Smart as a brick

In questi giorni ho avuto la possibilità di mettere le mani su una delle cosiddette “smart TV” tanto pubblicizzate. Non dirò di che marca si tratta, in quanto la PR dell’azienda ha accettato di inviarmela solo specificando che non si sarebbe trattato di una prova tecnica, ma di una seduta fotografica. Devo dire che ora capisco meglio il perché di questa distinzione: probabilmente l’azienda ha in serbo modelli migliori rispetto a quello che mi è arrivato. Comunque sia, credo che la mia esperienza sia da raccontare.
L’inizio è stato piuttosto buono: sono subito riuscito a stabilire la connessione a Internet via Wi-Fi. I problemi sono iniziati dopo. Alla prima funzione che provo a utilizzare, il televisore mi dice “Devo aggiornarmi”, e passa un quarto d’ora a scaricare roba da Internet. Quando ha finito, faccio un altro passo avanti, e via, altro quarto d’ora di aggiornamento. In pratica per riuscire a impostare decentemente il tutto occorre un intero pomeriggio a disposizione.
Quando poi finalmente si è aggiornato, mi rendo conto che non riesco a fare niente: devo prima impostare il mio account. Perché non me lo hanno fatto impostare all’inizio? E soprattutto: dove devo andare per impostarlo? Ci riesco solo dopo aver navigato parecchio tra vari livelli di menu (ci sono vari ordini di menu separati, richiamabili da tasti diversi con simboli criptici sul telecomando: un classico delle interfacce manovrabili solo da un ingegnere flippato).
Quando riesco a impostare l’account, mi rendo conto che inserire lunghi indirizzi e-mail e password usando una tastiera virtuale lentissima e un touchpad, sensibile come un pachiderma ibernato, posto sul telecomando è impresa lunghissima e disperante. Ci riesco sfruttando il joystick nascosto sul retro del televisore. Anche così, comunque, si impiega un’eternità.
Fatto l’account, torno dov’ero prima e cerco di accedere a Facebook. Mi dice che non posso, devo prima andare al menu Impostazioni e collegare il mio account Facebook all’account del televisore. Prego? Dov’è che devo andare? Cerco di capirlo utilizzando le schermate di help, che sono scritte in un italiano in cui tutte le parole sono abbreviate. Non scherzo; c’è scritto, per esempio:

È poss. cond. i cont. selez. con la propria fam. utiliz. X.

Alla fine trovo il menu giusto, e mi accingo al ripetere l’ordalia di scrivere username e password per l’account Facebook. Ma le difficoltà aumentano, perché evidentemente tutte queste operazioni hanno chiesto troppo al minuscolo processore del televisore, che ha deciso di prendersi un po’ di riposo. Quindi ogni tanto tutto smette di funzionare, il cursore si muove regolarmente in giro per lo schermo, ma cliccando non succede nulla, e uno si chiede se sta sbagliando qualcosa, se deve resettare tutto, o se aspettando prima o poi riuscirà a riprendere quello che stava facendo (è dai tempi in cui usavo un Amiga 500 che non provavo esperienze del genere).
Alla fine riesco a scrivere i fatidici dati, ma non riesco ad arrivare in fondo all’operazione. Mi rendo conto,  infatti, che nella password del mio account Facebook c’è un segno grafico che non è presente sulla tastiera virtuale del televisore, e quindi non lo posso scrivere. Ci sarà un modo per ottenere simboli diversi? Se c’è, per ora non l’ho trovato.
In soldoni, un paio d’ore di smanettamento (non contando il tempo necessario per il montaggio) non mi sono bastate per arrivare a consultare il mio account Facebook sul televisore.
La mia impressione è che queste smart TV siano l’equivalente dei videoregistratori del secolo scorso: roba piena di funzioni mirabolanti che nessuno usa, perché nessuno ha voglia di mettersi a litigare con una macchina nel suo linguaggio astruso e frustrante per convincerla a fare quello che dovrebbe. Sappiatelo.

