Sartaj Singh è un ispettore della polizia di Mumbai, in India. Un giorno al suo telefono, una voce sconosciuta gli chiede "Vuoi Ganesh Gaitonde?". Lui risponde di sì, perché Gaitonde è uno dei più celebri boss della malavita indiana, e arrestarlo sarebbe il più grosso colpo della sua carriera. E in effetti Gaitonde è lì, dove è stato indicato. Mentre Sartaj discute con il boss asserragliato in un appartamento e cerca di convincerlo ad arrendersi, non può fare a meno di porsi delle domande. Perché Gaitonde è lì, a correre il rischio di essere arrestato, invece che al sicuro all’estero? Chi ha fatto la soffiata, e perché? E come mai il boss non si arrende, ma filosofeggia attraverso il citofono, come se stesse cercando di dirgli qualcosa? Le stesse domande diventeranno di capitale importanza quando interverranno i servizi segreti, e ordineranno a Sartaj di trovare le risposte, perché da esse dipende l’esito di un gioco che coinvolge tutta l’India, e forse più.
Giochi sacri è un colossale romanzo di quasi 1200 pagine scritto da Vikram Chandra, che è allo stesso tempo molte cose. È un poliziesco di ottima fattura, realistico e avvincente e con una buona dose di colpi di scena. Ma è anche un grande romanzo sull’India, questa enorme nazione in cui convivono altissima tecnologia e villaggi rimasti al medioevo, libertà moderne e privilegi di casta, in un inestricabile groviglio che riproduce tutte le contraddizioni del mondo di oggi. Ed è soprattutto un libro sul bisogno di identità, questa cosa misteriosa e sfuggente su cui si basano tanti dei conflitti di oggi. "Chi sono io?", si chiede Sartaj Singh, chenon è religioso ma il cui posto nella vita è indissolubilmente segnato dalla sua appartenenza all’etnia sikh, e la cui fondamentale onestà si scontra ogni giorno con un sistema che premia la corruzione e l’inefficienza. E la stessa domanda se la pone Ganesh Gaitonde, che ha vissuto tutta la propria vita sfruttando la propria immagine di uomo spietato e pronto a tutto, ma che nel suo intimo è rimasto il teppista senza radici arrivato a Mumbai tanti anni prima.
Il libro ha una struttura complessa: alterna l’indagine di Sartaj Singh all’autobiografia di Gaitonde raccontata in prima persona; in più, introduce squarci narrativi ambientati in altri tempi e in altri luoghi, che lasciano capire come ogni nemico sia in realtà strettamente imparentato con il proprio avversario, come noi stessi generiamo la nemesi che ci verrà a colpire, e come in realtà esista un’unica identità, che si ricompone nonostante i nostri migliori tentativi di frammentarla.
Ci sono due soli motivi per cui potreste non volerlo leggere. Il primo è la colossale lunghezza (ma vale la pena). Il secondo è che la lingua del romanzo è infarcita da parole hindi e urdu, tanto che c’è un glossario di venti pagine in fondo. Per alcuni questo sarà un ostacolo insormontabile, ma per me questo è un ulteriore pregio: come il siciliano di Camilleri, anche l’hindi di Chandra è un mezzo per trasportarci instantaneamente in un altro mondo, e darci il desiderio di conoscerlo e comprenderlo. Così, ora che ho finito il libro, non solo so che Bombay ha cambiato nome da 12 anni e si chiama Mumbai, ma conosco anche abbastanza turpiloquio hindi da poter sostenere una conversazione nei peggiori bassifondi indiani. Quindi, maderchod che non siete altro, non avete più scuse: muovete il gaand e andate a comprare questo bhenchod di un libro, ci scommetto le goli che vi piacerà!
Questo post appare anche su Il Leggio.
Giuliano Amato
Ebbene sì, qualche ora fa questo blog ha superato la barriera dei diecimila contatti! Risultato tanto più sorprendente se si pensa che per fare i primi cinquemila c’era voluto più di un anno, mentre per il resto sono bastati poco più di quattro mesi. In effetti, ultimamente ho notato che, se scrivo un post ben riusicto, il blog tende a mantenersi sopra i 50 contatti al giorno anche se per alcuni giorni non scrivo nulla. Che dire? Mi rendo conto che questo non fa di me una blogstar, e che c’è gente che diecimila contatti li fa in una settimana. Comunque è una soddisfazione che, lavoro e ispirazione permettendo, mi spingerà a scrivere di più e di meglio. Ringrazio tutti quanti, sia quelli che mi seguono fin dall’inizio, sia i tanti nuovi arrivati (che, se non lo hanno già fatto, invito a scrivere qualche commento). Ad maiora!
Alcuni mesi fa mi è stato proposto di scrivere un manuale per una piccola casa editrice emergente.
Quello che vedete alla mia destra è Lucariello, la voce degli Almamegretta, nonché artista solista in proprio. Io, va detto, digerisco poco rap e affini, ma per gli Almamegretta ho sempre fatta un’eccezione, e devo dire che anche l’album di Lucariello è sulla stessa linea: musica suonata, mediterranea, viscerale. Lui poi è un ragazzo simpatico, disponibile e niente affatto "montato", mi ha fatto davvero un’ottima impressione. Stasera suona a Milano alla cascina Monluè, io probabilmente non riuscirò ad andarci, ma ve lo consiglio.
Sono quasi due mesi che ho questo disco per le mani, avrei potuto recensirlo in anteprima assoluta, invece me lo sono tenuto finoad oggi (la recensione "ufficiale" è uscita un mese e mezzo fa su AudioVideoFotoBild, ma lì parlavo ai profani,qui invece vorrei riuscire ad arrivare al fondo di un disco, se decido di parlarne.
Sono andato a vedere Spiderman 3, e devo dire che la visione ha smentito quasi tutto quello che avevo sentito dire in proposito.
Visto che non ho tempo per scrivere di cose serie, per intrattenere i visitatori del blog ecco una nuova puntata di "le cose che mi danno fastidio", dedicata questa volta alle foto che su quotidiani e settimanali accompagnano gli articoli su stupri e maltrattamenti delle donne. Avete presente? Sono foto come quella che includo qui: una donna col viso nascosto, rannicchiata come per proteggersi, talvolta con gli abiti strappati.
Ebbene sì, questa volta ho intervistato i Dream Theater. Per la precisione ieri a mezzogiorno, all’hotel Pierre di Milano. Non sono particolarmente soddisfatto di come è andata l’intervista. In primo luogo perché mi avevano promesso anche Mike Portnoy, e invece c’era solo James LaBrie. Quindi molte delle domande "tecniche" che mi ero preparato sono andate a farsi benedire. Ma soprattutto, mi avevano detto venti minuti, e invece dopo dieci minuti "last question, please". Io mi ero tenuto per ultime le domande un po’ complicate per mettere a mio agio l’intelrocutore, e non le ho potute fare. E’ venuta fuori una cosa banalotta anzicheno. Comunque sia, uscirà su AudioVideoFotoBILD di giugno, e il mese successivo magari renderò disponibile il testo integrale (anzi, conto di farlo presto con TUTTE le interviste che ho realizzato… ma tra il dire e il fare…).