Capitan America: Il Primo Vendicatore

Capitan America: Il primo vendicatore[Questa recensione appare in contemporanea su Fantasy Magazine. La versione che pubblico qui è alquanto diversa, un po’ per adattarla al format che adotto in questo blog, un po’ perché, dopo aver scritto in fretta e furia la versione per FM (che usciva a mezzanotte della notte scorsa!), mi sono venute in mente modifiche e aggiunte, un po’ perché non ho voglia di polemizzare col pubblico indifferenziato di FM.]

1941. Steve Rogers è un ragazzo piccolo, mingherlino e asmatico, ignorato dalle donne, vessato dai bulli e impossibilitato a realizzare il suo sogno: arruolarsi per combattere contro i nazisti. Finché il professor Erskine non lo sceglie come cavia per un esperimento destinato a realizzare il Super Soldato…

Non sono mai stato un grande fan di Capitan America. Sarò superficiale, ma è difficile non considerarlo la personificazione dell’arroganza statunitense. un supersoldato, vestito a stelle e strisce, che per giunta combatte per conto dello S.H.I.E.L.D., una specie di versione superpotenziata della C.I.A. Grazie, no.
Perciò sono andato al cinema con aspettative decisamente moderate. E invece Capitan America: Il primo vendicatore, nella sua prima parte, è riuscito a divertirmi e ad appassionarmi non poco, tirando fuori il lato umano del personaggio e persino buttando lì qualche spunto non banale sul significato degli eroi, della guerra e della propaganda. Peccato che poi, arrivati al dunque, il regista Joe Johnston preferisca andare sul sicuro, privilegiando battaglie e sparatorie e dimenticandosi buona parte della carne che aveva messo al fuoco.
La storia del piccolo uomo che improvvisamente trova un superpotere che lo mette in grado di realizzare i suoi sogni e sconfiggere i suoi nemici è l’essenza del genere supereroistico, e qui è stata realizzata in modo tale che è difficile non lasciarsene coinvolgere. È davvero stupefacente come Chris Evans sia stato rimpicciolito digitalmente in modo assolutamente credibile, tanto da far venire il dubbio che a interpretare Steve “prima e dopo la cura” siano due attori diversi. Ma il bello è che dopo la trasformazione Cap non diventa subito l’eroe che conosciamo, ma viene arruolato in un ridicolo spettacolo di propaganda. Mi è sembrato notevole da parte degli autori cominciare l’epopea di Cap con una serie di scene che mettono in ridicolo la sua calzamaglia rossabiancablu e sembrano denunciare la falsità e la retorica che si nasconde dietro ogni guerra. Tutto questo mentre il professor Erskine, tedesco espatriato, insegna a Cap a non odiare il proprio nemico.
