
Quando ho cominciato questa seconda versione del mio blog, ho deciso che avrei evitato di scrivere post di carattere strettamente personale. La mia vita non è tale da risultare interessante per il lettore casuale, e per tenere informati gli amici di quello che mi succede ci sono Facebook e gli altri social network. Tuttavia oggi faccio un’eccezione, un po’ perché quanto mi sta succedendo mi coinvolge non solo a livello personale ma anche professionale, e un po’ perché investirà direttamente anche questo blog.
Ecco cosa ho da dirvi: dall’inizio di questo mese sono in cassa integrazione a zero ore. La redazione milanese della rivista per cui lavoravo ha chiuso i battenti. I dettagli sono ancora da definire, in base a una trattativa con l’azienda. Ma le probabilità che io torni a scrivere per quella testata sono davvero scarse. E, stante l’attuale situazione del mercato del lavoro, le probabilità che qualcuno mi assuma a tempo indeterminato in una redazione sono, almeno in un futuro prossimo, vicine allo zero.
Non ne faccio un dramma. C’è, come vi ho detto, la cassa integrazione, poi eventualmente ci sarà il sussidio di disoccupazione (la tessera di giornalista almeno a questo serve). E per fortuna le opportunità di lavoro, sia pure precarie, non mancano.
Ma dirò di più: sto vivendo questo evento, più come una disgrazia, come una liberazione e un’opportunità.
Liberazione: da tempo il mio lavoro aveva cessato di significare qualcosa per me. Quando sono entrato in questa redazione, provavo tutto il piacere che deriva dal fare un lavoro creativo. Avevo una mia sezione che potevo gestire con relativa libertà, il tempo e le risorse per creare articoli da zero e per provare prodotti in modo approfondito. Avevo contatti continui con le aziende, partecipavo a fiere e conferenze stampa, potevo tenermi aggiornato. E il mio contributo veniva apprezzato. Col tempo, per l’azione congiunta della crisi (triplice: dell’economia, dell’informatica e dell’editoria) e di una totale mancanza di cultura giornalistica daparte dell’azienda, il mio lavoro si è completamente snaturato. Da qualche anno, ormai, il mio compito era solo quella di tradurre articoli provenienti dall’estero, seguendo una scaletta decisa a mille chilometri di distanza senza consultarmi. Avevo smesso di fare proposte, dato che non venivano prese in considerazione. Non avevo quasi mai possibilità di partecipare a eventi, considerati “perdite di tempo”. Ero diventato un passacarte: a ogni giorno che passava sentivo che la professionalità che avevo costruito in anni di giornalismo mi sfuggiva un po’ di più.
Avevo pensato tante volte di andarmene e basta, e a trattenermi c’era solo quel contratto a tempo indeterminato, una specie di santo Graal nel mondo editoriale di oggi, che pareva un sacrliegio gettare via senza un’adeguata contropartita. Ma quel contratto era diventato una catena che mi teneva avvinghiato a un lavoro che non mi dava nulla. Ora, per il bene o per il male, la catena si è spezzata. E sono libero di cercare qualcosa di diverso.
Opportunità: Il lavoro di giornalista non è certo il più gravoso del mondo. Ma lavorare per otto ore al giorno in una redazione richiede comunque un bel po’ di energia creativa. È abbastanza duro tornare a casa, e sforzarsi ancora di scrivere un racconto, una sceneggiatura, il canovaccio di una trasmissione radio, o anche solo di scrivere post per questo blog, che infatti nelle ultime settimane ho trascurato tantissimo. Quanti sono i post che ho concepito, di cui anzi ho cominciato la bozza, e che poi non sono arrivato a portare a termine, cancellandoli perché ormai inattuali?
Ora, all’improvviso, si spalancano abissi insondabili di tempo a disposizione. Ho davanti un periodo in cui in pratica sarò in totale vacanza obbligata. Anche se dovessi trovarmi altri lavori da fare, saranno probabilmente del tipo che si svolge in tutto o in parte a casa, lasciandomi la possibilità di gestirmi come preferisco. Progetti il cui completamento mi sembrava un sogno irraggiungibile ora appaiono a portata di mano. Lo so: la realtà si incaricherà presto di mostrarmi che ci sono altri ostacoli da superare oltre alla mancanza di tempo, prime tra tutti la mia pigrizia e disorganizzazione. Ma ho troppo desiderato un’occasione del genere per non provare a sfruttarla.
