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Film: Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

Indiana Jones e il Regno del Teschio di CristalloSiamo nei primi anni ’50. Indiana Jones si ritrova coinvolto nel tentativo di alcuni agenti del KGB per sottrarre alcuni reperti di sospetta origine aliena custoditi a Roswell, ma riesce a cavarsela. Dopodiché incontra un ragazzo che gli porta una lettera di un amico, il professor Oxley. Pare che costui abbia scoperto un antico teschio di cristallo che i conquistadores avrebbero sottratto nientemeno che da El Dorado. Una leggenda dice che chi riporterà indietro il teschio acquisterà un enorme potere. Ma Oxley e la madre del ragazzo sono sono scomparsi. Inevitabile che Indy si lanci alla ricerca del teschio, per poi scoprire che anche i russi sono interessati alla cosa…
C’è un momento in cui Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo dà l’impressione di essere un film in grado di dire qualcosa di nuovo sul personaggio di Indy. Ed è poco dopo l’inizio, quando si ritrova in un villaggio popolato di manichini e destinato a essere spazzato via da un’esplosione atomica sperimentale. Una scena inquietante, degna dello Spielberg migliore, e  che dà lo spunto per costringere Indy a emigrare, vittima della caccia alle streghe e della paranoia anticomunista. Poteva essere l’inizio di un film del tutto diverso da quelli della trilogia precedente. Purtroppo si scopre che questo prologo ha due solo funzioni: far capire allo spettatore che siano negli anni ’50 e non più nei ’30, e permettere a Spielberg di salvarsi l’anima facendo vedere che, anche se i "cattivi" russi sono caricaturali e monodimensionali come se il film fosse stato davvero girato sessant’anni fa, il regista è consapevole che anche gli USA non erano esenti da pecche. Dopodiché, "been there, done that": dei maccartisti non si parla più, e il film si impegna a rifare pedissequamente I Predatori dell’Arca Perduta, sostituendone ogni scena con un’altra equivalente.
Dal punto di vista tecnico, gli riesce pure bene. Spielberg non ha perso la mano, e riesce a rifare se stesso con maestria; sono innumerevoli i piccoli colpi di genio che lo distinguono da tanti imitatori e mestieranti. Il problema, purtroppo, è la sceneggiatura. E non è difficile sospettare che buona parte della colpa sia di George Lucas, autore del soggetto e notoriamente incapace da tempo di scrivere qualcosa che vada oltre l’età mentale di un dodicenne. In generale la sceneggiatura ha il difetto di tutte quelle che sono state riscritte troppe volte, e cioè è troppo affollata di spunti, di cui nessuno sviluppato adeguatamente.
Il risultato fa acqua da tutte le parti. Il personaggio di Mac, che continua ad alternare il ruolo di amico e antagonista di Indy, dovrebbe essere motore di drammi e colpi di scena, ma invece i suoi cambi di bandiera appaiono risibili, e in definitiva non ce ne frega niente di lui. Va un po’ meglio Mutt, il ragazzo, e in effetti il suo rapporto con Indy potrebbe diventare il punto di forza del film, ma poi, a mano a mano che la trama si affolla di personaggi, ci si dimentica di lui, e nel finale non gli viene lasciato alcun ruolo. Cate Blanchett nel ruolo della "cattiva" è molto brava, ma la sceneggiatura non offre al suo personaggio alcuna possibilità di sviluppo.
Ma il difetto più grave è che manca completamente il senso del rischio e del pericolo. Nel primo film, lo spettatore soffriva e si spaventava insieme a Indy. Qui l’archeologo-avventuriero se la cava sempre senza sforzo, con scene che superano in modo così plateale il confine dell’inverosimiglianza da interrompere brutalmente la sospensione dell’incredulità. Gli stessi personaggi ne sembrano consapevoli, e abbiamo persino una scena in cui la madre di Mutt, vedendo il figlio in una situazione di estremo pericolo, invece di gridare terrorizzata assiste tranquilla, come se sapesse benissimo che nulla di grave può succedere. Dopo un po’ tutto diventa meno emozionante di un videogioco, e altrettanto ripetitivo. Quando poi il film si conclude, rimane una quantità mostruosa di misteri non risolti e di dilemmi non spiegati.
Conclusione: grande spettacolo, ma dello Spielberg che sapeva emozionare, oltre che divertire, non è rimasta quasi traccia.

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Film: Onora il padre e la madre

Due fratelli hanno entrambi un gran bisogno di denaro. Se il minore, Hank, è un fallito senza remissione, che non riesce nemmeno a pagare gli alimenti alla ex-moglie, il maggiore Andy apparentemente è un broker immobiliare di successo, ma in realtà è un tossicomane e le sue irregolarità finanziare sono sul punto di venire alla luce. Andy propone perciò ad Hank un piano per cavarsi d’impaccio: rapinare la piccola gioielleria dei genitori. Non ci saranno armi, nessuno si farà del male, l’assicurazione pagherà i danni, e tutto si risolverà. Ma il debole Hank commette l’errore di coinvolgere nella rapina una terza persona. Da qui, tutto procede verso la catastrofe.
L’idea che apparentemente è alla base di Onora il padre e la madre è interessante: cominciare il film come un tradizionale crime movie, mostrando quasi immediatamente la rapina e il suo esito, e di lì procedere per flash back e forward, mostrando non solo le conseguenze dell’atto, ma anche l’inestricabile groviglio di sentimenti che ci sta dietro, e che trasforma il tutto in un dramma familiare. Il veterano Sidney Lumet (quello di La parola ai giurati, A prova di errore, Quel pomeriggio di un giorno da cani e chi più ne ha più ne metta)indubbiamente sa ancora dirigere un film mantenendo alta la tensione. Per giunta ha a disposizione un ottimo cast: oltre a Philip Seymour Hoffman, sempre bravissimo, ci sono anche un Ethan Hawke così bravo a fare lo sfigato da far dimenticare tutti i ruoli da gran figo interpretati in passato, e una Marisa Tomei
Tuttavia, la buona confezione non riesce a nascondere le grandissime carenze che il film ha, sia dal punto di vista strettamente logico che da quello strutturale. Cominciamo col dire che è decisamente improbabile che una persona, colpita da un arma da fuoco, sia in grado di raccogliere la propria pistola e uccidere il proprio avversario con un singolo colpo ben piazzato, un attimo prima di cadere in coma irreversibile. Non dico che non possa succedere, ma sicuramente è proprio credibile, e non si dovrebbe costruire un intero film sulla base di un evento del genere. Ma questo è il meno. Veniamo al punto fondamentale, cioè la proposta della rapina. Andy induce Hank a commetterla, propone di dividere il bottino, però poi non vuole partecipare personalmente. Considerato che anche Hank conosce benissimo la gioielleria di famiglia, in pratica Andy si prende la metà dei soldi senza aver dato alcun contributo utile. Perché mai Hank dovrebbe accettare? Anche ammettendo che sia scemo e succube del fratello, non ha senso.
Se andiamo a poi a guardare i rapporti interpersonali, tutto è ancora più nebuloso. Alcuni personaggi sembrano considerare il padre una specie di mostro, altri invece lo adorano, e la dicotomia non viene mai risolta. Il personaggio della sorella è inesistente, il rapporto tra Hank e la moglie di Andy poco chiaro, ma soprattutto il rapporto di Hank stesso con la famiglia non viene minimamente descritto, ed è un buco grande come una casa: se lui, come dice Andy, era il figlio prediletto, perché mai non ha chiesto dei soldi ai genitori, invece che tentare di rapinarli?
Insomma una sceneggiatura molto confusa, che un buon cast e un buon regista riescono a risollevare in un film vedibile, ma comunque molto lontano dal capolavoro che molti ci hanno visto.

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Film: Juno

JunoJuno è una sedicenne statunitense che decide di provare a fare sesso con un amico e, purtroppo, rimane incinta. Prende in considerazione l’aborto, ma poi decide di far nascere il bambino per darlo in adozione.In effetti trova una ricca famiglia di yuppies che non vede l’ora di adottare il nascituro. Ma le cose non vanno così liscie…
Ahimè, sta succedendo: il cinema indipendente americano, dopo aver trovato il suo spazio commerciale, sta rapidamente diventando una "maniera" che, dietro una confezione apparentemente spregiudicata e trasgressiva, nasconde contenuti banalotti e rassicuranti, quando non addirittura regressivi. Era successo con Little Miss Sunshine, che però almeno aveva un bel finale. Succede ancora di più con Juno. Che in effetti è un film in cui si parla di un sacco di argomenti non politicamente corretti, in cui si vede la protagonista seduta sulla tazza del cesso mentre piscia per fare il test di gravidanza, che insomma ostenta un atteggiamento spregiudicato nei confronti di argomenti tabù. Però, a ben guardare, è un film che si svolge nel mondo della Luna quasi quanto le commedie hollywoodiane. Per esempio, non viene MAI nominata la contraccezione, nemmeno per sbaglio: sembra che le alternative siano solo astenersi o rischiare la gravidanza. Possibile che nessun personaggio faccia notare a questi due che avrebbero fatto meglio a usare il preservativo? Il Paese più industrializzato del mondo è ancora a questo livello? E fosse solo questo; in realtà Juno sembra fare un pudico passo indietro, glissando, ogni volta che incontra un tema potenzialmente problematico.
Con questo non voglio dire che sia un brutto film. Al contrario è carino e divertente. Solo che, appunto, si ferma alla categoria del "carino". Preso come una commedia americana che non pretende di dire nulla di sensato sul mondo, ma si limita a fornire un po’ di intrattenimento, Juno è senz’altro superiore alla media, con un buon cast e una serie di battute e situazioni che non possono non far sorridere. Se vi accontentate…

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Film, Sogni e Delitti

Sogni e delittiTerry e Ian sono due fratelli inglesi. Il primo fa il meccanico, e ha il vizio del gioco, il seconda sogna di lasciare il ristorante del padre per andare all’estero e diventare un affarista, e gli piace fingere di essere ben più ricco e "arrivato" di quanto non sia. Quando Terry si trova debitore di una grande somma di denaro persa alle carte, e Ian ha bisogno di trasformare i propri sogni in realtà per non deludere la bella attrice di cui si è innamorato, i due si rivolgono insieme al ricchissimo zio Howard. Costui si dichiara disposto a concedere il denaro richiesto, ma in cambio vuole un favore: i nipoti dovrebbero eliminare un suo ex-socio che minaccia di mandarlo in galera a vita. Di fronte all’unica possibilità di non veder sfumare i propri sogni i due, riluttanti, accettano…
Fin dagli inizi della sua carriera alla fine degli anni ’60, Woody Allen ha mantenuto, in modo sostanzialmente ininterrotto, il ritmo di un film all’anno. Questa regolarità autoimposta è stata sicuramente un utile strumento per Woody, che ha evitato le trappole del perfezionismo e ha così fornito al suo genio molteplici occasioni per esprimersi. Tuttavia, ora che i film sono diventati una quarantina, diventa evidente il rovescio della medaglia: sempre più spesso il regista newyorchese produce opere che, pur elegantemente confezionate, risultano superflue all’interno di una filmografia superba come la sua.
Quello che Woody Allen aveva da dire sull’omicidio lo ha detto nello splendido Crimini e Misfatti, e lo ha ripetuto nell’altrettanto bello quasi-remake Match Point. Al confronto, Sogni e Delitti scompare. Indubbiamente Colin Farrell e Ewan McGregor fanno una buona figura, i dialoghi, dopo un inizio rigido e didascalico, scorrono come sempre, e il Woody regista si dimostra ancora capace di inventare scene con fantasia (come quella in cui per la prima volta viene proposto l’omicidio, realizzata mentre i personaggi si riparano sotto un albero per sfuggire a un temporale, situazione che accentua il senso di intrappolamento dei due protagonisti). Tuttavia il film non ha nessun colpo di genio, e procede calligrafico attraverso una serie di tappe assolutamente prevedibili, tanto che il finale non dà corpo a nessuna emozione. Molti personaggi rimangono appena sbozzati, sospesi in un limbo a metà strada tra la comparsa e il personaggio compiuto e significativo. E, se ancora una volta il regista mette a nudo l’ingiustizia e la sopraffazione che si nascondono sotto la scorza della normalità, l’atmosfera da tragedia greca (evocata fin dal titolo originale, Cassandra’s Dream) ci sembra un passo indietro rispetto al cinico razionalismo delle sue opere precedenti.
Discorso simile per la colonna sonora di Philip Glass: ben confezionata, ma non aggiunge nulla a quanto già fatto in passato.

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Film: Persepolis (anteprima)

Dal fumetto autobiografico di Marjane Satrapi. Marjane è una ragazzina iraniana che si trova a vivere proprio nei giorni in cui il regime dello Scià viene rovesciato. Condivie le speranze della sua famiglia per una società più democratica, ma vede invece nascere l’oppressiva teocrazia islamica, mentre il paese viene sconvolto dalla guerra con l’Iraq. Per salvarla dalla sua indole ribelle, i genitori la mandano a studiare in Europa, dove Marjane impara a condurre una vita libera e indipendente. Ma non si trova comunque a suo agio tra gli studenti europei che non sanno apprezzare la libertà di cui dispongono, e la nostalgia di casa la spinge a tornare in Iran…
Persepolis è un capolavoro assoluto del fumetto mondiale, questo è indiscutibile. E questa versione, realizzata personalmente dall’autrice insieme a Vincent Paronaud, gli rende pienamente giustizia. Realizzata con tecniche tradizionali di animazione, mantiene l’essenzialità e il bianco e nero caratteristici dell’originale, utilizzando però una varietà di effetti di sfondo e di movimento che le donano in più una qualità autenticamente filmica. Lodevole la scelta dell’autrice di non presentare una mera trasposizione della storia a fumetti, ma di riscriverla completamente per il cinema. In questo modo, non solo anche chi ha già letto il fumetto può godere di tanti episodi ed elementi nuovi, ma il tutto scorre così bene che ci si dimentica di essere di fronte a un cartone animato. L’edizione italiana mi è sembrata perfettamente curata (la voce italiana della protagonista è di Paola Cortellesi, mentre in originale era di Chiara Mastroianni).
Soprattutto: è una splendida storia vera, che parla di eventi anche tragici senza mai risultare pesante o ricattatoria, e che propone un punto di vista straordinariamente personale e sfumato su temi e luoghi su cui pesano luoghi comuni tagliati con l’accetta. Da vedere assolutamente.

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Film: Irina Palm

Maggie è una signora inglese, vedova, il cui nipotino sta morendo in ospedale di una malattia rara. Forse una nuova terapia potrebbe salvarlo, e Maggie ha già sacrificato tutti i suoi averi, inclusa la casa. Mentre cerca un modo per racimolare altro denaro, per un equivoco risponde a un’offerta di lavoro decisamente poco ortodossa per una signora rispettabile. Ma lei, dopo qualche esitazione, accetta, e si ritrova ben presto a essere una star dei locali porno di Soho, con lo pseudonimo di Irina Palm…
Il riassunto della trama non rende giustizia a questo film, che è di un acume e di una sottigliezza rari. Drammatico ma anche umoristico, riesce a parlare di tanti argomenti serissimi senza per questo risultare didascalico o deprimente. Descrive senza mezzi termini tutta la spietatezza di una società in cui il valore di mercato diventa l’unica unità di misura, ma fa anche una beffarda analisi sulla relatività di ogni codice morale, e non soltanto. Splendidi tutti gli interpreti e in particolare Marianne Faithfull, perfettamente a suo agio nei panni di una Maggie del tutto priva di glamour, e l’attore serbo Miki Manojlovic (già protagonista di Underground di Kusturica), che nella parte del suo omonimo pornoimpresario Miki sembra un redivivo Walter Matthau. Unica nota negativa per la colonna sonora del gruppo belga Ghinzu, in sé anche bella, ma cosi uniformemente funerea da risultare spesso in palese contrasto con la ricchezza di umori della pellicola.

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Film: La bottega delle meraviglie di Mr. Magorium

Mr. Magorium gestisce da un secolo e mezzo un magico negozio di giocattoli a New York, in cui le stranezze sono la normalità. Ma ora che ha consumato il suo ultimo paio di scarpe, Magorium sa che è giunto per lui il momento di lasciare questo mondo, e decide di lasciare il negozio in eredità alla sua giovane assistente Mahoney. Inizialmente Mahoney non vuole accettare la cosa, e anche il negozio fa le bizze al pensiero di essere abbandonato dal suo creatore. Tuttavia, grazie a un contabile in apparenza insensibile ma in realtà dal cuore d’oro, e a un bambino disadattato ma geniale, il negozio troverà chi continuerà a prendersene cura.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore dell’ottimo Vero Come la Finzione, questo film non è altrettanto solido. Ci sono tante trovate interessanti, ma sembrano un po’ galleggiare nel vuoto, a causa della scarsa consistenza del background. Viene spontaneo porsi delle domande che rimangono senza risposta, come "Da dove viene Mr. Magorium?", "Come e perché ha aperto il negozio?", "Come ha fatto Mahoney a diventare la sua assistente?", e così via. Fortunatamente, interpreti molto bravi e professionali (menzione speciale per il bravissimo dodicenne Zach Mills) riescono a mantenere in piedi il film, che risulta vedibile, perlomeno dai bambini e dal tipo di persone che riescono a guardare un buon film per bambini senza farsi problemi. Sicuramente non imperdibile, ma abbastanza bizzarro e originale da poter valere i soldi del biglietto.

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Film: Across the Universe

Jude è un giovane inglese che, negli anni ’60, si reca negli USA alla ricerca del padre perduto. Qui conosce i fratelli Max e Lucy, e decide di rimanere. I tre vanno ad abitare a New York insieme alla cantante Sadie, al chitarrista Jo-Jo e alla svagata Prudence, sperimentano l’esplosione della musica e della droga, partecipano alla contestazione, ma Max deve partire per il Viet Nam, la rivoluzione non è dietro l’angolo e il sogno finisce…
Se i nomi dei personaggi vi sembrano familiari c’è una ragione ben precisa: appaiono tutti nelle canzoni dei Beatles (tranne Max, a meno che non sia il diminutivo di Maxwell…). E infatti questo film è un musical la cui colonna sonora è formata da ben 33 canzoni dei Beatles (con un forte sbilanciamento verso il lato "lennoniano" delle composizioni), reinterpretate dagli attori stessi.
Dal punto di vista tecnico, Across the Universe è un quasi-capolavoro. Ottimo il lavoro svolto sulle canzoni, arrangiate in modo al tempo stesso rispettoso e inventivo, e inserite perfettamente all’interno del flusso del film. Eccezionali le coreografie di Daniel Ezralow, che rendono alla perfezione quel surrealismo lisergico tipico dell’epoca (ed espresso da film come Yellow Submarine). E, soprattutto, originalissima la regia che, con un uso particolarmente creativo della grafica computerizzata,  riesce a fondere senza soluzione di continuità elementi realistici e fantastici, assecondando alla perfezione quella sensazione di poter mutare i sogni in realtà che sempre associamo agli anni ’60.
Tuttavia, se vado a chiedermi quale sia il senso ultimo dell’operazione, rimango molto perplesso. La regista e sceneggiatrice Julie Taymor è riuscita indubbiamente a creare un contrappunto visivo alle canzoni dei Beatles, frullandoci dentro un po’ tutto l’immaginario dell’epoca, e citando tutto il citabile (dalla metafora delle fragole e sangue al mitico concerto live sul tetto dell’edificio). Ma per dire cosa? A ben guardare, quello che troviamo in Across the Universe è lo stesso tipo di messaggio, per giunta espresso in modo quantomai vago e generico, che troviamo in qualunque film sugli anni ’60 degli ultimi quarant’anni: la gioventù aveva voglia di cambiare il mondo, poi il sogno è sfiorito a causa del settarismo e della violenza. Ci viene risparmiata la retorica sulla droga che uccide (ma non viene scelta alcun’altra strada, e  l’intermezzo "lisergico" al centro del film, con Bono Vox a intepretare il Dr. Robert, rimane perciò un vicolo cieco all’interno del film), ma non quella sul radicalismo che degenera in violenza politica (negli USA???). Alla fine, il film si chiude con All you need is love e tutti gli screzi e le lacerazioni tornano magicamente a posto. Possiamo ancora credere a un finale così nel 2008?
In definitiva, Taymor ha realizzato una colossale, raffinata cartolina sugli anni ’60. Bella quanto si vuole, e tecnicamente perfetta. Però nient’altro che una cartolina, fatta per suscitare la nostalgia dei sessantenni e l’invidia dei ventenni per un passato mitico, ma che sul significato degli ideali di quell’epoca per il nostro presente, sul perché quei sogni siano più lontani oggi di allora, non dice assolutamente nulla.

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Film: La Bussola d'Oro

The Golden CompassLyra è una dodicenne che vive in un mondo diverso dal nostro, anche se simile, in cui ogni essere umano è accompagnato da uno spirito dall’aspetto di un animale, il daimon, dal quale non si separa mai dalla culla alla tomba. La ragazzina è sotto la protezione dell’università di Oxford, in quanto i suoi genitori, di nobile origine, sono scomparsi. Quando un’ambigua signora obbliga il rettore a darle in consegna la bambina, questi le consegna di nascosto uno strumento simile a una bussola che, se correttamente interrogato, è in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Quando Lyra scopre che la donna è in combutta con coloro che, per scopi misteriosi, rapiscono bambini, fugge. Di lì a poco si ritroverà, insieme a una strega, a un’aeronauta e a un orso guerriero parlante, alla guida di una spedizione nell’estremo Nord volta a liberare i bambini scomparsi. Tratto dal romanzo di Philip Pulman.
Il film arriva in Italia dopo un flop negli Stati Uniti e con un aureola di recensioni negative. Sarà merito delle mie aspettative conseguentemente basse, ma in realtà il film mi è parso molto migliore del previsto. Direi che sostanzialmente il film presenta gli stessi pregi e difetti della serie di film tratta dai romanzi di Harry Potter. I pregi: una ricostruzione fedele, credibile e dettagliatissima dei luoghi e delle atmosfere del romanzo, e un casting molto azzeccato, con attori di nome anche per ruoli molto piccoli. Tutti gli interpreti dei ruoli secondari mi sono sembrati molto in parte, e anche l’esordiente protagonista Dakota Blue Richards, pur non essendo stupefacente, mi è comunque sembrata convincente (molto più di alcuni dei melensi ragazzini di Le Cronache di Narnia).
Il difetto principale del film è insito nella natura stessa dell’operazione, e cioè far rientrare in un film di meno di due ore una storia molto lunga e complicata rimanendovi fedeli. Bisogna dire che il regista e sceneggiatore Chris Weitz ha fatto uno sforzo encomiabile, simile a quello fatto da Peter Jackson per Il Signore degli Anelli, rimaneggiando la cronologia del romanzo, comprimendo pi scene insieme, ma rispettando sostanzialmente la natura del mondo e della storia originali. Devo dire che in alcuni punti Weitz ha persino migliorato la storia: enfatizzando il personaggio di Lee Scoresby, che nel romanzo è più defilato, e soprattutto rimandando la rivelazione dell’identità dei genitori di Lyra, che viene svelata non day gyziani ma da Marisa Coulter, con un’efficacia drammatica a mio avviso maggiore. Questo però non evita che il film appaia spesso in affanno nel tentativo di concentrare in pochi secondi scene che avrebbero bisogno di tempi lunghi per risultare efficaci. La sottigliezza delle relazioni tra i personaggi va perduta, e anche il realismo ne soffre, dato che Lyra sembra spesso intuire come per magia cose richiederebbero invece lunghe ricerche o spiegazioni.
Va notato che il film evita di mostrare i due eventi più drammatici del libro, cioè le morti di due bambini. E soprattutto che finisce un po’ prima del romanzo, creando così la parvenza di un finale ma lasciando Lyra in viaggio per raggiungere il padre insieme ai suoi compagni di viaggio.
In conclusione, chi ha letto e apprezzato il libro può senz’altro gradire il film, che non tradisce l’originale ed è realizzato con cura. Chi invece non lo conosce potrebbe rimanere spiazzato da un’opera che descrive molte cose troppo frettolosamente e si conclude lasciando molte questioni in sospeso.
Sarà interessante vedere se saranno realizzati i seguiti, il cui contenuto, tra l’altro, è per molte ragioni molto più scabroso da rappresentare. Certo, il film non merita i giudizi negativi con cui è stato accolto, e penso che sarebbe veramente preoccupante se l’insuccesso americano fosse dovuto a motivi religiosi.

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Film: Il caso Thomas Crawford

Il caso Thomas CrawfordPer uccidere la moglie che lo tradisce, un ingegnere col pallino della precisione crea un piano diabolico che gli consente di farla franca pur essendo manifestamente colpevole. Questo manda in crisi il giovane avvocato chiamato a rappresentare la pubblica accusa, che non si rassegna all’impotenza.
Il Caso Thomas Crawford (pessimo titolo italiano che sembra fare il verso, non si sa perché, a Il Caso Thomas Crown; molto meglio l’originale Fracture) aspira a imitare i classici gialli alla Hitchcock, quelli in cui si rimane fino all’ultimo col fiato sospeso per scoprire il dettaglio rivelatore che svela l’operato dell’assassino. E ci riesce anche abbastanza bene, per giunta con un bel capovolgimento: qui l’importante non è scoprire come ha fatto l’assassino a commettere il delitto (lo sappiamo benissimo: lo vediamo all’inizio del film), bensì come ha fatto a manipolare le prove in modo da rendere legalmente impossibile incriminarlo. Ed è piuttosto ben costruita anche la figura del protagonista, un giovane avvocato "vincente" le cui certezze e la cui carriera vanno in frantumi scontrandosi contro il gelido cinismo del colpevole.
Quello che manca al film è un antagonista del tutto convincente. Anthony Hopkins interpreta l’assassino come l’ennesima variante di Hannibal Lecter: intelligentissimo, spietato, cinico, al punto da risultare disumano e meccanico come i congegni che costruisce per diletto. Non riusciamo a capire chi sia, perché sia diventato così. Perciò la tensione regge fin quasi alla fine ma, quando l’arcano viene svelato, il personaggio si sgonfia e il finale risulta meno incisivo di quanto dovrebbe.
Operazione dunque non perfettamente riuscita, ma resta comunque un thriller giudiziario piuttosto godibile e originale, il che di questi tempi non è poco.

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