Mancano solo pochi giorni al termine della raccolta di firme per istituire un referendum che abolisca l’orrenda legge elettorale attualmente in vigore per le elezioni poltiche, detta Porcellum da quando il suo stesso ideatore, il leghista Calderoli, la definì elegantemente “una porcata”.
L’effetto del referendum in questione (se raccogliesse sufficienti firme, raggiungesse il quorum e fosse votato dalla maggioranza degli elettori) sarebbe di ripristinare la legge elettorale precedente (detta Mattarellum dal nome del suo ideatore, il democristiano Sergio Mattarella), cioè un sistema a turno unico per tre quarti maggioritario e per un quatro proporzionale.
Il Mattarellum a mio avviso non è la migliore legge elettorale possibile (personalmente sono un fautore dei sistemi che non si limitano a far scegliere all’elettore una sola forza politica, ma gli permettono di stabilire una gerarchia di valore tra le forze in campo, come l’australian ballot, il voto singolo trasferibile e, in misura minore, il maggioritario a doppio turno; spero di avere il tempo di discuterne in un post futuro). Tuttavia è una legge che è stata in vigore in passato e si è dimostrata funzionante. Il ripristinarla restituirebbe agli elettori la possibilità di influire sulla scelta dei propri rappresentanti in Parlamento. Il principlae difetto del Porcellum, infatti, è quello delle liste bloccate: non si vota per i candidati singoli e non si esprime un voto di preferenza, ma si vota “in blocco” per una lista di candidati creata dai segretari di partito, senza la possibilità di negare il voto a candidati sgraditi o di favorire l’elezione di quelli preferiti. Le nefaste conseguenze di questa legge, in termini di qualità e indipendenza di giudizio degli eletti, si sono viste abbondantemente.
Il ritorno del Mattarellum sarebbe un importante strumento per accelerare il rinnovamento della classe politica che tutti auspicano, dato che per i partiti (tutti!) sarebbe molto più difficile presentare candidati vecchi e screditati. Dal punto di vista politico, inoltre, il referendum contribuirebbe anche ad accelerare la caduta dell’attuale governo. Berlusconi ha bisogno del Porcellum per mantenere il controllo sulla sua maggioranza ormai a un passo dall’implodere. La minaccia del referendum potrebbe indurlo a elezioni anticipate pur di poter votare con la vecchia legge. Risultato che considero auspicabile.
La raccolta di firme prosegue fino al 30 settembre, negli uffici anagrafe dei comuni e negli appositi banchi del comitato promotore. Qui trovate la lista dei luoghi dove si può firmare, ma attenzione! In alcuni luoghi la raccolta si chiude in anticipo (per esempio, a Milano in piazza San Babila il gazebo è attivo solo fino a domani, lunedì 26). Quindi, se non lo avete ancora fatto, sbrigatevi a firmare!
Anniversari
- L’11 settembre 2001, terroristi affiliati ad Al Qaeda e provenienti in gran parte dall’Arabia Saudita dirottarono quattro aerei di linea con l’obiettivo di farli precipitare su edifici statunitensi. Ci riuscirono in tre casi su quattro, distruggendo le due torri gemelle del World Trade Center a New York e parte del Pentagono a Washington. Morirono complessivamente quasi 3.000 persone.
In seguito a tale attacco, gli Stati Uniti dichiararono una “Guerra al Terrore” e attaccarono l’Afghanistan (colpevole di avere ospitato i terroristi di Al Qaeda) e l’Iraq (accusato di complicità col terrorismo con prove che in seguito si rivelarono false). Nelle due guerre è rimasto ucciso complessivamente un numero di civili stimabile tra i 100.000 e i 900.000. Le operazioni militari non si sono ancora concluse.
L’uomo ritenuto l’ideatore degli attacchi dell’11 settembre, Osama Bin Laden, è stato ucciso lo scorso 2 maggio da truppe americane in Pakistan. - L’11 settembre 1982 le forze internazionali che proteggevano i campi profughi palestinesi in Libano dalla sanguinosa guerra civile che imperversava nel Paese si ritirarono, lasciando il controllo dei campi all’esercito israreliano che occupava il Libano meridionale. Tre giorni dopo, il neoletto presidente del Libano Bachir Geamyel fu ucciso in un attentato di matrice siriana. Due giorni dopo, Israele permise a miliziani cristiano-falangiste di entrare nei campi alla ricerca di terroristi. I falangisti, comandati da Elie Hobeika, non si limitarono a questo, ma effettuaraono una rappresaglia per l’assassinio di Gemayel, uccidendo tra gli 800 e i 3.000 civili, inclusi donne e bambini.
Hobeika fu ucciso in un attentato vent’anni dopo. L’indagine di una commissione indipendente ritenne il generale isreaeliano Ariel Sharon indirettamente responsabile del massacro per aver consentito e facilitato l’ingresso dei miliziani, il che non gli impedì di diventare successivamente premier di Israele. - L’11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet, con la complicità degli Stati Uniti, rovesciò con un colpo di Stato il governo democraticamente eletto del Cile. Il presidente cileno Salvador Allende morì quello stesso giorno, secondo alcuni suicida, secondo altri assassinato dai golpisti.
Nei 17 anni di dittatura di Pinochet circa 3.000 persone furono uccise per motivi politici, e circa 30.000 furono arrestate e spesso torturate.
Due anni dopo, il Cile di Pinochet, insieme ai governi di Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Bolivia, e con l’assistenza degli Stati Uniti, si pose alla testa dell’Operazione Condor, un piano per eliminare ogni forma di opposizione di sinistra dal Sud America. Si stima che a causa di azioni dell’Operazione Condor almeno 60.000 persone siano state uccise in vari Paesi sudamericani (in particolare Argentina e Uruguay).
A Dance with Dragons
Mentre a Nord Jon Snow, nuovo comandante dei Guardiani della Notte, cerca di ottenere una pace definitiva con i Bruti e di preparare la Barriera all’attacco degli Estranei, all’Est Daenerys Targaryen scopre che governare una città è molto più difficile che conquistarla, e che l’abolizione della schiavitù le ha procurato tanti subdoli nemici dai quali è difficile difendersi. Nel frattempo due uomini cercano di raggiungerla: il principe Quentyn Martell, che vuole chiederla in sposa offrendole la potenza di Dorne per riconquistare Westeros, e Tyrion Lannister, in fuga dopo l’assassinio del padre Tywin.
Ebbene sì: in tre settimane circa ho finito il colossale tomo (960 pagine di romanzo effettivo, senza contare l’appendice con l’elenco dei personaggi) che è il quinto volume della saga di A Song of Ice and Fire. Questo mi mette in una posizione di notevole vantaggio rispetto a coloro che, per necessità o per scelta, intendono leggerlo in italiano. I quali, secondo le ultime indiscrezioni, potrebbero se tutto va bene avere in mano la traduzione già a settembre, ma solo la prima fetta: il romanzo verrà sicuramente spezzato in almeno due tronconi, forse tre, e perciò potrebbe passare ancora un anno e più prima che possano leggere tutto. Per rispetto nei loro confronti cercherò di esprimere le mie considerazioni evitando il più possibile di rivelare il contenuto del romanzo (chi invece non riesce a resistere vada in fondo al post).
Una cosa va detta in primo luogo: suddividere il materiale di A Feast for Crows e A Dance with Dragons secondo un criterio geografico e non cronologico è stata probabilmente una scelta obbligata (per evitare di lasciare i lettori in sospeso per più di dieci anni), ma resta una pessima idea dal punto di vista narrativo. Le vicende qui narrate sono il seguito diretto non di quelle di A Feast for Crows, ma di A Storm of Swords, uscito ben undici anni prima, e anche chi ha buona memoria come il sottoscritto fa una discreta fatica a ricollegare i fili (ho dovuto ricorrere all’utilissimo sito A Wiki of Ice and Fire per farmi tornare in mente alcuni personaggi). Inoltre, tanto per aumentare la confusione, Dance inizia con la partenza per Oldtown di Samwell Tarly, una scena già vista in Feast ma che qui appare da un diverso punto di vista: il lettore deve tenere a mente che molti degli eventi di Feast qui non sono ancora accaduti. Infine, il criterio geografico vale solo fino a poco oltre la metà del libro, dopodiché cominciano a riapparire anche Cersei, Jaime e altri personaggi di Feast. insomma, un guazzabuglio che sarebbe stato meglio evitare.
Non si sfugge, inoltre, all’impressione che la serie stia strabordando al di là di ogni ragionevole confine. Non solo per la mera lunghezza, ma anche per la complessità: in Dance appaiono ben 16 punti di vista diversi (senza contare il prologo e l’epilogo, tradizionalmente affidati a personaggi “una tantum”), ma ciononostante, per mancanza di spazio, alcune linee narrative non sono state proseguite (o lo sono state solo per accenni). Inoltre Martin continua ad aggiungere carne al fuoco: in Dance viene trattata in grande dettaglio tutta la politica delle città libere (Meeren, Yunkai, Qarth, Braavos, Pentos, Volantis), raddoppiando la complessità dell’universo fantastico in cui si svolge la storia; vengono aggiunti due personaggi del tutto nuovi; e soprattutto viene fatta una rivelazione del tutto inattesa che capovolge uno degli assunti fondamentali su cui finora la serie si reggeva. Per giunta, nessuna delle vicende in gioco sembra avviarsi verso una soluzione in tempi brevi; anzi, si può dire che ognuno dei personaggi, se è rimasto in vita, conclude il romanzo in una situazione ben più complicata rispetto all’inizio. C’è veramente da chiedersi se gli ulteriori due romanzi programmati basteranno a Martin per districare tutti i fili di una matassa sempre più contorta.
Al di là di queste preoccupazioni “strutturali”, tuttavia, bisogna dire che Martin non ha perso la mano. Personalmente qualche timore ce l’avevo, dato che avevo trovato Feast un libro meno avvincente dei precedenti tre, con alcune lungaggini e un certo senso di stanchezza generale. Ma ora posso dire che si trattava solo di un effetto dovuto all’assenza dalla scena di quasi tutti i personaggi più interessanti. In Dance il ritmo torna a farsi intenso, e i colpi di scena fioccano. C’è molta politica, ma anche molta azione e, rispetto ai precedenti episodi, molta più magia, anche se permane il cinico realismo cui l’autore statunitense ci ha abituato. L’unico neo è che, concluso il romanzo, quasi tutto rimane ancora in sospeso, e chissà quando potremo leggere il seguito della storia.
Tirando le somme, sono 960 pagine del Martin che amiamo, e chiunque abbia apprezzato A Song of Ice and Fire fino a questo punto non rimarrà deluso. Certo, alcune svolte e alcune novità mi hanno lasciato perplesso, ma credo che si potrà dare un giudizio al riguardo solo a opera conclusa (e speriamo di poterlo fare, prima o poi!).
Se vi è rimasta qualche curiosità, qui sotto ho preparato alcune rivelazioni ulteriori, in forma di domanda e risposta e protette da un antispoiler. Se proprio volete sapere le risposte alle domande, fate clic sui vari “mostra”.
A chi appartengono i punti di vista in questo libro?
[peekaboo name=”1″]
[peekaboo_content name=”1″]I punti di vista piu’ frequenti sono quelli di Jon, Daenerys e Tyrion, piu’ quello di un quarto personaggio che già aveva avuto un punto di vista in passato, ma che ora riappare sotto un nome diverso che preferisco non rivelare. Con un numero minore di capitoli appaiono Arya, Bran, Cersei, Davos, Asha, Victarion e, in un solo capitolo ciascuno, Jaime, Melisandre e Areo Hotah. Infine ci sono tre nuovi punti di vista: Quentyn Martell, Barristan Selmy e un personaggio del tutto nuovo di cui non posso assolutamente parlare senza rivelarvi troppe cose. In più, come sempre, ci sono un prologo e un epilogo affidati a punti di vista una tantum: un bruto oltre la Barriera e Kevan Lannister (fratello di Tywin).[/peekaboo_content]
Si scopre se i fratelli Clegane sono veramente morti?
[peekaboo name=”2″]
[peekaboo_content name=”2″]La certezza non c’è, perlomeno in questo libro. Uno dei due (non vi dico quale) sembra sia stato visto vivo. Dell’altro sono state portate prove della morte. Ma alcuni indizi alla fine del libro sembrano alludere a qualcosa di molto bizzarro…[/peekaboo_content]
E se Brienne di Tarth è stata veramente giustiziata?
[peekaboo name=”3″]
[peekaboo_content name=”3″]Il destino di Brienne viene rivelato in questo libro, ma molto di sfuggita. Dovremo attendere il prossimo per saperne di più.[/peekaboo_content]
Si scopre che fine ha fatto Benjen Stark?
[peekaboo name=”4″]
[peekaboo_content name=”4″]Nemmeno per idea. Nonostante molte scene siano ambientate oltre la Barriera, il destino del fratello di Eddard rimane ignoto.[/peekaboo_content]
E Rickon Stark?
[peekaboo name=”5″]
[peekaboo_content name=”5″]Idem come sopra. Lui, Osha e Cagnaccio sembrano scomparsi nel nulla.[/peekaboo_content]
Si rivede Jorah Mormont?
[peekaboo name=”6″]
[peekaboo_content name=”6″]Lui sì, e ha una parte piuttosto importante.[/peekaboo_content]
Quali sono i personaggi che non appaiono in questo libro?
[peekaboo name=”7″]
[peekaboo_content name=”7″]Nessuna notizia di Sansa Stark e Ditocorto. E nemmeno di Euron “occhio di corvo” Greyjoy e della sua ricerca di draghi, di Aeron “capelli bagnati” Greyjoy, di Jaqen H’ghar, o di Catelyn Stark e del suo gruppo. Anche Samwell Tarly fa solo una breve apparizione all’inizio, in una scena che avevamo già visto nel libro precedente da un altro punto di vista, dopodiché scompare; delle sue ricerche a Oldtown nulla ancora si viene a sapere. Myrcella Lannister viene nominata, ma non si vede mai direttamente. E questi sono solo quelli che mi vengono in mente.[/peekaboo_content]
Muoiono personaggi importanti?
[peekaboo name=”8″]
[peekaboo_content name=”8″]Dipende dalla vostra idea di “importanti”. Anche in questo libro di morti ce ne sono parecchie, incluso almeno uno dei punti di vista. Inoltre, una volta girata l’ultima pagina, c’è un gran numero di personaggi (incluso uno che ero certissimo sarebbe sopravvissuto fino alla fine della storia) la cui sorte è del tutto incerta. Se tutti coloro che sono stati dati per morti lo sono davvero, il bilancio potrebbe essere altissimo… ma dovremo attendere anni per saperlo.[/peekaboo_content]
Letture in breve 2011 (1)
Questo è il primo di una serie di post in cui periodicamente riassumerò tutte le letture fatte per le quali non ho ritenuto opportuna (o non ho avuto tempo o voglia di scrivere) una recensione più approfondita.
Andrea Camilleri – Il gioco degli specchi
Il precedente volume della serie del commissario Montalbano, Il sorriso di Angelica, era talmente brutto e raffazzonato che avevo detto che non avrei più comprato altri romanzi della serie. Poi il desiderio di leggere qualcosa di leggero, unito alle recensioni positive lette su aNobii, mi hanno convinto a recedere dalla decisione. Ma ho fatto male. Pur essendo sicuramente migliore del precedente, anche Il gioco degli specchi non risolleva la serie dalla sua decadenza: i personaggi sono sempre uguali a se stessi e ripetono le stesse gag, e per l’ennesima volta la trama è imperniata su una giovane e bellissima donna che fa perdere la testa al commissario (unica attenuante: perlomeno questa volta Montalbano non ci fa la figura del cretino). Per giunta c’è almeno un elemento della vicenda che è completamente fuori dalla realtà: un tentativo da parte di TeleVigata, l’emittente televisiva nemica del commissario, di riprenderlo in casa sua durante un rapporto sessuale per poi trasmettere le immagini come prova dello “scandalo”. In primo luogo, non si vede dove sarebbe lo scandalo, visto che il sesso extraconiugale non è più reato da tempo. Ma soprattutto, una cosa del genere configura tanti di quei reati (violazione di domicilio, riprese non autorizzate, diffamazione…) che la televisione che ci provasse chiuderebbe il giorno dopo. Questo è il tipo di svarioni che per me sono sufficienti a stroncare qualunque poliziesco.
Liniers – Macanudo n.1
Girando per il Salone del Libro di Torino mi sono imbattuto in questo fumetto che, una volta aperto, non ho potuto fare a meno di acquistare. È una classica “striscia”, con personaggi sia fissi, sia occasionali, e che mette insieme un gran numero di elementi disparati, da gag semplici e poetiche fino a un bizzarro umorismo metafumettistico, che può ricordare “grandi” come Mafalda, Pogo, i Peanuts. A mio avviso un fumetto di altissimo livello. Consigliato.
Gonςalo M. Tavares – Il signor Valery
Una serie di brevi raccontini che descrivono la bizzarra filosofia del signor Valery, personaggio che segue in ogni sua manifestazione una logica ferrea, eppure rimane perennemente al di fuori di quello che non consideriamo il buon senso. Quando ho ricevuto in regalo questo libro, mi sono chiesto che cosa mi volesse dire. Ora penso che il suo messaggio sia questo: la logica dei nostri sentimenti profondi non è quella euclidea.
Jonathan Lethem – Men and Cartoons
Una raccolta di racconti tutti imperniati sull’interscambio tra la realtà e l’universo dei fumetti (in particolare di quello dei supereroi). Alcuni sono realistici, altri invece introducono elementi fantastici in una realtà altrimenti normale, come Lethem ci ha abituato in alcuni dei suoi romanzi. Complessivamente non credo sia da annoverare tra le opere fondamentali dell’autore statunitense, ma tuttavia mi ha lasciato una sottile inquietudine, come se mi avesse rivelato i modi sotterranei in cui gli innumerevoli fumetti che ho letto hanno influenzato la mia vita e il mio modo di essere.
Luigi Bernardi – Niente da capire
Una raccolta di racconti brevissimi, ognuno imperniato su un caso di omicidio che Antonia Bonanni, magistrata inquirente, è chiamata a istruire. Lo scopo di Bernardi è evidentemente quello di mettere insieme il suo personale requiem per il romanzo giallo, allineando una serie di casi che si risolvono da soli senza richiedere complicate indagini, e ciononostante ancora più inquietanti di un mistero, perché dimostrano l’impermeabilità dell’essere umano a qualunque tranquillizzante logica. Ottima l’idea, efficace l’esecuzione. Anche se ammetto la mia debolezza di lettore, e avrei preferito che la protagonista fosse un filino meno stronza.
Joscha Sauer – Nichtlustig 5
Il titolo di questa serie di fumetti si traduce all’incirca con “Non fa ridere”. Infatti sono basati su un umorismo assurdo, disarmante (“tedesco”, direbbe qualcuno) che non a tutti può piacere. Mia sorella mi ha raccontato che un suo amico svizzero, prendendo in mano il volume che lei mi stava per regalare, ha esclamato: “Aber… aber das ist wirklich nicht lustig!” (“Ma… ma questo davvero non fa ridere!”). In ogni caso, io lo trovo il più delle volte davvero esilarante (anche se in questo quinto volume la percentuale di vignette riuscite è un po’ diminuita). Le vignette originali in tedesco si trovano qui, mentre qui sotto ne trovate una tradotta dal sottoscritto per farvi capire il genere.

A Scarcity of Miracles
Siamo abituati alle stranezze di Fripp e compagni, ma questo disco è giunto del tutto inaspettato. Proprio mentre lo scorbutico chitarrista inglese ribadiva sul proprio blog che al momento non ha alcuna voglia di rimettersi a lavorare con i King Crimson, esce un album con la dicitura “a King Crimson ProjeKct” che, se considerato un disco “ufficiale” della band, rappresenterebbe un radicale cambiamento di direzione musicale: prevalenza di canzoni invece che di strumentali, atmosfere soft e acustiche al posto del metal e dell’elettronica degli ultimi vent’anni.
Cos’è successo in realtà? Il disco è nato come album solista di Jakko Jakszyk, musicista inglese non molto noto ma con un impressionante curriculum (ha collaborato, tra gli altri, con Level 42, Jansen Barbieri & Karn, Dave Stewart). Costui ha chiamato ad aiutarlo qualche musicista di area crimsoniana, poi ne sono arrivati altri, e alla fine 4 partecipanti su 5 sono risultati essere membri o ex-membri dei King Crimson: Robert Fripp, Mel Collins (sassofonista della band negli anni ’70), Tony Levin, e Gavin Harrison (batterista dei Porcupine Tree e anche dei King Crimson attuali, sebbene non abbia ancora partecipato ad alcun album). Anzi, possiamo dire 4 e ½ su 5, dato che Jakszyk è il cantante e chitarrista della 21st Century Schizoid band, gruppo dedito alla rievocazione del vecchio repertorio crimsoniano. È stato naturale, perciò, mettere il bollino KC a disco completato.
Il risultato è un disco d’atmosfera, che può ricordare i momenti più sognanti dei dischi di Fripp con David Sylvian. La chitarra di Fripp serve soprattutto a generare soundscape, che vanno a fondersi coi suoni altrettanto eterei di Jakszyk (che suona chitarra, tastiere e una specie di cetra cinese denominata guzheng). Su tutto svetta il sax di Collins, che è la vera colonna portante di questo album: il suo sound è perfetto ed entusiasmante, e i suoi continui assoli donano energia e interesse a una musica che altrimenti rischierebbe di essere monocorde. Tony Levin al basso e Stick dà il suo solito impeccabile contributo, mentre devo dire di non avere apprezzato molto il drumming di Gavin Harrison: è bravissimo, ma il suo stile troppo roccheggiante mi è parso fuori posto. Qui ci sarebbe voluto un rifinitore come Michael Giles (che tra l’altro è il suocero di Jakszyk…).
Quello che non funziona molto in A Scarcity of Miracles, a mio avviso, sono proprio le composizioni di Jakszyk, che sono garbate e fungono da ottimo spunto per le improvvisazioni strumentali dei suoi compagni, ma non riescono a imporsi per il loro valore intrinseco. Avrò ascoltato l’album almeno una dozzina di volte, ma nessuna delle melodie mi è ancora rimasta nella memoria. Se mi consentite una metafora culinaria, l’effetto è quello di un intingolo delizioso versato su una pietanza di per sé insapore. Il piatto è mangiabile, anche buono, ma il peccato originale resta.
In definitiva, gli appassionati prog dovrebbero comprare l’album soprattutto se hanno voglia di ascoltare un Mel Collins al massimo della forma. Ma se quello che cercate è un nuovo disco dei King Crimson, dovrete aspettare ancora.
L’album viene venduto a prezzo normale in una confezione che, oltre al CD-Audio, include un DVD che ripropone il contenuto del CD in una varietà di formati di qualità superiore (DVD-Audio stereo, DVD-Audio surround, LPCM stereo e DTS Surround), oltre a offrire un paio di bonus track. Che pacchia! Unico neo: i menu del DVD sul mio computer non sembrano funzionare (ma si può comunque accedere ai contenuti).
La pesatura dell'anima
In un Egitto alternativo interamente basato sulle biotecnologie, la poliziotta Naïma viene chiamata a far parte della squadra dei Sette, un gruppo eterogeneo che investiga su casi di omicidio. Usa metodi violenti e discutibili, ma c’è una ragione: se riesce a portare il colpevole al cospetto di Iside entro 24 ore, si può scambiare la sua anima con quella della vittima, riportandola in vita…
Clelia Farris è, a mio avviso, tra i migliori autori di fantascienza che abbiamo in Italia. I suoi romanzi hanno tutte le caratteristiche che vorrei trovare in una buona opera del genere. In primo luogo, l’originalità: i tre titoli che ha pubblicato finora non fanno il verso a nessun filone della fantascienza anglosassone, e non si assomigliano nemmeno molto tra di loro: ogni libro è un’esperienza a sé. In secondo luogo, le idee: quella della Farris è una fantascienza che, pur senza addentrarsi in minuzie scientifiche o tecnologiche, non si limita a creare delle atmosfere, ma inventa situazioni realmente nuove e interessanti e le affronta in modo problematico, come accade nei capolavori del genere. Infine, la densità: non si accontenta certamente di una sola idea per romanzo, ma ce ne mette tante e le fa interagire tra loro in modo imprevedibile, dando davvero al lettore la sensazione di trovarsi in un mondo del tutto nuovo.
La pesatura dell’anima non fa eccezione. Già il tema principale, quello di una polizia in grado di far risorgere le vittime, è decisamente potente e pieno di implicazioni. Ma l’idea vincente è quello di ambientare il tutto in un mondo totalmente diverso dal nostro, un Egitto alternativo in un Universo alternativo, in cui l’uso dei metalli è proibito, le case e i mobili sono alberi modificati, mentre animali modificati fungono da mezzi di trasporto e di comunicazione. Un luogo tanto più affascinante in quanto viene dato per scontato: non c’è nessun personaggio che si prenda la briga di spiegarlo al lettore, che deve costruirselo nella sua mente decifrando frasi sibilline e neologismi. C’è persino un personaggio che parla uno slang malavitoso, che viene reso con un linguaggio del tutto campato in aria e pure perfettamente comprensibile, con un autentico virtuosismo letterario.
Dopo tanti elogi, però, devo dire che purtroppo La pesatura dell’anima non riesce a raggiungere i vertici di quello che finora è il capolavoro della Farris, Nessun uomo è mio fratello. Il libro diventa sempre più avvincente fino a circa metà; poi però è come se l’autrice ne perdesse il controllo. Troppi personaggi, con troppi cambi di punti di vista, che impediscono al lettore di immedesimarsi. Ma soprattutto, gradatamente il punto focale del romanzo cambia, passando dall’etica alla politica. Che sarebbe anche molto interessante, se non fosse che il sistema politico di questo Egitto inventato è descritto in modo troppo frammentario, e il lettore rimane spiazzato nel cercare di capire cosa stia realmente succedendo.
Nonostante questo, consiglio comunque la lettura di La pesatura dell’anima, un libro sorprendente che, anche se non perfettamente riuscito, rimane comunque parecchio sopra la media della fantascienza italiana,
Game of Thrones – prima stagione

È terminata da qualche settimana sulla rete televisiva statunitense HBO la prima stagione di Game of Thrones, serie televisiva tratta dalla saga A Song of Ice and Fire di George R. R. Martin. Per la precisione, questi primi episodi sono tratti dal primo libro della serie, A Game of Thrones (uscito in Italia sdoppiato in due titoli, Il trono di spade e Il grande inverno). A settembre gli episodi usciranno doppiati su Sky, ma io ho preferito guardarmeli subito in originale.
Vi dico subito che sono un fan sfegatato della serie libraria. È vero, Martin non ha inventato nulla di particolarmente nuovo, né dal punto di vista narrativo né da quello dell’invenzione fantastica. Però gli è riuscita un’impresa che moltissimi avevano tentato ma praticamente nessuno aveva portato a termine: emulare Tolkien nel creare un universo immaginario talmente coerente e dettagliato da prendere vita. E, per giunta, lo ha fatto non imitando pedissequamente il maestro, ma facendo tutto il contrario: a differenza della Terra di Mezzo, Westeros non è un luogo in cui si affrontano un Bene e un Male rigidamente definiti. Nell’universo di Martin gli dei sono presenze evanescenti, e persino la magia è in buona parte emarginata ai confini del mondo: al centro della scena ci sono gli uomini, con le loro debolezze e contraddizioni, con storie contrapposte in cui la ragione spesso sta da ambedue le parti o da nessuna. E che sono vittima dei capricci del caso, e muoiono in modi che non hanno nulla di eroico né di necessario. Un fantasy moderno, che non è fatto per mettere a tacere i dubbi, ma per suscitarne.
Sinceramente pensavo che rendere A Song of Ice and Fire in modo soddisfacente in un serial televisivo fosse quasi impossibile, ma mi sono dovuto ricredere in modo completo. Questa prima stagione, probabilmente anche grazie alla collaborazione dell’autore (che ha una lunga esperienza di sceneggiatore TV), ha una fedeltà assoluta alla lettera ma soprattutto allo spirito dell’originale.
Uno degli elementi maggiormente riusciti è stato il casting. Praticamente tutti i personaggi sono stati affidati ad attori molto bravi, molto somiglianti e molto ben calati nella parte. Anche gli attori-ragazzini, che sono spesso il punto debole di queste produzioni, funzionano benissimo (particolarmente bravi quelli nelle parti di Arya e Joffrey), ma in particolare due interpreti giganteggiano: Sean Bean, che è un Eddard Stark solenne e schiacciato dal peso delle responsabilità; e Peter Dinklage che incarna Tyrion Lannister. O meglio, il secondo non giganteggia, visto che è un nano, ma è riuscito nella difficilissima impresa di rendere Tyrion in tutte le sue sfumature, al tempo stesso carismatico e vulnerabile (senza ricadere nella sindrome del “nano comico” che aveva piagato, purtroppo, il Gimli de Il signore degli anelli di Peter Jackson).
Più in generale, la complicatissima trama è resa molto bene, tagliando grandi quantità di dialoghi ma senza eliminare elementi importanti, anzi, riuscendo nonostante tutto a trasmettere ogni singolo dettaglio che forma la storia. Insomma, difficile immaginare che la serie potesse essere fatta meglio e il successo che le ha arriso ne è la prova.
Certo, bisognerà vedere cosa succederà nelle prossime stagioni. I dubbi sono molteplici: riuscirà la serie a mantenere un’audience sufficiente per gli almeno sette anni (ma probabilmente di più) necessari per portare la storia alla sua conclusione? Riuscirà George R. R. Martin a scrivere i due volumi che ancora gli mancano per arrivare al termine prima che la serie TV lo raggiunga? Riusciranno i produttori a ottenere i finanziamenti per tutte quelle scene costose (battaglie campali e navali, draghi, giganteschi metalupi e così via) che nei libri successivi diventano indispensabili alla trama? E come affronteranno il fatto che i numerosi interpreti-ragazzini cresceranno molto più rapidamente dei loro personaggi? Staremo a vedere. Certo, se riusciranno a mantenersi coerenti con le premesse, Game of Thrones rimarrà nella storia della televisione.
Ci sono altre due cose che vi voglio dire su questo argomento. La prima è che da oggi è finalmente disponibile per tutti (e non solo per gli utenti premium) il numero 6 di Players, che contiene anche un articolo del sottoscritto sulla suddetta serie. Non posso linkarvi direttamente l’articolo, ma lo trovate a pagina 44.
La seconda dovreste poterla osservare qui di lato: mi è arrivato qualche giorno fa il colossale tomo (più di 1000 pagine) di A Dance with Dragons, quinto volume di A Song of Ice and Fire, e me lo sto leggendo avidamente. Ci vorrà un po’, ma appena avrò finito saprete il mio parere. Per il momento posso dirvi che sono piuttosto confuso, dato che le vicende si ricollegano non al quarto volume, ma al terzo, che ho finito di leggere una decina di anni fa. Per giunta, poiché le storie corrono parallele a quelle del quarto libro, ci sono anche dei raccordi in cui vengono presentate scene già viste ma con gli occhi di un altro personaggio, per cui mi capita di avere sensazioni di deja vu e di non capire se sto rileggendo una scena già vista oppure no… insomma, con questa storia di dividere i libri in senso geografico e non temporale ha provocato un bel pasticcio, secondo me… comunque vi saprò dire presto.
Avviso ai commentatori

Più di una persona mi ha segnalato di non riuscire a commentare su questo blog, perché il tentativo porta a un errore 503 (“Service temporarily unavailable”). I tentativi di rimediare per ora sono falliti, ma perlomeno abbiamo fatto una scoperta: il problema sembra manifestarsi solo quando nel firmare il commento si specifica anche un’URL. Quindi, se incontrate l’errore, evitate di citare il vostro sito, e dovreste riuscire a commentare. Questo almeno finché non avrò risolto il problema.
Ogni aiuto, ovviamente, è benissimo accetto.
Per difendersi dai cigni neri

Dopo l’uscita del libro di Nassim Nicholas Taleb, il cigno nero è diventato simbolo dell’imprevedibilità. Secondo Taleb, i disastri economici (ma non solo quelli) derivano dal fatto che ci fidiamo troppo della nostra capacitàdi prevedere il futuro mediante modelli. Quando il modello all’improvviso si distacca dalla realtà, siamo del tutto indifesi.
C’è un’azienda italiana, Ontonix, che si occupa di valutare la vulnerabilità delle aziende, valutandone la complessità e gli effetti di possibili variazioni impreviste sul suo stato di salute. Per farlo non si serve di modelli, ma di una valutazione di tipo topologico che misura le mutue influenze (anche non evidenti) delle parti del sistema-azienda tra loro. E non solo di un’azienda: una branca di Ontonix, Ontomed, si occupa invece di valutare il rischio di crisi di pazienti in rianimazione!
Ho scritto un articolo in proposito (non lungo quanto avrei voluto) su Nòva 24. Potrete leggerlo facendo clic qui sotto:

