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Film: La leggenda di Beowulf

BeowulfIl re danese Hrotgar ha fatto costruire una fastosa sala in cui festeggiare le proprie vittorie tra canti e idromele. Ma il suono delle celebrazioni disturba il mostro Grendel, che irrompe nella sala e fa strage dei presenti. Hrotgar offre colossali ricchezze a chi ucciderà il mostro. Ad accettare l’incarico è un gruppo di guerrieri geati guidati da Beowulf. Il mostro sarà sconfitto, ma il condottiero scoprirà che il legame di Grendel con gli umani e ben più sottile e subdolo di quanto immagini.
Il film è interamente realizzato in grafica computerizzata, animata col metodo del motion capture, cioè basandosi sul movimento di attori veri, così come fu fatto per il personaggio di Gollum nella trilogia del Signore degli Anelli. Il risultato è altalenante: se nei primi piani tutto funziona alla perfezione, nelle scene di massa i movimenti e le espressioni a volte perdono di credibilità, e si resta con la sensazione di guardare l’introduzione di un videogioco. Comunque sia, si può dire che Zemeckis ha essenzialmente centrato il bersaglio, dando corpo a un mondo sanguigno e terribile,  che non ha nulla dell’edulcorazione tipica del cartone animato, e in cui l’esagerazione eroica non sminuisce ma esalta l’orrore.
Il maggior plauso, però, va alla sceneggiatura di due mostri sacri come Neil Gaiman e Roger Avary. I quali in primo luogo hanno realizzato una storia che non si perde in introduzioni e lungaggini ma va dritta al punto senza cadute di tensione. Ma soprattutto, hanno conservato tutta la forza primitiva del mito originario con le sue esibizioni di forza e coraggio, ma hanno nel contempo introdotto cambiamenti che non solo rendono più coerente e unitaria la storia narrata nel poema anglosassone, ma che svuotano dall’interno la figura dell’eroe, rendendola modernissima. Beowulf è sì un coraggioso che affronta Grendel a mani nude, ma è anche un propagandista che costruisce consapevolmente il proprio mito. Soprattutto, è un uomo fallibile, costretto a convivere con il peso dei propri errori nascosti. Il film abbandona così la linearità del mito originario per proporci un ciclo di ascesa e caduta che ricorda miti molto posteriori. Da questo punto di vista è molto debitore dell’immortale Excalibur di John Boorman.
In conclusione, il film è divertente e appassionante e godibile sia da chi va al cinema per vedere draghi e troll fatti a brani, sia da chi apprezza la decostruzione del mito.

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Film: Sleuth – Gli insospettabili

SleuthUn anziano scrittore riceve la visita di un giovane attore spiantato, che è anche l’amante di sua moglie e vuole convincerlo a divorziare. Tra i due uomini si crea un complicato gioco in cui ciascuno cerca di sopraffare e annullare la personalità dell’altro.