On your radio

Stanotte ritorno in diretta su Radio Popolare per un po’ di chiacchiere, musica e fantascienza. Come sempre la trasmissione è a un orario infame: dalle 0.45 all’1.00 e (dopo la replica di La Caccia) dall’1.20 fino a molto tardi.
Sono quattro mesi che non vado in onda, quindi gli argomenti di cui parlare non mancheranno. In questo ultimi mesi in campo fantascientifico e fantastico si è visto un bel po’ di materiale: romanzi nuovi (Cory Doctorow, Richard Morgan, Dan Simmons), ristampe (George R. R:  Martin, Mack Reynolds, Gene Wolfe, Frank Herbert), serie televisive (Game of Thrones), film (Hunger Games)… impossibile parlare di tutto, ma ci proverò.

Non metterò online la registrazione, perciò, se volete essere sicuri di sentirla, non vi rimane che stare svegli e fare clic all’ora giusta sul link qui sotto:
Diretta Radio Popolare

Letture in saòr

Lo scorso 27 maggio, al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, si è tenuta la manifestazione Letture in saòr – pagine in degustazione. Si trattava di una serata di “lettura condivisa” a tema culinario. In pratica, i partecipanti portavano ciascuno un brano letterario riguardante la cucina, e lo leggevano in pubblico.
Perché ve lo racconto? Perché gli amici del RILL mi hanno fatto la sorpresa di far includere un brano tratto da un mio racconto tra quelli che sono stati letti. Si trattava di Missione diplomatica, racconto incluso nell’antologia Guida Galattica dei Gourmet. Mi sono così ritrovato infilato in mezzo ad autori classici come Calvino Gadda, De Filippo, Zola, Goldoni, e vendutisismi come Camilleri, Allende, Hornby.
Purtroppo non mi è stato possibile partecipare alla serata. Se però qualcuno fosse curioso, esiste un sito da cui è possibile ascoltare le letture, sia in blocco, sia singolarmente.
 
Nota: Se qualcuno si chiedesse cos’è il saòr, è un delizioso condimento, affine al carpione, con cui a Venezia si condiscono le sarde fritte. Ne parla Goldoni nella commedia Le donne de casa soa:

Grillo, sentì, fio mio, tolè la sporteletta;
Voggio che andè da bravo a farme una spesetta.
In pescaria ghe xe del pesce in quantità;
M’ha dito siora Catte, che i lo dà a bon marcà.
Un poche de sardelle vorria mandar a tor,
Per cusinarle subito, e metterle in saor.

BitCity Magazine N.1

È uscito giovedì scorso il numero 1 di BitCity Magazine, la prima edizione “ufficiale” dopo il numero 0 uscito lo scorso aprile.
Contiene parecchio di mio, a cominciare dalla copertina (nata da una mia idea), proseguendo con un articolo sull’uso dell’iPad per fare musica (scritto insieme a Stefano Mancarella), un’intervista a Matteo Berlucchi sul futuro di aNobii, un articolo sul funzionamento del 3D, e altre cose.
Come sempre, la rivista è scaricabile gratuitamente o leggibile direttamente dal suo sito. Ancora una volta vi prego di leggerla, scaricarla, commentarla e, soprattutto, diffonderla. Linkatela sui vostri blog, su Facebook, dovunque vi sia possibile. Grazie.

Wildwood

More about Wildwood“Come avessero fatto cinque corvi a sollevare un bimbo di dieci chili Prue non lo capiva proprio, ma era certamente l’ultima delle sue preoccupazioni. Se avesse dovuto fare un elenco delle sue preoccupazioni in quel momento, mentre osservava incantata dalla panchina del parco i cinque corvi che portavano via suo fratello Mac, capire come potessero riuscirci era davvero l’ultima della lista.”

