fantascienza sarà pure moribonda, ma deve conservare almeno un po’ del suo appeal se Julianna Baggott, affermata autrice di romanzi sentimentali e per ragazzi, ha deciso di scrivere una distopia postcatastrofica nel segno della fantascienza più classica. Ammetto di essermici accostato con molto sospetto, timoroso di trovarmi di fronte all’ennesimo polpettone sentimentale a sfondo fantastico per adolescenti. Fortunatamente non è stato così: Memento – I sopravvissuti è un libro serio, non sdolcinato (anzi, a dirla tutta alquanto depressivo) e con qualche ambizione. Non è però un libro particolarmente riuscito, per i motivi che dirò.
La cosa migliore del romanzo è l’ambientazione: l’autrice mostra fantasia e abilità nel creare una galleria di personaggi deformi (il mio preferito è El Capitan, che si porta addosso il fratello minore come un doppio inseparabile, una specie di riedizione del Joe-Jim Gregory di Heinlein), destreggiandosi tra uno scoperto simbolismo e il puro gusto del bizzarro.
Il problema è che l’autrice riesce a sfruttare tali atmosfere solo in piccola parte. La trama è molto complicata ma priva di vere sorprese e, pur descrivendo un mondo degradato e violento, sembra sempre fermarsi un passo prima dal risultare autenticamente scioccante. La cosa meno riuscita sono i dialoghi, legnosi e talvolta ingenui. Ma soprattutto, il messaggio di fondo appare troppo scontato, e non va al di là di un generico antiautoritarismo con qualche venatura femminista.
Alla fine il risultato è un né-carne-né-pesce che rischia di non soddisfare nessuno: troppo deprimente per chi cerca il puro intrattenimento, troppo blando e schematico per gli autentici appassionati del genere. Per giunta, il finale è piuttosto interlocutorio: l’autrice intende scrivere altri due volumi prima di concedere agli eroi di compiere il loro destino. Grazie, ma credo che mi fermerò qui.

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Wildwood

More about Wildwood“Come avessero fatto cinque corvi a sollevare un bimbo di dieci chili Prue non lo capiva proprio, ma era certamente l’ultima delle sue preoccupazioni. Se avesse dovuto fare un elenco delle sue preoccupazioni in quel momento, mentre osservava incantata dalla panchina del parco i cinque corvi che portavano via suo fratello Mac, capire come potessero riuscirci era davvero l’ultima della lista.”

Quello che avete letto è l’incipit, davvero entusiasmante, di Wildwood, romanzo fantastico per ragazzi scritto da Colin Meloy, meglio noto per essere il cantante e l’autore dei testi dei Decemberists, e illustrato da sua moglie Carson Ellis.
Apprezzo molto i testi bizzarramente fantastici di Meloy, e appena ho saputo di questo libro me lo sono subito procurato. Quando poi ho letto l’incipit, ho pensato di trovarmi di fronte a uno di quei libri appassionanti che non riesci a mettere giù finché non hai girato l’ultima pagina. Purtroppo però le mie speranze sono andate deluse: dopo i primi capitoli, Wildwood si trasforma rapidamente in una lettura banalotta e piena di potenzialità non sfruttate.
Il problema principale del libro, a mio avviso, è l’ambientazione. La Landa Impenetrabile che si trova subito fuori Portland si rivela infatti un bosco privo di caratteristiche spaventose o  insolite, tranne una: è abitato da animali parlanti. Dato però che questi animali convivono con gli esseri umani e si comportano in tutto e per tutto come loro, la trovata si esaurisce molto in fretta, anche perché l’autore è molto vago nello spiegare come funzioni una società in cui predatori e prede vivono e lavorano fianco a fianco. Per il resto, la Landa è un patchwork di elementi disparati e poco amalgamati tra loro: atmosfere rurali, eserciti armati archi e moschetti, automobili, ville patrizie, templi grecizzanti in rovina, mistici zen… tutto troppo casuale per essere convincente, ma non sufficientemente bizzarro per essere affascinante. E manca, secondo me, la sensazione di essere in un angolo dimenticato dell’Oregon: a parte la presenza di coyote, la Landa potrebbe trovarsi ovunque.
Anche dei personaggi si può dire la stessa cosa: sono tutti piuttosto stereotipati, e nessuno risulta memorabile.  Anche Alexandra, la “cattiva”, è alquanto priva di spessore, anche perché le vicende che l’hanno portata a volersi vendicare del bosco, e che potevano risultare interessanti se bene inserite nella trama,  vengono invece raccontate in modo piuttosto sommario.
Persino la protagonista Prue, che all’inizio promette molto bene, rapidamente cessa di evolversi, dato che le sue caratteristiche di ragazzina moderna e volitiva alle prese con un mondo fuori dalla sua esperienza finiscono in secondo piano, poiché la trama non le dà occasioni per tirarle fuori. Non ci sono enigmi da risolvere, e nemmeno dilemmi etici da superare. Quasi tutto il romanzo si riduce a una sequela di inseguimenti e battaglie (e lascia anche un po’ perplessi questa enfasi sul valore guerresco, con ragazzini dodicenni che combattono e uccidono).
Non si può dire che il libro sia brutto, e immagino che un ragazzino possa apprezzarlo, ma a mio avviso i libri per ragazzi migliori sono quelli che anche un adulto può leggere, e io mi sono discretamente annoiato, nonostante io sia un discreto consumatore del genere, da Harry Potter a Bartimeus. Nel complesso non me la sento di consigliarlo.

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In fondo il buio

Worlorn è un pianeta vagabondo, diventato abitabile solo per pochi anni in occasione del suo passaggio accanto a una supergigante rossa. Le popolazione umane dei Sistemi Esterni lo hanno scelto come sede di un grande Festival, ma ormai il pianeta è stato abbandonato e sta per ritornare nel buio. Quando Dirk, seguendo il richiamo di un antico amore, arriva su Worlorn, lo trova abitato da poche decine di persone, tra cui gli appartenenti a una civiltà imbarbarita il cui  codice d’onore lui non riesce a comprendere, e che potrebbe metterlo in pericolo…

Il colossale successo, anche italiano, della serie televisiva Game of Thrones ha affollato le librerie di lettori in crisi di astinenza da opere di George R. R. Martin. Il quale, prima di cimentarsi nella smisurata saga A Song of Ice and Fire da cui la serie e tratta, aveva già alle spalle vari decenni di carriera come autore (non solo di fantasy, ma anche di fantascienza e horror). A prendersi il compito di riportare in libreria le vecchie opere di Martin è la benemerita casa editrice romana Gargoyle, che dopo l’horror Il battello del delirio pubblica ora il romanzo di esordio di Martin, il fantascientifico In fondo al buio (il prossimo sarà il thriller di ambientazione rock con elementi fantasy Armageddon Rag).
Il romanzo è uscito nel 1977 col titolo Dying of the Light, ed è già stato pubblicato in Italia da Armenia e poi da Fanucci col titolo La luce morente. Gargoyle lo ripropone in una nuova traduzione di Tarallo e Tintori; non so come fossero le precedenti, ma questa versione mi pare di buona qualità, e non ho riscontrato problemi (io avrei tradotto in italiano i nomi con un significato inglese, come Challenge, Ironjade ecc., ma è questione di gusto personale). Da criticare invece i troppi refusi e il titolo, decisamente meno evocativo ed elegante rispetto al precedente (e poi, a mio avviso, non si dovrebbe cambiare il titolo di un libro già edito, se non per ottimi motivi).
Ho detto che In fondo il buio è un libro fantascientifico, ma è vero solo fino a un certo punto. Lo è in quanto ambientato in un plausibile futuro dell’umanità, senza magia e affini; tuttavia la storia sfrutta pochissimo gli elementi tecnologici, e avrebbe potuto essere ambientata anche in un universo fantasy facendo pochissimi cambiamenti. Peraltro i riferimenti scientifici, anche se scarsi, sono ben curati (¹).
Sostanzialmente i punti di forza di In fondo il buio sono due. Il primo è l’ambientazione: Worlorn è uno scenario affascinante. Martin non ci sommerge di dettagli come farebbero altri autori, e molto resta indeterminato, ma ci dà tutte le informazioni necessarie perché possiamo percepirlo come un mondo con una sua identità e che sta lentamente ma inesorabilmente morendo. Anche le descrizioni delle città abbandonate, ciascuna con le peculiarità della razza che l’ha costruita, sono affascinanti. In particolare Kryne Lamiya, la città musicale che canta incessantemente la vanità del tutto, è un’invenzione degna del miglior Ballard.
Il secondo punto di forza è l’interazione tra i personaggi. Già agli esordi Martin aveva la dote che gli ha permesso di ottenere tanto successo con le Cronache del ghiaccio e del fuoco, e cioè la capacità di creare personaggi non stereotipati, con personalità complesse e credibili. In Martin non esistono figure positive e negative, ognuno ha i propri limiti e le proprie motivazioni con cui il lettore può empatizzare, tutti commettono errori, e spesso non è facile determinare chi abbia ragione e chi torto. Il risultato è una trama avvincente e imprevedibile.
In fondo il buio è la storia di un uomo che, avvicinandosi alla vecchiaia, si trova a vivere su un pianeta che è la perfetta metafora della vanità dell’esistenza umana, e deve affrontare la prospettiva della morte e dell’oblio nella consapevolezza di non aver raggiunto i propri obiettivi e di non essere stato all’altezza di ciò che voleva diventare. Nel confrontarsi con la cultura retrograda e ostile di Alto Kavalan, Dirk troverà nuovi modi per definire se stesso, e ne uscirà cambiato in modo sorprendente, anche se il finale del tutto antitrionfalistico lo lascerà comunque pieno di dubbi ad affrontare un destino incerto.
Nel complesso il libro è una lettura molto piacevole e non risente dei suoi 35 anni di età. È un ottimo esempio di come si possa costruire un romanzo con una notevole dose di azione in modo non banale e con personaggi ricchi di spessore. Non arrivo a definirlo indispensabile (il suo difetto principale: è un po’ troppo monotematico), ma chi apprezza Martin e la sua abilità nel distillare psicologie può acquistarlo a colpo sicuro. Lo sconsiglierei unicamente a chi apprezza solo il lato tecnologico della fantascienza e a chi ama i ritmi concitati (è un romanzo a lenta combustione: prima che i conflitti tra i personaggi si scatenino deve trascorrere quasi metà della trama). In ogni caso grazie a Gargoyle per riportare in libreria gemme dimenticate della fantascienza (il mese prossimo sarà il turno di Città delle Illusioni di Ursula K. LeGuin.).
 
(¹): Per esempio, ho molto apprezzato che la descrizione del sistema di sette stelle che Worlorn ha sfiorato rispetti la meccanica celeste: i sei soli più piccoli che circondano la supergigante ruotano tutti sulla stessa orbita a 60° l’uno dall’altro, occupando i rispettivi punti lagrangiani, e quindi il sistema è intrinsecamente stabile. La cosa non ha alcuna importanza per la trama e può essere colta solo da chi conosce la meccanica spaziale, ma è il tipo di dettaglio che mi fa stimare l’autore.
Vale anche la pena di notare, anche se Martin non poteva saperlo quando scrisse il romanzo, che i pianeti vagabondi come Worlorn potrebbero essere estremamente comuni nella nostra Galassia. Secondo un recente studio del professor Chandra Wickramasinghe potrebbero essere più numerosi delle stesse stelle.

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365 racconti sulla fine del mondo

È disponibile da ieri, pubblicato da Delos Books, il volume 365 racconti sulla fine del mondo. Il titolo è del tutto autoesplicativo: si tratta di 365 racconti brevissimi (2000 caratteri al massimo ciascuno), ognuno collocato in una data dell’anno in corso e sul tema della fine del mondo, attualmente tanto di moda (se state pensando che il 2012 è bisestile e quindi le storie dovrebbero essere 366, sappiate che ad Alan D. Altieri è stato concesso il doppio dello spazio, estendendosi su 28 e 29 febbraio).
Motivo principale per cui vi parlo di questa antologia è che contiene anche un mio miniracconto, intitolato Cielo blu e posizionato al 26 novembre. È quello che si può definire un “racconto espresso”: dal momento in cui ho cominciato a scriverlo a quello in cui è stato accettato nell’antologia è passata poco più di un’ora! Dubito che un mio exploit del genere si ripeterà mai più. 😀
Ho partecipato volentieri all’iniziativa perché mi offriva la possibilità di mettermi alla prova, ma inizialmente consideravo l’operazione una “furbata”: con 365 autori, basta che ciascuno ne compri tre copie è se si superano già le 1000 copie vendute, assicurando un buon ritorno economico; facile perciò che si pensasse a soddisfare la vanità degli autori più che l’interesse del lettore generico. Devo dire però che mi sono completamente ricreduto; il libro ha una bella veste grafica, viene ben promosso (e si parla già di future edizioni), ma soprattutto, dai primi racconti che ho letto, mi sembra che la qualità sia piuttosto alta. Del resto, vedo che tra gli autori ci sono non solo esordienti, ma anche vari nomi noti e della cui abilità di scrittori mi fido.
Se tutto questo vi ha incuriosito, il libro lo trovate qui. Se poi doveste comprarlo, fatemi sapere cosa ne pensate del mio racconto.

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Flashback

More about FlashbackTra un quarto di secolo, gli Stati Uniti sono precipitati in una profonda decadenza. Non solo hanno completamente perso lo status di superpotenza e sono ridotti a vassalli di Stati più ricchi, non solo sono devastati da secessioni, criminalità, terrorismo e rivolte interne, ma la quasi totalità della popolazione è ormai dipendente dal flashback, una droga che consente di rivivere a piacere i propri ricordi preferiti. Proprio a causa del flashback, che usa di continuo per far rivivere il ricordo della moglie Dara, uccisa in un incidente stradale, Nick Bottom è stato cacciato dalla polizia e ha abbandonato il figlio adolescente. Quando però un ricco magnate giapponese, il cui figlio è stato assassinato sei anni prima, gli offre una forte somma per riaprire l’indagine rimasta senza colpevoli, Nick accetta di malavoglia l’incarico.