Anche tecnicamente il film gioca le sue carte migliori all’inizio, allineando una serie di caratteristi eccezionali: Hugo Weaving come Teschio Rosso, assolutamente perfetto nella sua gelida malvagità; Tommy Lee Jones nella parte del burbero generale; Stanley Tucci come scienziato in lotta contro l’ottusità politico-militare; ma anche il meno conosciuto Dominic Cooper che tratteggia un ottimo Howard Stark (il padre di Tony Stark, alias Iron Man) che ricorda il personaggio storico di Howard Hughes. La ricostruzione storica (o meglio: pseudostorica) è riuscitissima, con apparecchiatura fantascientifiche dall’aspetto retrò che danno davvero la sensazione di qualcosa che i nazisti avrebbero potuto creare se ne avessero avuto la tecnologia a disposizione. Il tutto condito con una sana dose di ironia che rende il tutto sinceramente divertente.
Peccato che tutto questo gran lavoro di costruzione dell’atmosfera e dei personaggi vada poi in buona parte sprecato quando Capitan America trova finalmente la sua ragione d’essere e comincia a combattere sul serio con il Teschio Rosso. Intendiamoci: chi è di bocca buona e si accontenta di vedere un sacco di mazzate ed esplosioni spettacolari non rimarrà deluso: il dipartimento effetti speciali ha fatto il suo lavoro con diligenza. Tuttavia da questo momento in poi la trama diventa spietatamente lineare. Sembra di guardare un film di guerra al triplo della velocità: in teoria dovremmo appassionarci vedendo le diverse personalità dei commilitoni di Cap amalgamarsi fino a formare una squadra unita, e commuoverci di fronte alla morte eroica di qualcuno di loro, ma in realtà i personaggi rimangono sullo schermo talmente poco che di loro non ci importa molto.
Anche l’idea di avere un supereroe dentro la Seconda Guerra Mondiale non viene sfruttata bene, dato che non c’è alcuna relazione con gli eventi storici reali, e nemeno con l’idea generale di una guerra in corso (Cap e compagni entrano ed escono dalla Germania come se ci fosse una porta girevole). E anche l’idea potenzialmente interessante di un Teschio Rosso che si ribella a Hitler per continuare in proprio i suoi disegni viene appena accennata e poi lasciata cadere. Ma soprattutto è deludente il Teschio Rosso stesso che, dopo avere incontrato Cap la prima volta, si limita a perdere una battaglia dopo l’altra fino alla sconfitta definitiva, senza mai inventarsi uno straccio di trovata diabolica che possa non dico creare un colpo di scena, ma almeno impensierire un pochino il nostro eroe. Il finale non ve lo dico, ma ve lo potete immaginare, visto che tutti sanno che il personaggio di Capitan America parteciperà al prossimo film dedicato ai Vendicatori, ambientato ai giorni nostri.
In conclusione, questo Capitan America è un film riuscito solo a metà. Molto più curato della media del genere, con un cast di supporto eccezionale (ma anche Chris Evans fa una figura migliore che come Torcia Umana), a tratti molto divertente, ma che purtroppo non mantiene tutto quanto promette. Colpa anche della regia professionale ma non memorabile di Johnston. Ah, e comincio a essere stufo di questo 3D che aggiunge pochissimo alle scene e ne appiattisce i colori.