Quello che avete letto è l’incipit, davvero entusiasmante, di Wildwood, romanzo fantastico per ragazzi scritto da Colin Meloy, meglio noto per essere il cantante e l’autore dei testi dei Decemberists, e illustrato da sua moglie Carson Ellis.
Apprezzo molto i testi bizzarramente fantastici di Meloy, e appena ho saputo di questo libro me lo sono subito procurato. Quando poi ho letto l’incipit, ho pensato di trovarmi di fronte a uno di quei libri appassionanti che non riesci a mettere giù finché non hai girato l’ultima pagina. Purtroppo però le mie speranze sono andate deluse: dopo i primi capitoli, Wildwood si trasforma rapidamente in una lettura banalotta e piena di potenzialità non sfruttate.
Il problema principale del libro, a mio avviso, è l’ambientazione. La Landa Impenetrabile che si trova subito fuori Portland si rivela infatti un bosco privo di caratteristiche spaventose o  insolite, tranne una: è abitato da animali parlanti. Dato però che questi animali convivono con gli esseri umani e si comportano in tutto e per tutto come loro, la trovata si esaurisce molto in fretta, anche perché l’autore è molto vago nello spiegare come funzioni una società in cui predatori e prede vivono e lavorano fianco a fianco. Per il resto, la Landa è un patchwork di elementi disparati e poco amalgamati tra loro: atmosfere rurali, eserciti armati archi e moschetti, automobili, ville patrizie, templi grecizzanti in rovina, mistici zen… tutto troppo casuale per essere convincente, ma non sufficientemente bizzarro per essere affascinante. E manca, secondo me, la sensazione di essere in un angolo dimenticato dell’Oregon: a parte la presenza di coyote, la Landa potrebbe trovarsi ovunque.
Anche dei personaggi si può dire la stessa cosa: sono tutti piuttosto stereotipati, e nessuno risulta memorabile.  Anche Alexandra, la “cattiva”, è alquanto priva di spessore, anche perché le vicende che l’hanno portata a volersi vendicare del bosco, e che potevano risultare interessanti se bene inserite nella trama,  vengono invece raccontate in modo piuttosto sommario.
Persino la protagonista Prue, che all’inizio promette molto bene, rapidamente cessa di evolversi, dato che le sue caratteristiche di ragazzina moderna e volitiva alle prese con un mondo fuori dalla sua esperienza finiscono in secondo piano, poiché la trama non le dà occasioni per tirarle fuori. Non ci sono enigmi da risolvere, e nemmeno dilemmi etici da superare. Quasi tutto il romanzo si riduce a una sequela di inseguimenti e battaglie (e lascia anche un po’ perplessi questa enfasi sul valore guerresco, con ragazzini dodicenni che combattono e uccidono).
Non si può dire che il libro sia brutto, e immagino che un ragazzino possa apprezzarlo, ma a mio avviso i libri per ragazzi migliori sono quelli che anche un adulto può leggere, e io mi sono discretamente annoiato, nonostante io sia un discreto consumatore del genere, da Harry Potter a Bartimeus. Nel complesso non me la sento di consigliarlo.

In fondo il buio

Worlorn è un pianeta vagabondo, diventato abitabile solo per pochi anni in occasione del suo passaggio accanto a una supergigante rossa. Le popolazione umane dei Sistemi Esterni lo hanno scelto come sede di un grande Festival, ma ormai il pianeta è stato abbandonato e sta per ritornare nel buio. Quando Dirk, seguendo il richiamo di un antico amore, arriva su Worlorn, lo trova abitato da poche decine di persone, tra cui gli appartenenti a una civiltà imbarbarita il cui  codice d’onore lui non riesce a comprendere, e che potrebbe metterlo in pericolo…

Il colossale successo, anche italiano, della serie televisiva Game of Thrones ha affollato le librerie di lettori in crisi di astinenza da opere di George R. R. Martin. Il quale, prima di cimentarsi nella smisurata saga A Song of Ice and Fire da cui la serie e tratta, aveva già alle spalle vari decenni di carriera come autore (non solo di fantasy, ma anche di fantascienza e horror). A prendersi il compito di riportare in libreria le vecchie opere di Martin è la benemerita casa editrice romana Gargoyle, che dopo l’horror Il battello del delirio pubblica ora il romanzo di esordio di Martin, il fantascientifico In fondo al buio (il prossimo sarà il thriller di ambientazione rock con elementi fantasy Armageddon Rag).
Il romanzo è uscito nel 1977 col titolo Dying of the Light, ed è già stato pubblicato in Italia da Armenia e poi da Fanucci col titolo La luce morente. Gargoyle lo ripropone in una nuova traduzione di Tarallo e Tintori; non so come fossero le precedenti, ma questa versione mi pare di buona qualità, e non ho riscontrato problemi (io avrei tradotto in italiano i nomi con un significato inglese, come Challenge, Ironjade ecc., ma è questione di gusto personale). Da criticare invece i troppi refusi e il titolo, decisamente meno evocativo ed elegante rispetto al precedente (e poi, a mio avviso, non si dovrebbe cambiare il titolo di un libro già edito, se non per ottimi motivi).
Ho detto che In fondo il buio è un libro fantascientifico, ma è vero solo fino a un certo punto. Lo è in quanto ambientato in un plausibile futuro dell’umanità, senza magia e affini; tuttavia la storia sfrutta pochissimo gli elementi tecnologici, e avrebbe potuto essere ambientata anche in un universo fantasy facendo pochissimi cambiamenti. Peraltro i riferimenti scientifici, anche se scarsi, sono ben curati (¹).
Sostanzialmente i punti di forza di In fondo il buio sono due. Il primo è l’ambientazione: Worlorn è uno scenario affascinante. Martin non ci sommerge di dettagli come farebbero altri autori, e molto resta indeterminato, ma ci dà tutte le informazioni necessarie perché possiamo percepirlo come un mondo con una sua identità e che sta lentamente ma inesorabilmente morendo. Anche le descrizioni delle città abbandonate, ciascuna con le peculiarità della razza che l’ha costruita, sono affascinanti. In particolare Kryne Lamiya, la città musicale che canta incessantemente la vanità del tutto, è un’invenzione degna del miglior Ballard.
Il secondo punto di forza è l’interazione tra i personaggi. Già agli esordi Martin aveva la dote che gli ha permesso di ottenere tanto successo con le Cronache del ghiaccio e del fuoco, e cioè la capacità di creare personaggi non stereotipati, con personalità complesse e credibili. In Martin non esistono figure positive e negative, ognuno ha i propri limiti e le proprie motivazioni con cui il lettore può empatizzare, tutti commettono errori, e spesso non è facile determinare chi abbia ragione e chi torto. Il risultato è una trama avvincente e imprevedibile.
In fondo il buio è la storia di un uomo che, avvicinandosi alla vecchiaia, si trova a vivere su un pianeta che è la perfetta metafora della vanità dell’esistenza umana, e deve affrontare la prospettiva della morte e dell’oblio nella consapevolezza di non aver raggiunto i propri obiettivi e di non essere stato all’altezza di ciò che voleva diventare. Nel confrontarsi con la cultura retrograda e ostile di Alto Kavalan, Dirk troverà nuovi modi per definire se stesso, e ne uscirà cambiato in modo sorprendente, anche se il finale del tutto antitrionfalistico lo lascerà comunque pieno di dubbi ad affrontare un destino incerto.
Nel complesso il libro è una lettura molto piacevole e non risente dei suoi 35 anni di età. È un ottimo esempio di come si possa costruire un romanzo con una notevole dose di azione in modo non banale e con personaggi ricchi di spessore. Non arrivo a definirlo indispensabile (il suo difetto principale: è un po’ troppo monotematico), ma chi apprezza Martin e la sua abilità nel distillare psicologie può acquistarlo a colpo sicuro. Lo sconsiglierei unicamente a chi apprezza solo il lato tecnologico della fantascienza e a chi ama i ritmi concitati (è un romanzo a lenta combustione: prima che i conflitti tra i personaggi si scatenino deve trascorrere quasi metà della trama). In ogni caso grazie a Gargoyle per riportare in libreria gemme dimenticate della fantascienza (il mese prossimo sarà il turno di Città delle Illusioni di Ursula K. LeGuin.).
 
(¹): Per esempio, ho molto apprezzato che la descrizione del sistema di sette stelle che Worlorn ha sfiorato rispetti la meccanica celeste: i sei soli più piccoli che circondano la supergigante ruotano tutti sulla stessa orbita a 60° l’uno dall’altro, occupando i rispettivi punti lagrangiani, e quindi il sistema è intrinsecamente stabile. La cosa non ha alcuna importanza per la trama e può essere colta solo da chi conosce la meccanica spaziale, ma è il tipo di dettaglio che mi fa stimare l’autore.
Vale anche la pena di notare, anche se Martin non poteva saperlo quando scrisse il romanzo, che i pianeti vagabondi come Worlorn potrebbero essere estremamente comuni nella nostra Galassia. Secondo un recente studio del professor Chandra Wickramasinghe potrebbero essere più numerosi delle stesse stelle.

365 racconti sulla fine del mondo

È disponibile da ieri, pubblicato da Delos Books, il volume 365 racconti sulla fine del mondo. Il titolo è del tutto autoesplicativo: si tratta di 365 racconti brevissimi (2000 caratteri al massimo ciascuno), ognuno collocato in una data dell’anno in corso e sul tema della fine del mondo, attualmente tanto di moda (se state pensando che il 2012 è bisestile e quindi le storie dovrebbero essere 366, sappiate che ad Alan D. Altieri è stato concesso il doppio dello spazio, estendendosi su 28 e 29 febbraio).
Motivo principale per cui vi parlo di questa antologia è che contiene anche un mio miniracconto, intitolato Cielo blu e posizionato al 26 novembre. È quello che si può definire un “racconto espresso”: dal momento in cui ho cominciato a scriverlo a quello in cui è stato accettato nell’antologia è passata poco più di un’ora! Dubito che un mio exploit del genere si ripeterà mai più. 😀
Ho partecipato volentieri all’iniziativa perché mi offriva la possibilità di mettermi alla prova, ma inizialmente consideravo l’operazione una “furbata”: con 365 autori, basta che ciascuno ne compri tre copie è se si superano già le 1000 copie vendute, assicurando un buon ritorno economico; facile perciò che si pensasse a soddisfare la vanità degli autori più che l’interesse del lettore generico. Devo dire però che mi sono completamente ricreduto; il libro ha una bella veste grafica, viene ben promosso (e si parla già di future edizioni), ma soprattutto, dai primi racconti che ho letto, mi sembra che la qualità sia piuttosto alta. Del resto, vedo che tra gli autori ci sono non solo esordienti, ma anche vari nomi noti e della cui abilità di scrittori mi fido.
Se tutto questo vi ha incuriosito, il libro lo trovate qui. Se poi doveste comprarlo, fatemi sapere cosa ne pensate del mio racconto.

Flashback

More about FlashbackTra un quarto di secolo, gli Stati Uniti sono precipitati in una profonda decadenza. Non solo hanno completamente perso lo status di superpotenza e sono ridotti a vassalli di Stati più ricchi, non solo sono devastati da secessioni, criminalità, terrorismo e rivolte interne, ma la quasi totalità della popolazione è ormai dipendente dal flashback, una droga che consente di rivivere a piacere i propri ricordi preferiti. Proprio a causa del flashback, che usa di continuo per far rivivere il ricordo della moglie Dara, uccisa in un incidente stradale, Nick Bottom è stato cacciato dalla polizia e ha abbandonato il figlio adolescente. Quando però un ricco magnate giapponese, il cui figlio è stato assassinato sei anni prima, gli offre una forte somma per riaprire l’indagine rimasta senza colpevoli, Nick accetta di malavoglia l’incarico.

Soltanto un paio di mesi fa avevo scritto che, finché Dan Simmons avesse continuato a scrivere libri eccezionali come Drood, delle sue opinioni politiche mi sarebbe importato poco. Purtroppo però quelle opinioni hanno finito col tracimare anche nei suoi libri, e il risultato è qualcosa che definire impresentabile è ancora poco.
Ma andiamo con ordine: in primo luogo dimenticatevi le fantasmagoriche invenzioni di romanzi come Hyperion: Flashback è un thriller ambientato in un futuro molto vicino al nostro presente. La fattura è professionale, e la trama è avvincente a sufficienza da volerlo leggere fino in fondo, ma come romanzo di indagine non spicca particolarmente, anche a causa dei personaggi piuttosto stereotipati. Il protagonista è un ex-poliziotto che usa la droga per rivivere il ricordo della moglie morta, e al suo fianco c’è un giapponese tutto di un pezzo che ha giurato di fare seppuku in caso di fallimento della missione: non è roba particolarmente originale, e a volte si ha l’impressione di leggere una specie di cocktail tra Strange Days e Black Rain (del resto i riferimenti cinematografici hanno una parte importante nel romanzo). Certo, in quasi 600 pagine si trova qualche buona idea (ho apprezzato particolarmente le magliette animate da intelligenze artificiali, come pure il riferimento shakespeariano che Simmons riesce a innestare sul suo protagonista), ma certamente non al livello cui l’autore ci ha abituato.
La parte “interessante” del romanzo non dovrebbe però essere l’indagine, ma lo sfondo, l’ambientazione in una versione decaduta degli Stati Uniti. Ed è qui che nascono i problemi. Perché Simmons ci ha riversato una visione politica talmente rozza, estremista e reazionaria da far apparire tutti i candidati repubblicani alle ultime primarie come dei timidi moderati.
Il Male in Flashback è rappresentato dall’Islam, che non solo ha unificato tutto il Medio Oriente, il Nordafrica e parte dell’Asia in un unico Califfato, con triplice capitale a Teheran, Riad e Damasco (evidentemente le eterne rivalità tra sunniti e sciiti sono state miracolosamente accantonate), ma si è anche mangiato buona parte dell’Europa, avvolgendola in una cappa oscurantista. E già qui si potrebbe dire perlomeno che Simmons non è stato molto originale: tanto per fare un esempio, molti dei racconti dell’antologia italiana Sul Filo del Rasoio si svolgono in scenari simili, e sarebbe legittimo aspettarsi da uno dei massimi autori statunitensi qualcosa di più innovativo dello spauracchio che da anni viene agitato dall’ultradestra USA. Ma al di là di questo, va detto che l’Islam viene descritto da Simmons con toni che sfiorano (e forse raggiungono) il razzismo, e che sarebbero più adatti alla terra di Mordor che non a una delle principali religioni del pianeta. L’Islam di Simmons sembra perseguire l’odio e il Male al di là di qualunque logica politica. Nel romanzo il Califfato è la principale superpotenza mondiale e gli Stati Uniti ne sono diventati succubi al punto da permettere che si costruisca una moschea su Ground Zero e vi si festeggi ogni giorno l’anniversario dell’11 settembre, ma gli islamici non sono comunque soddisfatti e lanciano attentati suicidi sugli USA con cadenza praticamente giornaliera. E, nonostante Israele sia stato abbandonato dagli USA, cosa che dovrebbe averlo reso inerme o quasi di fronte alla superpotenza islamica, il Califfato ha preferito distruggerlo con 11 bombe atomiche, rendendolo inabitabile e facendo piovere radiazioni anche sui palestinesi (se questa visione non vi sembra abbastanza faziosa, aggiungo che gli israeliani, con lo spirito pacifista che li ha sempre contraddistinti, nel romanzo hanno rinunciato spontaneamente alla rappresaglia nucleare che avevano il potere di scatenare). Nessun personaggio del libro prende mai le difese dell’Islam, e persino le nazioni dell’Estremo Oriente che non hanno mai avuto attriti con la religione di Maometto pensano che si tratti di una minaccia gravissima. Per usare le parole di uno dei personaggi, l’Islam è