Soltanto un paio di mesi fa avevo scritto che, finché Dan Simmons avesse continuato a scrivere libri eccezionali come Drood, delle sue opinioni politiche mi sarebbe importato poco. Purtroppo però quelle opinioni hanno finito col tracimare anche nei suoi libri, e il risultato è qualcosa che definire impresentabile è ancora poco.
Ma andiamo con ordine: in primo luogo dimenticatevi le fantasmagoriche invenzioni di romanzi come Hyperion: Flashback è un thriller ambientato in un futuro molto vicino al nostro presente. La fattura è professionale, e la trama è avvincente a sufficienza da volerlo leggere fino in fondo, ma come romanzo di indagine non spicca particolarmente, anche a causa dei personaggi piuttosto stereotipati. Il protagonista è un ex-poliziotto che usa la droga per rivivere il ricordo della moglie morta, e al suo fianco c’è un giapponese tutto di un pezzo che ha giurato di fare seppuku in caso di fallimento della missione: non è roba particolarmente originale, e a volte si ha l’impressione di leggere una specie di cocktail tra Strange Days e Black Rain (del resto i riferimenti cinematografici hanno una parte importante nel romanzo). Certo, in quasi 600 pagine si trova qualche buona idea (ho apprezzato particolarmente le magliette animate da intelligenze artificiali, come pure il riferimento shakespeariano che Simmons riesce a innestare sul suo protagonista), ma certamente non al livello cui l’autore ci ha abituato.
La parte “interessante” del romanzo non dovrebbe però essere l’indagine, ma lo sfondo, l’ambientazione in una versione decaduta degli Stati Uniti. Ed è qui che nascono i problemi. Perché Simmons ci ha riversato una visione politica talmente rozza, estremista e reazionaria da far apparire tutti i candidati repubblicani alle ultime primarie come dei timidi moderati.
Il Male in Flashback è rappresentato dall’Islam, che non solo ha unificato tutto il Medio Oriente, il Nordafrica e parte dell’Asia in un unico Califfato, con triplice capitale a Teheran, Riad e Damasco (evidentemente le eterne rivalità tra sunniti e sciiti sono state miracolosamente accantonate), ma si è anche mangiato buona parte dell’Europa, avvolgendola in una cappa oscurantista. E già qui si potrebbe dire perlomeno che Simmons non è stato molto originale: tanto per fare un esempio, molti dei racconti dell’antologia italiana Sul Filo del Rasoio si svolgono in scenari simili, e sarebbe legittimo aspettarsi da uno dei massimi autori statunitensi qualcosa di più innovativo dello spauracchio che da anni viene agitato dall’ultradestra USA. Ma al di là di questo, va detto che l’Islam viene descritto da Simmons con toni che sfiorano (e forse raggiungono) il razzismo, e che sarebbero più adatti alla terra di Mordor che non a una delle principali religioni del pianeta. L’Islam di Simmons sembra perseguire l’odio e il Male al di là di qualunque logica politica. Nel romanzo il Califfato è la principale superpotenza mondiale e gli Stati Uniti ne sono diventati succubi al punto da permettere che si costruisca una moschea su Ground Zero e vi si festeggi ogni giorno l’anniversario dell’11 settembre, ma gli islamici non sono comunque soddisfatti e lanciano attentati suicidi sugli USA con cadenza praticamente giornaliera. E, nonostante Israele sia stato abbandonato dagli USA, cosa che dovrebbe averlo reso inerme o quasi di fronte alla superpotenza islamica, il Califfato ha preferito distruggerlo con 11 bombe atomiche, rendendolo inabitabile e facendo piovere radiazioni anche sui palestinesi (se questa visione non vi sembra abbastanza faziosa, aggiungo che gli israeliani, con lo spirito pacifista che li ha sempre contraddistinti, nel romanzo hanno rinunciato spontaneamente alla rappresaglia nucleare che avevano il potere di scatenare). Nessun personaggio del libro prende mai le difese dell’Islam, e persino le nazioni dell’Estremo Oriente che non hanno mai avuto attriti con la religione di Maometto pensano che si tratti di una minaccia gravissima. Per usare le parole di uno dei personaggi, l’Islam è

una barbarica religione del deserto intenzionata a dominare la Terra e a trattare le religioni conquistate come schiavi meno che umani.

Non mi metto neppure a elencare i motivi per cui affermazioni simili siano del tutto prive di basi storiche o politiche e andrebbero semplicemente rifiutate da qualunque persona sensata (d’accordo, lo dice un personaggio, non lo dice Simmons, però nulla lascia pensare che l’autore possa non condividere la sostanza di questo pensiero).
Fosse solo questo, si tratterebbe soltanto di un caso di isterismo islamofobo abbastanza comune negli USA post-11-settembre. Purtroppo c’è anche dell’altro. Simmons, sempre per bocca dei suoi personaggi e senza esporre alcun punto di vista contrario, nel corso del romanzo ci spiega perché gli USA sono caduti in decadenza e sono impotenti di fronte all’avanzata dell’Islam. E la colpa è degli intellettuali terzomondisti, che si sono stupidamente interrogati sulle colpe dell’America aprendo le porte ai nuovi Hitler; dei pacifisti, che hanno perseguito un’assurda politica di disarmo mentre il nemico si armava; degli ecologisti, che hanno reso l’America dipendente da tecnologie costose e destinate al fallimento (sì, perché nel mondo degradato descritto da Simmons ci sono migliaia di pale eoliche inutilizzate per mancanza di manutenzione, mentre le centrali nucleari, chissà perché, funzionano benissimo; il riscaldamento globale, invece, è solo una ciarlataneria priva di fondamento scientifico); dei programmi a favore delle minoranze, che hanno dato il potere a incapaci e corrotti invece che a chi lo meritava veramente; e infine di Barack Obama, che con i suoi costosi progetti di equità sociale ha portato il Paese alla bancarotta.
Contro Obama Simmons ha il dente particolarmente avvelenato: per lui le timidissime riforme dell’attuale presidente, credeteci o no, stanno trasformando gli USA in un Paese socialista. E si va ancora oltre: Simmons non spiega in modo molto chiaro cosa sia avvenuto (forse un po’ di pudore ce l’ha anche lui), ma nel mondo che descrive i Repubblicani non esistono più, e il loro pensiero si può ascoltare solo su radio clandestine. Ebbene sì: nel paese del maccartismo, per Dan Simmons è sufficiente che un presidente voglia dare l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini per evocare il partito unico e la dittatura del proletariato.
Devo aggiungere altro? Mi sembra che il quadro sia chiaro. Flashback è un fanta-thriller scritto con una buona tecnica (e per questo nella mia rubrica su XL si prenderà una risicata sufficienza), ma è anche un libro becero, razzista e, sì, anche profondamente ignorante. Come un letterato del livello di Simmons possa esprimersi politicamente in questo modo, per me resterà un mistero, ed è forse un sintomo di quell’incombente decadenza degli USA che con questo libro l’autore intenderebbe contrastare.
La cosa più triste è proprio che, come metafora, il libro funziona comunque nel rappresentare il popolo statunitense come perso in un artificiale sogno di glorie passate mentre il suo Paese va in pezzi. Simmons crede di aver descritto i propri compatrioti, ma in realtà ha descritto se stesso: un uomo che pensa che negando tutti i problemi, cercando un nemico esterno e mandandogli contro i ranger del Texas a cavallo tutto si risolverà. Esca dal sogno, mister Simmons.

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Dalla visto da me

Lo so, sono due giorni che chiunque ripropone canzoni di Lucio Dalla e ormai ne avete abbastanza. Il bello di Dalla, però, è che la sua importanza non si esaurisce in una decina di brani famosi: era un musicista poliedrico, e ha lasciato un enorme repertorio in cui ognuno può andare a cercare ciò che lo colpisce di più. Quindi mi concedo di commemorarlo a modo mio; del resto oggi è il suo compleanno.
Non sono stato un fan di Dalla. Ho scoperto il rock piuttosto tardi, nel 1979 o giù di lì: avevo 13 anni, cominciavo timidamente ad ascoltare i Police, e quelli che unanimemente vengono considerati i dischi più straordinari del cantautore bolognese erano già usciti, decisamente troppo sofisticati perché allora potessi capirli. Li ho scoperti molto tempo dopo.
Tuttavia Dalla ce l’avevo ben presente, anzi, era quasi uno di famiglia. Questo perché era stato il presentatore della prima edizione di Gli eroi di cartone. Era un programma della TV dei ragazzi della RAI, che proponeva vari cartoni animati. Il mio preferito era Nembo Kid (cui in Italia avevano affibbiato il nome autarchico di Superman, ma in realtà era, credo, Hawkman), ma il bello della trasmissione era che facevano vedere anche tanti classici, dando loro un inquadramento storico e anche tecnico, spiegando cioè come venivano fatti. Era il 1970, avevo cinque anni.
Pensateci bene: era la RAI ingessata di Bernabei, quella che per tanti anni abbiamo deprecato, in cui era proibito dire “membro” e per una battuta sul Presidente della Repubblica si rischiava il posto. Però era anche quella in cui ai bambini si proponeva un programma che, senza minimamente essere noioso (io non me ne perdevo una puntata!), era anche culturale nel senso migliore del termine. E lo facevano condurre a un cantautore 27enne irsuto, che per giunta usava come sigla una canzone nonsense a base di scat e jazz, come questa:

Fumetto era stata incisa l’anno prima nel secondo album di Dalla, Terra di Gaibola, e credo sia rimasta nel cuore di tanti bambini dell’epoca. Per esempio in quello di Makkox, evidentemente. Ecco, sono grato a Dalla per quella trasmissione, di cui ricordo ben poco, ma dalla quale sono sicuro di avere imparato tantissimo.
L’altra canzone che vi propongo è di diversi anni più tardi, del 1985. Proviene da Viaggi Organizzati, album in cui Dalla comincia la collaborazione con Mauro Malavasi, cosa che ancora oggi molti vituperano. A me invece il suono molto elettronico di quel periodo (non solo di questo disco ma anche di altri dischi italiani, come E già di Lucio Battisti) piace tuttora molto. Ma, al di là dell’arrangiamento, Washington è una gran bella canzone. Ed è tra l’altro un autentica canzone fantascientifica, non della fantascienza favolistica cui occasionalmente ricorrono i cantautori nostrani, ma proprio fantascienza vera, lo spaccato di un mondo complicato e disperato. E Dalla la interpreta benissimo con una tensione che sale lentamente fino a esplodere nel finale.
Per molti anni, quando si parlava di Dalla, io citavo Washington e la risposta piu frequente che ottenevo era “Huh?”. Mi fa piacere che Luigi Bernardi mi abbia detto che lui la considera una delle più belle canzoni italiane di sempre.

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Morire per vivere

La Terra ha ormai colonizzato un gran numero di pianeti, ma una legge-quarantena che protegge il nostro mondo dalle contaminazioni proibisce a chi se ne va di ritornare indietro. John Perry ha 75 anni, è appena rimasto vedovo, e non si aspetta più molto dalla vita. Accetta perciò di arruolarsi nelle Forze di Difesa Coloniale: dovrà combattere per due anni o più, ma in cambio, dicono, ritornerà artificialmente giovane…

È ormai rarissimo che in Italia vengano tradotti romanzi inediti di fantascienza  (fatta eccezione per quelli ispirati a film, TV o videogiochi). Lode quindi a Gargoyle che ha portato in Italia il primo volume della fortunata serie di John Scalzi, Old Man’s War.
La lettura del libro mi ha dato fin dall’inizio una sensazione di “vecchia fantascienza”, sia in senso positivo che negativo. Da un lato, fa piacere leggere un romanzo che non è un thriller mascherato, e nemmeno si basa su ipotesi scientifiche tanto esotiche da essere difficile da seguire, come spesso capita con i testi moderni. Dall’altro, però, l’opera presenta alcune mancanze che sono disposto a perdonare ai classici, ma non alla narrativa di questo millennio.
La prima cosa che colpisce della scrittura di Scalzi è che rinuncia a tutti gli abusati meccanismi che gli scrittori di genere odierni utilizzano per creare tensione: non ci sono narrazioni parallele, cambiamenti di punto di vista, flash-back o flash-forward. La narrazione è lineare, in prima persona e segue un unico personaggio. Questo può sembrare semplicistico, ma mi sono convinto che sia un pregio: Scalzi sa tenere viva l’attenzione del lettore sulla propria storia senza trucchi non necessari, e non è da tutti.
L’altra caratteristica notevole di Scalzi è l’originale ed efficace miscuglio di stili. Le scene di battaglia sono rappresentate con un convincente equilibrio tra avventura e crudo realismo, degno dei migliori romanzi d’azione. Gli alieni, invece, sono descritti con un paradossale umorismo nero che fa pensare quasi a un Robert Sheckley o a un Douglas Adams. Infine, il vero filo conduttore dell’opera è il tentativo del protagonista e dei suoi compagni di rimanere umani pur essendo catapultati in un mondo totalmente alieno con corpi e menti artificiali. Un tema non nuovo, ma che l’autore tratta seguendo una malinconica vena introspettiva, l’autentico pregio del romanzo.
Dal punto di vista del realismo tecnologico, alcune parti sono convincenti, altre molto meno. Mi è piaciuta molto la descrizione dei corpi dei soldati, del computer che hanno installato nella testa e dell’uso che ne fanno. Ho però forti dubbi sul fatto che una futura guerra interstellare si combatterà scaricando migliaia di fanti sulla superficie dei pianeti. Da questo punto di vista, trovavo più convincente Fanteria dello spazio (il libro, non il film), dove i “fanti” spaziali usano armature, volano, sparano armi nucleari e si muovono a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Mi è difficile credere una battaglia contro gli alieni somiglierebbe al Vietnam o allo sbarco in Normandia.
Più in generale, a parte la descrizione dell’esercito, manca un serio tentativo di creare un mondo credibile nel suo insieme dal punto di vista economico, sociale o tecnologico. La società delle colonie spaziali non viene mai mostrata, mentre le scene ambientate sulla Terra hanno un sapore addirittura retrò, potrebbero svolgersi negli anni Cinquanta. Paradossalmente, alle reclute vengono distribuiti dei “PDA” su cui scrivere usando uno stilo: roba che era già nei negozi quando il romanzo è uscito, e che oggi è già obsoleta (persino il termine PDA non si usa più!).
Quello che però non sono proprio riuscito a digerire in Morire per vivere è il sottinteso politico di fondo. Questo viene esplicitato in un discorso che un ufficiale fa alle reclute: la guerra è brutta, ma necessaria e inevitabile. Le risorse dell’Universo sono scarse, ed essere meno aggressivi significherebbe rimanere indietro rispetto alle altre razze e soccombere. Talvolta si può trovare una soluzione pacifica, ma nella maggioranza dei casi le culture aliene sono troppo diverse dalla nostra per trovare un terreno comune. Quindi la guerra è l’unica soluzione. E non solo la guerra difensiva, ma anche quella offensiva: una delle operazioni militari descritte è un attacco preventivo a una civiltà “concorrente”, la cui società ed economia vengono chirurgicamente devastate, riportandole a un’era preindustriale e riducendo la popolazione alla carestia e al caos.
So che non bisogna confondere le opinioni di un personaggio con quelle dell’autore, tuttavia Scalzi, perlomeno nel corso di questo romanzo, non ci offre alcuna visione alternativa. A qualcuno viene il dubbio che le cose potrebbero andare un po’ diversamente, ma né il protagonista né i suoi amici pensano mai di mettere in discussione la struttura di cui fanno parte. L’unico personaggio che si ribella viene rappresentato come un idiota sognatore che si fa ammazzare in modo ridicolo senza concludere nulla. L’esercito, d’altra parte, viene descritto come un’organizzazione dura e severa ma anche giusta ed efficientissima, del tutto scevra da bullismo, disorganizzazione, corruzione o incompetenza.
Inutile usare giri di parole: a mio avviso Morire per vivere trasuda militarismo, e fa un elogio della guerra e dell’imperialismo che riecheggia alla perfezione le posizioni dell’amministrazione Bush sullo “scontro di civiltà”. Probabilmente era difficile aspettarsi altro da un autore che ha fatto di Robert Heinlein il proprio modello, ma resto comunque molto deluso. Specie dopo aver letto romanzi come Il ritorno delle furie o Black Man di Richard Morgan, che descrivono azioni militari sposandole a un’analisi politica di ben altro colore (e spessore).
Riassumendo: Morire per vivere è un romanzo avvincente, divertente e ben scritto, che mescola in modo proporzionato azione pura, umorismo e la storia toccante di un uomo che rinasce in un mondo nuovo. Tuttavia per goderselo bisogna essere capaci di astrarsi dalla visione politica discutibile che l’autore usa come sfondo.
Concludo accennando alla traduzione, che si lascia leggere ma è sicuramente migliorabile. Anche se la scrittura piana di Scalzi volta in italiano rimane scorrevole e briosa, nel caso di espressioni idiomatiche o insolite la traduttrice ha preso più volte fischi per fiaschi. Un esempio: la frase “No shit”, che significa all’incirca “Sul serio”, “Vuoi scherzare” o “Proprio così”, viene tradotta letteralmente con un “No, merda” privo di senso.
AGGIORNAMENTO: Ho intervistato via e-mail John Scalzi (persona molto gentile e professionale), che di fronte alle mie domande “politiche” ha preso un po’ le distanze dalla mia interpretazione. Ne riparleremo tra qualche settimana, quando pubblicherò l’intervista.

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