Perciò vi autorizzo ad aspettarvi grandi cose da me. Comincio però a promettere una piccola cosa: non lascerò più questo blog per più di 48 ore senza un post. Ho detto.
Un piccolo ripasso di diritto costituzionale
Corre voce che in Italia, con l’avvento del governo Monti, sia stata sospesa la democrazia rappresentativa.
Che questa tesi possa essere sostenuta da berlusconiani e leghisti, non c’è da meravigliarsi. Costoro, infatti, sostengono da tempo che l’unico governo che rispetta la cosiddetta “volontà popolare” è quello che nasce subito dopo le elezioni. Se per caso questo governo dovesse cadere, si crea una situazione sanabile solo con nuove elezioni. Qualsiasi governo nasca dopo la caduta del primo, per loro è un golpe, un tradimento, una pugnalata alla democrazia (se invece un deputato cambia casacca, dietro offerta di denaro o di incarichi, per sostenere un governo che non sosteneva all’inizio, a quanto pare per loro non è un problema; ma non divaghiamo). Preoccupa però che ora questi discorsi si sentano fare anche nel campo antiberlusconiano. Per esempio, Antonio Padellaro usa esattamente gli stessi argomenti.
Lo dico senza mezzi termini: queste sono corbellerie, senza alcun fondamento né di diritto, né di fatto. La Costituzione italiana prevede che il Presidente della Repubblica nomini un presidente incaricato, e che questo chieda la fiducia al Parlamento, ed è quello che è successo col governo Monti né più né meno che con qualunque altro governo italiano dal 1948 ad oggi. Chi sostiene che il non andare a elezioni equivalga a una sospensione della democrazia, in pratica nega che la Repubblica italiana sia mai stata una democrazia, e nega che lo siano anche gran parte delle democrazie moderne, inclusa la più antica, quella britannica, dove Margareth Thatcher fu sostituita dal Parlamento nonostante avesse trionfalmente vinto le elezioni due anni prima.
Il governo Monti può piacere o meno, così come può dispiacere il fatto che i partiti siano stati costretti ad accettarlo dalla pressione dell’emergenza. Ma si è trattato comunque di una libera scelta del Parlamento, che può revocarla in qualsiasi momento. Non c’è stata alcuna violazione delle regole democratiche, ed è irresponsabile sostenere il contrario. Anzi, se siamo riusciti ad avere un governo con la fiducia del Parlamento in queste circostanze, vuol dire al contrario che la nostra democrazia ha funzionato benissimo.
La democrazia rappresentativa prevede che a prendere le decisioni siano per l’appunto i nostri rappresentanti, i parlamentari, ed implica che questi possano prendere decisioni che non era possibile prevedere quando sono stati eletti. Incluso un cambio di governo. Una democrazia in cui ci si deve continuamente appellare direttamente al popolo per avere legittimità non è rappresentativa. Ê plebiscitaria, ed è tutta un’altra cosa. Se Berlusconi è riuscito a indurre anche i suoi oppositori a confondere la democrazia col plebiscito, vuol proprio dire che ha avvelenato questo Paese nel profondo.
La SIAE non è un ente inutile: è un ente dannoso
Una delle cose più frustranti del vivere in Italia è vedere come logiche perverse, riconosciute da tutti come sbagliate e dannose, continuano a sopravvivere e, anzi, ad espandersi a danno delle forze sane della società. Un esempio, forse di non enorme importanza ma lampante, è quello della SIAE, Società Italiana Autori ed Editori.