Fly from Here

Un nuovo album degli Yes? Ancora?! Ebbene sì: la quarantatreenne band non si è ancora rassegnata alla pensione, e ha persino registrato un nuovo album in studio, il primo in dieci anni. E ovviamente io, da fan irredento quale sono, mi appresto a recensirlo per voi.
Prima di tutto credo che sia necessario un riepilogo delle ultime vicende di una band che, nonostante la sua longevità, può essere considerata una delle più litigiose mai esistite. Il 2008 ha visto l’uscita di due membri storici. Il tastierista Rick Wakeman ha lasciato amichevolmente per problemi di salute, cedendo il posto al figlio Oliver. Molto meno amichevolmente se n’è andato il cantante Jon Anderson, che, nonostante soffrisse di problemi respiratori al punto di dover rimanere per molti mesi in sanatorio, è rimasto oltraggiato quando la band lo ha sostituito con il canadese Benoît David, che gli somiglia non solo nella voce ma anche nel fisico: praticamente un suo clone con vent’anni di meno.
Doveva essere una sostituzione provvisoria, ma è diventata definitiva, e gli Yes sono entrati in studio con due nuove leve per registrare il loro primo album in dieci anni, con la produzione di Trevor Horn (anche lui ex-membro degli Yes). Ma poi è successo qualcosa, e durante le registrazioni Oliver Wakeman è stato silurato (anche se rimangono nel disco suoi contributi come autore e strumentista) e sostituito da Geoff Downes, che rientra nel gruppo 30 anni dopo esserne uscito. Seguendo la tradizione Yes, i motivi dell’avvicendamento non sono stati esplicitati. C’è chi dice che il povero Wakeman junior si sia reso colpevole di scarso rendimento, ma io sospetto invece che le ragioni siano essenzialmente economiche: buona parte del materiale di Fly from Here è firmata dal duo Horn/Downes, e costava meno avere l’autore all’interno della squadra piuttosto che fuori (per lo stesso motivo nel 1997 Billy Sherwood fu cooptato come “sesto membro” della band in quanto coautore di gran parte del materiale dell’album Open Your Eyes).
Con tutti questi cambi di formazione in corsa, ci si potrebbe aspettare un guazzabuglio. La verità è invece che il disco è piuttosto bello.
Per cominciare Downes è un signor tastierista, e si sente fin dalle prime note: Riesce a mettere molta personalità in quello che suona senza strafare. Poi David, che dal vivo mi aveva convinto solo a metà, in studio funziona bene, riesce a cantare nello stesso registro di Anderson ma con un po’ di sobrietà in più, il che non guasta. Più in generale, il disco è compositivamente e produttivamente solido, e riesce a farsi ascoltare per intero senza i riempitivi e le cadute di tono che avevano infestato gli ultimi dischi del gruppo. L’assenza di Anderson e la preminenza di Horn e Downes come autori fanno sì che la musica abbia l’atmosfera malinconica e nostalgica dei pezzi dei Buggles, una piacevole novità rispetto al romanticismo estatico e un po’ stucchevole dei brani andersoniani. Horn ha fatto tutto il contrario rispetto alla sua precedente produzione per gli Yes (90125), e ha abbandonato completamente gli effetti elettronici per dare la sensazione di un disco veramente cantato e suonato, con un sound molto simile a quello degli Yes anni ’70. In alcuni momenti, come per esempio l’overture in cui gli strumenti entrano ad uno ad uno, è davvero entusiasmante. Insomma, potrebbe essere il miglior disco degli Yes in un quarto di secolo.
Questo non significa che Fly from Here sia un capolavoro. A mio avviso ha tre grandi difetti. In primo luogo, se è vero che non ci sono brani da buttare via, è anche vero che non ci sono grandi picchi, e che si mantiene su un livello medio-alto ma senza mai toccare l’eccellenza. In secondo luogo, nulla da eccepire sulle atmosfere retrò, ma da un disco degli Yes mi sarei aspettato un po’ di creatività in più con i suoni. Forse non si poteva pretendere che un gruppo di ultrasessantenni facesse un album sperimentale, però qui hanno davvero evitato qualsiasi rischio. Infine, forse l’età ha influito anche su questo, ma è un disco troppo poco rock: quasi tutti i brani sono mid-tempo, la batteria è sempre molto tranquilla, Howe usa spesso l’acustica e ha suoni in generale poco aggressivi, solo nell’ultimo brano si sente un po’ di energia.
Venendo alle singole canzoni:

  • We Can Fly è un brano già noto: Horn e Downes ne scrissero la prima parte nel 1981, quando ambedue facevano parte degli Yes, col titolo di We Can Fly from Here. Fu persino eseguita dal vivo (come testimoniato nell’album The Word Is Live) e già allora l’idea era di trasformarla in una lunga suite. Il progetto non andò in porto causa temporaneo scioglimento della band, ma esistevano già i demo delle parti successive (pubblicati di recente in appendice alla riedizione dell’album dei Buggles Adventures in Modern Recording). Come se niente fosse, gli Yes hanno ripreso in mano il progetto 30 anni dopo e l’hanno portato a termine, sotto forma di una suite di oltre 25 minuti di lunghezza. La musica è bella, emozionante e malinconica, e l’esecuzione magistrale (oltre alla già citata introduzione, ho ammirato le rifiniture davvero splendide di Howe alla slide guitar nella seconda parte, “Sad Night at the Airfield”). Ha però il difetto di suonare più come una sequenza di canzoni affini che come una suite coesa. In particolare lo strumentale “Bumpy Ride” (firmato da Howe a differenza del resto) ha un contrasto troppo netto con ciò che lo precede.
  • The Man You Always Wanted Me to Be è un brano “rubato” alla produzione solistica di Chris Squire e ha le caratteristiche abituali dei brani firmati dal bassista: una melodia molto curata, belle armonie vocali, ma la tendenza a durare troppo a lungo senza svilupparsi ulteriormente.
  • Life on a Film Set è un altro brano firmato dal duo Downes/Horn, e a mio avviso il migliore dell’album. Bella melodia, bell’arrangiamento, atmosfere malinconiche alla Buggles ma nel contempo la ricchezza di idee dei migliori Yes.
  • Hour of Need è un brano firmato da Steve Howe, ed è un po’ una delusione: finisce dopo tre minuti dando la sensazione di essere la grandiosa introduzione a qualcosa che non è arrivato. Lascia perplessi il fatto che nell’edizione giapponese dell’album ci sia una versione del brano che dura il doppio…
  • Solitaire è il ritorno a un’amatissima tradizione: il brano acustico solista di Steve Howe. Anche in questo caso però sono leggermente deluso: il pezzo è piacevole, molto classicheggiante, ma non spicca nella produzione del chitarrista.
  • Into the Storm è firmata da tutta la band (incluso Wakeman junior), ed è un bel brano roccheggiante in cui fa da protagonista un altro grande redivivo, e cioè il basso con wah-wah di Chris Squire. Se questo è un’esempio di quello che avrebbe potuto essere il suono degli Yes con Wakeman Junior, direi che non è affatto male.

In conclusione, se gli Yes vi piacciono potete acquistare il disco a scatola chiusa: è una delle cose migliori che abbiano prodotto da tanto tempo, e ricrea molti degli elementi per cui gli Yes degli anni ’70 andavano giustamente famosi. Non è però un disco fondamentale. Se non conoscete la band e volete ascoltare una formazione molto simile a questa, consiglio piuttosto l’acquisto di Drama (1980).

I racconti dell'Ernesto

I racconti dell'Ernesto - volume 1Ecco un’altra delle cose che non ho avuto tempo di dirvi durante la pausa del vecchio blog. Un po’ di tempo da l’amico Stefano Massaron si è autopubblicato una breve antologia personale in formato PDF, liberamente scaricabile. Contiene cinque racconti che spaziano dall’horror al semplice flash di vita di periferia. Non lasciatevi ingannare dalla copertina bucolica (opera della sua ragazza, Paola Fumagalli): sono tutti racconti piuttosto estremi.
Sono affezionato a questa raccolta anche per una ragione molto personale: come potete leggere nell’introduzione, l’idea di assemblarla e pubblicarla è venuta a Stefano mentre era ospite a casa mia per una cena. Mi ha fatto piacere l’avere involontariamente favorito la nascita di un libro.
Potete scaricare il file da questo link. Fatelo, così, quando uscirà nelle sale il film tratto dal suo romanzo Ruggine, potrete dire di aver letto dei suoi racconti che quasi nessuno conosce…

http://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Massaron

Delos nights

Poco più di un mese fa ho partecipato a una notturna di Radio Popolare che seguiva di poco la convention di fantascienza Italcon nell’ambito dei Delos Days. Qui sotto trovate l’audio della trasmissione. Oltre al sottoscritto e a Renato Scuffietti partecipavano Emanuele Manco, Luca Tarenzi e, telefonicamente, Alberto Cola.
Mi scuso per aver messo il tutto online così tardi. Purtroppo ho avuto qualche problema tecnico. Devo rinunciare a usare SoundCloud: il lettore online è bellissimo, ma lo spazio dell’account gratuito è troppo limitato, e quello a pagamento costa troppo. Quindi tutto è diviso in spezzoni di una decina di minuti in formato MP3.
Buon ascolto!
Notturna Delos Days 1
Notturna Delos Days 2
Notturna Delos Days 3

Notturna Delos Days 4

Notturna Delos Days 5
Notturna Delos Days 6
Notturna Delos Days 7
Notturna Delos Days 8
Notturna Delos Days 9

Sandman Slim

More about Sandman Slim

James pensava che far parte di una congrega di maghi nella Los Angeles di oggi fosse molto divertente. Finché i suoi compagni non l’hanno tradito e spedito con un trucco all’Inferno. Da vivo. Solo che, per qualche strano motivo, James non è morto. È sopravvissuto e si è indurito. Tanto da assumere il nome di Sandman Slim e diventare un assassino al servizio di un principe demone, di cui gli stessi demoni hanno paura. Ora però è fuggito dall’Inferno con un trucco, ed è tornato a Los Angeles. Per vendicarsi.