una barbarica religione del deserto intenzionata a dominare la Terra e a trattare le religioni conquistate come schiavi meno che umani.

Non mi metto neppure a elencare i motivi per cui affermazioni simili siano del tutto prive di basi storiche o politiche e andrebbero semplicemente rifiutate da qualunque persona sensata (d’accordo, lo dice un personaggio, non lo dice Simmons, però nulla lascia pensare che l’autore possa non condividere la sostanza di questo pensiero).
Fosse solo questo, si tratterebbe soltanto di un caso di isterismo islamofobo abbastanza comune negli USA post-11-settembre. Purtroppo c’è anche dell’altro. Simmons, sempre per bocca dei suoi personaggi e senza esporre alcun punto di vista contrario, nel corso del romanzo ci spiega perché gli USA sono caduti in decadenza e sono impotenti di fronte all’avanzata dell’Islam. E la colpa è degli intellettuali terzomondisti, che si sono stupidamente interrogati sulle colpe dell’America aprendo le porte ai nuovi Hitler; dei pacifisti, che hanno perseguito un’assurda politica di disarmo mentre il nemico si armava; degli ecologisti, che hanno reso l’America dipendente da tecnologie costose e destinate al fallimento (sì, perché nel mondo degradato descritto da Simmons ci sono migliaia di pale eoliche inutilizzate per mancanza di manutenzione, mentre le centrali nucleari, chissà perché, funzionano benissimo; il riscaldamento globale, invece, è solo una ciarlataneria priva di fondamento scientifico); dei programmi a favore delle minoranze, che hanno dato il potere a incapaci e corrotti invece che a chi lo meritava veramente; e infine di Barack Obama, che con i suoi costosi progetti di equità sociale ha portato il Paese alla bancarotta.
Contro Obama Simmons ha il dente particolarmente avvelenato: per lui le timidissime riforme dell’attuale presidente, credeteci o no, stanno trasformando gli USA in un Paese socialista. E si va ancora oltre: Simmons non spiega in modo molto chiaro cosa sia avvenuto (forse un po’ di pudore ce l’ha anche lui), ma nel mondo che descrive i Repubblicani non esistono più, e il loro pensiero si può ascoltare solo su radio clandestine. Ebbene sì: nel paese del maccartismo, per Dan Simmons è sufficiente che un presidente voglia dare l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini per evocare il partito unico e la dittatura del proletariato.
Devo aggiungere altro? Mi sembra che il quadro sia chiaro. Flashback è un fanta-thriller scritto con una buona tecnica (e per questo nella mia rubrica su XL si prenderà una risicata sufficienza), ma è anche un libro becero, razzista e, sì, anche profondamente ignorante. Come un letterato del livello di Simmons possa esprimersi politicamente in questo modo, per me resterà un mistero, ed è forse un sintomo di quell’incombente decadenza degli USA che con questo libro l’autore intenderebbe contrastare.
La cosa più triste è proprio che, come metafora, il libro funziona comunque nel rappresentare il popolo statunitense come perso in un artificiale sogno di glorie passate mentre il suo Paese va in pezzi. Simmons crede di aver descritto i propri compatrioti, ma in realtà ha descritto se stesso: un uomo che pensa che negando tutti i problemi, cercando un nemico esterno e mandandogli contro i ranger del Texas a cavallo tutto si risolverà. Esca dal sogno, mister Simmons.

BitCity Magazine

BitCity Magazine - numero 0
Ciao a tutti!
Contrariamente a quanto avevo promesso (ma sono sicuro che ve lo aspettavate), ultimamente ho latitato un po’ dal blog. Il motivo è, ne più ne meno, il sovraccarico di lavoro.
Una delle cose che mi hanno portato via molto tempo è una nuova rivista che è uscita pochi giorni fa. Si chiama BitCity Magazine, ed è un periodico dedicato alla tecnologia. Al momento è previsto che esca una volta al mese, e solo in formato elettronico: potete leggerla sul sito, scaricarla in formato PDF per leggerla offline e, prossimamente, anche installare sul vostro smartphone o tablet apposite app per la lettura, in formato iOS o Android.
È ovviamente un parere di parte, ma sono convinto che la rivista sia ben fatta, con una bella grafica e articoli non banali. Soprattutto, è completamente gratuita. Potete leggerla o scaricarla senza pagare un centesimo, e così sarà anche per i prossimi numeri.
Di conseguenza, mi fareste un grande piacere se la scaricaste e leggeste. Ancora più grande sarebbe il piacere se faceste sapere a tutti i vostri contatti, amici e conoscenti che la rivista esiste.
Mi piacerebbe inoltre mi diceste che cosa vi piace della rivista, cosa invece non va, e cosa vorreste vedere sui numeri futuri. E sarebbe ancora meglio se, invece che farlo commentando qui o scrivendomi in privato, lo faceste su Facebook, su Twitter o su Google+.
Grazie e buona lettura!

I bit della memoria

Anche se l’ipotesi che la mente sia un “software” è ancora molto controversa, viene comunque spontaneo paragonare il cervello a un computer, che usa i vari organi del corpo come periferiche ed elabora i dati che da essi riceve. Tuttavia, anche se questa idea è molto ben radicata, in realtà siamo parecchio lontani dall’aver capito in che modo il cervello opera sui dati. Se fosse simile a un computer, dovrebbe avere l’equivalente di una RAM per la memoria a breve trmine, e di un disco rigido (o SSD, se vogliamo fare i moderni) per quella a lungo termine. finora non sapevamo quali fossero gli equivalenti cerebrali di questi componenti; non sapevamo, cioè, come il cervello “fissa” i ricordi.  Gli esperimenti passati portano a ritenere che il formarsi di un ricordo equivalga al rafforzarsi di una determinata connessione tra alcuni neuroni del cervello, che li porta a scambiarsi impulsi elettrici secondo uno schema fisso. Queste connessioni, tuttavia, decadono in un tempo abbastanza breve, mentre i nostri ricordi possono rimanere per una vita intera. Ci deve essere quindi un meccanismo con cui il cervello “salva” queste connessioni per poi poterle ricreare quando servono.
Ora un gruppo di scienziati ha ipotizzato un meccanismo con cui questo processo può avvenire. Si tratta di una proteina, indicata col simbolo CaMKII, che viene prodotta durante il processo di creazione delle connessioni sinaptiche e va poi a legarsi con l’interno dei neuroni. In tale proteina rimane memorizzata la forma della connessione che l’ha generata.
La cosa più interessante è che le informazioni che vengono salvate nella proteina sono in forma binaria, come quelle dei computer: la proteina è di forma esagonale, e a ogni vertice può esserci o meno un gruppo fosfato. La presenza o assenza di questi gruppi equivale a un bit di informazione (0 o 1). La differenza rispetto ai computer è che, essendo gli elementi di proteina esagonali, un “byte” è composto da 6 bit invece che da 8.
Naturalmente il fatto che abbiamo scoperto la natura di questi bir non significa che siamo pronti a leggere i ricordi del cervello… ma il traguardo si è avvicinato un po’.
Maggiori informazioni sull’argomento nell’articolo che ho pubblicato su Nòva 24 di domenica scorsa, che potete leggere facendo clic qui sotto: