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Nòva 24: Metano marziano


Oggi è in edicola un numero di Nòva 24 (supplemento de Il Sole – 24 Ore) contenente un mio articolo sulla scoperta di metano su Marte, e sulle sue implicazioni riguardo alla possibilità che ci sia vita sul pianeta.

AGGIORNAMENTO
Ho scoperto che l'articolo è già online: qui.
E qui trovate quello del mese scorso.

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Nòva 24: Abiogenesi

Nova24Oggi è in edicola un numero di Nòva 24 contenente un mio articolo (che spero sarà il primo di una lunga serie) riguardo agli studi di Doriano Brogioli sull’abiogenesi.
Spero che in futuro potrò pubblicarlo sulla nuova edizione del blog. Intanto se volete leggerlo non vi resta che comprare Il Sole – 24 Ore di oggi, di cui Nòva24 è un supplemento.

20centUn grazie molto speciale a chi mi ha dato una mano a rivedere l’articolo.

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Film: La passione

NOTA: La rifondazione del blog sta ovviamente impiegando più tempo del previsto. intanto riprendo a scrivere qui, così mi tengo in allenamento.

La passioneGianni Dubois è un regista in disarmo, che non fa più film da cinque anni e temporeggia con produttori e attori attendendo un’idea che non arriva mai. A causa di un incidente condominiale è costretto a recarsi di corsa nel paesino toscano dove ha la seconda casa, e dove la sindaca gli pone un ultimatum: dovrà pagare un monte di danni e affrontare uno scandalo, se non accetterà di dirigere la sacra rappresentazione della Passione del Venerdì Santo. Gianni è costretto ad accettare l’incarico, che presto va a rotoli di pari passo con le sue prospettive di lavoro…
La passione è un film che si lascia vedere volentieri e strappa anche qualche risata. Merito di una coppia di attori tra i più bravi e simpatici del nostro cinema, Silvio Orlando e Giuseppe Battiston, ai quali aggiungo volentieri Corrado Guzzanti (che al cinema è sempre troppo sopra le righe, ma qui, visto che interpreta un attore pessimo e istrionico, ci sta benissimo). E anche di un soggetto abbastanza originale, che rappresenta l’Italia e il mondo del cinema con caustica ironia: in certi momenti sembra quasi di vedere una puntata di Boris. Purtroppo però il film non decolla mai veramente. Colpa di una sceneggiatura troppo disinvolta nel far succedere cose senza spiegazioni (difetto di tantissimi film italiani, e di quelli di Mazzacurati in particolare), e che moltiplica le macchiette (spesso neppure divertenti, come la padrona di casa infoiata) senza sviluppare davvero i personaggi che contano. Ma soprattutto è il finale che delude: blando, incerto e poco convincente proprio come i soggetti creati dal protagonista, invece di dare un senso al film glielo toglie. Peccato, perché le buone intenzioni c’erano. Ma, come troppo spesso avviene nel cinema italiano, sono rimaste tali.

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Film anteprima: Il Mondo dei Replicanti




In un futuro non troppo lontano, il mondo è stato rivoluzionato dall’introduzione dei “surrogati”, robot umanoidi che possono essere controllati a distanza da un essere umano comodamente seduto in una poltrona in casa propria. Usare un surrogato significa esplorare il mondo con una versione più forte e più bella di se stessi, e in più poterlo fare senza correre alcun rischio, dato che la cosa più grave che può accadere è la distruzione del surrogato. La cosa è così attraente che ormai le strade sono popolate solo di surrogati, mentre gli esseri umani stanno rintanati in casa a vivere le loro vite per procura.  Soltanto un ristretto numero di dissidenti vive in riserve dove l’uso dei surrogati è vietato. Ma questo stato di cose rischia di precipitare rapidamente quando qualcuno comincia a usare una pistola che non solo uccide i surrogati, ma contemporaneamente anche le persone a loro collegate…

È evidente che nel girare questo film ispirato a un graphic novel, il regista Jonathan Mostow (già autore del dimenticabile Terminator 3) aveva intenzione di ispirarsi a modelli elevati, come il celeberrimo Blade Runner, esplicitamente citato in alcune scene (e anche nel titolo italiano, mentre quello originale è Surrogates). E in effetti questo non è il “solito” film fracassone pieno solo di sparatorie ed effetti speciali (che pure non mancano), ma riesce a costruire immagini di un mondo che risulta credibile pur essendo totalmente straniante. Un mondo in cui tutte le persone sembrano stelle del cinema (ma hanno a casa un alter ego trasandato e invecchiato), in cui le “persone” assistono con curiosità alle sparatorie, non temendo di essere uccise, o in cui lo stesso corpo meccanico può essere usato in sequenza da più persone diverse. Tuttavia gran parte dello sforzo registico viene vanificato da una sceneggiatura semplicistica, in cui la tecnologia viene descritta in modo inverosimile (un hacker operando da un singolo computer in una qualsiasi stazione di polizia può infettare tutti i surrogati del mondo contemporaneamente…), e usata per veicolare una morale trita (la tecnologia porta le persona a straniarsi e ignorare i propri veri sentimenti) che, nell’era di Internet e di Facebook, suona davvero improponibile. Peccato, perché alcuni spunti del film avrebbero meritato uno sviluppo migliore. Bruce Willis, pur penalizzato dal trucco da bambolotto del suo alter ego meccanico, regge comunque bene il ruolo di protagonista.

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Libro: Che la festa cominci

Che la festa cominciUn palazzinaro corrotto e straricco ha ottenuto dal comune di Roma il parco di villa Ada per farne la propria residenza privata, lo ha popolato di belve e intende festeggiarne linaugurazione con un vero e proprio safari cui parteciperanno tutti i VIP italiani. Tra loro c’è anche Fabrizio Ciba, scrittore di grande successo ma col segreto (e fondato) timore di essere un bluff che prima o poi la gente scoprirà. Ma ci sono anche, infiltrate, le Belve di Abaddon, i seguaci di una scalcinatissima setta satanica che intendono conquistare fama imperitura compiendo un sacrifico umano durante la festa…
Raramente ho cominciato a leggere un libro con tanto piacere come con questo nuovo Ammaniti. Il primo capitolo, con la riunione della setta satanica "all’amatriciana", è da applauso, un pezzo satirico da antologia, qualcosa che ti fa ridere di gusto e nel contempo ammirare la sottile analisi psicologica, insomma l’Ammaniti migliore. Poi però, gradatamente, la forza del libro cala fino ad ammosciarsi. In parte ne è responsabile il personaggio di Fabrizio Ciba, macchietta di scrittore vanitoso e velleitario probabilmente molto realistica, ma che non è né abbastanza grottesca da essere divertente, né ci dice qualcosa di davvero nuovo o interessante. Ma soprattutto, è la struttura del libro a non funzionare: manca del tutto quella sensazione di meccanismo a orolgeria, in cui tutti i pezzi vanno a combaciare, che era la caratteristica più entusiasmante della scrittura ammanitiana. Qui, al contrario, scene e personaggi rimangono a fluttuare nel vuoto, senza un collegamento con il resto della trama, o anche senza che il loro inserimento appaia motivato. Per esempio: la scena dell’amante di Ciba e del video porno, episodio che si perde nel nulla. Oppure il cuoco bulgaro ipnotizzatore, che non si capisce bene cosa c’entri con tutto il resto. Alla fine, invece che risolvere la trama, Ammaniti decide di sfasciare tutto con un’invasione di creature del sottosuolo, tanto ingiustificate che è costretto a inserire sette pagine di quello che lui stesso definirebbe un micidiale "spiegone", senza comunque riuscire a infondere un minimo di credibilità all’evento. Peccato, perché le potenzialità per scrivere un grande libro c’erano tutte. C’è chi sostiene che da Ammaniti ci si aspetta troppo, e che si tratta solo di un bravo scrittore pulp dal quale però è sbagliato pretendere qualcosa di più. Io continuo ad ammirare la sua capacità di colpire e accattivare il lettore, che anche in Che la festa cominci raggiunge vette notevoli. Ma proprio per questo continuo ad volere da lui qualcosa di più, che negli ultimi due romanzi non è arrivato.

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Film: Moon

MoonUna base spaziale sul lato nascosto della Luna, dove si estrae dalle rocce lunari l’elio-3 necessario agli impianti a fusione terrestri, è abitata da un uomo solo, Sam, in attesa che il suo contratto triennale scada e gli consenta di fare ritorno sulla Terra. Un giorno Sam ha un incidente che gli fa perdere conoscenza. Quando rinviene, non ricorda bene cosa gli è successo, e comincia a notare delle incongruenze. Ben presto si accorgerà che la sua situazione è completamente diversa da quella che immaginava…
Moon era un film estremamente atteso. Non solo perché si tratta del debutto alla regia di Duncan Jones, noto per essere il figlio di David Bowie. Ma soprattutto perché è quello che gli appassionati attendevano con sempre maggiore impazienza: un film di fantascienza una volta tanto basato su una sceneggiatura autenticamente fantascientifica nelle situazioni e nei personaggi, e non su un pretesto per sfoderare effetti speciali e battaglie. Dopo averlo visto, posso dire che l’attesa era giustificata solo in parte. In effetti, Moon è davvero un film di fantascienza vecchio stile. Guardandolo è difficile non pensare a 2001: Odissea nello Spazio, Dark Star, 2002 la Seconda Odissea, Atmosfera Zero, Spazio: 1999 e non so più quanti altri film e telefilm di fantascienza del passato. Con questo non intendo dire che si tratti di un film nostalgico o citazionista, ma semplicemente che prende a modello un certo cinema in cui a essere protagonista non era l’azione vertiginosa, ma lo sottile angoscia di trovarsi nell’ambiente ostile e alieno dello spazio. Da questo punto di vista Moon riesce benissimo nell’intento, e chi, come me, aveva nostalgia di questo tipo di cinema non può che rallegrarsene.
Al di là di questo, però, Moon è un film riuscito solo a metà. La prima parte funziona benissimo, e costruisce abilmente la suspence utilzzando elementi classici in maniera originale e inconsueta. Quando però il mistero viene svelato, il film si affloscia un po’. Se da un lato vengono coraggiosamente evitate le soluzioni più ovvie, dall’altro però il potenziale drammatico di molte situazioni viene sfruttato solo in parte, e talvolta svilito da scappatoie che appaiono un po’ troppo facili. Anche il finale appare un po’ troppo semplicistico e positivo rispetto alla materia trattata.
In ogni caso guardare Moon mi ha fatto molto piacere e mi ha riportato a un tipo di cinema che credevo ormai scomparso. Un appassionato di fantascienza semplicemente non può perderselo (tenendo conto che anche a Milano per vederlo bisogna andare in un cinemino d’essai, immagino altrove le difficoltà!).

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Intervista al sottoscritto

Sto trascurando talmente tanto questo blog, che mi sono scordato di segnalrvi che è apparsa sul web un’intervista a me e a mia moglie Silvia Castoldi in qualità di traduttori. L’occasione è l’uscita del romanzo Il Patto di Mezzanotte, di cui vi ho già parlato.
Se vi va di leggerla, la trovate qui.

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Film: Baarìa

Ba'ariaIspirato alla vera storia del padre del regista, Ba’aria (dialettale per Bagheria) racconta la storia di Peppino che, nato in un umilissima famiglia siciliana, riuscirà a trovare l’amore, a costruirsi una famiglia e arriverà a candidarsi al Parlamento con il Partito Comunista, alternando trionfi ad amarezze e delusioni.
Spiace parlar male di un film come Baarìa, perché la sua qualità produttiva è talmente elevata che non sembra neppure un film italiano. La qualità della ricostruzione storica della Sicilia è semplicemente eccelsa, e gli attori vanno tutti da bravo a bravissimo anche nelle più piccole parti (beh, va bene, la Bellucci si limita a farsivedere seminuda e avvinghiata a un muratore; ma che pretendiamo di meglio? )..
Al di là di questo, però, si stenta a trovare un senso al film. Tornatore procede affastellando episodi su episodi, spesso azzeccando gag divertenti che alleggeriscono la lunghissima durata del film (quasi tre ore), ma che spesso ricadono nell’oleografico, nel macchiettistico o nel semplicistico, e ai quali manca comunque uuna direzione generale che porti il film da qualche parte. Accompagnato da una colonna sonora incessante e roboante di Morricone, Ba’aria spesso perde completamente il senso della misura, con insistite autocitazioni e pesanti metafore e simbologie che nulla aggiungono all’insieme. Peccato.

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Punti di vista

Rickey MedlockeQualche mese fa ho intervistato Rickey Medlocke dei Lynyrd Skynyrd. Gli ho chiesto tra l’altro se la sua band fosse ancora molto orientata politicamente come era negli anni ’60. Mi ha risposto in primo luogo dicendomi che quando si è giovani si è radicali e si pensa di dover cambiare il mondo, ma poi invecchiando si capisce che le cose non sonomai bianche o nere, anche se ovviamente anche oggi i membri della band hanno opinioni politiche. Poi ha aggiunto che il titolo del nuovo album è God & Guns, e che ovviamente tutti avrebbero pensato che si tratta del solito immaginario da redneck, ma in realtà se si leggono bene i testi si capisce che il vero messaggio del disco è il disco parla soprattutto di speranza e di fede, fede di poter viver da persone libere, in un mondo migliore. Infine mi ha detto di avere per buona parte sangue indiano, e di avere imparato dai suoi progenitori indiani che esiste una spiritualità che è universale per l’uomo e che si può trovare in ogni luogo. Infatti lui era appena stato a visitare il Cenacolo di Leonardo Da Vinci e aveva percepito le energie che provenivano da quell’affresco. Insomma, era quasi riuscito a convincermi che i Lynyrd Skynyrd fossero un gruppo new age.
Oggi mi è arrivata la copia ufficiale del disco coi testi. Che sono cose del tipo:
I overheard an old man
Tell a young soldier “thanks”
The young soldier hung his head and said “it’s hard to believe
You’re the only one who took the time to say a word to me”
And the old man said…

That ain’t my America
That aint this country’s roots
You wanna slam old Uncle Sam
But I ain’t letting you
I’m mad as hell and you know I still bleed Red, White, and Blue
That ain’t us
That Ain’t My America

It’s to the women and men who in their hands hold a Bible and a gun
And they ain’t afraid of nothing, when when they’re holding either one
.
Oppure:

Oh there’s a time we’d not forgot
You could rest all night with your doors unlocked
But there ain’t nobody safe no more
So you say your prayers and you thank the Lord
For the peacemaker in the dresser drawer


God and guns kept us strong
That’s what the country was founded on
Well we might well give up and run
If we let’em take our God and guns

Come dire? Basta capirsi…

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Libro: Il patto di Mezzanotte

Agorà è una città circondata dal nulla, divisa in quartieri che prendono i nomi dei segni zodiacali, dove tutto si può vendere e comprare, anche le emozioni, estratte dalle persone da appositi macchinari alchemici. Mark è un ragazzino che, vista la propria famiglia sterminata da un’epidemia, venduto dal suo stesso padre, viene salvato da un medico che letteralmente lo compra per farne il suo assistente. Ma chi davvero aiuta Mark atrovare il coraggio di andare avanti è Lily, ragazza poco più grande di lui, anche lei di proprietà della stessa famiglia. Separati quasi subito, Mark e Lily tentano ciascuno per suo conto di sopravvivere in una società che non perdona nulla ai poveri e ai deboli. Si reincontreranno in circostanze drammatiche, interferendo con le azioni di una società segreta…

Il patto di mezzanotte è un fantasy atipico, dove non ci sono elfi, orchi o altre creature fatate, non ci sono oggetti cruciali da cercare, proteggere o distruggere, e non è in corso nessuno scontro epocale tra il Bene e il Male. Lo si potrebbe definire un fantasy dickensiano: come in David Copperfield o Oliver Twist, assistiamo alle peripezie di un giovane coinvolto nelle ingiustizie di una società che, sullo sfondo, né commette di molto più terribili. Scritto da un venticinquenne (con una professionalità che gli scrittori fantasy italiani in erba possono solo sognarsi) ha tra i pregi soprattutto un’ambientazione interessante, che sconfina quasi nel fantascientifico (la città di Agorà somiglia quasi a un esperimento sociale di liberismo sfrenato, e non è detto che nei prossimi romanzi non si riveli tale), oltre a personaggi non banali. Ha anche dei difetti. In primo luogo una scrittura a volte un po’ ripetitiva e scontata nei suoi effetti. Ma soprattutto, l’autore non scopre tutte le sue carte, lasciando alcune cose nell’ombra, pronte per essere svelate nell’inevitabile seguito.

Il romanzo ha anche una particolarità: l’ho tradotto io, insieme a mia moglie Silvia Castoldi. Vi invito dunque a leggerlo e a dirmi cosa ne pensate.

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