Richard Kadrey è stato uno dei fondatori del cyberpunk, nonché l’autore, a mio avviso, di uno dei racconti di fantascienza più originali e provocatori mai scritti (Addio, Houston Street, addio, pubblicato in Italia nell’antologia Cavalieri Elettrici). Stupisce un po’ trovarlo come autore di un romanzo di urban fantasy. Chiariamo subito: Sandman Slim è un romanzo di puro intrattenimento, lontanissimo dalle opere concettuali e politicamente impegnate cui Kadrey ci aveva abituati. Cionondimeno lo consiglio a tutti, perché fa alla perfezione quello che un romando di intrattenimento dovrebbe fare, cioè avvincere e divertire.
Senza inventare nulla di davvero nuovo, Sandman Slim è un frullato di tutti gli ingredienti più sfiziosi che la recente letteratura (ma, direi, soprattutto il fumetto) ha creato in merito ad angeli e demoni. Hellblazer, Preacher, Hellboy ma, per certi versi, anche Harry Potter, forniscono il necessario background che Kadrey non si preoccupa più di tanto di spiegare, lasciando che il lettore trovi da solo la sua strada in una Los Angeles parallela piena di creature soprannaturali. Il tutto con un protagonista che, pur avendo acquisito poteri soprannaturali, è rimasto nell’intimo poco più che un adolescente, e affronta le situazioni più disperate sparando battutine come un Bruce Willis al massimo della forma.
Volendo, critiche al libro se ne potrebbero fare molte. Per esempio, nonostante si parli di Inferno e di demoni e si alluda spesso a orrori innominabili, di fatto il vero orrore non si tocca mai, e persino l’Inferno appare come poco più di un penitenziario in cui chi è abbastanza duro può persino vivere discretamente. Il che rende il libro leggibile anche dagli adolescenti, ma un po’ meno credibile. Inoltre Kadrey fa un lavoro eccellente nello smitizzare angeli e demoni, mostrando che sono tutti parte di uno stesso sistema, né buoni né cattivi in modo assoluto, ma entrambi grigi. Però poi si contraddice vistosamente introducendo dei “veri cattivi” di una malvagità totale. Insomma, come visione metafisica è molto hollywoodiana.
Infine, appare evidente che Kadrey ha previsto il libro come primo di una serie (infatti negli USA ne è già uscito un secondo e sta per uscirne un terzo), e perciò evita di sviluppare del tutto alcuni personaggi (che tiene in serbo per il futuro) e soprattutto conclude con un finale meno “definitivo” di quanto la trama avrebbe implicato.
Comunque sia io mi sono divertito parecchio a leggere Sandman Slim, che trabocca di trovate esilaranti e la cui tensione non cala assolutamente mai. E, quando ci si diverte tanto, si passa sopra volentieri a qualche difetto di fondo.
Questo è uno dei tanti libri che non ho avuto tempo di recensire ai tempi del vecchio blog. Lo faccio ora, un po’ perché è un libro che merita. Ma soprattutto perché è stato tradotto in italiano ed esce in questi giorni in libreria.

