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Film: Persepolis (anteprima)

Dal fumetto autobiografico di Marjane Satrapi. Marjane è una ragazzina iraniana che si trova a vivere proprio nei giorni in cui il regime dello Scià viene rovesciato. Condivie le speranze della sua famiglia per una società più democratica, ma vede invece nascere l’oppressiva teocrazia islamica, mentre il paese viene sconvolto dalla guerra con l’Iraq. Per salvarla dalla sua indole ribelle, i genitori la mandano a studiare in Europa, dove Marjane impara a condurre una vita libera e indipendente. Ma non si trova comunque a suo agio tra gli studenti europei che non sanno apprezzare la libertà di cui dispongono, e la nostalgia di casa la spinge a tornare in Iran…
Persepolis è un capolavoro assoluto del fumetto mondiale, questo è indiscutibile. E questa versione, realizzata personalmente dall’autrice insieme a Vincent Paronaud, gli rende pienamente giustizia. Realizzata con tecniche tradizionali di animazione, mantiene l’essenzialità e il bianco e nero caratteristici dell’originale, utilizzando però una varietà di effetti di sfondo e di movimento che le donano in più una qualità autenticamente filmica. Lodevole la scelta dell’autrice di non presentare una mera trasposizione della storia a fumetti, ma di riscriverla completamente per il cinema. In questo modo, non solo anche chi ha già letto il fumetto può godere di tanti episodi ed elementi nuovi, ma il tutto scorre così bene che ci si dimentica di essere di fronte a un cartone animato. L’edizione italiana mi è sembrata perfettamente curata (la voce italiana della protagonista è di Paola Cortellesi, mentre in originale era di Chiara Mastroianni).
Soprattutto: è una splendida storia vera, che parla di eventi anche tragici senza mai risultare pesante o ricattatoria, e che propone un punto di vista straordinariamente personale e sfumato su temi e luoghi su cui pesano luoghi comuni tagliati con l’accetta. Da vedere assolutamente.

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Film: Irina Palm

Maggie è una signora inglese, vedova, il cui nipotino sta morendo in ospedale di una malattia rara. Forse una nuova terapia potrebbe salvarlo, e Maggie ha già sacrificato tutti i suoi averi, inclusa la casa. Mentre cerca un modo per racimolare altro denaro, per un equivoco risponde a un’offerta di lavoro decisamente poco ortodossa per una signora rispettabile. Ma lei, dopo qualche esitazione, accetta, e si ritrova ben presto a essere una star dei locali porno di Soho, con lo pseudonimo di Irina Palm…
Il riassunto della trama non rende giustizia a questo film, che è di un acume e di una sottigliezza rari. Drammatico ma anche umoristico, riesce a parlare di tanti argomenti serissimi senza per questo risultare didascalico o deprimente. Descrive senza mezzi termini tutta la spietatezza di una società in cui il valore di mercato diventa l’unica unità di misura, ma fa anche una beffarda analisi sulla relatività di ogni codice morale, e non soltanto. Splendidi tutti gli interpreti e in particolare Marianne Faithfull, perfettamente a suo agio nei panni di una Maggie del tutto priva di glamour, e l’attore serbo Miki Manojlovic (già protagonista di Underground di Kusturica), che nella parte del suo omonimo pornoimpresario Miki sembra un redivivo Walter Matthau. Unica nota negativa per la colonna sonora del gruppo belga Ghinzu, in sé anche bella, ma cosi uniformemente funerea da risultare spesso in palese contrasto con la ricchezza di umori della pellicola.

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Film: La bottega delle meraviglie di Mr. Magorium

Mr. Magorium gestisce da un secolo e mezzo un magico negozio di giocattoli a New York, in cui le stranezze sono la normalità. Ma ora che ha consumato il suo ultimo paio di scarpe, Magorium sa che è giunto per lui il momento di lasciare questo mondo, e decide di lasciare il negozio in eredità alla sua giovane assistente Mahoney. Inizialmente Mahoney non vuole accettare la cosa, e anche il negozio fa le bizze al pensiero di essere abbandonato dal suo creatore. Tuttavia, grazie a un contabile in apparenza insensibile ma in realtà dal cuore d’oro, e a un bambino disadattato ma geniale, il negozio troverà chi continuerà a prendersene cura.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore dell’ottimo Vero Come la Finzione, questo film non è altrettanto solido. Ci sono tante trovate interessanti, ma sembrano un po’ galleggiare nel vuoto, a causa della scarsa consistenza del background. Viene spontaneo porsi delle domande che rimangono senza risposta, come "Da dove viene Mr. Magorium?", "Come e perché ha aperto il negozio?", "Come ha fatto Mahoney a diventare la sua assistente?", e così via. Fortunatamente, interpreti molto bravi e professionali (menzione speciale per il bravissimo dodicenne Zach Mills) riescono a mantenere in piedi il film, che risulta vedibile, perlomeno dai bambini e dal tipo di persone che riescono a guardare un buon film per bambini senza farsi problemi. Sicuramente non imperdibile, ma abbastanza bizzarro e originale da poter valere i soldi del biglietto.

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Film: Across the Universe

Jude è un giovane inglese che, negli anni ’60, si reca negli USA alla ricerca del padre perduto. Qui conosce i fratelli Max e Lucy, e decide di rimanere. I tre vanno ad abitare a New York insieme alla cantante Sadie, al chitarrista Jo-Jo e alla svagata Prudence, sperimentano l’esplosione della musica e della droga, partecipano alla contestazione, ma Max deve partire per il Viet Nam, la rivoluzione non è dietro l’angolo e il sogno finisce…
Se i nomi dei personaggi vi sembrano familiari c’è una ragione ben precisa: appaiono tutti nelle canzoni dei Beatles (tranne Max, a meno che non sia il diminutivo di Maxwell…). E infatti questo film è un musical la cui colonna sonora è formata da ben 33 canzoni dei Beatles (con un forte sbilanciamento verso il lato "lennoniano" delle composizioni), reinterpretate dagli attori stessi.
Dal punto di vista tecnico, Across the Universe è un quasi-capolavoro. Ottimo il lavoro svolto sulle canzoni, arrangiate in modo al tempo stesso rispettoso e inventivo, e inserite perfettamente all’interno del flusso del film. Eccezionali le coreografie di Daniel Ezralow, che rendono alla perfezione quel surrealismo lisergico tipico dell’epoca (ed espresso da film come Yellow Submarine). E, soprattutto, originalissima la regia che, con un uso particolarmente creativo della grafica computerizzata,  riesce a fondere senza soluzione di continuità elementi realistici e fantastici, assecondando alla perfezione quella sensazione di poter mutare i sogni in realtà che sempre associamo agli anni ’60.
Tuttavia, se vado a chiedermi quale sia il senso ultimo dell’operazione, rimango molto perplesso. La regista e sceneggiatrice Julie Taymor è riuscita indubbiamente a creare un contrappunto visivo alle canzoni dei Beatles, frullandoci dentro un po’ tutto l’immaginario dell’epoca, e citando tutto il citabile (dalla metafora delle fragole e sangue al mitico concerto live sul tetto dell’edificio). Ma per dire cosa? A ben guardare, quello che troviamo in Across the Universe è lo stesso tipo di messaggio, per giunta espresso in modo quantomai vago e generico, che troviamo in qualunque film sugli anni ’60 degli ultimi quarant’anni: la gioventù aveva voglia di cambiare il mondo, poi il sogno è sfiorito a causa del settarismo e della violenza. Ci viene risparmiata la retorica sulla droga che uccide (ma non viene scelta alcun’altra strada, e  l’intermezzo "lisergico" al centro del film, con Bono Vox a intepretare il Dr. Robert, rimane perciò un vicolo cieco all’interno del film), ma non quella sul radicalismo che degenera in violenza politica (negli USA???). Alla fine, il film si chiude con All you need is love e tutti gli screzi e le lacerazioni tornano magicamente a posto. Possiamo ancora credere a un finale così nel 2008?
In definitiva, Taymor ha realizzato una colossale, raffinata cartolina sugli anni ’60. Bella quanto si vuole, e tecnicamente perfetta. Però nient’altro che una cartolina, fatta per suscitare la nostalgia dei sessantenni e l’invidia dei ventenni per un passato mitico, ma che sul significato degli ideali di quell’epoca per il nostro presente, sul perché quei sogni siano più lontani oggi di allora, non dice assolutamente nulla.

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Libro: La croce Honninfjord

Bjorn è l’archivista che si occupa di gestire un’antichissima raccolta di spartiti musicali che ha sede in una cittadina norvegese. Quando riceve la visita di Marie, una ragazza francese convinta di essere la figlia del musicista Honninfjord-Dervinski, Bjorn se ne innamora. Per conquistarla, si dedica interamente ad aiutarla nella sua ricerca di uno spartito che dovrebbe contenere la prova della sua discendenza dal compositore, morto in circostanze misteriose durante la Seconda Guerra Mondiale. Si troverà così invischiato in una trama che ha le sue origini ai tempi della resistenza norvegese contro i nazisti, o forse addirittura nell’Alto Medioevo agli albori della musica polifonica.
La croce Honninfjord è un romanzo decisamente complesso, che intreccia una trama ambientata nell’800 d. C:, una nel 1944 e una terza nel dopoguerra, ulteriormente spezzettata in vari linee temporali alternate. Tanto di cappello al giovanissimo autore esordiente Giovanni Montanaro per essere riuscito a gestire una materia così intricata mantenendola sotto controllo.
Al di là di questo, però, non lo considero un romanzo riuscito. Innanzitutto, una delle idee che stanno alla base del libro, quella per cui la polifonia sarebbe espressione di pluralismo e tolleranza, mentre invece la monodia corrisponderebbe a pensiero unico e dittatura, mi pare forzata. O meglio, può anche andare bene per la parte ambientata nel Medioevo, ma dubito che i nazisti, che avevano adottato un compositore moderno e dissonante come Wagner, potessero disprezzare la polifonia per motivi ideologici.
A parte questa critica di fondo, il problema principale del romanzo è che mette di gran lunga troppa carne al fuoco, risultando così difficile da digerire. Le rivelazioni si susseguono ininterrottamente, e all’ennesima scoperta per cui X è il padre di Y o l’assassino di Z il lettore cessa di stupirsi per eccesso di colpi di scena. Inoltre i toni della narrazione sono troppo variabili: a pagine molto drammatiche e a serissime dissertazioni musicali se ne alternano altre d avventura di serie B, in cui spostando una torcia in una grotta si può aprire un passaggio segreto come in Frankenstein Junior. Una maggiore semplicità e chiarezza di intenti avrebbero giovato.
In definitiva, La croce Honninfjord svela un nuovo autore con indubbie potenzialità, ma questo primo tentativo è acerbo. Lo aspettiamo al prossimo.

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Film: La Bussola d'Oro

The Golden CompassLyra è una dodicenne che vive in un mondo diverso dal nostro, anche se simile, in cui ogni essere umano è accompagnato da uno spirito dall’aspetto di un animale, il daimon, dal quale non si separa mai dalla culla alla tomba. La ragazzina è sotto la protezione dell’università di Oxford, in quanto i suoi genitori, di nobile origine, sono scomparsi. Quando un’ambigua signora obbliga il rettore a darle in consegna la bambina, questi le consegna di nascosto uno strumento simile a una bussola che, se correttamente interrogato, è in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Quando Lyra scopre che la donna è in combutta con coloro che, per scopi misteriosi, rapiscono bambini, fugge. Di lì a poco si ritroverà, insieme a una strega, a un’aeronauta e a un orso guerriero parlante, alla guida di una spedizione nell’estremo Nord volta a liberare i bambini scomparsi. Tratto dal romanzo di Philip Pulman.
Il film arriva in Italia dopo un flop negli Stati Uniti e con un aureola di recensioni negative. Sarà merito delle mie aspettative conseguentemente basse, ma in realtà il film mi è parso molto migliore del previsto. Direi che sostanzialmente il film presenta gli stessi pregi e difetti della serie di film tratta dai romanzi di Harry Potter. I pregi: una ricostruzione fedele, credibile e dettagliatissima dei luoghi e delle atmosfere del romanzo, e un casting molto azzeccato, con attori di nome anche per ruoli molto piccoli. Tutti gli interpreti dei ruoli secondari mi sono sembrati molto in parte, e anche l’esordiente protagonista Dakota Blue Richards, pur non essendo stupefacente, mi è comunque sembrata convincente (molto più di alcuni dei melensi ragazzini di Le Cronache di Narnia).
Il difetto principale del film è insito nella natura stessa dell’operazione, e cioè far rientrare in un film di meno di due ore una storia molto lunga e complicata rimanendovi fedeli. Bisogna dire che il regista e sceneggiatore Chris Weitz ha fatto uno sforzo encomiabile, simile a quello fatto da Peter Jackson per Il Signore degli Anelli, rimaneggiando la cronologia del romanzo, comprimendo pi scene insieme, ma rispettando sostanzialmente la natura del mondo e della storia originali. Devo dire che in alcuni punti Weitz ha persino migliorato la storia: enfatizzando il personaggio di Lee Scoresby, che nel romanzo è più defilato, e soprattutto rimandando la rivelazione dell’identità dei genitori di Lyra, che viene svelata non day gyziani ma da Marisa Coulter, con un’efficacia drammatica a mio avviso maggiore. Questo però non evita che il film appaia spesso in affanno nel tentativo di concentrare in pochi secondi scene che avrebbero bisogno di tempi lunghi per risultare efficaci. La sottigliezza delle relazioni tra i personaggi va perduta, e anche il realismo ne soffre, dato che Lyra sembra spesso intuire come per magia cose richiederebbero invece lunghe ricerche o spiegazioni.
Va notato che il film evita di mostrare i due eventi più drammatici del libro, cioè le morti di due bambini. E soprattutto che finisce un po’ prima del romanzo, creando così la parvenza di un finale ma lasciando Lyra in viaggio per raggiungere il padre insieme ai suoi compagni di viaggio.
In conclusione, chi ha letto e apprezzato il libro può senz’altro gradire il film, che non tradisce l’originale ed è realizzato con cura. Chi invece non lo conosce potrebbe rimanere spiazzato da un’opera che descrive molte cose troppo frettolosamente e si conclude lasciando molte questioni in sospeso.
Sarà interessante vedere se saranno realizzati i seguiti, il cui contenuto, tra l’altro, è per molte ragioni molto più scabroso da rappresentare. Certo, il film non merita i giudizi negativi con cui è stato accolto, e penso che sarebbe veramente preoccupante se l’insuccesso americano fosse dovuto a motivi religiosi.

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Film: Il caso Thomas Crawford

Il caso Thomas CrawfordPer uccidere la moglie che lo tradisce, un ingegnere col pallino della precisione crea un piano diabolico che gli consente di farla franca pur essendo manifestamente colpevole. Questo manda in crisi il giovane avvocato chiamato a rappresentare la pubblica accusa, che non si rassegna all’impotenza.
Il Caso Thomas Crawford (pessimo titolo italiano che sembra fare il verso, non si sa perché, a Il Caso Thomas Crown; molto meglio l’originale Fracture) aspira a imitare i classici gialli alla Hitchcock, quelli in cui si rimane fino all’ultimo col fiato sospeso per scoprire il dettaglio rivelatore che svela l’operato dell’assassino. E ci riesce anche abbastanza bene, per giunta con un bel capovolgimento: qui l’importante non è scoprire come ha fatto l’assassino a commettere il delitto (lo sappiamo benissimo: lo vediamo all’inizio del film), bensì come ha fatto a manipolare le prove in modo da rendere legalmente impossibile incriminarlo. Ed è piuttosto ben costruita anche la figura del protagonista, un giovane avvocato "vincente" le cui certezze e la cui carriera vanno in frantumi scontrandosi contro il gelido cinismo del colpevole.
Quello che manca al film è un antagonista del tutto convincente. Anthony Hopkins interpreta l’assassino come l’ennesima variante di Hannibal Lecter: intelligentissimo, spietato, cinico, al punto da risultare disumano e meccanico come i congegni che costruisce per diletto. Non riusciamo a capire chi sia, perché sia diventato così. Perciò la tensione regge fin quasi alla fine ma, quando l’arcano viene svelato, il personaggio si sgonfia e il finale risulta meno incisivo di quanto dovrebbe.
Operazione dunque non perfettamente riuscita, ma resta comunque un thriller giudiziario piuttosto godibile e originale, il che di questi tempi non è poco.

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Libri: trilogia "Queste Oscure Materie" ("La Bussola d'Oro", "La Lama Sottile", "Il Canocchiale d'Ambra")

La bussola d'oroLa Bussola d’Oro è ambientato in un mondo diverso dal nostro, anche se simile, in cui ogni essere umano è accompagnato da uno spirito dall’aspetto di un animale, il daimon, dal quale non si separa mai dalla culla alla tomba. Lyra è una ragazzina dodicenne che vive sotto la protezione dell’università di Oxford, in quanto i suoi genitori, di nobile origine, sono scomparsi. Quando un’ambigua signora obbliga il rettore a darle in consegna la bambina, questi le consegna di nascosto uno strumento simile a una bussola che, se correttamente interrogato, è in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Quando Lyra scopre che la donna è in combutta con coloro che, per scopi misteriosi, rapiscono bambini, fugge. Di lì a poco si ritroverà, insieme a una strega, a un’aeronauta e a un orso guerriero parlante, alla guida di una spedizione nell’estremo Nord volta a liberare i bambini scomparsi.
La lama sottileIn La Lama Sottile Lyra, che al termine del romanzo precedente ha lasciato il proprio mondo, si ritrova in un luogo desolato e popolato solo da bambini. Qui fa conoscenza con Will, un ragazzo proveniente dal nostro mondo, e perciò privo di daimon. I due hanno varie avventure che li portano a impossessarsi di una lama in grado di aprire finestre tra un mondo e l’altro.
Infine, in Il Canocchiale d’Ambra si scatena la guerra che si era preparata nei romanzi precedenti, una rivolta degli uomini liberi e degli angeli ribelli contro ogni chiesa e contro Dio, durante la quale Lyra e Will scopriranno il significato degli eventi cui hanno preso parte. Con le loro azioni, inclusa una dolorosa visita nell’Aldilà, determineranno l’esito finale.
Il Canocchiale d'AmbraUna volta tanto le polemiche dei cattolici contro un romanzo per ragazzi non sono del tutto infondate. Se era davvero ridicolo che qualcuno se la prendesse con Harry Potter per un suo supposto spirito anticristiano, qui il suddetto spirito c’è sul serio. L’autore non si limita a proporre avventure fantastiche trascurando la religione tradizionale, ma propone una vera e propria trilogia alternativa, in cui il Paradiso è un’impostura, e Dio una creatura mortale, bugiarda e fallibile. I religiosi sono tutti personaggi negativi, capaci di torturare e uccidere bambini per raggiungere i loro scopi, mentre uno dei personaggi più positivi è una suora che ha felicemente abbandonato la religione. Insomma, in questo caso la Chiesa fa bene a sentirsi minacciata dai libri (e dai film che se ne stanno traendo). Io, dal canto mio, sono dell’avviso che dovrebbero esserci molti più libri che parlano male della religione, ma diamo a Cesare quel che è di Cesare.
A causa del contenuto anticristiano, l’opera, è stata spesso definiita "l’anti-Narnia", nonostante l’autore abbia sempre respinto i paragoni con C. S. Lewis. A mio avviso, però, l’accostamento con Lewis è abbastanza pertinente, anche se io paragonerei "Queste Oscure Materie", più che a Narnia, alla trilogia del Pianeta Silenzioso. Infatti anche qui abbiamo un primo romanzo che definisce un universo fantastico fresco e avvincente, seguito però da due seguiti in cui il contenuto ideologico-religioso si fa predominante, schiacciando la vicenda e rendendola indigesta.
La Bussola d’Oro è in effetti uno di quei libri che, una volta iniziati, ti afferrano e non ti mollano più. L’universo creato da Pullman non assomiglia a nessun altro, e mescola con sapienza ambientazioni familiari con altre assolutamente bizzarre. Il tutto seguendo una trama non scontata e ricchissima di colpi di scena. Al contronto, La Lama Sottile è a un livello parecchio inferiore: è un libro di transizione (molto più breve degli altri due) che serve a preparare il successivo, non offre alcuna delle meraviglie del precedente, e oltretutto si conclude in medias res. Con Il Canocchiale d’Ambra la vicenda si risolleva e si incontrano nuovi interessanti personaggi e nuovi colpi di scena. C’è anche una parte ambientata in un ulteriore mondo parallelo abitato da esseri dotati di ruote, che appartiene più alla fantascienza che alla fantasy e che ho trovato particolarmente riuscita. Tuttavia il finale è goffo, farraginoso e insoddisfacente e mi ha lasciato parecchio deluso.
Il problema è che, col procedere dei romanzi, si intravede sempre più fortemente la mano dell’autore che, avendo in mente un preciso schema simbolico, forza la mano alle vicende e ai personaggi per farceli rientrare, danneggiando la verosimiglianza della storia e risultando spesso verboso e didascalico. Ne soffrono in particolare i due principali personaggi "adulti", Lord Asriel e Marisa Coulter, i cui obiettivi cambiano  in maniera radicale senza che la cosa sia stata adeguatamente motivata di fronte al lettore. Anche il lato "militare" del romanzo ne risente, con personaggi che dovrebbero essere degli autentici titani che si rivelano incongruamente stupidi e incapaci.
Tuttavia, anche non volendo considerare questi difetti, resta un problema strutturale ancora maggiore, e cioè che è proprio la costruzione ideologico-religiosa di Pullman a essere poco convincente. L’autore si oppone alla religiosità organizzata propugnando la libertà di pensiero. Per farlo però costruisce un mondo che si basa profondamente su concetti che sono tipici del pensiero religioso cui vorrebbe opporsi: dualismo mente/corpo e spirito/materia, finalismo, destino e via discorrendo. Il risultato è che la trilogia, invece che raggiungere il suo scopo, lascia il suo lettore con decine di dubbi insoluti. Per esempio: se Dio non si cura di premiare i suoi fedeli, a che scopo esiste l’Aldilà? Se tutti gli esseri senzienti hanno un’anima e un daimon, perché gli orsi, che manifestamente sono senzienti, fanno eccezione? E così via.
Non vorrei che il mio giudizio suonasse troppo negativo. In definitiva, mi sono divertito a leggere la trilogia, che ha dei momenti indimenticabili e alcuni personaggi che lasciano il segno. Tuttavia è indiscutibile che dà il suo meglio all’inizio per poi declinare. A voi decidere se il piacere della partenza valga l’inevitabile delusione finale.

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Film: La leggenda di Beowulf

BeowulfIl re danese Hrotgar ha fatto costruire una fastosa sala in cui festeggiare le proprie vittorie tra canti e idromele. Ma il suono delle celebrazioni disturba il mostro Grendel, che irrompe nella sala e fa strage dei presenti. Hrotgar offre colossali ricchezze a chi ucciderà il mostro. Ad accettare l’incarico è un gruppo di guerrieri geati guidati da Beowulf. Il mostro sarà sconfitto, ma il condottiero scoprirà che il legame di Grendel con gli umani e ben più sottile e subdolo di quanto immagini.
Il film è interamente realizzato in grafica computerizzata, animata col metodo del motion capture, cioè basandosi sul movimento di attori veri, così come fu fatto per il personaggio di Gollum nella trilogia del Signore degli Anelli. Il risultato è altalenante: se nei primi piani tutto funziona alla perfezione, nelle scene di massa i movimenti e le espressioni a volte perdono di credibilità, e si resta con la sensazione di guardare l’introduzione di un videogioco. Comunque sia, si può dire che Zemeckis ha essenzialmente centrato il bersaglio, dando corpo a un mondo sanguigno e terribile,  che non ha nulla dell’edulcorazione tipica del cartone animato, e in cui l’esagerazione eroica non sminuisce ma esalta l’orrore.
Il maggior plauso, però, va alla sceneggiatura di due mostri sacri come Neil Gaiman e Roger Avary. I quali in primo luogo hanno realizzato una storia che non si perde in introduzioni e lungaggini ma va dritta al punto senza cadute di tensione. Ma soprattutto, hanno conservato tutta la forza primitiva del mito originario con le sue esibizioni di forza e coraggio, ma hanno nel contempo introdotto cambiamenti che non solo rendono più coerente e unitaria la storia narrata nel poema anglosassone, ma che svuotano dall’interno la figura dell’eroe, rendendola modernissima. Beowulf è sì un coraggioso che affronta Grendel a mani nude, ma è anche un propagandista che costruisce consapevolmente il proprio mito. Soprattutto, è un uomo fallibile, costretto a convivere con il peso dei propri errori nascosti. Il film abbandona così la linearità del mito originario per proporci un ciclo di ascesa e caduta che ricorda miti molto posteriori. Da questo punto di vista è molto debitore dell’immortale Excalibur di John Boorman.
In conclusione, il film è divertente e appassionante e godibile sia da chi va al cinema per vedere draghi e troll fatti a brani, sia da chi apprezza la decostruzione del mito.

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Film: Sleuth – Gli insospettabili

SleuthUn anziano scrittore riceve la visita di un giovane attore spiantato, che è anche l’amante di sua moglie e vuole convincerlo a divorziare. Tra i due uomini si crea un complicato gioco in cui ciascuno cerca di sopraffare e annullare la personalità dell’altro.

Non ho (ancora) visto l’opera originale, il film del 1972 diretto da Joseph Mankiewicz a sua volta tratto da un testo teatrale di Anthony Shaeffer, e in cui la parte del giovane era interpretata da Michael Caine e qella del vecchio da Laurence Olivier. Però dicono sia un capolavoro.
A me è toccato questo remake del 2007 diretto da Kenneth Branagh, con una sceneggiatura rimaneggiata nientemeno che dal premio Nobel Harold Pinter, e in cui questa volta Michael Caine fa il vecchio, mentre il giovane è Jude Law. Sulla carta sembra un’operazione interessante, ma in pratica sono rimasto profondamente deluso.
Il primo colpevole del fallimento temo sia proprio Pinter che, nel tentativo di modernizzare il testo, lo ha reso ostico. Mi risulta infatti che due dei cambiamenti più macroscopici apportati siano stati la durata, scesa da 138 a 86 minuti, e il terzo atto, completamente rimaneggiato. Ebbene, ciò che più mi ha infastidito del film è stata proprio l’eccessiva velocità, che rende poco credibili tutte le situazioni. Per quando gli attori si sforzino, è difficile credere che in pochi minuti qualcuno si lasci convincere a commettere un crimine da una persona che non ha mai incontrato prima e di cui ha tutte le ragioni di diffidare. Certe situazioni per essere credibili hanno bisogno di tempi lunghi. Se gli si dà il ritmo di un film d’azione non diventano più avvincenti, smettono di funzionare. Il terzo atto poi è quello che mi ha convinto di meno, con un’omosessualità esplicita che appare forzata e sopra le righe. E il finale è banale e poco significativo.
Branagh comunque ci mette del suo, ambientando l’azione in una casa supertecnologica che vorrebbe alludere all’ossessione maschile per il controllo, ma che finisce per assomigliare a un gigantesco spot di una nota azienda elettronica coreana.
Gli attori fanno quello che possono, ma non possono salvare la cattiva qualità della messa in scena: Caine appare svogliato, Law spesso sopra le righe.
Attendo di vedere l’originale, ma questo remake è una noia mortale. Siete avvertiti.

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