Entità anomala fin dalle origini, la SIAE nacque come società privata, ma venne poi trasformata in ente pubblico. In teoria dovrebbe difendere i diritti degli autori e degli editori, compito che all’estero viene svolto da varie società in concorrenza tra loro. In pratica la SIAE, avendo ottenuto il monopolio, può tranquillamente trascurare di svolgere la sua funzione istituzionale. Come ormai tutti sanno, quello che la SIAE fa è raccogliere tributi da ogni forma di rappresentazione audiovisiva, e poi distribuirne il ricavato in maniera assolutamente ineguale, favorendo poche decine di soci a scapito di chiunque altro.
Non contenta di svolgere la sua funzione con rapacità (pretendendo soldi anche per manifestazoni di beneficienza, o persino quando un autore distribuisce la propria musica gratuitamente), la SIAE cerca sempre nuovi modi per gravare sugli svaghi dei cittadini. L’ultimo che si è inventato è davvero un capolavoro di assurdità.
In pratica, all’inizio di quest’anno la SIAE ha stretto un accordo con l’AGIS, l’associazione dei gestori cinematografici, per cui è necessario pagare per mostrare pubblicamente un trailer cinematografico.
Ora, già di per sé questo sembra del tutto privo di senso. Un trailer è la pubblicità di un film. Chi produce un trailer ha interesse che venga diffuso il più possibile. Non ha senso limitarne la diffusione facendoli pagare. Sarebbe come se le aziende che mi inviano i comunicati stampa relativi ai loro prodotti mi chiedessero poi dei soldi per pubblicare le foto allegate. Follia pura.
Il tutto però rientrava in un complicato bilanciamento di diritti e doveri tra sale cinematografiche e produttori. In pratica, credo, una sorta di compartecipazione delle sale alle spese pubblicitarie. Tuttavia la SIAE non ha perso occasione per tentare di spillare qualche soldo, e ha interpretato la norma (di per sé ambigua, come sempre accade in Italia) in maneira allargata, intimando a tutti i siti che si occupano di cinema di pagare per i trailer mostrati.
La cosa è talmente assurda e autolesionista da apparire inverosimile, anche in virtù delle cifre richieste: stando così le cose, solo i grandi quotidiani potranno permettersi di pubblicare trailer. Infatti molti dei siti specializzati stanno già togliendo i video dai loro siti: una gran mazzata all’informazione cinematografica in Italia e, in definitiva, al cinema stesso, che la SIAE dovrebbe tutelare.
Siccome siamo in Italia, lo sviluppo più probabile è che, di fronte alle proteste unanimi montanti in rete, la SIAE decida di fare marcia indietro e di limitare il pagamento solo ai trailer visionati nei cinema. In ogni caso, ha aggiunto un altro motivo alla lunghissima lista di chi desidera la sua abolizione.
Ruggine
Torino, anni Settanta. In un quartiere operaio popolato da immigrati meridionali, i bambini hanno occupato un deposito di rottami abbandonato, e ci vivono i loro giochi e i loro riti, separati dagli adulti. Di fronte al pedofilo assassino che si nasconde dietro la maschera rispettabile di un pediatra, scopriranno che devono cavarsela da soli.
Mi è piuttosto difficile scrivere u na recensione equilibrata di Ruggine, in quanto è un film tratto dal romanzo di un amico (Stefano Massaron), e tramite lui ho in qualche modo “vissuto” tutte le fasi della sua preparazione, fino a guardarlo insieme il giorno della prima milanese. Il che mi ha ovviamente caricato di un’aspettativa del tutto speciale.
Per la verità temevo che un film tratto da Ruggine avrebbe calcato la mano sul lato thriller e morboso del romanzo, glissando sugli aspetti più introspettivi . Daniele Gaglianone, invece, ha fatto tutto il contrario, riducendo al minimo le parti di azione, procedendo per ellissi nelle scene più sanguinarie, e dedicandosi quasi interamente alla crescita interiore dei personaggi.
Quello che mi ha colpito di più di Ruggine è l’aspetto visivo. A partire dal lungo piano sequenza che verso l’inizio ci fa conoscere il quartiere e tutti i ragazzini che lo abitano, fino all’ultima scena in cui i tre protagonisti, ormai adulti, siedono in un jumbo tram le cui contorsioni sembrano nascondelri l’uno agli altri, come la vita che li ha separati, Gaglianone si dimnostra un regista capace e inventivo, in grado di caricare emotivamente le proprie scene prima ancora che i personaggi aprano bocca. Mi ha fatto pensare a uno dei miei film preferiti in assoluto (tra l’altro tematicamente molto simile): Riflessi sulla Pelle di Philip Ridley.
Aggiungo che la ricostruzione storica è di prim’ordine fin nei minimi dettagli,tanto che guardando il film mi sono scoperto a ricordare dettagli della mia infanzia che avevo dimenticato.
L’interpretazione di Filippo Timi è stata criticata da molti come troppo caricata, ma io ritengo che fosse invece quello che ci voleva: il film è visto con lo sguardo dei bambini, e Timi è come deve essere un orco: eccessivo, teatrale e sfrenato. I bambini stessi, poi, sono perfetti e assolutamente “veri”.
Con tutti questi pregi, va detto che Ruggine non è perfettamente riuscito: per quanto io apprezzi i film che si affidano molto alle immagini, credo che questo possa risultare a volte poco comprensibile nei suoi dettagli da chi non ha letto il libro. Inoltre le parti ambientate nel presente si dilungano inutilmente anche dopo aver trasmesso il loro messaggio. Insomma, credo che un ritmo un po’ più sostenuto gli avrebbe giovato. Nondimeno mi ha lasciato un’impressione molto positiva, e credo che meriti una visione.
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma
690 d.C.: Wu Zetian sta per essere incoronata, unica donna nella storia, Imperatrice della Cina. Per celebrare l’incoronazione è in costruzione un’enorme statua del Budda accanto al palazzo imperiale. Quando due funzionari addetti all’opera vengono consumati da un fuoco interno che molti attribuiscono all’ira divina, la futura sovrana manda a chiamare l’abile funzionario Di Renjie, che aveva fatto imprigionare otto anni prima per sedizione, e gli ordina di indagare sul caso.
Non sono del tutto sicuro di essere pienamente in grado di giudicare un film di genere proveniente da Hong-Kong: per esempio, mi ritrovo a chiedermi se il fatto che gli attori si comportino come se la gravità non esistesse sia un dato affascinante o uno stereotipo abusato quanto quelli hollywoodiani. Il leggere le recensioni altrui, poi, contribuisce a confondermi: in rete si legge che Di Renje rappresenterebbe il dirompente ingresso in una storia tradizionale cinese di un detective di stampo occidentale alla Sherlock Holmes, che non crede al soprannaturale e risolve i casi con il solo aiuto della logica. Ebbene, forse le intenzioni erano queste, però se la soluzione “razionale” del caso include l’evocazione di demoni, scarabei magici che secernono esplosivi, e una tecnica di agopuntura talmente sofisticata che permette di modificare la muscolatura del volto fino ad assumere l’aspetto di un’altra persona, allora mi chiedo dove sia il punto.
Va poi detto che non solo l’imperatrice Wu Zetian è un personaggio storico reale, ma anche Di Renjie è esistito sul serio, sebbene l’originale fosse più un abile funzionario che un investigatore (questa caratterizzazione gli fu data dal giallista olandese Robert Van Gulik, che a sua volta si era ispirato a un romanzo cinese del XVIII secolo). E si suppone che il cinese medio sappia molto più di noi su cotanti personaggi. Sarà per questo che a me i film storici di Tsui Hark appaiono come lunghissimi trailer in cui hanno infilato tutte le scene di battaglia e tagliato quelle scene in cui si spiega chi sono i personaggi e cosa stanno facendo? Per esempio, a un certo punto qui viene detto che l’imperatrice è malvagia e ha fatto imprigioanre centinaia di persone. Ma viene detto così, en passant. Non c’è nessuna scena che ti faccia capire se davvero lei sia malvagia o quanto lo sia: evidentemente si dà per scontato che tu lo sappia già.
E a questo punto vorrei anche sapere: che signfifica il fatto che in tutti questi film cinesi l’eroe che si ribella finisce sempre per tornare sui suoi passi e accettare la necessità di sostenere il potere costituito? E’ eredità confuciana, necessità di non irritare il Partito Comunista al potere, o cosa?
Tutto questo per dirvi che non ho capito se Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma sia un buon film o no. Comunque c’è una buona dose di duelli tra spadaccini che volano, gente che si fa strada a mani nude attraverso nugoli di frecce densi da oscurare il sole, bellissime donne-guerriere, combattimenti dentro colossali statue in fiamme, e tutto quello che volete, quindi la sua dose di divertimento la dà. Io comunque preferisco Tsui Hark quando mette in scena le sparatorie con donne partorienti, come in Time and Tide.
Ci mancherai, Vic!

Ieri ci ha lasciato Vittorio Curtoni. Direttore di Robot (sia la vecchia, sia la nuova), critico e scrittore di fantascienza, traduttore di tantissimi scrittori (di genere e non), ma soprattutto una grande persona. Lo conobbi a Piacenza una decina di anni fa, in occasione di uno dei ritrovi che amava organizzare nella sua città per gli appasssionati di fantascienza di tutta Italia. Vittorio amava mangiar bene e discutere con passione di letteratura, musica e cinema con chiunque ne avesse voglia. Nonostante fosse un personaggio di statura mitologica nell’ambito della fantascienza italiana, trattava tutti da pari a pari. Aveva anche un carattere sanguigno, e non ci metteva nulla a mandarti a quel paese se gliene davi motivo. Ma ci piaceva anche per quello. Anzi, gli avevamo regalato un tridente, per consetirgli di guidarci attraverso Piacenza, nelle vesti di Curton Dimonio, alla ricerca del tortello migliore.
Di lui ricordo tanti momenti. Dalla volta che lo intervistai sulle pagine di Computer Idea (la mia prima intervista a uno scrittore!) a quando mi consacrò vincitore del concorso Sviccata, che consisteva nello scrivere il racconto più brutto possibile. Lo incontrai l’ultima volta un paio di anni fa, quando andai a visitarlo dopo una delle varie operazioni che aveva subito. Era provato ma non domo, e dichiarò che si sarebbe ritirato dall’attività di traduttore per dedicarsi finalmente a scrivere narrativa, per fare contenti tutti coloro che lo biasimavano per avere scritto troppo poco.
Anche se in questi anni aveva smesso di organizzare ritrovi e mangiate, avevo sempre pensato che questa sua interruzione delle attività sociali fosse solo una parentesi, e che prima o poi l’avremmo rivisto agitare il suo tridente davanti a un piatto di tortelli. Invece se n’è andato all’improvviso, pochi giorni dopo l’uscita del primo, e purtroppo unico libro del suo nuovo corso di scrittore.
Ci mancheranno la sua intelligenza, la sua cordialità, la sua simpatia. Ci mancherà il Vic.

The Windup Girl
Tra qualche secolo. L’esaurimento del petrolio ha provocato un crollo della società globale. Gran parte delle specie vegetali sono state spazzate via da orrende epidemie create dalle società agricole occidentali per costringere il mondo a usare i loro prodotti geneticamente modificati. Tra i pochi luoghi che si sono salvati dal caos c’è la Thailandia, protetta da draconiane leggi ambientaliste e dal possesso di una delle ultime banche di sementi non contaminate.
Mentre lo scontro tra ambientalisti e filooccidentali scuote il Paese, seguiamo le vicende di quattro personaggi. Anderson Lake, statunitense che si finge imprenditore, ma in realtà vuole impadronirsi dei segreti genetici thailandesi. Il suo segretario Hock Seng, paranoico rifugiato cinese pronto a qualsiasi imbroglio pur di ricostituire la perduta fortuna economica. Jaidee Rojjanasukchai, incorruttibile militare che si oppone al rilassamento delle leggi ambientaliste e al riavvicinamento con l’Occidente. E infine Emiko, una “ragazza caricata a molla”, donna artificiale giapponese costretta a prostituirsi per sopravvivere, poiché la sua stessa esistenza in Thailandia è un reato.
The Windup Girl arriva con le migliori presentazioni: doppia vittoria, all’Hugo e al Nebula, nel 2009, e uno strillo tratto da Time che proclama “il degno erede di William Gibson”. In effetti si tratta di un bel romanzo, avvincente e ben costruito, che si legge volentieri, anche se non è il capolavoro che tanti elogi rendevano lecito aspettarsi.
Paolo Bacigalupi (che per inciso non è italiano ma statunitense, e non sa neppure pronunciare il suo cognome) ha creato una trama molto solida, in cui le storie di quattro personaggi completamente diversi per appartenenza sociale ed etnica si incrociano di continuo senza che la cosa appaia forzata. A un certo punto uno dei quattro muore, ma continua a partecipare al romanzo sotto forma di fantasma nella testa di un altro personaggio, un virtuosismo letterario che ho molto apprezzato.
Il punto di forza del romanzo è l’ambientazione, una Bangkok assediata non solo dai nemici esterni, ma anche dal mare che minaccia di sommergerla. Lo scenario politico, in cui le tensioni dovute alla scarsità di cibo ed energia si mescolano a quelle di natura etnica e religiosa, è tra i più realistici che mi sia capitato di incontrare in un romanzo di fantascienza. Bacigalupi fa un ottimo lavoro nel mettere a confronto i modi di pensare derivati da culture diverse, aggiornandoli a un mondo in cui orribili malattie genetiche sono sempre in agguato e l’energia per fare quasi qualunque cosa deve provenire dal sudore di qualcuno.
La principale critica che muovo a The Windup Girl è di natura tecnologica. Per quanto il mondo evocato dal romanzo sia coerente e affascinante, l’ingegnere che è in me ha diverse obiezioni. Per cominciare, in caso di esaurimento del petrolio mi aspetterei un fortissimo incremento nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. In particolare, un Paese costiero e tropicale come la Thailandia potrebbe sfruttare con grande efficienza il solare, l’eolico, le maree o il gradiente di salinità. Nulla di tutto ciò avviene nel romanzo, dove si utilizzano centrali termoelettriche a carbone dove indispensabile, e per il resto ci si arrangia con energia di origine umana o animale. Si gira una manovella persino per far funzionare una radiolina portatile, roba che anche oggigiorno potrebbe funzionare a energia solare. Una simile assenza di energie alternative è inspiegabile, tanto più che il livello tecnologico è rimasto elevato, e si vedono numerosi esempi di nuovi materiali.
Anche l’utilizzo di energia animale all’interno della produzione industriale (in particolare con l’uso di elefanti geneticamente modificati, detti megodonti) fa molto colore, ma sfugge alle regole della logica. Un elefante “funziona” a biomassa. Per quanto possa essere efficiente, la stessa biomassa che gli si dà come foraggio potrebbe essere trasformata in alcool e usata per far funzionare un motore, che occupa meno spazio di un elefante, non deve riposare, non sporca, non si ammala, richiede meno supervisione umana, e probabilmente ha anche un rendimento migliore in termini di sfruttamento delle calorie.
Del tutto assurdo poi è il fatto che l’energia venga immagazzinata sotto forma meccanica, torcendo molle ad altissima resistenza: chi ha disinventato dinamo, alternatore, accumulatore, batteria e motore elettrico?
Insomma, l’impressione è che Bacigalupi nel creare il suo mondo si sia fatto guidare più dal potenziale simbolico delle situazioni (ogni cosa appare “caricata a molla”, inclusa la ragazza artificiale che è il fulcro della vicenda) che non da un’analisi scientificamente ed economicamente solida. Il che, per un romanzo che tratta un tema così attuale come la scarsità di energia, a me pare un difetto non da poco.
Secondariamente, anche se ho ammirato l’abilità con cui Bacigalupi riesce a inserire il lettore in un mondo nuovo con un calibrato mix di neologismi e di termini provenienti dal thailandese, va detto che a volte si lascia andare a sciatte ripetitività. Per esempio, la parola “grimaces” viene usata letteralmente centinaia di volte per descrivere i personaggi; mi meraviglio che nessun editor (visto che all’estero esistono ancora) se ne sia accorto.
In conclusione, The Windup Girl è un romanzo con molti pregi, che si legge d’un fiato nonostante la lunghezza, e narra una vicenda molto reale in cui nessun personaggio è esente da ombre. Ne consiglio la lettura. Però per essere “il degno successore di William Gibson” occorre fare ancora un po’ di strada.
Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata #noleggebavaglio
Rieccoci qui. Io vorrei parlarvi di fantascienza, libri e cinema (e ho un mucchio di post semipronti che vorrei finire e pubblicare uno al giorno), e invece ci tocca di occuparci sempre delle stesse cose. Ovverosia dall’ennesima legge contro i blog partorita dall’impresentabile banda che governa questo paese.
In pratica, se passerà senza modifiche la legge attualmente all’esame del Parlamento (o meglio una sua parte, visto che la legge nel suo insieme riguarda tutt’altro, e cioè la disciplina delle intercettazioni), diventerà praticamente impossibile pubblicare notizie su un blog, dato che qualunque persona citata avrà la facoltà di pretendere una rettifica immediata di quanto scritto, pena multe salatissime.
È bene ricordare che quanto si scrive sui blog è già sottoposto alle leggi, per esempio sulla diffamazione, che tutelano il buon nome delle persone. Questa nuova legge, che applica ai blog norme previste per la stampa registrata, in tutt’altro contesto di tutele e diritti, non serve a tutelare le persone, ma a impedire il legittimo esercizio della libertà di parola.
Aderisco quindi all’iniziativa di Valigia Blu, pubblicando integralmente un post informativo sulla nuova legge-bavaglio, ed esortandovi tutti a fare altrettanto:
L’idea è semplice: invitare i blogger, chi frequenta e “abita” la rete a condividere, postare (anche su facebook e su twitter), diffondere lo stesso post come segnale di protesta contro il comma 29, il cosiddetto ammazza-blog.
Il post che abbiamo scelto è di Bruno Saetta e spiega bene cosa non va in questa norma.
Qui raccogliamo tutte le adesioni, inserite l’url del vostro post.
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?
Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.
Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione?
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.
Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.
Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.
Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.
Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.
On the air
Stanotte ritorno in diretta su Radio Popolare per un po’ di chiacchiere, musica e fantascienza. Come sempre la trasmissione è a un orario infame: dalle 0.45 all’1.00 e (dopo la replica di La Caccia) dall’1.20 fino a molto tardi.
Con Renato Scuffietti è molto difficile prevedere in anticipo di cosa si parlerà, ma sicuramente gli argomenti fantascientifici non mancano, dal cinema (Super 8 e, per certi versi, anche La pelle che abito) ai libri (le uscite di Toxic@ e Notturno Alieno).
Visto che non sono previsti ospiti, non metterò online i file della trasmissione (occupano troppo spazio!), perciò se volete sentirla non vi rimane che stare svegli e fare clic all’ora giusta sul link qui sotto:
Più veloci della luce
Il recente annuncio fatto dal CERN e dai Laboratori del Gran Sasso, secondo cui per i neutrini generati nel corso di un esperimento sarebbe stata rilevata una velocità superiore a quella della luce nel vuoto, ha destato un grande scalpore ed è stata spesso frainteso nella sua portata. Meglio allora provare a fare un po’ di chiarezza.
In primo luogo, teniamo presente che la cosa tuttora più probabile è che si tratti di un errore. Gi scienziati autori dell’esperimento hanno controllato i risultati per tre anni prima di renderli pubblici, tenendo conto di cause di errore anche minime, come la deriva dei continenti. E tuttavia, si tratta di una misura molto difficile (si parla di una discrepanza di 60 nanosecondi su un tempo di 2 millisecondi, in un fenomeno il cui inizio e la cui fine si trovano a 700 Km di distanza!); inoltre può esserci dietro un errore non banale e difficile da cogliere. Pensiamo a cosa è successo con il caso della cosiddetta “anomalia Pioneer“. Per anni gli scienziati si sono arrovellati sulla causa della minuscola deviazione delle sonde spaziali Pioneer 10 e 11 rispetto alla rotta prevista, tirando in ballo le forze fondamentali dell’Universo per dare una spiegazione. Alla fine è stato proposto un modello molto credibile che spiega tutto con un’asimmetria nell’irraggiamento termico delle sonde. A volte i risultati più improbabili hanno cause del tutto banali, e ci vogliono anni per scoprirle. Quindi prepariamoci alla possibilità che tra qualche mese o anno tutto finisca nel nulla.
Del resto, c’è chi ha fatto notare che, quando nel 1987 è esplosa la supernova SN 1987A, i neutrini emessi sono stati osservati sulla Terra tre ore prima del lampo dell’esplosione (un anticipo compatibile col fatto che il collasso della stella comincia nel suo nucleo e impiega del tempo a coinvolgere la superficie emettendo luce). Se i neutrini fossero più veloci della luce come risulta dall’esperimento, dato che la stella dista 168.000 anni luce dalla Terra, sarebbero dovuti arrivare qui con anni di anticipo. Ovviamente questo non esclude la possibilità che alcuni neutrini siano talvolta più veloci della luce, ma è sicuramente un indizio contrario.
In secondo luogo, se anche fosse provato che effettivamente i neutrini si muovono leggermente più veloci della luce, questo non significherebbe necessariamente una c0mpleta rivoluzione nella fisica. La teoria della relatività è stata confermata in innumerevoli occasioni, e non basta un singolo esperimento a metterne in discussione le fondamenta. Come già molti hanno fatto notare, la teoria prevede che ci sia una velocità massima non superabile, che può essere raggiunta solo da particelle prive di massa a riposo. Quindi, se si scoprisse che i fotoni si muovono davvero più lentamente dei neutrini, ciò potrebbe voler dire semplicemente che i fotoni sono dotati di una massa, anche se piccola, e quindi non sono le particelle più veloci nell’Universo. Un fatto del genere imporrebbe di rifare i calcoli in ogni aspetto della fisica delle particelle e della cosmologia. Però non andrebbe a intaccare il fatto che c’è una barriera che non si può superare in alcun modo: si limiterebbe di spostarla in là di qualche nanosecondo, irrilevante per i viaggi spaziali.
Ovviamente non possiamo neppure escludere che l’esperimento diventi il punto di partenza di una fisica totalmente nuova, in cui cose che prima erano ritenute impossibili saranno alla nostra portata. In effetti è quello che speriamo tutti. Ma ci vorrà comunque del tempo.
A margine della questione vorrei stigmatizzare il modo in cui in Italia ci si è occupati dell’argomento. Quasi tutti i quotidiani hanno datro la notizia in modo poco comprensibile, affermando per esempio che i neutrini sarebbero “più veloci della luce di 60 nanosecondi”. Chi scrive una cosa del genere non ha ben presente nemmeno la fisica del liceo, dato che la velocità è un rapporto tra spazio e tempo, e non si misura con unità di tempo.
Ma questo è nulla di fronte all’incompetenza dimostrata dalla nostra ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, o meglio dall’ignoto collaboratore che ha esteso per lei il comunicato ufficiale relativo all’evento (e che evidentemente è stato scelto con gli stessi criteri di merito di cui si è avvalsa la Gelmini). Tutto il mondo si è fatto delle gran risate leggendo che, secondo il testo firmato dalla ministra, esiste un tunnel tra i laboratori del CERN e quelli del Gran Sasso (700 chilometri!). Ma è tutto il comunicato a essere ridicolo, con quell’esaltare la “vittoria epocale” del “superamento della velocità della luce”, come se la cosa non fosse da verificare, e come se il risultato fosse stato attivamente cercato e non del tutto inatteso.
La Gelmini si è difesa dicendo che ovviamente voleva riferirsi al tunnel sotterraneo che ospita il sincrotrone del CERN. A questo punto però vorrei sapere: visto che il SPS è stato costruito negli anni ’70, di quali soldi esattamente parla la ministra? In ogni caso i ricercatori italiani del CERN non sembrano esserle molto grati, dato che l’anno scorso hanno manifestato in massa contro la riforma Gelmini dell’università. E, tanto perché lo sappiate, la persona a capo dell’esperimento, il professor Ereditato, è cittadino italiano, ma è stipendiato dalla Svizzera.