Non donna di provincie, ma bordello

Sapete tutti come sono andate le cose: ieri in Parlamento si è votato su una proposta di legge costituzionale dell’IDV per abolire le provincie italiane. Date le molte assenze nella maggioranza (contraria, nonostante l’abolizione delle provincie fosse nel programma elettorale del PDL), la legge avrebbe potuto passare. Non è passata perché il PD, a differenza del resto dell’opposizione, centristi compresi, si è astenuto.
Accusato di aver fatto mancare il proprio voto affossando un obiettivo che in teoria condivideva, il PD si è difeso dicendo che la proposta dell’IDV è demagogica, perché prevede la pura e semplice abolizione delle provincie senza preoccuparsi di chi andrà a svolgere i compiti che ora sono di loro competenza. Il PD al contrario, ha una sua proposta di legge molto più articolata che prevede un riordino generale delle autonomie locali e si occupa di questi problemi. Nelle parole del responsabile degli enti locali del PD, Davide Zoggia: “Se si vuole fare serio bisogna quindi dire a chi, una volta abolite , vanno le funzioni delle province, almeno quelle essenziali, come verrà dislocato il personale che oggi vi lavora”.
Ora, se le cose stessero così, effettivamente il PD qualche ragione per astenersi (forse) ce l’avrebbe avuta. Ma andiamo a vedere la realtà dei fatti.
Secondo la proposta di legge IDV, le provincie vengono semplicemente abolite. La parola “provincie” scompare dalla Costituzione, e i beni e le funzioni provinciali vengono trasferiti a comuni e regioni. Il come questo avverrà è demandato a una futura legge che il Parlamento si impegna a emanare entro un anno dall’abolizione. In poche parole, le provincie vengono abolite in modo totale e irreversibile, delle conseguenze si discuterà poi. Viene però prevista la possibilità di creare delle “città metropolitane” (altra cosa di cui si favoleggia da quando ero bambino).
Cosa dice invece la proposta di legge PD? Anche qui si parla della costituzione di città metropolitane. Per il resto, le provincie vengono soppresse d’ufficio solo dove sorgano città metropolitane. Non si prevede un’autentica abolizione delle provincie, ma solo un riassetto, con una modifica dei compiti attribuiti alle provincie, demandato a una futura legge, e l’accorpamento o soppressione delle provincie troppo piccole, demandato agli enti locali.
Ora, dopo aver letto ambedue le proposte di legge, non mi pare proprio che la proposta del PD sia più precisa di quella dell’IDV riguardo a chi si assumerà le funzioni delle provincie. Ambedue le proposte, infatti, demandano questa decisione a una legge successiva e ancora inesistente. Anzi, semmai da questo punto di vista è più chiara la proposta IDV, che perlomeno specifica che le funzioni andranno suddivise tra regioni e comuni. La proposta PD demanda tutto a un fantomatico riassetto ancora da definire.
Ma la differenza principale tra le due proposte è un’altra. E cioè che con la proposta IDV le provincie cesserebbero effettivamente di esistere, ovunque. Nella proposta del PD, no! A ben vedere, quella del PD non è una proposta per l’abolizione delle provincie. È una proposta che prevede la riforma dell’istituzione provincia (in direzione per ora imprecisata), e apre la possibilità (ma solo a discrezione degli enti locali) di abolire alcune delle provincie più inutili.
Emergono così ancora una volta inalterati, nonostante il recente cambiamento della situazione politica, tutti i problemi che da sempre affliggono il PD. Che si dimostra ancora una volta un partito incapace di compiere delle scelte nette, pure nei casi in cui la volontà dell’elettorato è chiarissima. L’abolizione delle provincie è un tema che riscuote un larghissimo consenso sia nell’elettorato del PD sia in larghe fasce di elettori che non lo votano. Per non parlare del fatto che una sconfitta del governo su questo tema, che per la Lega è di grande importanza, avrebbe creato ulteriori difficoltà a una maggioranza già allo sbando. Eppure ci si è astenuti. È difficile non pensare che la dirigenza del PD sia più impegnata a preservare i propri equilibri interni che a opporsi al peggior governo della storia della Repubblica.
Il caso Milano e i referendum non hanno insegnato nulla. Pisapia ha proposto agli elettori delle posizioni chiare e senza ambiguità, anche su temi controversi come l’immigrazione e le moschee, e ha stravinto. Sui referendum invece, il PD ha mantenuto a lungo una posizione intermedia, ed è stato costretto poi a cambiare atteggiamento per non essere scavalcato dai suoi elettori. Eppure il PD continua a proporsi come un partito da Prima Repubblica, che chiede agli elettori un mandato in bianco per fare poi da camera di compensazione tra tutti gli interessi in gioco e non scontentare nessuno. È la stessa linea che ha portato alle sconfitte brucianti degli ultimi anni, e che consente a partiti come IDV e SEL di rosicchiargli consensi, presentandosi come coloro che fanno la vera opposizione.
Se il PD presentasse non un complicato programma, ma una dozzina di provvedimenti inequivocabili e senza mezze misure (come potrebbe essere appunto l’abolizione delle provincie senza se e senza ma), si impegnasse sul serio a realizzarli, e si dichiarasse disposto ad allearsi con chiunque li condivida, vincerebbe le elezioni a mani basse. Se non lo farà, per la pochezza dei suoi dirigenti, dopo vent’anni di berlusconismo, se si lascerà sfuggire questa occasione, non verrà perdonato. Né dai suoi elettori, né dalla Storia.

Korolev

More about Korolev

Nel 2084, una missione umana su Marte scopre i resti di un veicolo spaziale dall’aspetto antiquato, di cui nessuno conosce la provenienza. La spiegazione del mistero risale a più di un secolo prima, quando Sergei Korolev progettava le missioni spaziali dell’Unione Sovietica…

Ho sempre apprezzato lo stile di Paolo Aresi, che invariabilmente mi dà le stesse sensazioni della fantascienza di quando, bambino, ho cominciato ad apprezzare il genere. Quella fantascienza che non era inestricabilmente ibridata con thriller e noir, non richiedeva una laurea in fisica per essere compresa, non richiedeva personaggi complessi e non rivolgeva il suo sguardo verso lo spazio “interno”, ma aveva come protagonista assoluto l’universo extraterrestre e il senso di pericolo, mistero, meraviglia che questo può dare.
Non fraintendetemi: sono il primo ad apprezzare il fatto che la fantascienza non si sia ripiegata su se stessa e abbia trovato nuove strade. Ma certi temi non vanno dimenticati, e su di me hanno sempre un fascino particolare. E, quando leggo Aresi, rivivo le sensazioni che provavo quando leggevo per la prima volta Arthur C. Clarke.
L’effetto si è verificato anche leggendo Korolev. La prima parte, con la missione marziana che si ritrova di fronte all’oggetto misterioso, funziona alla perfezione nel rendere quel misto di eccitazione e angoscia che si prova di fronte all’inesplicabile. Ma anche la seconda parte, che introduce il personaggio storico di Korolev nella russia degli anni ’40, ’50 e ’60, è molto riuscita nel suo dare il senso di una vita e di un’epoca senza eccedere in lungaggini e didascalismi.
Non tutto però mi ha convinto in questo Urania. Comincio col dire che ho trovato stucchevole la trovata di dare a tutti i personaggi il cognome (e spesso anche il nome) di scrittori di fantascienza (o altri nomi celebri). Chiamare Clarke il comandante della base marziana ci poteva stare benissimo, ma quando si incontrano di continuo personaggi si chiamano Neil Gaiman, Hal Clement, Robert Heinlein o Edmond Hamilton, il tutto prende un’atmosfera surreale che allontana dalla storia.
Ma soprattutto, la terza parte, quella che dovrebbe risolvere ogni cosa e far prendere il volo al romanzo, sacrifica invece quasi tutto alla linearità dell’apologo morale. Ho trovato poco credibile e poco interessante il fatto che il mondo del 2084 sia politicamente diviso negli stessi blocchi rigidi degli anni ’50, con l’Europa totalmente succube degli USA e la Cina della Russia: il mondo multipolare che già oggi possiamo intravedere sarebbe stato uno scenario molto più ricco di spunti. Ma quello che mi ha lasciato più insoddisfatto come lettore è che, dopo averci fatto intravedere la possiiblità di epocali scoperte, il romanzo si concluda lasciando intatti tutti i misteri che aveva suscitato. È vero che Arthur C. Clarke ci ha insegnato che non è necessario spiegare tutto, però qui, dal punto di vista fantascientifico, nell’ultimo terzo del romanzo non succede più nulla di notevole. Solo un confronto politico-militare che si risolve senza sorprese.
Un peccato, perché la storia parte bene e avrebbe meritato uno sviluppo più approfondito. Comunque Korolev resta una piacevole lettura e un rinfrancante diversivo rispetto a tanta fantascienza di oggi che affatica il lettore senza dargli niente in cambio.

Bruce Sterling su "Players"

Nel periodo in cui non riuscivo ad aggiornare con regolarità il blog, una delle tante cose che ho scordato di segnalarvi è che ho cominciato una collaborazione con Players. Si tratta di una bella rivista, con un’ottima grafica, che si rivolge in primo luogo ai videogiocatori ma che parla di tutto quanto c’è di interessante, musica, letteratura, cinema, TV e altro. Esce soltanto online, scaricabile in PDF oppure leggibile attraverso un bel sistema che si chiama Issuu, e sta sperimentando interessanti metodi per autofinanziarsi.
Sul numero 2 di Players ho pubblicato un articolo su Bruce Sterling per accompagnare un’intervista raccolta dalla redazione. È roba di diversi mesi fa, ma la segnalo perché sono sicuro che tra i frequentatori del blog c’è qualcuno cui può interessare e che non l’ha ancora letta.
Andate qui per leggere il numero su Issuu, e qui per scaricarlo in formato PDF.

La notte della Rete

Il prossimo 6 luglio l’AGCom (Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni, in pratica quello che una volta era il Garante per l’Editoria) approverà una delibera sulla difesa del copyright su Internet. Con tale delibera, in pratica, l’AGCom si arrogherà il diritto di mettere offline qualunque sito che, dietro segnalazione e a suo insindacabile giudizio, violi le leggi sul copyright. Si tratta di una mostruosità giuridica che va fermata a tutti i costi.
Badate bene: non è (solo) l’ennesimo episodio della guerra tra “pirati” e difensori del diritto d’autore. Qui la posta in gioco è molto più alta. Non si tratta di difendere il diritto a copiare una canzone o un’immagine. Si tratta di difendere la libertà di parola in Rete e di impedire il sorgere di una censura di fatto.
In pratica, se passerà la delibera, l’AGCom avrà il potere di mettere a tacere chiunque in Rete, usando la scusa del diritto d’autore. C’è un sito che ti dà fastidio? Segnalalo perché all’interno c’è una foto che, a tuo dire, lede il diritto d’autore di qualcuno. L’AGCom avrà il diritto di farlo sparire dalla Rete, e poi va a sapere come si farà a far revocare il provvedimento (perlomeno per chi non dispone di un ufficio legale). Non è ammissibile che, per qualsivoglia motivo (e sicuramente non per difendere il copyright) si dia a un’autorità (teoricamente indipendente, ma comunque di nomina governativa) il potere insindacabile di togliere a qualcuno il diritto di parola.
Già in passato si è cercato di usare la pedofilia come spauracchio per introdurre la censura in Rete. Ora si usa il diritto d’autore, ma il principio è lo stesso.
Ecco cosa potete fare per opporvi:

  • se siete blogger scrivete un post, usando il logo che vedete qua sopra e riportando tutti i link, e diffondetelo più che potete tra quelli che conoscete;
  • andate alla pagina di Agorà Digitale in cui sono raccolti tutti i link, le iniziative e le proposte dei cittadini;
  • firmate e diffondete la petizione sul sito di Avaaz;
  • partecipate e invita tutti i vostri amici a “La notte della rete“: 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti.