Le insidie del pesce-bufalo

Pesce-bufalaCiao a tutti.
Mi rendo conto solo ora che sono più di tre settimane che non pubblico alcun post. Non era mia intenzione fermarmi per tanto tempo. In questi giorni sono presissimo con molti progetti, di molti dei quali non posso ancora parlare ma che sicuramente emergeranno presto anche su questo blog.
In ogni caso, da questo momento riprendono più o meno regolarmente le pubblicazioni. E volevo cominciare raccontandovi una cosa che mi è successa ieri.
Tutto è cominciato da un tweet di William Gibson che rimandava a un articolo sugli scacchi. Ho deciso di fare clic perché l’accoppiata Gibson/scacchi sembrava interessante. E sono arrivato a un’interessante intervista pubblicata in inglese da un sito specializzato tedesco, in cui Vasik Rajlich, autore di un apprezzato software per il gioco degli scacchi, descriveva il modo in cui aveva utilizzato molti mesi di tempo macchina su un supercomputer a 30 core per analizzare completamente la più comune apertura, il gambitto di re, e verificare la correttezza dell’analisi compiuta a suo tempo da Bobby Fischer su di essa. In pratica aveva computato ogni possibile partita giocabile dopo quell’apertura, per verificare, assumendo che ambedue i giocatori giocassero nel modo migliore possibile, quali risposte risultavano vincenti e quali perdenti. Il programmatore proseguiva spiegando come alla base di questo risultato ci fosse un algoritmo in grado di eliminare le partite “sicuramente perse” senza calcolarle fino in fondo, riducendo così di molto la quantità di calcoli da fare. Infine spiegava come l’analisi compiuta da Fischer fosse sostanzialmente corretta, ma non del tutto: alcune contromosse apparentemente perdenti risultavano invece vincenti, e viceversa.
Appena terminata la lettura dell’intervista, mi sono detto: questo è un risultato di portata storica. Considerato che all’inizio di una partita il bianco ha solo 20 possibili mosse per aprire, è evidente che basta impiegare una potenza di calcolo di un solo ordine di grandezza superiore per analizzare l’intero gioco degli scacchi. Era l’argomento ideale per un articolo: di sicuro interesse scientifico, ma anche pieno di spunti interessanti per “l’uomo della strada”. Il pezzo mi si stava già scrivendo in testa da solo: avrei cominciato citando la famosa leggenda sull’origine degli scacchi, in cui l’inventore del gioco chiede in cambio un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via, giungendo a un numero esorbitante, per dare al lettore l’idea di quante possibili partite esistano e di quanto fosse straordinario l’essere riusciti ad analizzarle tutte in blocco. Dovevo solo decidere a quale testata l’argomento interessasse di più.
A quel punto è arivato un secondo tweet di William Gibson, in realtà un retweet di un suo follower che lo informava che si era trattato di un pesce d’aprile. Gli stessi autori dello scherzo spiegano che la potenza di calcolo necessaria per fare una cosa del genere è superiore di 25 ordini di grandezza rispetto a quella oggi disponibile.
A quanto pare ci ero cascato completamente. La mia unica consolazione è quella di essere in buona compagnia. Non solo prima di me ci era cascato William Gibson, ma pare che gli autori siano stati tempestati di richieste di interviste da giornali e televisioni di tutto il mondo!
Credo che questo episodio mi abbia impartito una sana lezione di giornalismo. Mi piace pensare che, se avessi veramente dovuto scrivere un articolo su questo argomento, avrei comunque scoperto lo scherzo prima di arrivare alla pubblicazione. Ma cosa sarebbe successo se, invece che scrivere per settimanali e mensili, io fossi stato il redattore di un quotidiano? Molto probabilmente avrei buttato dentro la notizia senza troppe verifiche per evitare che ci arrivasse prima qualcun altro. Ed è così che nascono le bufale.
Credo sia necessario tenere presenti le seguenti regole:

  • Mai fidarsi ciecamente dell’autorità. William Gibson è una persona informatissima sugli argomenti più disparati e all’avanguardia, ma nemmeno lui è infallibile: infatti in questo caso ha diffuso una notizia falsa credendola vera. Non bisogna mai dare per scontato che qualcuno abbia già controllato la veridicità della notizia prima di noi.
  • Se è plausibile, non vuol dire che sia vero. Se mi avessero detto semplicemente che un supercomputer era riuscito a calcolare tutte le possibili partite a scacchi, avrei risposto senza esitare che era impossibile. Ma questo pesce d’aprile ha minato il mio scetticismo descrivendo una tecnica per diminuire l’ordine di grandezza dei calcoli necessari. Una spiegazione del tutto plausibile, se non fosse che la riduzione non è sufficiente. Anche le affermazioni plausibili vanno verificate.
  • Attenzione agli argomenti che non si conoscono abbastanza. Io so giocare a scacchi, ma non sono certamente un esperto. L’articolo-pesce era pieno di indizi che suggerivano la sua vera natura. Un esperto di scacchi avrebbe trovato incredibili le conclusioni cui giungeva l’analisi, e si sarebbe insospettito, mentre io non ci trovavo niente di strano. È facilissimo prendere cantonate negli argomenti di cui si ha solo un’infarinatura.

Ovviamente queste regole non sono facili da applicare. La verità è che, se io scrivessi solo di argomenti che conosco assolutamente alla perfezione, e solo dopo aver verificato ogni singola affermazione contenuta nell’articolo, probabilmente non scriverei più nulla. Tuttavia oggi i tempi del giornalismo sono diventati talmente rapidi che diventa obbligatorio non abbassare mai la guardia. Non si sa mai quando il pesce-bufalo potrà colpire.

Computer quantici

La produzione di un chip quantico a 16 bit D-Wave

Dal nome sembrerebbero un gadget tratto da qualche gioco di ruolo di fantascienza come Eclipse Phase. Ma in realtà i computer quantici sono qualcosa che potrebbe esistere presto (o forse già esiste) e che potrebbe far fare all’informatica un salto in avanti di portata incalcolabile.
Cos’è un computer quantico? Sappiamo tutti che, per manipolare l’informazione, i computer riducono tutto in bit, cioè cifre binarie che possono assumere il valore di 0 o 1. Il processore del computer con cui state leggendo questo post possiede un registro in cui sono salvati i bit su cui sta lavorando (probabilmente 32 o 64 bit), e a ogni ciclo di funzionamento compie delle operazioni matematiche su questi bit cambiandone il valore.
I bit in questione sono rappresentati dallo stato di componenti all’interno del processore. In un computer normale si tratta di componenti macroscopiche (per modo di dire, perché nei chip odierni ci vuole un microscopio molto potente per vederle; ma comunque si tratta ancora di oggetti formati da un bel numero di atomi). In un computer quantico, invece, per rappresentare queste unità minime di informazione si utilizzano particelle subatomiche. Per esempio, si può decidere che se o spin (momento angolare) di un elettrone è in un verso, vale 0, altrimenti vale 1.
I bit codificati in questo modo vengono chiamati qbit. Che ci si guadagna? Il punto è che, quando si lavora in questa scala di grandezze, entra in gioco la meccanica quantistica, che ci dice che lo stato di una particella non è mai definito, ma è una sovrapposizione di tutti gli stati possibili, a meno che un osservatore non lo vada a verificare. In pratica lo spin del nostro elettrone, mentre non lo guardiamo, non va né del tutto in un senso né nell’altro, ma è un mix delle due possibilità. Questo, che a prima vista potrebbe sembrare un problema, può essere utilizzato a nostro vantaggio per certi tipi di calcoli. Per esempio, se  vogliamo risolvere un problema che richiede di verificare il valore di una funzione per n valori diversi e poi farne la media, con un computer classico dobbiamo eseguire il calcolo n volte. Se invece usiamo un computer quantico i cui qbit possono assumere simultaneamente n valori diversi, è possibile eseguire il calcolo una sola volta e ottenere un risultato che, statisticamente, sarà pari alla media di tutti i risultati, risparmiando un gran numero di cicli di calcolo. Al crescere del numero dei qbit, la quantità dei cicli di calcolo risparmiati cresce esponenzialmente, tanto che un computer quantico con varie centinaia di qbit a disposizione potrebbe facilmente superare la potenza di tutti i computer oggi disponibili per l’umanità.
Ovviamente, una cosa è enunciare il principio, un’altra è metterlo in pratica. “Scrivere” un dato usando singole particelle subatomiche richiede componenti estremamente sofisticate, che stiamo cominciando a malapena a concepire. Inoltre, perché sia possibile lavorare con i qbit, occorre sfruttare un’altra proprietà della meccanica quantistica, che è l’entanglement. In pratica, se una serie di particelle viene prodotta da un unico processo quantistico, e poi andiamo a misurare una proprietà di una di esse (che, come abbiamo visto prima, è indefinita fino al momento dela misura), faremo diventare definita la proprietà non solo della particella misurata, ma di tutte le particelle coinvolte. Questo ci aiuta a misurare in una sola volta lo stato di tutti i qbit, ma nondimeno, al crescere del loro numero, produrre insiemi di qbit legati dall’entanglement diventa molto complicato. Infine, perché tutto questo abbia un senso occorre che non ci siano influenze dal mondo esterno: qualunque interfernza causa la decoerenza, cioè interrompe l’entanglement e rende impossibile leggere il valore dei qbit. Per evitare la decoerenza occorre prendere misure drastiche, come lavorare vicino allo zero assoluto.
Il D-Wave One, primo computer quantico commerciale

Nonostante tutto questo, esiste già chi produce un computer quantico: l’azienda canadese D-Wave ha recentemente venduto alla Lockeed-Martin per dieci milioni di dollari un primo esemplare di computer quantico, il D-Wave One. C’è però chi è scettico: un esperto del settore come Scott Aaronson ha dichiarato più volte che al momento attuale non esiste una tecnologia in grado di fare ciò che D-Wave dichiara (anche se ultimamente si è dichiarato disposto a rivedere il proprio giudizio di fronte a prove più approfondite).
Tuttavia c’è chi è ancora più scettico, e ritiene che i computer quantici siano una bufala, “Il moto perpetuo del 21esimo secolo”, qualcosa che è fisicamente impossibile costruire. Secondo costoro, al crescere del numero dei qbit cresce la difficoltà di leggerne i valori isolando il segnale dal rumore, e si raggiungerà ben presto un limite massimo oltre il quale i computer quantici non potranno andare. Un limite che non permetterà di usarli per scopi effettivamente utili. Aaronson non è d’accordo, e sul suo blog ha lanciato una sfida: pagherà 100.000  $ a chi dimostrerà in modo convincente che esiste un limite fisico, e non solo tecnologico, alla costruzione di computer quantici di potenza a piacere.
È una sfida che ha un sapore filosofico. Non si tratta solo di risolvere un problema tecnico, ma di andare a vedere se il mondo del tutto controintuitivo dei quanti, in cui non c’è nulla di definito e ogni cosa assume più stati contemporaneamente, è confinato nel regno dell’infinitamente piccolo, o se invece noi possiamo sfruttare le sue proprietà nel mondo macroscopico per effettuare un calcolo.  Finora chi si bocciava le teorie quantistiche come impossibili o assurde ha sempre avuto torto, vedremo come andrà questa volta.
Su questo tema ho scritto un articolo pubblicato sulla prima pagina di Nòva 24 di domenica 5 marzo. Potete leggerlo facendo clic quì sotto:

Radio ga-ga

Stanotte ritorno in diretta su Radio Popolare per un po’ di chiacchiere, musica e fantascienza. Come sempre la trasmissione è a un orario infame: dalle 0.45 all’1.00 e (dopo la replica di La Caccia) dall’1.20 fino a molto tardi.
Parleremo sicuramente del romanzo Morire per vivere di John Scalzi, di cui ho già parlato qui. Del trentennale della morte di Philip K. Dick. Di un’antologia di racconti fantastici sorprendentemente bella che sto leggendo. Della mia nuova rubrica su XL. E, come sempre, di tutto quello che ci viene in mente.

Forse metterò online i file della trasmissione e forse no, perciò, se volete essere sicuri di sentirla, non vi rimane che stare svegli e fare clic all’ora giusta sul link qui sotto:

Diretta Radio Popolare

Dalla visto da me

Lo so, sono due giorni che chiunque ripropone canzoni di Lucio Dalla e ormai ne avete abbastanza. Il bello di Dalla, però, è che la sua importanza non si esaurisce in una decina di brani famosi: era un musicista poliedrico, e ha lasciato un enorme repertorio in cui ognuno può andare a cercare ciò che lo colpisce di più. Quindi mi concedo di commemorarlo a modo mio; del resto oggi è il suo compleanno.
Non sono stato un fan di Dalla. Ho scoperto il rock piuttosto tardi, nel 1979 o giù di lì: avevo 13 anni, cominciavo timidamente ad ascoltare i Police, e quelli che unanimemente vengono considerati i dischi più straordinari del cantautore bolognese erano già usciti, decisamente troppo sofisticati perché allora potessi capirli. Li ho scoperti molto tempo dopo.
Tuttavia Dalla ce l’avevo ben presente, anzi, era quasi uno di famiglia. Questo perché era stato il presentatore della prima edizione di Gli eroi di cartone. Era un programma della TV dei ragazzi della RAI, che proponeva vari cartoni animati. Il mio preferito era Nembo Kid (cui in Italia avevano affibbiato il nome autarchico di Superman, ma in realtà era, credo, Hawkman), ma il bello della trasmissione era che facevano vedere anche tanti classici, dando loro un inquadramento storico e anche tecnico, spiegando cioè come venivano fatti. Era il 1970, avevo cinque anni.
Pensateci bene: era la RAI ingessata di Bernabei, quella che per tanti anni abbiamo deprecato, in cui era proibito dire “membro” e per una battuta sul Presidente della Repubblica si rischiava il posto. Però era anche quella in cui ai bambini si proponeva un programma che, senza minimamente essere noioso (io non me ne perdevo una puntata!), era anche culturale nel senso migliore del termine. E lo facevano condurre a un cantautore 27enne irsuto, che per giunta usava come sigla una canzone nonsense a base di scat e jazz, come questa:

Fumetto era stata incisa l’anno prima nel secondo album di Dalla, Terra di Gaibola, e credo sia rimasta nel cuore di tanti bambini dell’epoca. Per esempio in quello di Makkox, evidentemente. Ecco, sono grato a Dalla per quella trasmissione, di cui ricordo ben poco, ma dalla quale sono sicuro di avere imparato tantissimo.
L’altra canzone che vi propongo è di diversi anni più tardi, del 1985. Proviene da Viaggi Organizzati, album in cui Dalla comincia la collaborazione con Mauro Malavasi, cosa che ancora oggi molti vituperano. A me invece il suono molto elettronico di quel periodo (non solo di questo disco ma anche di altri dischi italiani, come E già di Lucio Battisti) piace tuttora molto. Ma, al di là dell’arrangiamento, Washington è una gran bella canzone. Ed è tra l’altro un autentica canzone fantascientifica, non della fantascienza favolistica cui occasionalmente ricorrono i cantautori nostrani, ma proprio fantascienza vera, lo spaccato di un mondo complicato e disperato. E Dalla la interpreta benissimo con una tensione che sale lentamente fino a esplodere nel finale.
Per molti anni, quando si parlava di Dalla, io citavo Washington e la risposta piu frequente che ottenevo era “Huh?”. Mi fa piacere che Luigi Bernardi mi abbia detto che lui la considera una delle più belle canzoni italiane di sempre.

Fantascienza XL

Dall’altro ieri è in edicola il primo numero col nuovo stile della rivista XL che, pur avendo mantenuto il nome, è in formato più compatto (e a mio avviso, di più comoda lettura).
Il motivo di cui ve ne parlo, però, non è il nuovo stile, bensì due nuove rubriche che saranno gestite dal sottoscritto. Una sarà un piccolo spazio destinato alle recensioni di nuove uscite di fantascienza, all’interno di X-Voto – Libri. L’altra sarà una rubrica di diverse pagine denominata Futurama, in cui presenteremo ogni mese un racconto di fantascienza d’epoca, illustrato da un artista moderno, e con un breve commento da parte mia. Questo mese si comincia con Ray Bradbury, di cui presentiamo un estratto da Cronache Marziane, splendidamente illustrato dall’amico Franco Brambilla.
Inutile dirvi quanto mi faccia piacere poter parlare di fantascienza ai lettori di una testata ad amplissima diffusione come XL. In particolare, quando il direttore Luca Valtorta mi ha proposto di occuparmene nel corso di una chiacchierata durante Lucca Comics & Games, pensavo di avere trovato il lavoro ideale. Cosa c’è di meglio di essere pagato per scegliere dei bei racconti classici? C’è però il rovescio della medaglia, e cioè che la scelta deve sottostare a diversi limiti, il più grosso dei quali è la lunghezza. Lo spazio a disposizione sulle pagine di XL sembra tanto, ma alla fine si tratta di meno di 20.000 caratteri, quando la stragrande maggioranza dei racconti celebri ne misura almeno 30.000, e spesso molti di più. Oltre a questo, il racconto deve offrire spunti per le illustrazioni, e deve incontrare non solo il mio gusto ma anche quello della redazione. Insomma, certe volte trovare un candidato è veramente difficile. Il che non toglie che si tratti di una bellisisma sfida, che sto affrontando con piacere e che cercherò di svolgere nel migliore dei modi. Sono graditissimi i suggerimenti (anche se, ovviamente, non è detto che possa seguirli, perlomeno non tutti).
Se il tempo me lo consentirà, cercherò di svolgere regolarmente approfondimenti su questo blog, sia per quanto riguarda i racconti di Futurama, sia per i romanzi segnalati.

Morire per vivere

La Terra ha ormai colonizzato un gran numero di pianeti, ma una legge-quarantena che protegge il nostro mondo dalle contaminazioni proibisce a chi se ne va di ritornare indietro. John Perry ha 75 anni, è appena rimasto vedovo, e non si aspetta più molto dalla vita. Accetta perciò di arruolarsi nelle Forze di Difesa Coloniale: dovrà combattere per due anni o più, ma in cambio, dicono, ritornerà artificialmente giovane…

È ormai rarissimo che in Italia vengano tradotti romanzi inediti di fantascienza  (fatta eccezione per quelli ispirati a film, TV o videogiochi). Lode quindi a Gargoyle che ha portato in Italia il primo volume della fortunata serie di John Scalzi, Old Man’s War.
La lettura del libro mi ha dato fin dall’inizio una sensazione di “vecchia fantascienza”, sia in senso positivo che negativo. Da un lato, fa piacere leggere un romanzo che non è un thriller mascherato, e nemmeno si basa su ipotesi scientifiche tanto esotiche da essere difficile da seguire, come spesso capita con i testi moderni. Dall’altro, però, l’opera presenta alcune mancanze che sono disposto a perdonare ai classici, ma non alla narrativa di questo millennio.
La prima cosa che colpisce della scrittura di Scalzi è che rinuncia a tutti gli abusati meccanismi che gli scrittori di genere odierni utilizzano per creare tensione: non ci sono narrazioni parallele, cambiamenti di punto di vista, flash-back o flash-forward. La narrazione è lineare, in prima persona e segue un unico personaggio. Questo può sembrare semplicistico, ma mi sono convinto che sia un pregio: Scalzi sa tenere viva l’attenzione del lettore sulla propria storia senza trucchi non necessari, e non è da tutti.
L’altra caratteristica notevole di Scalzi è l’originale ed efficace miscuglio di stili. Le scene di battaglia sono rappresentate con un convincente equilibrio tra avventura e crudo realismo, degno dei migliori romanzi d’azione. Gli alieni, invece, sono descritti con un paradossale umorismo nero che fa pensare quasi a un Robert Sheckley o a un Douglas Adams. Infine, il vero filo conduttore dell’opera è il tentativo del protagonista e dei suoi compagni di rimanere umani pur essendo catapultati in un mondo totalmente alieno con corpi e menti artificiali. Un tema non nuovo, ma che l’autore tratta seguendo una malinconica vena introspettiva, l’autentico pregio del romanzo.
Dal punto di vista del realismo tecnologico, alcune parti sono convincenti, altre molto meno. Mi è piaciuta molto la descrizione dei corpi dei soldati, del computer che hanno installato nella testa e dell’uso che ne fanno. Ho però forti dubbi sul fatto che una futura guerra interstellare si combatterà scaricando migliaia di fanti sulla superficie dei pianeti. Da questo punto di vista, trovavo più convincente Fanteria dello spazio (il libro, non il film), dove i “fanti” spaziali usano armature, volano, sparano armi nucleari e si muovono a centinaia di chilometri l’uno dall’altro. Mi è difficile credere una battaglia contro gli alieni somiglierebbe al Vietnam o allo sbarco in Normandia.
Più in generale, a parte la descrizione dell’esercito, manca un serio tentativo di creare un mondo credibile nel suo insieme dal punto di vista economico, sociale o tecnologico. La società delle colonie spaziali non viene mai mostrata, mentre le scene ambientate sulla Terra hanno un sapore addirittura retrò, potrebbero svolgersi negli anni Cinquanta. Paradossalmente, alle reclute vengono distribuiti dei “PDA” su cui scrivere usando uno stilo: roba che era già nei negozi quando il romanzo è uscito, e che oggi è già obsoleta (persino il termine PDA non si usa più!).
Quello che però non sono proprio riuscito a digerire in Morire per vivere è il sottinteso politico di fondo. Questo viene esplicitato in un discorso che un ufficiale fa alle reclute: la guerra è brutta, ma necessaria e inevitabile. Le risorse dell’Universo sono scarse, ed essere meno aggressivi significherebbe rimanere indietro rispetto alle altre razze e soccombere. Talvolta si può trovare una soluzione pacifica, ma nella maggioranza dei casi le culture aliene sono troppo diverse dalla nostra per trovare un terreno comune. Quindi la guerra è l’unica soluzione. E non solo la guerra difensiva, ma anche quella offensiva: una delle operazioni militari descritte è un attacco preventivo a una civiltà “concorrente”, la cui società ed economia vengono chirurgicamente devastate, riportandole a un’era preindustriale e riducendo la popolazione alla carestia e al caos.
So che non bisogna confondere le opinioni di un personaggio con quelle dell’autore, tuttavia Scalzi, perlomeno nel corso di questo romanzo, non ci offre alcuna visione alternativa. A qualcuno viene il dubbio che le cose potrebbero andare un po’ diversamente, ma né il protagonista né i suoi amici pensano mai di mettere in discussione la struttura di cui fanno parte. L’unico personaggio che si ribella viene rappresentato come un idiota sognatore che si fa ammazzare in modo ridicolo senza concludere nulla. L’esercito, d’altra parte, viene descritto come un’organizzazione dura e severa ma anche giusta ed efficientissima, del tutto scevra da bullismo, disorganizzazione, corruzione o incompetenza.
Inutile usare giri di parole: a mio avviso Morire per vivere trasuda militarismo, e fa un elogio della guerra e dell’imperialismo che riecheggia alla perfezione le posizioni dell’amministrazione Bush sullo “scontro di civiltà”. Probabilmente era difficile aspettarsi altro da un autore che ha fatto di Robert Heinlein il proprio modello, ma resto comunque molto deluso. Specie dopo aver letto romanzi come Il ritorno delle furie o Black Man di Richard Morgan, che descrivono azioni militari sposandole a un’analisi politica di ben altro colore (e spessore).
Riassumendo: Morire per vivere è un romanzo avvincente, divertente e ben scritto, che mescola in modo proporzionato azione pura, umorismo e la storia toccante di un uomo che rinasce in un mondo nuovo. Tuttavia per goderselo bisogna essere capaci di astrarsi dalla visione politica discutibile che l’autore usa come sfondo.
Concludo accennando alla traduzione, che si lascia leggere ma è sicuramente migliorabile. Anche se la scrittura piana di Scalzi volta in italiano rimane scorrevole e briosa, nel caso di espressioni idiomatiche o insolite la traduttrice ha preso più volte fischi per fiaschi. Un esempio: la frase “No shit”, che significa all’incirca “Sul serio”, “Vuoi scherzare” o “Proprio così”, viene tradotta letteralmente con un “No, merda” privo di senso.
AGGIORNAMENTO: Ho intervistato via e-mail John Scalzi (persona molto gentile e professionale), che di fronte alle mie domande “politiche” ha preso un po’ le distanze dalla mia interpretazione. Ne riparleremo tra qualche settimana, quando pubblicherò l’intervista.

Più lenti della luce

Avevo scritto:

“Teniamo presente che la cosa tuttora più probabile è che si tratti di un errore. […] A volte i risultati più improbabili hanno cause del tutto banali, e ci vogliono anni per scoprirle. Quindi prepariamoci alla possibilità che tra qualche mese o anno tutto finisca nel nulla.

Da allora sono passati cinque mesi, e ora pare proprio che le cose stessero così. Devo ammettere però che, come causa dell’errore che ha fatto pensare che i neutrini potessero essere più veloci della luce, mi aspettavo comunque qualcosa di più interessante di un cavo fissato male.

La talpa

Control, il capo dell’Intelligence Service, è convinto che tra i suoi uomini si nasconda una “talpa”. Ma il tentativo di dimostrarlo finisce in disastro, con un agente ucciso all’estero, e Control è costretto a lasciare. Due anni dopo, però, si fa vivo un agente disperso che sostiene che la talpa c’è davvero. Il governo decide allora di affidare a George Smiley, il più fedele collaboratore di Control, anche lui dimissionario, un’indagine segreta per scoprire la verità.

Cominciamo con un’avvertenza: La talpa è un film che richiede tutta l’attenzione dello spettatore. Se vi perdete un nome, un dettaglio, un volto, rischiate di non capire più nulla. Questo, a mio avviso, non è un difetto: è una caratteristica essenziale del film di spionaggio classico, in cui il godimento sta proprio nel vivere lo stesso sforzo mentale dei protagonisti. Quindi, se non vi ritenete capaci mantenere di questo tipo di attenzione per due ore e venti, guardate qualcosa d’altro, che è meglio.
Abbiamo detto “spionaggio classico”, e in effetti La talpa (che è tratto da un romanzo di John Le Carré, uno dei più perfetti testi del genere di tutti i tempi) è lontanissimo dai film di agenti segreti alla 007 o alla Mission Impossible. Ogni inquadratura è pervasa da uno squallore dalla sfumatura tipicamente britannica (citiamo tra tutte quella in cui i funzionari dell’MI6 si rilassano nuotando, pallidi e occhialuti, in una piscina grigia e angusta) che è l’esatto opposto del glamour. Non ci sono lunghe scene d’azione, bensì una costante sensazione di tensione che, quando si risolve, lo fa con una violenza fulminea e antispettacolare che, proprio per questo, appare ancora più brutale allo spettatore.
Gli sceneggiatori hanno fatto un piccolo miracolo nel far stare in poco più di due ore di film la complicatissima vicenda narrata dal romanzo senza semplificarla o sacrificare personaggi, e soprattutto conservandone la claustrofobica atmosfera. In particolare, penso sia resa benissimo la violenza psicologica sottesa tra i due omologhi e avversari, Smiley e Karla, che lascia una sensazione amara più ancora della violenza fisica.
Non mi basterebbe lo spazio per dire quanto siano bravi tutti gli attori. Un cast di splendidi professionisti: John Hurt, Mark Strong, Tom Hardy, Colin Firth, Benedict Cumberbatch (quello di Sherlock), sui quali spicca un grandissimo Gary Oldman, impeccabile nel rappresentare uno Smiley controllato e calcolatore ma che nondimeno lascia intravedere profonde emozioni sotto la superficie.
L’unica critica che mi sento di fare al film è che il finale risulta un po’ troppo rapido, e non approfondisce a sufficienza le ragioni che hanno spinto la talpa a diventare tale. Geniale però l’idea di accompagnare le ultime scene con una canzone di Julio Iglesias, un contrappunto ironico e stridente al triste trionfo di Smiley.
Con questo film Tomas Alfredson si conferma un regista dalle capacità eccezionali. La talpa è forse, per le sue caratteritiche intrinseche, un’opera meno emozionante del bellissimo Lasciami Entrare (film per cui nutro un’ammirazione sviscerata), ma è comunque altrettanto riuscita.
Nota finale: il titolo originale del film e del romanzo è Tinker Tailor Soldier Spy, e deriva da una tradizionale “conta” inglese che recita: “tinker, tailor, soldier, sailor, rich man, poor man, beggarman, thief” (“calderaio, sarto, soldato, marinaio, ricco, povero, mendicante, ladro”), dalla quale Control prende i nomi in codice con cui designa tutti i personaggi della vicenda. Nel film la cosa non viene spiegata, e lo spettatore ignaro può rimanere un po’ stupito dal fatto che all’improvviso si cominci a parlare di “calderaio”, “sarto”, “soldato e così via.

Hugo Cabret

Parigi, 1930. Hugo è un orfano che vive nei cunicoli della stazione Montparnasse di Parigi, dove mantiene in funzione gli orologi sostituendosi allo zio, un ubriacone scomparso da tempo. Il suo scopo nella vita è rimettere in funzione un automa scrivano lasciatogli in eredità dal padre, convinto che ciò che scriverà sarà un messaggio destinato a lui.

Questo è un film che aspettavamo un po’ tutti al varco: quello in cui a cimentarsi col 3D non è uno specialista di film d’azione come Cameron e Spielberg, non è un oscuro mestierante alla ricerca del blockbuster, ma un vero e riconosciuto Autore. Certo, il fatto che abbia scelto una sceneggiatura tratta da un oscuro romanzo per ragazzi faceva sorgere qualche perplessità, che non si è del tutto dissipata con la visione.
Funziona davvero il 3D d’autore? A mio avviso sì, ma non del tutto. La regia di Hugo Cabret è talmente inventiva e spettacolare da giustificare da sola la visione del film. In alcune scene (per esempio quella in cui Hugo rischia di essere travolto dal treno) la tridimensionalità viene sfruttata alla perfezione e dà veramente la sensazione di essere trascinati “dentro” lo schermo. In generale, Scorsese ha un utilizzo molto “reale” del 3D, lo usa non solo per vertiginose prospettive ma per immergerti in masse di folla o di nebbia, oppure per esplicitare la metafora sottintesa al film, in cui tutto quanto, da Parigi fino al poliziotto che lo minaccia, non è che un colossale meccanismo al quale il protagonista si sforza di dare un senso e uno scopo. E tuttavia non ho potuto a volte evitare la sensazione che il tutto fosse un po’ troppo artificioso e insistito, e che senza 3D si sarebbe potuto realizzare un film altrettanto coinvolgente.
Al di là del 3D, Hugo Cabret è comunque un film tutto da guardare, con ottimi interpreti (il giovane protagonista, ma anche un impeccabile Sacha Baron Coen nella parte del poliziotto), splendidi costumi e scenografie, un sentito e coinvolgente omaggio al cinema muto, e tantissimi piccoli dettagli realizzati con cura maniacale anche dove il pubblico probabilmente non li noterà (quanti, per esempio, si saranno accorti del James Joyce inquadrato per un istante tra i frequentatori di un caffè parigino, o il fatto che il chitarrista che vi suona sia Django Reinhardt?).
Tuttavia credo che Hugo Cabret si fermi un passo prima di essere davvero un grande film, e che questo sia dovuto soprattutto alla sceneggiatura. La storia, infatti, somiglia molto a un pretesto per permettere a Scorsese di parlare del cinema di Méliès, e per il resto è inutlmente arzigogolata, con personaggi privi di spessore, troppo infantile per risultare credibile a un adulto e troppo adulta per interessare davvero un bambino. Ne consiglio comunque la visione, perché è un grande spettacolo, ma non è tra i capolavori cui il regista italoamericano ci ha abituato.

The Double (anteprima)

Paul, agente della CIA in pensione, viene consultato dal suo capo poiché la spia russa cui aveva dato la caccia per vent’anni, nome in codice Cassius, sembra improvvisamente rientrata in azione. Paul si dice convinto che Cassius sia morto, e inizialmente si rifiuta di avere a che fare con Ben, il giovane criminologo che ritiene di poter stanare la spia. Tuttavia, quando gli viene detto che Brutus, il più letale collaboratore di Cassius, è vivo e in prigione, accetta di collaborare.

Chissà come mai all’improvviso sono tornati i film di spionaggio, resi praticamente obsoleti dalla fine della Guerra Fredda? Comunque sia, questo The Double, opera di un duo produttore/regista noto finora solo per sequel e remake, parte pieno di buone intenzioni, ma non riesce a rinverdire i fasti del genere.
Il film parte molto bene, facendo crescere gradatamente la suspence con una serie di personaggi e situazioni semplici ma ben costruiti, e poi buttando tutto all’aria dopo mezz’ora, con un colpo di scena che ci mostra che tutto quello che credevamo di aver capito era sbagliato. Una volta scoperte le carte, però, la tensione cala parecchio. Una delle cause è che lo spessore politico del film è nullo. Per giustificare tanto movimento di spie russe a Washington si inventa un improvviso peggioramento delle relazioni USA/Russia, ma senza motivarlo in alcun modo. Così non solo va persa una delle principali attrattive dei film di spionaggio, cioè quello di svelare i retroscena della politica mondiale, ma tutte le indagini condotte per catturare le spie diventano forzatamente vaghe e poco credibili. Alla fine tutto si risolve con inseguimenti e sparatorie, e il colpo di scena finale, che potenzialmente avrebbe potuto risollevare il film, viene buttato via in una scena di scarso impatto. In generale, la regia si eleva raramente sopra un livello da telefilm poliziesco. Peccato, perché il film, pur essendo la copia di una copia (mi fa venire in mente Senza via di scampo, che a sua volta era un remake), nella prima parte allinea alcune buone idee (il piano di fuga di Brutus, per esempio) che avrebbero meritato di essere sostenute fino in fondo.
Tra gli attori, Richard Gere se la cava bene nel difficile compito di apparire credibile, a 62 anni, nel ruolo di duro uomo d’azione, ed è efficace anche il Brutus di Stephen Moyer (il vampirone della serie True Blood). Il coprotagonista Topher Grace non brilla particolarmente in un ruolo che gli offre poche possibilità, mentre Martin Sheen appare un po’ imbalsamato come capo della CIA.
Il film uscirà nelle sale il prossimo 9 marzo. Io l’ho visto in lingua originale.