Non ho (ancora) visto l’opera originale, il film del 1972 diretto da Joseph Mankiewicz a sua volta tratto da un testo teatrale di Anthony Shaeffer, e in cui la parte del giovane era interpretata da Michael Caine e qella del vecchio da Laurence Olivier. Però dicono sia un capolavoro.
A me è toccato questo remake del 2007 diretto da Kenneth Branagh, con una sceneggiatura rimaneggiata nientemeno che dal premio Nobel Harold Pinter, e in cui questa volta Michael Caine fa il vecchio, mentre il giovane è Jude Law. Sulla carta sembra un’operazione interessante, ma in pratica sono rimasto profondamente deluso.
Il primo colpevole del fallimento temo sia proprio Pinter che, nel tentativo di modernizzare il testo, lo ha reso ostico. Mi risulta infatti che due dei cambiamenti più macroscopici apportati siano stati la durata, scesa da 138 a 86 minuti, e il terzo atto, completamente rimaneggiato. Ebbene, ciò che più mi ha infastidito del film è stata proprio l’eccessiva velocità, che rende poco credibili tutte le situazioni. Per quando gli attori si sforzino, è difficile credere che in pochi minuti qualcuno si lasci convincere a commettere un crimine da una persona che non ha mai incontrato prima e di cui ha tutte le ragioni di diffidare. Certe situazioni per essere credibili hanno bisogno di tempi lunghi. Se gli si dà il ritmo di un film d’azione non diventano più avvincenti, smettono di funzionare. Il terzo atto poi è quello che mi ha convinto di meno, con un’omosessualità esplicita che appare forzata e sopra le righe. E il finale è banale e poco significativo.
Branagh comunque ci mette del suo, ambientando l’azione in una casa supertecnologica che vorrebbe alludere all’ossessione maschile per il controllo, ma che finisce per assomigliare a un gigantesco spot di una nota azienda elettronica coreana.
Gli attori fanno quello che possono, ma non possono salvare la cattiva qualità della messa in scena: Caine appare svogliato, Law spesso sopra le righe.
Attendo di vedere l’originale, ma questo remake è una noia mortale. Siete avvertiti.

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Film: Elizabeth – the Golden Age

Elisabetta I di Inghilterra è sul trono, ma la sua situazione è instabile, molti tramano per mettere al suo posto Mary Stuart, regina di Scozia. I suoi consiglieri tramano per metterle accanto un marito, ma lei rifiuta. Viene invece colta da un’infelice passione per il corsaro ed esploratore Walter Raleigh. Tuttavia, quando l’Armada spagnola giunge alle coste dell’Inghilterrà, sa riscuotersi e condurre il Paese a un’insperata vittoria.
Il precedente film del regista indiano Shekhar Kapur su questo tema, Elizabeth, era basato sulla lenta rinuncia di Elizabeth ai propri sogni di ragazza per trasformarsi consapevolmente in un simbolo e in una donna di potere. Questo secondo film, girato nove anni dopo il precedente, è basato sullo stesso schema, ma in modo decisamente meno riuscito. Se nel primo film Elizabeth era solo una ragazza, qui è già una politica esperta sul trono da diversi anni, e risulta forzato vederla sdilinquirsi come una donnetta qualsiasi di fronte al tenebroso Raleigh. Inoltre il manicheismo, già presente allora, qui risulta davvero eccessivo: per quanto io abbia una pessima opinione del Cattolicesimo, trovo discutibile vedere il conflitto tra Spagna e Inghilterra rappresentato come una lotta tra l’Oscurantismo e la Ragione, come appare nel film. Soprattutto nel finale la retorica sale a livelli intollerabili, e sembra quasi che davvero Elizabeth riesca a scatenare la tempesta contro l’Armada come se Cate Blanchett fosse ancora nei panni di Galadriel, la regina degli elfi.
Peraltro il film è sontuoso nei costumi e nelle scenografie, creativamente eccessivo nella regia come solo un indiano sa essere, e soprattutto ha degli interpreti di ottima qualità, a cominciare dalla Blanchett davvero perfetta nel suo ruolo. Può quindi valere una visione.

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Film: Stardust

Wall è un villaggio inglese che sorge, come dice il nome, accanto a un muro, oltre  il quale si stende il regno fatato di Stormhold. Agli esseri umani è vietato attraversare il muro, ma il giovane Tristan promette di farlo per recuperare una stella cadente, con la quale intende conquistare il cuore dell’amata Victoria. Ci sono però alcuni problemi. In primo luogo, Tristan ignora che già suo padre scavalcò il muro vent’anni prima, e che la madre che non ha mai incontrato è nativa di Stormhold. Poi c’è il fatto che la stella, una volta precipitata a terra, si è trasformata in una splendida ragazza, per nulla disposta a seguirlo. Inoltre la stella non interessa solo a Tristan, ma anche a un gruppo di nobili fratelli pretendenti al trono, perennemente impegnati ad assassinarsi a vicenda, e a un trio di streghe malvagie…
Vedendo trailer e manifesti di Stardust si è portati a pensare che si tratti della solita favoletta vista al cinema mille volte, e a depennarlo. Ma sarebbe un errore, perché è sì una favola, ma non la "solita". Uscita dalla penna di Neil Gaiman, infatti, la vicenda mette insieme tutta una serie di cliché tipici della letteratura fantastica, ma reinventandoli in modo libero ed estremamente efficace. Del resto, la cifra stilistica di Gaiman è proprio nel trasportare simboli e archetipi di un remoto passato all’interno di un modo di raccontare moderno, senza banalizzarli ma rendendoli attuali. E così anche una favola a lieto fine finisce per apparire niente affatto banale e scontata.
Il merito va anche a un cast di ottimi attori di contorno, tra cui un Robert DeNiro scopertamente buffonesco e una Michelle Pfeiffer molto coraggiosa nel giocare con la propria bellezza, più volte trasformata in un’orribile maschera di decrepitezza. E alla regia di Matthew Vaughn che, invece di puntare all’effetto speciale spaccatutto, cura minuziosamente i dettagli.
Insomma, nientge di trascendentale, ma semplicemente uno di quei film piacevoli, divertenti e originali di cui i blockbuster hollywoodiani spesso ci fanno sentire la mancanza.

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Film: Michael Clayton

Michael CLaytonMichael Clayton è un avvocato specializzato nell’aggiustare a forza di trucchi e corruzione quelle situazioni che non offrono buone possibilità di essere risolte per via legale. Michael si trova in cattive acque finanziarie e, quando un socio dello studio legale ha una crisi personale e minaccia di rivelare che i cinici intrallazzi dell’azienda chimica sua cliente hanno causato dei morti che si potevano evitare, si trova a dover scegliere tra l’amicizia e la carriera.
Dopo aver visto questo film, sono rimasto sorpreso che sia stato accolto in modo così tiepido. E’ vero, racconta una storia già vista molte volte, e la trama è piuttosto lineare, senza particolari invenzioni. E c’è persino un classico lieto fine per dare il contentino allo spettatore. Trovo però che Michael Clayton (che titolo insulso, però!) si distingua nettamente dalla massa per la grandissima cura nello sviluppo dei caratteri e l’asettico cinismo con cui li tratta. In questo film non ci sono buoni da amare né cattivi da odiare.Il protagonista alla fine si schiera dalla parte giusta, ma per tutto il film è indeciso sul da farsi, e capiamo bene che se avessero saputo prenderlo dalla parte giusta avrebbe potuto fare la scelta opposta. La manager che ordina gli omicidi è quasi una vittima, costretta a calarsi in un ruolo di vincente spietata che prova ogni giorno davanti allo specchio, ma in realtà colta dalla nausea al pensiero di ciò che ha fatto. Persino i killer, nonostante la clinica spietatezza dimostrata, sembrano solo due travet del crimine che preferirebbero trovarsi da un’altra parte. Insomma, quello che si percepisce in Michael Clayton è la forza di un meccanismo infernale che trascina tutti a vendere l’anima contro la propria volontà. Risultato ottenuto con una scrittura antiretorica. Persino il personaggio del figlio di Michael, che in quasi ogni altro film sarebbe stata l’occasione per somministrare un concentrato di melassa, acquista invece una propria personalità autonoma. L’esordiente regista Tony Gilroy non solo esibisce una grande perizia tecnica, ma ha ilcoraggio di inserire el film insoliti simbolismi. Come il romanzo fantasy di serie Z per cui ifigli di Michael ha una sviscerata passione, e che appare in tutti i momenti topici del film a cambiare il destino dei personaggi. Sembra quasi che l’autore voglia suggerire che certi ideali tanto triti e consunti da non risultare più credibili per nessuno sono però l’unica cosa che ci può ancora salvare dall’inarrestabile ingranaggio del mercato. Da vedere.

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Film: I Simpson – Il film

Questo è un caso in cui il critico ha ben poco da dire. il film dei Simpson, in definitiva, non è altro che un episodio dei Simpson di durata doppia. C’è una grafica particolarmente curata, con qualche effetto tridimensionale, ma niente di davvero "diverso". E si vede il pistolino di Bart, cosa che immagino non sia possibile in TV. La sceneggiatura non comprende nessun evento "epocale" (d’accordo, come sempre accadono varie catastrofi, ma non muore alcun personaggio e non ne vengono introdotti di particolarmente interessanti).
Tuttavia un "normale" episodio dei Simpson è comunque già una gran cosa, spriitoso, arguto e divertente. E infatti ho apprezzato la satira e ho riso per ogni singolo minuto del film senza annoiarmi, nonostante la sceneggiatura divaghi parecchio.
Insomma, se ci si aspetta un film che dica qualcosa di nuovo, è un’occasione perduta. Se ci si aspetta quello che già apprezziamo in TV, solo in dose più massiccia, è esattamente quello che si ottiene, in tutta la sua gloria. A me è bastato.

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Anteprima film: Vi dichiaro marito e marito

Now I pronounce you Chuck and LarryLarry e Chuck sono due pompieri newyorchesi, il primo vedovo con due figli, il secondo impenitente donnaiolo. I due rischiano la vita ogni giorno, e Larry è molto preoccupato per il futuro dei suoi figli: se lui morisse, perderebbero il diritto alla casa. C’è bisogno di un nuovo partner a cui intestarla, e il pompiere non trova di meglio che chiedere all’amico Chuck, che è in debito con lui, di fingersi gay e di registrarsi ufficialmente come suo convivente.
Il problema di questo film è tutto nello spunto iniziale: è talmente forzato che non è possibile crederci neppure per un momento. Per non parlare del fatto che una commedia degli equivoci basata sullo scambio dei ruoli sessuali avrebbe bisogno di trovate assolutamente geniali per non sembrare scontata e già vista.
Peccato, perché la coppia di protagonisti (Chuck è Adam Sandler, mentre Larry è l’attore televisivo Kevin James) funziona abbastanza bene. Ma il film, nella sua assoluta prevedibilità , riesce al massimo a far sorridere. Potete già immaginare cosa succede: le difficoltà di Chuck nel nascondere la sua passione per le donne, la convivenza che assume le dinamiche di una coppia autentica, le discriminazioni subite che portano il duo a farsi paladino dei diritti dei gay, fino al deus ex machina finale che rimetterà ciascuno nel ruolo sessuale che gli spetta. Non aiutano nemmeno i molti caratteristi aggiunti per dare man forte agli attori principali. Steve Buscemi è sempre bravissimo, ma costretto in un ruolo che gli offre pochi spunti. Dan Aykroyd è spento e invecchiato. Solo Ving Rhames risulta divertente nella parte del ceffo patibolare che si rivela poi essere il più gay di tutti.
Se non altro, pur in una rappresentazione dei gay stereotipata e senza ammettere che tra i due protagonisti etero possa veramente crearsi un’attrazione sessuale,il film fa del suo meglio per trasmettere un messaggio di accettazione e tolleranza della diversità sessuale. E può servire a far notare che le convivenze omosessuali, che da noi proprio non si riesce a far digerire, nei puritanissimi USA sono un fatto legale e normale.
Il film sarà sugli schermi italiani dal 7 settembre.

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Film anteprima: Hot Fuzz

Visto che ultimamente ho la fortuna di assistere per lavoro ad anteprime cinematografiche, ne rendo paretecipi anche i lettori di questo blog. Cominciamo con Hot Fuzz.

Nick Angel è il poliziotto perfetto. È un ottimo investigatore, e ha effettuato più arresti di chiunque. Conosce alla perfezione il regolamento e lo applica alla lettera. Per giunta è onesto e, pir esendo abilissimo nell’uso delle armi,ne ha un sincero orrore. Tutto questo è sufficiente a far sì che nessuno dei suoi colleghi lo possa sopportare, e all’unanimità decidono di farlo trasferire in un minuscolo borgo, dove non succede mai nulla, tutti sono felici e la principale aspirazione dei cittatidini è vedere eletto il proprio paese come luogo più accogliente d’Ingilterra. L’adattamento di Nick alle abitudini locali sarà difficile, e lo diventerà ancor di più quando il borgo si riempirà di cadaveri provocati da "incidenti" sospetti. È davvero Nick a vedere assassini dove non ci sono, o c’è sotto qualcosa di poco chiaro?

Hot Fuzz è il frutto della stessa collaborazione che ha già prodotto Shaun of the Dead (in Italia La Notte dei Morti Dementi, uscito solo in home video e passato del tutto inosservato, nonostante fosse un film divertente e originale): l’attore e sceneggiatore Simon Pegg e il regista Edgar Wright. Lo stile della pellicola può ricordare quello dei primi film di Guy Ritchie (cioè Lock & Stock e The Snatch, girati prima che il regista inglese vedesse la Madonna e ne risultasse artisticamente azzerato). In effetti alcuni stilemi (le scene di raccordo con montaggio ipercinetico, la sceneggiatura contorta e "a orologeria", la riproposizione debitamente anglicizzata di situazioni classiche dell’action movie americano) sono esattamente gli stessi. Tuttavia, dove Ritchie si limitava a riproporre con ironia il modello americano calandolo nella società inglese, Pegg e Wright fanno un passo oltre, giocando con estrema consapevolezza con il rapporto fra il cinema e realtà. Tutto il film narra del modo in cui Nick cerca di scrollarsi di dosso l’immagine "cinematografica" che gli è stata appiccicata addosso, e di come alla fine la forza del cinema sia maggiore di quella della realtà, imponendosi su di lui e costringendolo a interpretare fino in fondo il ruolo cui è destinato, in un’esilarante serie di rivolgimenti. Il film è una fucina dirimandi e di citazioni (per gli amici della fantascienza: c’è anche un personaggio che legge continuamente romanzi di Iain Banks), ma può essere goduto da ogni tipo di pubblico, grazie a tempi comici perfetti e a una sceneggiatura che dosa sapientemente umorismo di pura marca inglese in una storia che non risparmia truculenze e colpi di scena degni di un autentico thriller ultraviolento. Splendido il cast, con un protagonista che riesce a mantenere l’aria di serietà del suo personaggio anche nelle situazioni più impossibili, e una serie di caratteristi celeberrimi (tra cui Timothy Dalton, Jim Broadbent, Bill Nighy). Insomma, credo che si sia capito, il film mi è piaciuto parecchio. Ormai è raro divertirsi così al cinema, e ancora di più farlo con una commedia assolutamente originale e registicamente molto interessante. L’unico appunto che le si può fare è di durare troppo: due ore piene sono eccessive per una commedia, e i sottofinali sono in numero eccessivo. Comunque sia, non perdetevelo: esce in agosto, periodo depressivo per qualsiasi cinefilo, ma con questo vi tirerete su.

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Film: Spiderman 3

Spiderman 3Sono andato a vedere Spiderman 3, e devo dire che la visione ha smentito quasi tutto quello che avevo sentito dire in proposito.
Si diceva che questo episodio fosse meno riuscito rispetto ai precedenti, e sono di parere contrario: credo invece che sia il migliore dei tre.
Si diceva che la sceneggiatura mette troppa carne al fuoco e non sviluppa a sufficienza il materiale presentato. In un certo senso è vero che con i personaggi di Spiderman 3 si potevano tranquillamente fare due film, forse anche tre. Ma secondo me questo è un fatto positivo, non negativo. E’ inutile aspettarsi più di tanto approfondimento dai personaggi di Spiderman, che non sono sfaccettati, ma rappresentano emozioni semplici e immediate. L’unico modo per ottenerne un film interessante è quello di moltiplicare personaggi e situazioni. E in questo film abbiamo una triade di avversari perfetta per mettere in luce i vari aspetti del nostro Uomo Ragno: l’Uomo Sabbia, il criminale per necessità; Goblin, il rivale; e Venom il doppio negativo.
C’era poi chi si lamentava della troppa importanza data alla storia d’amore tra Peter e Mary Jane. Ma secondo me sono critiche che vengono da chi non conosce il fumetto. Spiderman è sempre stato anche una soap opera, e credo che il film abbia dato a questo aspetto il giusto peso, sfiorando il trash senza mai caderci dentro del tutto. (Unico dubbio: non mi ricordavo che Gwen Stacey fosse così svampita; o sbaglio?)
Molti, infine, si sono detti infastiditi dal patriotitsmo a buon mercato della scena in cui Spidey appare di fronte a una sventolante bandiera americana. Ma, a pensarci bene, il film ha un messaggio politico evidente ed è di segno opposto rispetto a quello individuato dai suoi critici. Vediamo infatti Spidey che, spinto dal desiderio di vendetta, indossa un costume nero, diventa violento, si fa odiare da tutti. Quando si rende conto di avere fatto del male a degli innocenti e offre amicizia a quelli che prima aveva combattuto, ritrova i suoi veri colori e vince. E’ a quel punto che appare la bandiera, e a me sembra più che altro un trasparente auspicio che gli USA ritrovino se stessi, uscendo dall’arroccamento in cui ultimamente si sono rifugiati. Tutto il film, del resto, è un inno al perdono e al dialogo, quantomai raro in un genere cinematografico che spesso premia la vendetta e la violenza.
Concludendo: mi sono molto divertito e non mi sono annoiato un attimo. Questa serie resta beneficata da un casting assolutamente perfetto, e Tobey Maguire secondo me è davvero bravo nel rendere i lati caricaturali del suo personaggio senza farlo scadere in macchietta. Gli effetti speciali sono splendidi, l’azione è serrata, e il tutto si segue senza sforzo. Sam Raimi, poi ci mette dentro alcune scene davvero belle. A parte l’inquadratura giustamente già celeberrima dello Spiderman-gargoyle che vedete in figura, credo che la scena della nascita dell’Uomo Sabbia sia autentica poesia visiva, forse un po’ debitrice dell Hulk di Ang Lee, ma comunque ci ricorda che dietro la macchina da presa non c’è solo un professionista ma anche un artista.
Mentre entravo al cinema un ragazzino di circa otto anni mi ha guardato con aria incredula e mi ha detto con aria schifata: "Ma davvero ti piace Spiderman?!" Cosa devo dire, mi è piaciuto davvero. Secondo me potete andarci, come ha fatto mezzo mondo, e non rimpiangerete i soldi del biglietto.

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Film: Sunshine

SunshineL’astronave Icarus 2 è in viaggio verso il Sole, con l’incarico di sganciare una bomba di eccezionale potenza che dovrebbe riattivarne le funzioni; la nostra stella, infatti, è in declino e sta lasciando la Terra in preda al gelo. La missione è gravata da una terribile responsabilità: già un precedente tentativo è fallito, e non sarà più possibile costruire altre bombe. Per giunta nel momento cruciale gli uomini saranno abbandonati a se stessi, visto che le radiazioni solari impediranno le comunicazioni con la Terra.
Dopo aver affrontato l’horror in 28 giorni dopo, questa volta Danny Boyle si cimenta con la fantascienza, sempre prendendo a prestito modelli del cinema preesistenti per adattarli al suo personalissimo stile. Qui il modello dominante è inarrivabile, visto che la Icarus 2 è evidentemente figlia della Discovery di 2001: Odissea nello spazio, film di cui Sunshine cita in modo letterale alcuni episodi (per esempio il salto senza tuta da un’astronave all’altra). Altre fonti evidenti sono le serre spaziali di 2002: La seconda odissea e i videomessaggi di Dark Star. Ma identificarle tutte è un gioco che potrebbe andare avanti all’infinito.
Alcune delle premesse scientifiche di base del film lasciano molto a desiderare. Per cominciare, è del tutto inverosimile che una bomba a fissione, persino se contenesse tutto l’uranio della Terra, potrebbe avere effetti percettibile sul Sole, le cui energie sono di un ordine di grandezza decisamente superiore. Inoltre la sceneggiatura del film sembra assumere che si possa arrivare a 20 milioni di chilometri dal sole, entrare in orbita facendo una piccola correzione di rotta, e rimanere lì indefinitamente. Non è così: salvo motori estremamente potenti (e una decelerazione violentissima che causerebbe seri problemi ai passeggeri), qualunque cosa arrivi così vicino al Sole è destinata o a caderci dentro, oppure a sfiorarlo per poi allontanarsi rapidamente (come fanno le comete). In effetti, con queste premesse, mi aspettavo un film raffazzonato basato sulla pura azione. Invece, niente di tutto questo. Sunshine si fa rapidamente perdonare questi peccati con l’idea dell’astronave che deve rimanere nascosta dietro uno schermo per evitare di essere bruciata dal Sole, cinematograficamente molto originale e resa con rigore e realismo.
L’ambientazione fantascientifica non modifica lo stile di Boyle, che qui resta vicinissimo al suo primo film, Piccoli omicidi tra amici. Personaggi tratteggiati in modo stilizzatissimo ma efficace, dialoghi secchi senza nessuno spazio per lunghe spiegazioni o tirate retoriche, ritmo che inizia con una certa lentezza e continua a salire senza mai fare un passo indietro, prendendo lo spettatore nel vortice della tensione. Posto al bivio tra la realizzazione di un film d’azione e uno filosofico, il regista inglese sceglie di fare entrambe le cose. Da un lato, basando tutta la costruzione del film sulla suspence, come se fosse una nuova puntata di Alien. Dall’altro, non trattenendosi dall’introdurre tematiche importanti e continuando a sottolinearle anche a livello visivo.
Il tema centrale è quello della fascinazione per il Sole, che dà la vita ma può anche distruggerla, da cui discende il dualismo del rapporto degli uomini con la Natura, segnato dal desiderio di dominarla tramite la scienza, ma anche dalla pulsione ad arrendersi ai suoi ritmi. Boyle non esita ad abbondare con le simbologie, dall’osservatorio solare realizzato come un tempio ai corpi degli uomini che ritornano cenere.
Operazione riuscita? Solo a metà. Se il regista fosse riuscito a creare un film d’azione avvincente e contemporaneamente ad affrontare temi così elevati, avrebbe creato un capolavoro della fantascienza. Nel finale, invece, qualche nodo viene al pettine: dal punto di vista dell’azione, il montaggio diventa talmente concitato che negli ultimi minuti si ha qualche difficoltà a seguire la vicenda. Mentre dal punto di vista simbolico il messaggio risulta a volte non sufficientemente approfondito (cosa rappresenterà, per esempio, la piantina che si ostina a crescere nel giardino distrutto da un incendio?).
In ogni caso, con tutti i suoi difetti, Sunshine risulta uno dei migliori film di fantascienza “pura” dell’ultimo decennio. Molto più coinvolgente di tanti altri, e con ambizioni che, seppure non totalmente realizzate, meritano una visione. Lo aiutano un cast di attori non-divi (tranne la sottoutilizzata Michelle Yeoh) ma bene in parte, e un’evocativa colonna sonora degli Underworld, efficacissimo contrappunto alle immagini. Ce ne fossero, di film così.

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